Avventure di Robinson Crusoe/69

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Indispensabile ricapitolazione di antichi eventi e di una circostanza omessa

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Indispensabile ricapitolazione di antichi eventi e di una circostanza omessa
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Indispensabile ricapitolazione di antichi eventi e di una circostanza omessa.



Non intrigherò il racconto di questa parte di storia col farlo in prima persona: ciò che mi obbligherebbe a ripetere le dieci mila volte: Egli disse, io dissi; egli mi narrava, io gli narrai, ec.; ma cercherò di raccogliere storicamente i fatti, cavandoli con l’aiuto della mia memoria da quanto mi fu riferito, e da quanto mi accadde di sapere nel conversare con gli abitanti dell’isola, e nell’esaminarne la nuova condizione.

Per essere chiaro e breve quanto si può per me, mi fa d’uopo tornare addietro su le condizioni in cui lasciai l’isola stessa, e in cui si trovavano i personaggi de’ quali è mio debito il favellare. E primieramente mi è necessario il ripetere come io spedissi il padre di Venerdì e lo Spagnuolo (da me sottratti entrambi agli artigli dei selvaggi) al continente, o a quella terra almeno ch’io aveva per un continente, entro un ampio palischermo a cercare gli Spagnuoli lasciatisi addietro, e non solo a soccorrerli quanto al presente, ma preservarli da una calamità simile a quella di cui rischiarono essere vittime i miei due messi, concertando insieme tale via onde in comune ci adoperassimo alla nostra liberazione, se pure era possibile.

Mentre io mandava a tale spedizione questi due, io non aveva la [p. 413]menoma ombra di speranza di potere operare la mia liberazione da me solo, più di quanto l’avessi vent’anni addietro; molto meno mi era possibile il prevedere ciò che avvenne, poichè furono partiti: vale a dire l’arrivo d’un bastimento inglese che mi trasportasse lontano da quella spiaggia. Laonde non potè essere appunto se non grandissima la sorpresa di que’ poveretti quando, tornando addietro, non solo non mi trovarono più nell’isola, ma ci videro invece tre estrani, già impadronitisi di ciò ch’io avea lasciato, e che altrimenti sarebbe ad essi appartenuto.

Le prime informazioni, come e a credersi, da me chieste allo Spagnuolo, terminate le cerimonie di ricevimento, concernevano lui e i suoi compagni. Voleva mi desse conto del suo viaggio fatto sul gran palischermo insieme col padre di Venerdì per indurre questi compagni a venire nella mia isola. Quanto alla traversata fatta per trovarli, mi disse non essergli accaduto nulla di singolare o meritevole di racconto, perchè fu con mare tranquillo e favorevoli venti.

— «Quanto ai miei compatriotti (mi disse il mio Spagnuolo, loro caporione, e a quanto sembra, riconosciuto da essi per lor capitano, poichè quello del vascello naufragato fu morto) potete credere se non furono esultanti al rivedermi; tanto più maravigliati che mi sapeano caduto fra l’unghie de’ selvaggi che non ci parea dubbio non avessero divorato me come fecero del restante de’ loro prigionieri. Quando poi seppero la storia della mia liberazione e il modo ond’erasi provveduto per trasportarli di lì, lo credettero un sogno; e la loro sorpresa fu alcun che di simile a quella de’ fratelli di Giuseppe, quando questi narrò loro chi egli fosse e la storia della sua esaltazione alla corte di Faraone. Ma allorché mostrai ad essi le armi, la polvere, la munizione, le vettovaglie portate meco per la loro traversata, rinvennero in sè, ciascuno prese la sua parte di gioia alla comune salvezza, e s’allestirono immantinente a venir via meco.»

La prima loro faccenda fu procurarsi canotti o piroghe; nè in ciò si credettero tanto obbligati a tenersi fra i limiti dell’onesto, che non gabbassero i selvaggi loro ospiti, cui chiesero in prestito due grandi canotti o piroghe col dar loro ad intendere di valersene per andare a caccia o a diporto. Su questi partirono nella seguente mattina. Non pare che avessero indugi per non far presto: senza [p. 414]suppellettili, senza fardelli, senza vettovaglie che gl’ingombrassero, tutto quanto possedevano al mondo lo avevano indosso.

Posero tre settimane in tutto a questa traversata, nel quale intervallo, sfortunato per essi, ve l’ho già detto, mi capitò l’occasione di fuggire e tirarmi fuori dell’isola, lasciandovi i tre più sfrontati, feroci, sfrenati, sgraziati cialtroni fra quanti mai un galantuomo possa augurarsi di non incontrare: ben sel seppero, potete starne sicuri, per un bel pezzo que’ poveri Spagnuoli che li trovarono lì.

La sola cosa per il diritto che fecero quei mariuoli fu quando gli Spagnuoli approdarono, perchè secondo i comandi lor dati, consegnarono loro la mia lettera e le provvigioni da me lasciate per essi. E dettero loro parimente i molti ricordi che io avea stesi pel loro migliore, vale a dire i metodi particolari ch’io aveva usati per governar quivi ogni parte della mia vita; come faceva a cuocermi il pane, ad allevare le mie capre, a fare le mie semine e le mie vendemmie, a fabbricarmi le mie pentole: in una parola, tutti i documenti scritti da me li consegnarono ai nuovi arrivati, due de’ quali conoscevano ottimamente l’inglese; nè per dire la verità, in quel momento ricusarono nemmeno d’accomodarsi con gli Spagnuoli; laonde per qualche poco di tempo andarono insieme d’accordo. Ammessi senza distinzione nella stessa casa o grotta, principiarono vivendo in buona comunanza gli uni con gli altri; il capitano spagnuolo e il padre di Venerdì, che si erano giovati del vedere com’io governassi le cose domestiche, avevano tutta la parte amministrativa di quel la comunità. Bisogna per altro dire che i tre Inglesi non se la sapeano d’altro che di vagabondare per l’isola tutta la santa giornata, ammazzar pappagalli, prender testuggini e venire la sera a mangiar la cena che gli Spagnuoli avevano apparecchiata per essi.

Anche così si sarebbero contentati gli Spagnuoli, se quegli altri gli avessero solamente lasciati in pace; ma era questa la cosa di cui non si sentivano capaci costoro che, simili al cane dell’ortolano, non volevano mangiar essi nè lasciare che altri mangiassero. Pure le loro differenze su le prime furono di lieve momento, nè meriterebbero di essere ricordate, se non fossero finalmente degenerate in aperta guerra: guerra cominciata con tutta la villania e l’arroganza ch’uom possa immaginarsi, senza ragione o provocazione di sorta alcuna, contro a tutti i principi della natura e fin del buon senso. È vero [p. 415]che tutta questa storia la seppi su le prime per bocca degli Spagnuoli, ma quando in appresso ebbi ad esaminare gli accusati medesimi, costoro non seppero negarmene una parola.

Ma prima ch’io venga a narrare queste particolarità, mi fa d’uopo riparare una dimenticanza occorsami nel primo racconto: quella cioè di notare un accidente avvenuto partendomi dall’isola, quando appunto nella filuca, ove entrai a bordo, era per far levare l’ancora e spiegare le vele. L’avvenimento fu una lieve rissa nata fra i marinai, ch’io temei andasse a finire in un secondo ammutinamento; ed eccone il motivo. Tale rissa andava un po’ troppo alla lunga, quando il capitano, chiamato in aiuto il proprio coraggio e fattosi seguire da tutti quelli che non aveano parte alla lite, la dissipò con la forza e fece metter in prigione ed ai ceppi i provocatori del disordine. E a sapersi che costoro non s’erano frammessi per poco nella precedente sommossa, e che in questa occasione si lasciarono sfuggire alcune parole piuttosto equivoche; onde il capitano li minacciò una seconda volta di condurli così prigioni in Inghilterra, ove sarebbero stati impiccati come capi di tumulto e partecipi dell’antecedente ribalderia.

Questa minaccia che per dir vero il capitano non aveva intenzione di mandare ad effetto, mise in costernazione quant’altri piloti sapevano in propria coscienza di non avere nette le loro partite; onde costoro si ficcarono in capo che il capitano avesse bensì date ad essi buone parole; ma sol per tirarseli seco sino al primo porto inglese, e cola farli mettere in prigione e assoggettare ad un processo.

L’aiutante ch’ebbe sentore del sospetto nato in costoro, venne a farcene avvertiti. Il capitano per conseguenza pregò me (che quella ciurma aveva in concetto di qualche cosa di grande) a scendere a basso e volerli aringare, assicurando tutti che, ove si fossero ben comportati durante il resto del viaggio, ogni antico lor fallo era già perdonato e dimenticato. Andai di fatto, e s’acchetarono su la mia parola d’onore, tanto più che m’adoperai efficacemente, affinchè i due uomini posti ai ceppi venissero sciolti e ottenessero la loro grazia.

Questo subuglio nondimeno, e un poco ancora il vento che era piuttosto morto, ci tennero all’ancora tutta quella notte. Alla mattina ci accorgemmo che i due mariuoli liberati dai ceppi, dopo aver rubato un moschetto per cadauno, altre armi e polvere e munizione, [p. 416]di cui non sapemmo allora fare il conto, e impadronitisi dello scappavia non per anche tirato a bordo, se n’erano iti a raggiungere i tre mariuoli loro confratelli rimasti nell’isola. Appena scopertasi questa nuova furfanteria di que’ ribaldi, non tardammo a mandar dietro loro una scialuppa con entro dodici uomini e l’aiutante. Ma questi non poterono rinvenire nè i due fuggitivi, nè i tre cialtroni che, veduti avvicinarsi i nostri alla spiaggia, s’appiattarono nel più folto dei boschi. Era venuto all’aiutante il pensiere di prendersi una soddisfazione contro a costoro col distruggere le piantagioni e bruciar tutte le domestiche loro suppellettili e vettovaglie, poi lasciarli lì che si tirassero come poteano d’imbarazzo. Ma non avendo ordini su di ciò, non ne fece altro, e lasciate tutte le cose come trovate le avea, ricuperò soltanto lo scappavia; poi se ne torno a bordo senza i due ladri.

Intanto ecco l’isola popolata da cinque uomini. Ma i tre primi cialtroni superavano tanto in ribalderia i due sopraggiunti, che, dopo essere vissuti due o tre giorni con questi, li misero fuori di casa, abbandonandoli alla ventura. Non volendo indi avere nulla di comune con essi, ostinaronsi per un pezzo a non somministrar loro alcuna sorta di sussistenza: notate che gli Spagnuoli non erano per anche arrivati.