Al Polo Australe in velocipede/7. Una balena speronata

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7. Una balena speronata

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CAPITOLO VII.

Una balena speronata.

Il capo Horn ebbe per lungo tempo, ed ha ancora, una fama tristissima, maggiore di gran lunga a quella che aveva il Capo di Buona Speranza. Il solo suo nome per ben due secoli incusse un vero terrore ai naviganti: si parlava di quella gigantesca rupe come di una cosa diabolica e si creavano, su di essa, paurose leggende.

Infatti quell’estrema isola dell’America meridionale, perduta sui confini dell’Atlantico e dell’oceano Pacifico, sbattuta sempre dalle onde e spazzata dai gelidi soffi dell’oceano Australe, non poteva certo ispirare molta confidenza. Molte e molte sono state le navi, che trascinate dalle correnti e dalle contro-correnti o sfondate dai ghiacci, trovarono ai piedi del sinistro scoglio la loro tomba.

Ora le paurose leggende sono state sfatate ed a centinaia si contano i vascelli che ogni anno girano il temuto Capo, ma ancora si calcolano a quattro o cinque i legni che vanno a fracassarsi, durante la stagione invernale, sulle nere roccie, o che vanno ad arenarsi sulle spiagge vicine.

Questo capo Horn, non è però altro che un’isola, ma d’aspetto tetro. Si eleva sotto il 56° di latitudine Sud, poche decine di miglia al di là di quel gruppo d’isole che chiamansi dell’Eremita, le quali cingono le coste meridionali della Terra del Fuoco. [p. 61 modifica]

È una rupe enorme, isolata, composta di rocce nere sulle quali non nasce alcuna pianta. I suoi fianchi cadono a piombo sull’Oceano, che è quasi sempre agitato e le onde s’ingolfano attraverso alle sue scogliere con cupi fragori.

Cornelio Schouten, olandese, che esplorava quelle estreme regioni dell’America meridionale in compagnia di Le-Maire, fu il primo a scoprire quel capo nel 1616, e lo chiamò Horn a ricordo della propria città natia.

L’uragano pareva che raddoppiasse la furia attorno a quella gigantesca rupe, quasi volesse confermare la sinistra fama che essa gode. Ondate enormi l’assalivano da tutte le parti, risalendo le scogliere con fragori formidabili e cacciandosi con sordi muggiti, entro le caverne marine, scavate dall’eterna azione delle acque irritate. Sulle nere vette, lividi lampi balenavano tingendo l’oceano d’una luce cadaverica e si udiva lassù muggire tremendo il vento.

— Paese infernale! esclamò Bisby spaventato. Se questa è la via che conduce al polo, preferisco starmene per sempre a Baltimora.

— È troppo tardi, amico mio, disse Wilkye che conservava sempre un ammirabile sangue freddo. Non crediate però che questo uragano duri eternamente; si calmerà e fra breve saluteremo il sole polare che tramonta a mezzanotte.

Infatti di passo in passo che la Stella Polare si allontanava dai paraggi della Terra del Fuoco inoltrandosi nell’oceano Antartico, l’uragano pareva che perdesse rapidamente la sua foga.

Il vento, non più arrestato dalle isole, soffiava con meno violenza, conservando una sola direzione, e le onde, non più infrante e respinte, pur conservandosi molto alte, continuavano a spiegarsi liberamente correndo dal sud-est al nord-ovest. [p. 62 modifica]

Un altro pericolo però minacciava la Stella Polare: era il continuo incontro di banchi di ghiaccio. L’uragano doveva imperversare anche sulle coste delle terre polari e doveva aver staccato numerosi ghiaccioni, i quali salivano verso il nord trasportati dalle onde e dal vento.

Erano ancora piccoli quelli che s’incontravano, ma non dovevano tardare a comparire i grossi, i veri ice-bergs e gli ice-fields. La Stella Polare di quando in quando urtava contro dei palks e degli streams di notevole spessore e non li spezzava che con grande fatica e subendo tali urti che gli uomini stramazzavano spesso sul ponte.

Il capitano Bak aveva dovuto rallentare la velocità della goletta per non danneggiare lo sperone, ed aveva mandato due marinai sulle crocette, per evitare a tempo i grossi banchi.

Ad un tratto però, verso le quattro del mattino, quando cominciava a calare sul procelloso oceano un denso nebbione, avvenne a prua un urto così violento, da far retrocedere la goletta e far cadere sul ponte molti marinai.

Quasi subito, fra i muggiti delle onde e gli urti dei ghiacci, si udì echeggiare una nota acuta, potente, che pareva emessa da un enorme tubo di bronzo.

— Cosa succede! chiese Wilkye, alzandosi prontamente.

— Abbiamo urtato contro un banco forse? chiese Linderman al capitano Bak che correva verso prua.

— No, signore, rispose questi. Il colpo sarebbe stato più violento e.....

Un’altra nota acuta, potente più della prima, s’alzò fra le onde e una montagna d’acqua si rovesciò sulla prua.

— Del sangue! esclamò una voce.

— Del sangue? chiesero Wilkye e Linderman.

— Che l’oceano sia diventato vino? disse Bisby, che [p. 63 modifica] si era risollevato. Quale fortuna, se fosse vero!..... In questa regione, ci si può aspettare anche questa sorpresa.

Il capitano Bak si era curvato sulla coperta e con suo grande stupore, vide che l’acqua che sfuggiva attraverso agli ombrinali era rossa.

— Macchina indietro a tutto vapore, tuonò.

— Ma infine, cos’è accaduto? chiese Linderman.

— Abbiamo investito una balena, signore, rispose il comandante.

— Una balena che dormiva forse?

— O che emerse dinanzi alla prua della nostra nave.

— E fuggiamo?

— È necessario, signore. Il cetaceo sarà furioso e può scagliarsi contro di noi; basta un colpo di coda per causarci una grossa avaria o un colpo di testa per mandarci a picco.

— Eccola!.... Eccola!.... esclamarono i marinai, che si erano affollati a prua.

Linderman, Wilkye e Bisby corsero a prua ed a poche decine di metri dalla Stella Polare, che indietreggiava rapidamente per virare al largo, scorsero una massa enorme, lunga almeno sedici metri, che si dibatteva fra le onde, sollevando una coda mostruosa e lanciando in aria, con sordo rumore, due colonne di vapore.

Non vi era da ingannarsi: la Stella Polare aveva urtato contro una balena che forse sonnecchiava a fior d’acqua e l’aveva speronata, causandole probabilmente una grande ferita.

Un colpo furioso di vento che lacerò la nebbia, spazzandola via, permise ai naviganti di osservare meglio il mostruoso cetaceo ed anche di misurare il pericolo che correvano.

La Stella Polare lo aveva speronato in prossimità della [p. 64 modifica] testa, un po’ avanti la pinna pettorale sinistra, producendogli una ferita spaventosa, lunga tre metri e profonda uno. Da quell’enorme spaccatura cadeva in mare, a rapide pulsazioni, un torrente di sangue nerastro, spumeggiante, il quale si dilatava rapidamente, arrossando l’acqua per un tratto vastissimo.

La pinna, che aveva una lunghezza di tre metri, spaccata alla sua congiunzione, pendeva lungo il corpo del gigante, agitandosi convulsamente.

Il cetaceo, che forse era stato colpito a morte, pareva furioso. La sua potente coda, che terminava in una pinna triangolare, larga non meno di sei metri, percuoteva con rabbia estrema l’acqua, sollevando delle ondate altissime, la sua immensa bocca, che misurava tre metri di larghezza su quattro di altezza, si apriva impetuosamente, mostrando i settecento fanoni pendenti dalla mascella superiore e assorbiva l’acqua con sordo fragore.

Stette per alcuni istanti immobile, ondeggiando fra il sangue che lo circondava, poi reso pazzo dal dolore e dal desiderio di vendicarsi, si precipitò innanzi con velocità incredibile, muovendo addosso alla goletta che virava allora di bordo.

Un grido di terrore echeggiò sulla coperta del legno. Guai se quel mostro lo investiva con quello slancio; un colpo di testa era più che sufficiente per rovesciarlo e mandare tutti gli uomini che lo montavano, a dormire per sempre sotto le fredde onde dell’oceano Australe.

Il capitano Bak non era però un uomo da spaventarsi, nè da perdere la sua calma. Prese subito il suo partito.

Comprendendo che non poteva sfuggire all’assalto del gigante, possedendo tali mostri una velocità vertiginosa, così rapida anzi da percorrere seicentosessanta metri al minuto, fidando nella robustezza eccezionale della goletta [p. 65 modifica] e soprattutto nell’acutezza dello sperone, con un’audacia che poteva chiamarsi anche una pazzia, decise di assalire a suo volta il nemico.

— Avanti a tutto vapore! tuonò.

Poi, volgendosi verso il timoniere:

Il capitano Bak.

— Waldek! - gridò. - Attento alla coda e sperona il mostro! Saldi in gambe, voialtri!...

— Ma..... volete farci colare a fondo? chiese Linderman.

— Silenzio, signore, rispose l’intrepido capitano. Ora comando io e rispondo di tutto!...

La balena non distava che tre gòmene. Quella massa enorme, che si scagliava all’assalto con vigore [p. 66 modifica] straordinario malgrado l’orribile ferita, faceva paura e perfino Linderman e Wilkye erano diventati pallidi.

Mentre colla coda percuoteva furiosamente le onde per precipitare l’attacco, dalla sua gola uscivano note così acute, da poter essere udite a cinque miglia di distanza.

La Stella Polare aveva ripreso la sua marcia in avanti e muoveva diritta sull’assalitrice, ma descrivendo un semi-cerchio per non abbordarla di fronte. Il capitano Bak, ritto sul ponte di comando, tranquillo come se si trattasse di far eseguire una semplice manovra, non staccava gli occhi dalla balena.

Ad un tratto questa s’inabissò bruscamente, formando una specie di vortice.

— Macchina indietro! comandò il capitano.

La Stella Polare percorse una dozzina di metri trasportata dal proprio slancio, poi s’arrestò.

L’equipaggio, vivamente impressionato, scrutava attentamente le acque per vedere se il cetaceo appariva, temendo che sorgesse improvvisamente sotto la goletta.

— Macchinista, attenzione! gridò ad un tratto il capitano.

A cinquanta metri dalla goletta, fra due larghe ondate, si scorgeva un remolìo che sempre più si accentuava e si estendeva. Poco dopo apparve un punto nero: era l’estremità del muso della balena; indi apparvero gli sfiatatoi, i quali lanciarono in aria una doppia colonna di vapore biancastro, che saliva in forma di V.

— Sperona Waldek! gridò il capitano Bak.

La Stella Polare si precipitò innanzi a tutto vapore, colla velocità di venti nodi all’ora. D’improvviso avvenne un urto violento che fece stramazzare sul ponte l’intero equipaggio, e la goletta s’inchinò a poppa, ma trasportata dallo slancio e dalle turbinose evoluzioni dell’elica, [p. 67 modifica] balzò innanzi, s’inchinò verso prua come se passasse sopra un banco, e proseguì la marcia.

Quasi nel medesimo istante che passava sul dorso del cetaceo, un uomo che si era curvato sul bordo per meglio vedere quell’attacco, spinto innanzi da quell’urto impetuoso, piombava nel vuoto.

Quella caduta era stata così improvvisa, che quel disgraziato non aveva nemmeno avuto il tempo di emettere un grido, e per colmo di sventura, nessuno lo aveva veduto.

Immaginatevi però quale fu la sua sorpresa nel sentirsi cadere su di una massa viscida, in mezzo ad una specie di canale, entro il quale scorreva un getto di sangue spumeggiante.

Una esclamazione di stupore gli uscì dalle labbra:

— Per centomila quintali di carne salata!... Ecco una avventura che non ho mai sognata!...

Bisby, poichè era lui, si raddrizzò per guardarsi intorno, ma quella massa enorme si alzò bruscamente sulle onde emettendo una nota così formidabile, da assordarlo.

— Ohe!... fermi per bacco!... gridò il disgraziato negoziante di carni salate. Ci sono qui io, e se...

La frase gli si gelò sulle labbra, mentre i capelli gli si rizzavano sulla fronte: solamente in quel momento si era accorto di essere caduto sul dorso della balena e precisamente in mezzo al solco mortale tracciato dallo sperone e dalla chiglia della goletta.

— Gran Dio!... mormorò con voce angosciata. Sono perduto!...

Gettò all’intorno uno sguardo smarrito: la goletta, credendo ormai di aver colpito a morte il cetaceo e di averlo quindi ridotto all’impotenza, si allontanava rapidamente e si perdeva fra le nebbie che calavano fitte fitte sull’oceano. [p. 68 modifica]

Mandò un grido disperato:

— Aiuto!... Aiuto Wilkye, amico mio!... Sono...

Non poté finire, poiché fu bruscamente rovesciato in fondo all’orribile ferita, entro quella specie di canale, gorgogliante di sangue.

Il cetaceo, che non era ancora morto malgrado quella seconda speronata, si alzava sopra le onde, agitando convulsamente la coda e le pinne pettorali.

Doveva essere agonizzante, poiché dagli sfiatatoi lanciava, ad intervalli, zampilli d’acqua tinta di rosso. Rauchi brontolii, paragonabili al tuono udito in lontananza e profondi sospiri che parevano muggiti, uscivano da quell’enorme massa, mentre dalle due ferite zampillavano in mare torrenti di sangue.

Il povero Bisby, atterrito, livido come un morto, non osava più muoversi. Rannicchiato in fondo alla ferita del cetaceo, si lasciava imbrattare di sangue e di grasso e cercava di scoprire la Stella Polare, sperando di vederla riapparire fra la nebbia.

Ad un tratto la balena fu presa da un brivido generale. Alzò lentamente il capo come volesse aspirare una ultima volta l’aria, emise una debole e rantolosa nota, la sua coda si distese inerte, poi si udì un rauco gorgoglio che pareva prodotto dall’irrompere dell’acqua nell’enorme corpo.

— Cosa succede? si chiese Bisby, con ansietà.

La risposta fu pronta: la balena affondava rapidamente. S’immerse la sua coda, poi il suo capo, indi la massa intera disparve, formando alla superficie dell’oceano un largo risucchio.