Avventure di Robinson Crusoe/60

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Venerdì dà lezione di ballo all’orso

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Venerdì dà lezione di ballo all’orso
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Venerdì dà lezione di ballo all’orso.



Ma non fuvvi mai lotta condotta con tanto ardimento, nè in così sorprendente guisa, siccome quella accaduta tra Venerdì e l’orso venuto, come avvertimmo, dietro ai lupi; caso, che se bene su le prime ne desse e pensieri e paura pel lottatore uomo, divenne in appresso il maggiore degli spassi immaginabili per tutti noi.

Se l’orso è per una parte una tozza e pesante bestia incapace nella sveltezza del correre di competere col lupo che è agile e leggiero, ha per l’altra due particolari qualità che sono la norma d’ogni sua azione. Primieramente quanto agli uomini (che non sono la consueta naturale sua preda, se non lo stimola un’eccessiva fame, ciò che poteva, per vero dire, essere il caso or che la terra era coperta affatto di neve), quanto agli uomini, dissi, egli non suole assalirli se non sono essi i primi; onde se non cercate briga con lui, egli non ne cerca con voi. Ma bisogna essere molto civile verso di esso e cedergli la mano diritta, perchè è un gentiluomo puntiglioso all’estremo, nè vuole rimoversi d’un passo dal suo cammino, nemmen per un principe; anzi se ne avete veramente paura, la più sana per voi, se lo incontrate, e di voltare strada e prendere un’altra direzione, perchè se vi fermate, e s’accorge che gli fissiate gli occhi addosso, piglia questo per un affronto. Che se poi moveste alcun che, e questo alcun che, sebbene più sottile d’un vostro dito, giungesse a colpirlo, crede che abbiate voluto villaneggiarlo, e lascia tutte l’altre sue faccende per ottenere in via cavalleresca una soddisfazione da voi: e questa la prima delle sue qualità. L’altra poi è che, oltraggiato una volta, non ve la perdona mai più, non vi lascia più nè notte nè giorno, vi circuisce finchè vi abbia raggiunto, finchè non si sia vendicato.

Venerdì avea già salvata la vita al nostro conduttore, quando gli [p. 357]fummo da presso, e stava aiutandolo a smontar da cavallo, perchè era malconcio dalle morsicature e insieme dalla paura avuta, allorchè vedemmo spuntare dal bosco l’orso, ed era uno de’ più enormemente grossi ch’io m’abbia veduti. Noi rimanemmo alquanto sconcertati a tal vista, ma non Venerdì nel cui aspetto si leggea facilmente l’intrepidezza, anzi l’ilarità.

— «Oh! oh! oh! gridò egli, accennando tre volte col dito la fiera. Padrone, lasciar me fare! Me voler far conoscenza con lui! me voter darvi bel ridere!»

Tanta giocondità del gagliardo mi parea fuor di proposito e mi sorprese.

— «Pezzo di matto, gli dissi, ti mangia in un boccone!

— Mangiar me in boccone! me in boccone! ripete Venerdì. Me mangiar lui! me dar a voi bel ridere. Voi tutti star fermi qui! Me dare a voi bel ridere!»

Sedutosi tosto per terra, e levatisi gli stivali, cui sostituì un paio di scarpini che avea seco, consegnò il suo cavallo all’altro mio servo; poi si diede a correre a tutte gambe.

L’orso se ne andava adagio adagio per la sua via, come chi pensa a tutt’altro che ad aver quistioni con alcuno, intantochè Venerdì gli fu in qualche vicinanza, e lo chiamò, come se l’orso avesse potuto rispondergli.

— «Te ascoltare! te ascoltare! dicea Venerdì, me volere parlare con te!»

Seguivamo Venerdì ad una certa distanza, ma potevamo veder tutto, perchè scesi ora dalle montagne che stanno rimpetto la Guascogna, eravamo entrati in una vasta pianura sparsa sì d’alberi qua e là, ma che lasciava molti vani tra un albero e l’altro. Venerdì che codiava, come dicemmo, l’orso, gli arriva a tiro, e levato un gran sasso da terra glielo gettò sì, che lo colpì nella testa; ma non gli fece più male che se lo avesse scagliato contro ad una muraglia. Ciò era nondimeno quanto da Venerdì si cercava, perchè il furfante era sì scevro di paura, che desiderava appunto farsi correr dietro dall’orso e mostrar a noi bel ridere, com’egli chiamava ciò. Appena l’orso sentì il colpo, veduto da chi gli veniva, si volta e si dà a seguire l’assalitore facendo passi diabolicamente lunghi, e dimenandosi, come se fosse stato un maestro di cavallerizza che avesse voluto mettere al mezzo galoppo un cavallo. Venerdì si pose a correre alla [p. 358]nostra volta, come se spaventato venisse a chiederci aiuto. Noi di fatto ci deliberammo tutti a far fuoco su l’orso e liberare il mio servitore, benchè, a dir vero, io avessi non poca stizza contro di esso, perchè egli stesso ci mandava l’orso addosso coll’averlo sviato dalla sua strada, mentre quell’animale se n’andava tranquillamente pe’ fatti suoi; e gli perdonava tanto meno, in quanto dopo aver tratti noi per bel diletto suo nell’impaccio, si metteva a fuggire. Anzi gli gridai:

— «Sgraziato! È questo il tuo mostrarci bel ridere? Vieni qui, e monta a cavallo. Faremo fuoco tutti di conserva su la fiera.»

Ode le mie parole Venerdì, e grida forte a sua volta:

— «Non far fuoco! non far fuoco! Voi aver da avere molto ridere!»

Indi l’agil gagliardo che nel correre faceva due passi per ognuno dell’orso, prende in un subito una volta di fianco e adocchiata una bella quercia atta al suo scopo, ne fa cenno di tenergli dietro; poi raddoppiando il passo giunge al piede dell’albero. Quivi, posato a terra pacatamente il suo moschetto, vi monta su ad un’altezza di cinque o sei braccia. L’orso non tarda a raggiugnere l’albero; noi procedevamo tenendoci a qualche distanza verso il teatro dell’azione. L’animale per prima cosa si fermò a piè dell’albero, fiutò il moschetto, poi lasciatolo lì, s’aggrappo all’albero, arrampicandosi ad usanza di un gallo, benchè fosse sì sterminatamente grave. Rimasi sbalordito di questa pazzia, io la pensava tale, del mio servitore, e su l’onor mio non ci trovava finora niente da ridere. In somma, quando vedemmo che l’orso saliva l’albero, cavalcammo tutti a quella volta.

Poichè fummo arrivati all’albero, Venerdì si era sospeso alla sottile estremità di un grosso ramo della quercia, e l’orso aggrappato ad essa avea fatto metà cammino per raggiugnerlo. Tostochè l’orso fu pervenuto alla parte più sottile dell’albero, Venerdì si volse a noi esclamando:

— «Voi star a vedere! Me insegnar orso ballare!»

E si diede a far salti e a scuotere l’albero. L’orso cominciò a traballare e a non andare più innanzi, bensì a voltarsi per vedere se poteva tornare addietro, e qui da vero ridemmo di tutto cuore. Ma Venerdì non la voleva finita a sì buon mercato per l’orso. Quando vide la bestia così perplessa, tornò a parlarle come se questa intendesse la lingua umana.

— «Perchè non venire avanti? Da bravo, camerata, venire avanti!»

Anzi per far coraggio all’orso dismise di saltare e di squassar [p. 359]l’albero. Come appunto se l’orso avesse intese le parole di Venerdì, tornava ad avanzarsi un pocolino, e Venerdì a saltare e squassar l’albero, e l’orso a fermarsi e ad esser perplesso. Credemmo allora giunto il bel momento di accoppare la fiera; onde gridammo a Venerdì di star quieto, perchè volevamo far fuoco su l’orso. Ma Venerdì si diede fervorosamente a gridare:

— «Per carità non tirare! Ma tirare adesso allora.»

E per lui adesso allora voleva dire adesso adesso[1]. In somma per far corta la storia, Venerdì saltò tanto, e i corrispondenti atti dell’orso furono tanto grotteschi, che avemmo campo a ridere per un bel pezzo; ma nessuno s’immaginava ancora che cosa il nostro direttore del ballo si fosse messo in testa di fare; perchè su le prime pensammo ch’egli avesse soltanto l’intenzione di far fare un capitombolo all’orso; ma vedemmo che la bestia era troppo scaltra per dargli un tal gusto, e benchè si guardasse dal salire tant’alto da non potersi reggere sotto lo scotimento dell’albero, ci si attaccava per altro molto bene co’ suoi unghioni, e con le sterminate sue zampe; onde non capivamo come sarebbe andata a finire e qual fosse in sostanza la moralità della commedia. Ma ben tosto Venerdì ci trasse da questa incertezza, perchè vedendo che l’orso s’andava attaccando all’albero, ma non si lasciava persuadere ad avvicinarsi di più, allora disse all’orso:

— «Ah ben bene! Voi non voler venir avanti, io andare a basso. Voi non voler venire da me, io venire da voi».

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Venerdì saltò tanto, e i corrispondenti atti dell’orso furono tanto grotteschi,
che avemmo campo a ridere per un bel pezzo

Dopo di che andato all’estrema punta del ramo, laddove poteva farlo piegare col proprio peso vi si attaccò, e lasciandosi bellamente calar giù finchè fosse vicino a terra abbastanza per ispiccare un salto, eccolo su due piedi e presso al suo moschetto di cui si munì, ma lasciandolo tuttavia ozioso.

— «Orsù dunque, Venerdì, gli diss’io, che cosa state a fare adesso? Perchè non gli tirate?

— Non ancora; adesso allora, ripetè; me non ammazzare lui adesso, me fermarmi qui; me darvi sempre più bel ridere».

E veramente fu di parola, come ora sentirete. Poichè l’orso vide che il nemico aveva abbandonata la sua posizione, scese dal ramo cui già s’era abbrancato, ma con grande cautela e guardandosi dietro [p. 360]ad ogni passo e scendendo sempre a ritroso. Poichè fu al principio del fusto dell’albero non dimise il suo metodo di camminare all’indietro, e aggrappandosi con gli unghioni alla corteccia e mettendo bel bello una zampa dopo l’altra: facendola proprio a suo bell’agio. Nel momento in cui poggiava la prima zampa di dietro sul terreno, Venerdì, fattosegli ben sotto e postogli la canna dello schioppo all’orecchio lo stese morto di botto. Poi il furfante si voltò verso noi per vedere se ridevamo, e lettane negli occhi la nostra soddisfazione, si diede sbardellamente a ridere anch’egli; poi esclamò:

— «Così noi ammazzar orsi in nostri paesi.

— Così? io replicai. Ma se non avete moschetti!

— Non aver moschetti, ma sparar frecce grandi lunghe.»

Fu questo un divertimento non cattivo per noi; ma eravamo tuttavia in paese deserto, e il nostro conduttore stava assai male, onde non ben sapevamo a qual partito appigliarci. Gli ululati de’ lupi di que’ dintorni mi rintronavano sempre all’orecchio, e veramente se si eccettuino i ruggiti delle fiere da me uditi alla costa dell’Africa e di cui ho già detto altrove, non ho mai sentito frastuomo che m’abbia compreso più gagliardamente d’orrore.

Note

  1. Anche nel testo inglese lo sproposito di Venerdì è dire by and then che significherebbe adesso allora (cioè non significherebbe nulla in questo caso) in vece di by and by che significa propriamente adesso adesso.