Agamennone (Eschilo)/Prologo

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Prologo

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Eschilo - Agamennone (458 a.C.)
Traduzione dal greco di Ettore Romagnoli (1921)
Prologo
Canto d'ingresso
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Tragedie (Eschilo) II p031.jpg


PROLOGO



SCOLTA


Numi, il riscatto concedete a me
dei miei travagli, della guardia lunga
un anno già, ch’io vigilo sui tetti
degli Atridi, prostrato su le gomita
5a mo’ d’un cane. E de le stelle veggo
il notturno concilio, ed i signori
riscintillanti che nell’ètra fulgono,
ed il verno e la state all’uomo recano.
Ed ora il segno aspetto della lampada,
10del fuoco il raggio, che da Troia rechi
della presa città la fama e il grido.
Cosí comanda il cuor che aspetta e brama
di maschia donna. E intanto, ecco il mio letto,
irrequïeto, molle di rugiada,
15né sogno alcuno lo frequenta mai:
ché non sovrasta a me sonno, ma tema
ch’io le pupille a sopor greve chiuda.

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E quando intòno — a cogliere un antidoto
che il sonno vinca — un canto od una nenia,
io gemo allora, e piango la ventura
di questa casa, che non è piú retta,
5come già fu, pel meglio. Ed ora giunga,
giunga felice dei travagli il termine,
col fausto annunzio del notturno fuoco.
Lunga pausa. Poi, sulla cima del colle Aracneo, che incombe sulla città, s’accende e giganteggia un’immensa fiammata.
Oh! Salve, fiamma, che dïurna luce
annunzi nella notte, e danze in Argo,
10danze, mercè di questa sorte fausta!
Evviva! Evviva!
Dirò chiaro alla sposa d’Agamennone
che subito dal letto sorga, e innalzi
per questo fuoco un ululo di gioia
15nella casa: ché presa è la città
l’Ilio, come la face annunzia e brilla.
Io stesso il primo canto levo, e danzo:
ché tale colpo ai dadi della sorte
gittò pei signor’miei la mia custodia:
20tre volte sei. Deh! Com’ei giunga, io possa
con questa mano premere la mano
del re di questa casa, e un bacio imprimervi1!
Taccio del resto: un grosso bove2 calca
la mia lingua. Le mura stesse, se
25avessero la lingua, parlerebbero
a chiare note. Io con chi sa, favello
volentier: tutto con gl’ignari oblio.
Entra.

Note

  1. [p. 274 modifica]Assai chiara è questa metafora popolaresca. Al giuoco dei dadi, tre sei erano il punto massimo, tre uno, il minimo. Qui, col solito processo, la vigilanza è personificata, fa ciò che fa qualsiasi uomo, e dunque, giuoca anche ai dadi. Vedi la mia prefazione alle Odi e i frammenti di Pindaro, pag. XIV sg.
  2. [p. 274 modifica]Il testo dice appunto: un gran bove. Si potrebbe intendere che il vocabolo avesse un significato metaforico. Ma non risulta e ho preferito lasciare tale e quale l’immagine che, sebbene strana e corpulenta, non è priva di efficacia.