Al parlamento austriaco e al popolo italiano/Parte prima

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Parte prima. Al parlamento austriaco

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Introduzione Parte seconda
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PARTE PRIMA.


AL PARLAMENTO AUSTRIACO.

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I.


LA QUESTIONE UNIVERSITARIA.

Scienza e Nazionalità.

Discorso pronunciato al parlamento di Vienna il 28 ottobre 1911.1


Il modo con cui il Governo ed il Parlamento austriaci han trattato la questione universitaria italiana dal 1871, anno in cui fu portata in questa Camera per la prima volta, fino ad oggi, è il documento maggiore dell’insipienza di stato austriaca.

Un postulato dei più semplici, dei più facilmente attuabili, dei più adatti a guadagnar prestigio al Governo stesso, fu in tutti i modi inceppato e si volle che da esso scaturissero gravi [p. 4 modifica]complicazioni e questioni internazionali prima di ammetterne l’alta importanza.

Malgrado tutto, dubitiamo assai che anche oggi il problema sia stato posto dal Governo con sincerità e con vera volontà di risolverlo.

È doloroso, è avviliente a constatarsi: gli Stati conquistatori, gli Stati colonizzatori, quando vogliono portare il loro dominio su altri popoli, in terre incivili, ci vanno con la forza, ma nel loro stesso interesse finiscono con l’erigere scuole e far opera di civile elevamento.

L’Austria, dacchè si è consolidata entro i limiti attuali, ha agito differentemente verso gli italiani. Ha trattato i lor paesi, che son paesi d’alta e antica civiltà, come se fossero una terra di conquista. Vi ha portato cannoni, poliziotti e uffici delle imposte, ma quanto a scuole, anzichè crearne di nuove, ha tolto quelle di cui prima godevano.

Giacchè avevamo prima del 1866 complete università nostre entro i domini austriaci, ed avemmo nel 1904 una Facoltà legale nostra ad Innsbruck; ma questa e quelle ci furono tolte. [p. 5 modifica]

Erano a disposizione nostra fino al 1866 le celebri università di Padova e di Pavia, ove accorrevano in massa i giovani delle nostre terre ed ove, a testimonianza della cultura nostra, come è ricordato nei marmi che adornano gli atrii di quegli atenei, scendevano da Trento e dalle regioni adriatiche, oltre agli scolari, molti professori di grido, scienziati, letterati ed artisti.

Staccate dall’Austria la Lombardia ed il Veneto, venne a mancare a noi il diritto di frequentare quegli studi superiori.

Ci volle la continua pressione degli studenti che reclamavano la presenza di interpreti italiani alle lezioni di medicina dell’Università di Innsbruck, ci volle la richiesta di poter dare gli esami in lingua italiana perchè il Governo un po’ alla volta si determinasse a erigere ad Innsbruck, in seno all’Università tedesca, alcune cattedre italiane, quasi tutte giuridiche, e ci volle sopratutto che i tedeschi dichiarassero incompatibile la presenza di quelle cattedre, perchè il Governo nel 1904, in via d’ordinanza, si determinasse a riunirle in un istituto autonomo, intitolato «Facoltà provvisoria italiana di Willen».

E tanto fu «provvisoria» quella Facoltà, che non visse se non un giorno.

Inaugurata al mattino, fu demolita alla notte e al mattino seguente dai dimostranti pangermanisti, mentre centocinquanta studenti italiani venivano condotti nelle carceri.

Dal 1904 ad oggi il Governo e il Parlamento non hanno saputo dare agli italiani altro che parole e promesse, ma non fatti. E per vero [p. 6 modifica]la rude politica dei tempi in cui si negava ogni diritto, era più leale dei sistemi attuali che consistono nel creare e presentare progetti per poi cooperare con ogni forza a seppellirli, giovandosi oggi dell’ostruzionismo sloveno e domani degli sfoghi sciovinistici di qualche pangermanista.

Giacchè, o miei signori, è la quarta volta che in questa Camera si arriva alla discussione di un progetto destinato poi a cadere in seno alle commissioni, o ad essere comunque arenato.

Eppure sarebbe bastato che il Governo avesse voluto, per vincere le difficoltà opposte. Su quei banchi, miei signori, sono passati tanti trafficanti, che hanno saputo acquietare burrasche ben più gravi di quelle scatenate contro l’Università italiana; ma su quei banchi non è ancora apparso un ministro che abbia mostrato di fare sul serio. Se così fosse stato, come in via d’ordinanza si era eretta la Facoltà di Wilten, e come in via d’ordinanza si provvide a scuole d’altre nazioni, altrettanto si poteva fare per noi.

Ma è solo a fin di male e mai a fin di bene, che in Austria si sa usare del diritto di emetter ordinanze e del paragrafo 14.

La realtà vera si è che il peggior nemico dell’Università italiana è stato sempre il Governo, il quale neppur ora ha saputo mostrare un po’ di benevolenza, dacchè pur avendo fatto ampie promesse e impegnata la parola della Corona, non seppe adempiere il suo dovere e dovette esser trascinato, con la votazione di martedì, a questa discussione. [p. 7 modifica]

Tutto questo dovea esser detto per metter bene in chiaro le responsabilità.

Io debbo qui constatare che venerdì scorso il signor ministro dell’istruzione ha avuto parole vibranti di calda ammirazione per l’antica ed alta cultura italiana ed ha riconosciuto il nostro pieno diritto al soddisfacimento dei nostri bisogni culturali. Ha altresì constatato che nella questione della Facoltà non si tratta per noi di un «lucro cessante», ma di un «danno emergente», giacchè siamo stati in possesso di scuole superiori, in seguito perdute, come egli dice con frase eufemistica.

Ma queste belle dichiarazioni del ministro corrispondono a quelle che ci furono fatte da quei banchi almeno una ventina di volte, con susseguente esito negativo. Perciò io non mi sento di prodigare al signor ministro gli applausi che gli hanno tributato alcuni miei connazionali, e dico semplicemente: Vi attendo ai fatti.

Vediamo ora in che consiste il progetto del Governo sul quale siamo chiamati a discutere.

È un progetto che sotto nessun riguardo corrisponde ai bisogni degli italiani.

Anzitutto esso è limitato alla sola Facoltà legale; secondariamente contempla per quattro anni una sede che non corrisponde ai bisogni e ai desiderii degli italiani e allo sviluppo stesso dell’istituzione.

Una Facoltà legale è utile e necessaria ma noi abbiamo diritto ad un completo istituto di studi superiori, non ad una piccola fabbrica di impiegati. [p. 8 modifica]

Sarà certo bene avere giudici e dirigenti delle varie amministrazioni politiche che non siano stati educati in ambiente estraneo a quello dove devono svolgere la loro attività, e avere in genere impiegati meno ignoranti della lingua italiana, ma assai più urgente è l’aver buoni medici, e sopratutto buone forze insegnanti per la cultura del popolo. Occorrono quindi anche la Facoltà filosofica e la medica.

Solo un’Università completa si presenta vantaggiosa, oltre che alla borghesia, che è la prima beneficata, a tutta la popolazione di ogni ceto sociale, per quell’intimo rapporto per cui la cultura di un paese procede con anelli ininterrotti dagli asili d’infanzia, alla scuola elementare, alla scuola media, alla superiore, ed i progressi della scienza si tramutano in benefici per l’umanità.

Senza un buon studio superiore noi non avremo neppure buone scuole elementari e medie. E in questo riguardo la mancanza di un’Università è stata deleteria agli italiani dell’Austria, giacchè è ovvio, che non si possono allevare buoni maestri di scuole italiane con un’istruzione tedesca.

Potrei parlare, riferendomi all’esperienza personale e di molti colleghi, del decadimento del carattere e della cultura nazionale, ma preferisco appellarmi in proposito ad un’autorità non sospetta, al defunto professore Mussafia dell’Università di Vienna, membro della Camera dei Signori.

Parlando delle generazioni dei suoi [p. 9 modifica]connazionali, passate dinanzi a lui, vecchio insegnante dal 1866 in poi, egli diceva:

“Le prime generazioni di studenti, erano uscite da scuole i cui professori aveano studiato a Padova; le seconde furono istruite da professori che, se non avevano studiato in Italia, avevano però avuto a maestri, nelle scuole medie coloro che aveano studiato in Italia; le terze non avevano goduto nè direttamente nè indirettamente di tale vantaggio; peggio fu delle quarte e delle seguenti, sicchè ogni anno io ho potuto constatare un affievolimento graduale dell’impronta italiana ne’ nostri giovani, un imbarbarimento progressivo, ho avvertito il nascere di un carattere indeciso, amorfo, ibrido, non bene più italiano nè ancora tedesco e che so io. Mi sembra di diventare sempre più estraneo a questa gente che pure ho sempre riconosciuta come della mia nazione„.

Così il Mussafia.

La mancanza di un centro di cultura filosofica per gli italiani in Austria fa sì che i giovani che sentono inclinazione a questi studi si recano tutti nel Regno d’Italia e raramente ritornano. Si contano a centinaia e centinaia i trentini che insegnano nelle università e nelle scuole medie del Regno e tutto il mio paese soffre di questa emigrazione di intelligenze.

Nel progetto del Governo vedo in un paragrafo un accenno alla possibilità che presso alla Facoltà legale abbia a sorgere la filosofica:

“Agli studenti della facoltà è da offrirsi l’occasione di udire presso la facoltà stessa quelle lezioni che sono indicate nel § 4, III capoverso, lit. A. e B. della citata legge, e che dovrebbero frequentarsi presso la Facoltà filosofica„.

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Ma a distrugger le speranze che si possono nutrire per questa sua disposizione sta il fatto che l’unica cattedra filosofica italiana esistente in Austria e precisamente all’Università di Innsbruck, coperta con tanto lustro dal prof. Farinelli, è stata lasciata vacante pur essendosi presentati al concorso ottimi professori. Noi chiediamo perciò il mantenimento e il trasporto di questa cattedra in seno alla Facoltà giuridica, ripromettendoci da essa il primo germe della Facoltà filosofica, cui dovrà seguire in un non lontano avvenire la Facoltà medica.

Intanto fino a che non avremo una completa Università reclamiamo il riconoscimento dei diplomi ottenuti negli atenei del Regno, ricordando come in proposito sia stato elaborato dal Ministero un progetto buttato poi, come al solito, nel dimenticatoio.

Il progetto del Governo contempla la sede della Facoltà a Vienna per quattro anni, senza fissare in quale delle città italiane la collocherà poi.

Ora la sede di Vienna non è accettabile. Vi si oppongono ragioni didattiche e politiche, se forse non è meglio dire più semplicemente che vi si oppone il senso comune.

Un’università non può vivere avulsa dal corpo della propria nazione.

Lo sviluppo di ogni manifestazione scientifica ed artistica dipende non tanto dalle scuole e dagli insegnamenti, quanto dall’atmosfera morale e intellettuale in cui si deve compiere.

Credere che si possa seriamente provvedere [p. 11 modifica]alla cultura di giovani italiani in un ambiente tedesco è come credere che si possa coltivare la palma sulle alpi o l’abete nel deserto.

La scienza ha un carattere universale, è vero; ma il genio nazionale è il fattore speciale che stabilisce il metodo ed i limiti entro i quali è possibile lo studio dei problemi scientifici.

E il nostro genio, la storia nostra, la nostra tradizione sono essenzialmente diversi da quelli dei popoli nordici.

Còmpito altamente civile e bello è quello di appropriarsi la cultura delle altre nazioni, ma a questo non si può arrivare — salvo rare eccezioni — se non dopo essersi plasmato una cultura ed un carattere con un’educazione nazionale.

Gli italiani colti stimano tutti la cultura ed apprezzano la lingua tedesca, ma altro è apprezzarla, altro è esser forzati ad apprenderla.

Occorre che fuori delle aule universitarie lo studente trovi modo di accostarsi alle molteplici altre fonti del sapere, occorre che possa attingere al gran libro della vita; occorre che non sia costretto, come succede ora agli studenti italiani in terre tedesche, iad isolarsi ed appartarsi.

Ma, prescindendo dalle ragioni didattiche, mentre si scatenano tante tempeste sciovinistiche, non è, semplicemente, onesto il proporre Vienna. È un voler accattar brighe. Sappiamo anche noi che alla grande massa della popolazione viennese poco importerà che duecento studenti [p. 12 modifica]italiani si trovino in casa propria nel III distretto, anzichè uniti ai tedeschi nel I distretto, perchè la grande massa non è stupida. Ma bastano quattro scalmanati sciovinisti per turbare le lezioni, per suscitare col loro contegno la reazione, e portar la guerra là dove solo si dovrebbe sentire la parola calma e serena della scienza.

E che di questi signori scalmanati ce ne siano oggi a Vienna, lo sappiamo anche vivendo solo in Parlamento.

Noi vi ricordiamo, o signori, che non fu possibile l’esistenza della Facoltà italiana ad Innsbruck, che fra italiani e tedeschi si ebbero gravi conflitti a Graz, che si arrivò alle revolverate a Vienna, che dovunque in questi luoghi ci son stati ferimenti a sangue. Si vuole che i conflitti si ripetano? O forse vuole il ministro della Giustizia dar occasione ai giudici di Vienna di dimostrare che pei futuri demolitori di una Facoltà italiana vi sarà un tipo di giustizia differente da quello che si applica in questi giorni contro i bambini che protestarono contro la carestia?

L’unica sede ammissibile per un’Università italiana è Trieste, giacchè come non si può parlare di città tedesca così non si può tener conto neppure delle piccole città italiane ove mancano i mezzi di cultura.

Trieste è l’unica città italiana che abbia dovizia di biblioteche, di musei, di società scientifiche, di istituzioni di cultura, di ospedali, ecc.

Trieste è in condizione di far germinare [p. 13 modifica]dalla nuova Università due nuove istituzioni: una Scuola superiore di commercio e Un’Accademia orientale.

A Trieste si recheranno volentieri, oltre ai seicento studenti italiani dell’Austria, molti stranieri e molti connazionali del Regno.

Trieste è città relativamente centrale per gli italiani, che ora recandosi a Vienna e a Graz devono compiere viaggi assai più lunghi.

Trieste infine, città marinara, potrà aggiungere all’importanza dei traffici la gloria della cultura, seguendo le orme di quello sviluppo che ebbero tutte le città marinare d’Italia.

Ragioni serie di contrarietà a Trieste non ci sono.

È puerile l’osservazione del Governo che a Trieste l’Università sarà focolare d’irredentismo. Codesti sono pretesti non so se più ridicoli o cattivi. È solo la testardaggine del Governo, è solo la sua insipienza che può far sorgere l’irredentismo.

D’altronde il Governo mostra ben poca fiducia in sè se crede compromessa la sicurezza dello Stato da un centro di cultura e di studio.

Gli sloveni sono del pari contro Trieste, perchè Trieste ha una minoranza slovena. E che vuol dir ciò? A questa stregua Vienna non dovrebbe avere un’Università tedesca, poichè ha una minoranza czeca.

C’è però chi (e chiudendo, il mio discorso devo dire una parola anche a costoro) non solo non vuole l’Università italiana a Trieste, ma non la vuole in qualsiasi parte dell’Austria. [p. 14 modifica]

Sono portavoce di questa idea quei deputati pangermanisti tirolesi, che, mentre costringono gli italiani a star nell’ibrido nesso provinciale, non tollerarono gli italiani nella loro Università e neppure nella Facoltà di Wilten e non vogliono dar loro quartiere in nessuna parte del mondo.

Io non ho sentito dal deputato a Innsbruck signor Erler dei ragionamenti. Ho sentito solo parole di brutale prepotenza ed offese.

Ci avete detto che noi non meritiamo un’Università perchè siamo solo 500 000. Vi sbagliate: noi siamo più di un milione.

Voi dite che non hanno l’Università nè i tedeschi d’Ungheria nè quelli di Russia e che perciò non dobbiamo averla neppur noi. Ebbene, se questi tedeschi devono vivere, per tristi circostanze, che qui non è il caso di analizzare, come schiavi in confronto dei russi e dei magiari, noi vi diciamo che noi italiani non vogliamo far la parte di schiavi, non vogliamo saperne dello knut. Vogliamo diritti eguali a quelli degli altri cittadini dell’Austria.

Voi ci rinfacciate le imposte maggiori che i tirolesi pagano in confronto dei trentini. Questa è la favola del lupo e dell’agnello. Siete voi che con la vostra amministrazione provinciale ci impedite ogni sviluppo di industria e di commercio ed è il Governo che vi dà man forte intralciando ogni grande industria sulla zona di confine. Per questo non paghiamo in via assoluta; ma in via relativa sul nostro povero suolo paghiamo quanto e forse più di voi. E quando si [p. 15 modifica]tratta poi dell’imposta sul sangue, non siamo certo risparmiati.

La vostra, signor Erler, è inaudita arroganza, quando in cambio di Un’Università volete darci un asilo infantile pei nostri analfabeti. Io ci tengo qui a dire per la difesa del popolo trentino che esso oggi non ha neppure il 4 per cento di analfabeti mentre in certi distretti avea il 30 per cento nel 1880 ed avverto il signor Erler che in tutta l’Austria invece la percentuale degli analfabeti è oggi del 32 per cento.

Se l’analfabetismo sta oggi scomparendo nel Trentino non è questo un merito del Governo o dell’amministrazione provinciale, ma il risultato dei sacrifici di un popolo e della sua decisa volontà a non arrestarsi sulla via del progresso.

Altra mirabolante ragione del signor Erler per non darci l’Università si è il fatto che il Regno d’Italia si è ben guernito di forti e cannoni al confine.

Ma anche l’Austria non ha fatto di meno.

E se voi, signor Erler, volete sapere chi fornisce al militarismo i maggiori pretesti agli armamenti che dissanguano il popolo, vi diremo che siete voi con la vostra politica sciovinistica e tutti quei vostri amici pantedeschi che farneticano nel loro cervello di far diventare Innsbruck la capitale della Lombardia. L’ultima ragione da voi addotta è quella della concorrenza. Voi non volete che gli italiani coprano posti d’impiegati, voi li vorreste ancora più esclusi di quel che sono adesso da tutti i posti elevati. [p. 16 modifica]

Ma con o senza il vostro permesso abbiamo diritto anche noi a vivere, signor Erler, ed avere in tutto e per tutto diritti eguali ai vostri nello Stato.

Se così non dovesse essere, noi vi diremo: Cacciateci via dall’Austria. E la sarà finita una buona volta!

Dep. Erler interrompendo: Desideriamo solo che siate buoni tirolesi.

Battisti: Jamais.

Io voglio sperare, miei signori, che ben pochi siano i tedeschi che accedono alle idee dei deputati pangermanisti del Tirolo. Voglio sperare che i tedeschi sappiano dimostrarsi degni figli di quella nazione che ha avuto sempre profondo amore per la civiltà italiana ed ha documentato questo suo affetto e la sua gratitudine nelle pagine dei suoi più grandi scrittori.

Tutti possono convincersi che l’Università italiana a Trieste non toglierà nulla, proprio nulla, alla grandezza della cultura tedesca, come pur troppo non riuscirà a diminuire la piccolezza di intelligenza e la grettezza d’animo di coloro che avversano il nostro postulato.

Io voglio sperare che i rappresentanti delle varie borghesie nazionali, si sentiranno scossi dall’esempio che viene da noi socialisti, che tutti ci troviamo d’accordo nel riconoscere per ogni nazione il diritto alla cultura.

Sono i rudi lavoratori, sono i rappresentanti di coloro che pur troppo non possono usufruire delle università, che qui a mezzo nostro [p. 17 modifica]lanciano la parola della giustizia e della pace nazionale.

Date dunque, se non volete che un’onta nuova pesi su questo Parlamento, date agli italiani dell’Austria l’Università a Trieste!

Adempirete ad un sacro dovere di giustizia verso di noi, verso la nazione a cui apparteniamo, verso la civiltà!


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II.


PER IL NOSTRO TRENTINO. - LE CONDIZIONI ECONOMICHE E LA DITTATURA MILITARE.


12 dicembre 1911.2

Io non posso, o signori, prendere oggi la parola in questa Camera, senza elevar una protesta pel modo indecoroso con cui mercoledì fu trattata alla commissione del bilancio la eterna questione della Facoltà italiana.3

Gli oratori italiani di vari partiti hanno fatto appello al sentimento d’onore e alla lealtà dei deputati della Commissione perchè mantenessero la parola di risolvere finalmente la vertenza dopo che da parte italiana si era con pazienza accettato di lasciar prima trattare il provvisorio e si era atteso così più d’un mese. [p. 19 modifica]

Fu un appello inutile.

I signori del Club Nazionale tedesco, con alla testa Erler, Wolf e il loro amico Malik, assecondati dagli sloveni, hanno voluto dare una prova dell’antica fedeltà tedesca. Essi ci obbligano a dichiarare che in questo Parlamento non ci sono solo gli inevitabili conflitti di classe e le lotte nazionali, ma ci sono altresì conflitti fra uomini di onore e uomini senza onore.

I signori del Club Nazionale tedesco non si accontentarono di rendere inattiva la commissione ma aggiunsero il dileggio e lo scherno.

Il deputato Erler ha avuto la spudoratezza di dire che in fatto di cultura gli italiani sono privilegiati, sono beniamini dell’Austria, che bisogna perciò toglier loro, ma non dare. Così invece di concederci la Facoltà italiana ha chiesto una scuola nautica pei tedeschi perchè i suoi amici del Tirolo possano rinnovare in mare le gesta che resero glorioso Andrea Hofer fra i monti. Io qui non parlo, o signori, per polemizzare con questa gente satura di odio e di stupido sciovinismo, ma per chiedere ai partiti che sappiano sceverare le responsabilità e che con una azione giusta sappiano rimediare alla vergogna di mercoledì e per dire al Governo che se ha un po’ di dignità, non deve starsene inerte spettatore.

La questione dell’Università italiana non è di quelle che si seppelliscono. Il signor Erler non la seppellirà neppure con l’aiuto degli Hetzendorf.

Risorgerà e si farà più acuta, quanto più sarà [p. 20 modifica]combattuta. Non sparirà invece l’onta di cui, negandola, si coprono i partiti della borghesia tedesca e slovena.


Per l’agricoltura.


Entrando ora nel dibattito sul bilancio provvisorio, io devo rilevare che se Governo e Parlamento non hanno tenuto alcun conto dei bisogni di cultura degli italiani, altrettanto trascurati sono stati dal Governo i bisogni materiali del mio paese, il Trentino.

Ci sono in questo Parlamento dei deputati trentini che si sono in più riprese schierati con gli agrari, come se il mio paese avesse interessi analoghi con quelli degli agrari austriaci. In realtà il Trentino è un paese, dove, se si vuole uscire da una condizione di estrema povertà, bisogna contemporaneamente occuparsi dell’agricoltura e dell’industria. È un paese che fu ed è agricolo, ma che deve e può anche diventare industriale. Ma occuparsi dell’agricoltura in favore del Trentino, non vuol dire seguire i criteri degli agrari di questo Parlamento, poichè gli agricoltori del Trentino non sono latifondisti, cui giovano i dazi protettori, sul grano e sulla carne, ma sono in gran parte proletari: proletari se lavorano a giornata, proletari se sono coloni o affittuali, proletari se sono pastori che hanno per unica risorsa il diritto di godere un po’ di pascolo e di bosco comunale; proletari se sono piccoli possidenti. La grande possidenza agraria è rara; la media è relativamente scarsa. [p. 21 modifica]

I lavoratori a giornata dell’agricoltura sono in Austria — tutti lo sanno — dei paria. Non vi è per essi nessuna legge protettiva.

Non vi è limite legale nell’orario di lavoro, non vi sono casse infortuni o casse ammalati. Nel Trentino molti, anzichè adattarsi a queste condizioni ed accettare un’occupazione garantita solo per pochi mesi, trovano più opportuno emigrare; per cui la mano d’opera per la campagna si deve in buona parte cercarla e reclutarla fra le lavoratrici del Bellunese. Ed è così basso il tenore di vita di questa classe operaia, che fino a due anni fa esisteva a Trento uno scandaloso mercato, su cui donne e ragazzi attendevano notte e giorno gli accaparratori.

Gli stessi operai addetti agli istituti agrari provinciali hanno salari miserabili.

I coloni o mezzadri sono a condizioni ben poco migliori. Essi lavorano al servizio della media e della grande proprietà con un tipo di contratto tutto caratteristico dei paesi italiani del Regno.

Questo contratto si dice «mezzadria», perchè l’operaio dà il suo lavoro e tanto le spese che gli introiti dovrebbero dividersi a metà fra padrone ed operaio. In Austria esiste solo nel Trentino e nel Friuli.

Il Governo ha fatto nel 1907 un’inchiesta per stabilire le condizioni di codesti coloni; le ha trovate pessime, ma non ha fatto un passo più in là, per rimediarvi e stabilirvi norme protettive.

Nel Trentino i patti variano da luogo a luogo [p. 22 modifica]e da padrone a padrone. Ma per un contratto buono, se ne trovano dieci di cattivi.

Fra i coloni miete molte vittime la terribile pellagra. Questi lavoratori hanno per sè i danni del piccolo proprietario, senza essere proprietari. In loro sollievo i deputati clericali friulani, Don Faidutti e dott. Bugatto hanno nel luglio scorso invitato il Governo a presentare un progetto di legge che regoli i reciproci doveri e diritti fra possidenti e coloni. La loro proposta ha il difetto di essere un mezzo palliativo e di reclamare troppo poco. Poichè se è giusto imporre ai padroni l’obbligo dei patti scritti e delle rese di conto annue, se è giusto chiedere l’abolizione dei servizi domenicali — perfetto costume medioevale — e il diritto di risarcimento al colono che ha introdotto stabili migliorie nel fondo, è altresì essenziale abolire mediante legge molte altre disposizioni medioevali — fra cui citerò solo il diritto di pegno sugli attrezzi del lavoro — ed è essenziale stabilire che la mezzadria corrisponda nella sostanza anche al nome e sia per davvero divisione a metà delle rendite.4

Ed ora farò cenno della grande massa proletaria agricola, costituita dai piccoli possidenti.

Per avere un’idea delle condizioni della proprietà agricola, premetto che essa è gravata da un debito ipotecario di corone 150 milioni corrispondente al 200 per cento del valore fondiario dei terreni e delle case. [p. 23 modifica]

Per questa proprietà agricola, il Governo ha fatto qualche cosa con l’erezione del Consiglio Provinciale d’Agricoltura, l’unica istituzione governativa che ha potuto svilupparsi, perchè eretta autonoma per la parte italiana della provincia, senza alcuna mescolanza con la parte tedesca.

Quest’istituto però, per un complesso di circostanze, che qui non è il caso di esaminare, ma che non vanno addebitate a singole persone, ha potuto esplicare la propria attività, più per certi rami dell’agricoltura che per altri, riuscendo a recare maggiori aiuti alle colture del piano, ove prosperano la vite e il gelso e dove c’è proprietà grande, pur commista a quella piccola, che non alle colture di media e di alta montagna, ove, all’infuori dei pascoli, che sono comunali, non c’è che piccola proprietà.

Direi una grossa bestemmia se sostenessi che per la viticoltura e per la sericoltura s’è fatto abbastanza, specie nei riguardi della piccola proprietà.

Constato solo che qualche cosa s’è fatto, mentre pei proletari maggiori dell’agricoltura trentina, che sono gli abitanti del monte, si è fatto assai poco. Appena una, dozzina di anni fa il Consiglio Provinciale d’Agricoltura, dopo d’avere lodevolmente pensato a migliorare le razze bovine, prese di mira il miglioramento dei pascoli montuosi.

Ma ebbe dal Governo aiuti così esigui che non riuscì se non ad un’azione morale, mentre solo ora con l’erezione del nuovo ente autonomo [p. 24 modifica]Il Consiglio delle Malghe, si ha il principio di un’azione materiale, che è però alimentata con fondi assolutamente insufficienti e non sorretta da buone norme legislative.5

In tre quarti dei comuni del Trentino, la pastorizia ha una importanza straordinaria. Il suolo coperto da pascoli alpini è di 184 000 ettari; è la terza parte del terreno produttivo, ed è suddiviso in 584 « malghe ». Con questi pascoli, uniti a quelli del piano, si nutrono ora circa 100 000 bovini, che si adoperano solo per la produzione dei latticini, ed altri 20 000 che dal Regno d’Italia sono portati a passare l'estate sulla montagna trentina.

Ma questa cifra potrebbe essere aumentata di molto, se i pascoli venissero convenientemente migliorati. Per la miseria dei comuni e per l’incuria del Governo, essi sono stati abbandonati e rendono appena la metà di quello che dovrebbero rendere.

Tutti questi pascoli hanno bisogno di esser riorganizzati con concimazioni artificiali, con costruzione di acquedotti e di strade e di casolari.

Proprio in questi giorni il Consiglio d’Agricoltura di Trento ha pubblicato i risultati ottenuti con le migliorie introdotte in un solo pascolo, detto del Lagolo. Per migliorarlo si spesero in [p. 25 modifica]cinque anni 21 000 corone e il risultato fu che prima il pascolo nutriva a stento 25 bovini, ora ne nutre magnificamente 80. Prima la rendita netta del pascolo era di corone 200, ora è di circa 1800. Quest’esempio dovrebbe indurre il Governo a mettere a disposizione del Trentino non 70-80 000 corone all’anno, come abbiamo ora, in gran parte consumate con spese burocratiche, ma almeno mezzo milione all’anno, per dieci anni.

Si pensi che le malghe (pascoli) da migliorare sono 584, si pensi che si tratta di investire denari in un possesso collettivo (comunale di solito), si pensi che i comuni trentini possono offrir poco, perchè molti sono in condizioni che devono imporre imposte dell’800, del 1000, del 1200 per cento sull’imposta erariale.

Un largo intervento del Governo è indispensabile qui; se il Governo Vuol svolger un programma d’azione serio, per aumentare il bestiame, può realmente farsi onore ed aver presto buoni risultati in vantaggio di tutto lo Stato.

Ma se non fa nulla, accadrà quello che è avvenuto negli ultimi dieci anni: il bestiame diminuirà ancora più.

Ho qui i risultati dell’anagrafe del bestiame del 1910. Sono disastrosi. In certi distretti del Trentino i bovini sono diminuiti negli ultimi dieci anni fino dell’8 per cento!

Il distretto di Rovereto ha una diminuzione del 7,5 per cento, quello di Primiero, esclusivamente agricolo, dell’8 per cento, quello di Trento del 6,6 per cento. Nei dintorni delle città poi la [p. 26 modifica]diminuzione è maggiore: a Trento città del 13,5 per cento, a Rovereto città del 15,5 per cento!

Causa della diminuzione del bestiame è, oltre il cattivo stato in cui si trovano i pascoli, il fatto che intere montagne sono state comperate dall’erario militare a prezzi irrisori, quando i venditori erano i comuni, e a prezzi alti quando i venditori erano famiglie nobili feudali.

Dove il governo ha eretto forti e costruito campi di bersaglio, dove tuona il cannone, si dà il bando alla pastorizia!

Poi si è avuto un irrazionale trattamento dell’afta epizootica. Si sono tormentati i contadini senza riuscir ad estirpare la malattia. È una voce unica in tutto il paese, che i veterinari agiscono con criteri affatto irrazionali, con rigori insensati. Essi vanno a tentoni nel curare il bestiame e fanno sperimenti sulla pelle del contadino. Oggi proibiscono, domani permettono! Cedono poi sempre, ai cenni degli altolocati e dei militari e ad un ordine di questi fanno uscire le bestie malate dalle stalle, perchè trasportino le provviande. Questa non è previdenza scientifica, questa è partigianeria.

Eccessivo rigore, determinato non da ragioni sanitarie, ma da criteri politici, usa l’autorità anche nel non lasciare entrare nelle malghe trentine il bestiame del vicino Regno e molti comuni hanno perduto vistosissime somme d’affitto dei loro pascoli, mentre l’erba è rimasta infruttuosa.

In condizioni peggiori si trova l’allevamento delle capre e delle pecore, che è quello che più interessa la popolazione povera. [p. 27 modifica]

Le pecore in dieci anni sono diminuite in tutto il paese del 22 per cento, in certi distretti, come a Riva del 31 per cento, a Primiero del 24 per cento, a Rovereto del 23 per cento, nel distretto agrario di Trento del 37 per cento; questo in dieci anni.

Ma dal 1850 ad oggi le pecore sono ridotte da 111 000 a sole 25 000. Non ho alla mano le cifre per le capre, ma so che si sta peggio ancora.

Anche qui la colpa è del Governo. La applicazione della legge forestale vien fatta in modo assolutamente errato.

Ci sono enormi estensioni di terreno adatte all’allevamento delle pecore e inutili e inadatte per la produzione del legname: ma è vietato su esse il pascolare. Molti comuni per impedire la rovina delle famiglie più povere, hanno chiesto a loro spese un’inchiesta. Così fece il comune di Stenico. Il Governo non ha neppur dato risposta!

Nel comune di Povo, vicino a Trento, per dare un esempio, la montagna potrebbe mantenere ben più di 1000 pecore, ma assolutamente non se ne concedono più che 200! È ingiusto inoltre che si permetta ai cacciatori di assumere dei territori, per impedir il pascolo delle pecore e delle capre, la cui presenza, come essi dicono, fa scappare i caprioli!

Feroce fu il Governo nell’impedire ai pastori trentini di portare nell’inverno le loro pecore in Italia. Esso costrinse in tal modo i pastori di alcune regioni a cambiar professione; a quelli di Folgaria — specialmente ai più vecchi — [p. 28 modifica]promise degli indennizzi, ma quei vecchi li aspettano ancora! Ne venne uno da me, qualche giorno fa, a raccontarmi le sue miserie. E dire, mi diceva piangendo, che ho combattuto per l’Austria contro Garibaldi! Ed ora sono sul lastrico!

Non si può assolutamente pensare ad un’azione più disastrosa di quella che il Governo fa nel Trentino, ed io prego il ministro dell’Agricoltura a non voler limitarsi a promettere e dire che il Governo pensa a dare incremento all’allevamento del bestiame, ma ad agire sul serio. Io non ho la pretesa con queste mie osservazioni di aver esposto esaurientemente un programma d’azione del proletariato agricolo del Trentino, ma accennai ai problemi più vitali ed urgenti per gli operai, pei coloni e pei piccoli contadini, a quelli che un Governo che sia illuminato, può immediatamente risolvere. E credo altresì d’aver dimostrato che i contadini del Trentino non hanno proprio interessi comuni coi latifondisti della Galizia, dell’Ungheria, e cogli arciduchi imperiali, che possedono territori estesi quanto il Trentino stesso.


Per l’industria.


Con l’attuazione di un buon programma agricolo, il Trentino potrà rialzarsi dalle sue tristi condizioni, ma un avvenire prosperoso lo avrà solo se al fianco dell’agricoltura si svilupperà l’industria. L’industria nel Trentino è ai suoi inizii. Contro al suo sviluppo stanno le [p. 29 modifica]condizioni geografiche, la inerente lontananza dai mercati austriaci e sopratutto il contegno del Governo; in suo favore militano le condizioni del suolo: la esuberante quantità del carbon bianco, i grandi depositi marmiferi, le selve, una non indifferente ricchezza mineraria, non ultima la bellezza del paesaggio.

Per mettere in valore queste ricchezze occorrono anzitutto mezzi di comunicazione: strade e ferrovie. Su questo campo il Governo ci ha sempre abbandonati. Le più grandi arterie stradali sono state costruite con dispendio di milioni dai comuni, senza alcun aiuto governativo; vallate intere sono tutt’oggi prive di comunicazione; ben quarantasei strade, o nuove o da farsi, sono da anni progettate, reclamate, senza che si pensi sul serio ad accordarle.

In riguardo alle ferrovie il Trentino s’è abituato ad attendere in media dai 20 ai 30 anni, prima che un progetto diventi realtà. Il Trentino per le ferrovie è in assoluta condizione di inferiorità di fronte ad altre provincie alpine.

Mi limiterò a ricordare che quattro linee sono state studiate da anni, e sono invocate e reclamate continuamente: la ferrovia delle Giudicarie, per la quale il Governo è stato fino ad ora generoso solo a parole; la ferrovia di Val di Fiemme che fu garantita con un compromesso fra italiani e tedeschi della provincia, che deve essere rispettato;6 la normale Rovereto-Riva e la tramvia Malè-Fucine. [p. 30 modifica]

Marmi, metalli, legnami, ecc., non avranno nelle vallate alpine alcun valore, finchè non ci saran le ferrovie. È assolutamente indispensabile che non passi la primavera del 1912, senza l’approvazione della tramvia delle Giudicarie e di Val di Fiemme.

Le linee ferroviarie esistenti lasciano per l’esercizio molto a desiderare. Sulla Bolzano-Ala è urgentissimo il proseguimento del doppio binario da Lavis ad Ala. Col movimento attuale c’è il quotidiano pericolo di scontri. I servizi ferroviari nella Valsugana — dove c’è una ferrovia dello Stato — sono scandalosi. I vagoni sono sudici e pochi; mancano le locomotive di riserva; il personale è scarso e mal pagato; i treni sono in numero insufficiente; l’illuminazione manca! È roba da inorridire il vedere come si fanno viaggiare su questa linea gli emigranti.

Per dimostrare con che criteri sia diretta un’altra linea dello Stato, quella della Val di Non, [p. 31 modifica]mi limito a raccontare questo fatto, successo il mese scorso. Un tram investì di notte un carro, danneggiandolo (gli investimenti si contano ogni anno a decine!). Ne nacque una lite. Il carrettiere pretendeva l’indennizzo. L’amministrazione delle ferrovie citata in giudizio, si disfese dichiarando che essa non era responsabile dello scontro, perchè i fanali del tram fanno luce solo per 20 metri e i freni arrestano il treno solo dopo 30 metri. E il giudice assolse!!

La Meridionale tratta il Trentino come la Cenerentola. Tutti i vagoni di lusso, i vagoni-saloni arrivano fino a Bolzano, poi si fermano. I treni più importanti si arrestano pure fino a Bolzano. Qui finisce il mondo ferroviario austriaco. Recentemente la Meridionale ha concesso ovunque riduzione del 50 per cento di noli, per generi di prima necessità, foraggi e carne da macelli: ma pel Trentino non ha voluto applicare la riduzione.

Con questi sistemi ben poco si aiuta il Commercio. È evidente inoltre, da quanto ho esposto, che si trascura così il concorso dei forestieri, che potrebbe essere grandissimo e pel quale il Governo non dà a tutta la provincia del Tirolo che miserabili 26 000 corone annue, delle quali al Trentino non tocca neppure un terzo!

Posta, telegrafi e telefoni sono in condizioni ancora peggiori.

Non si hanno che 134 uffici postali, su 366 comuni e di questi uffici solo sei sono erariali. Gli altri sono i cosidetti uffici di classe, lasciati all’arbitrio dei maestri di Posta, che non hanno altro [p. 32 modifica]ideale se non quello di far economie sui locali, sulla pulizia e sul personale che maltrattano.

Il servizio telegrafico è pessimo, specie nella zona di confine. Un telegramma che si spedisce da Riva sul Garda, a Malcesine, distante un’ora di battello, deve fare il viaggio Riva-Trento-Verona-Malcesine, impiegando quattro ore!

E di simili esempi potrei darne parecchi. Il servizio telefonico è irrisorio.

Vallate importantissime, come la Val di Non, la Val di Fiemme, quelle di Primiero, di Ledro, di Rendena, di Tesino e tutti i paesi sulla destra dell’Adige, sono privi di telefoni e invano chiedono e chiedono da anni.

La linea telefonica della Val d’Adige finisce ad Ala, e si rifiuta l’allacciamento con Verona. A Riva si rifiuta l’allacciamento coi paesi del Lago di Garda. In Vallarsa si è rifiutato l’allacciamento col Regno, che sarebbe stato fatto a tutte spese dei valligiani!

Eppure questi allacciamenti, previsti dagli accordi internazionali, sarebbero importantissimi.

A quanto pare il Governo ha paura che sui fili telefonici capiti l’esercito di Vittorio Emanuele!

Ora che si è pensato a spendere milioni pei telefoni di Vienna e delle grandi città non si vorrà mancare di dare poche migliaia di corone alle vallate trentine. Con le reti telefoniche il Governo fa anche delle speculazioni sporche. Dove decide di piantarle si fa dare il 30 per cento dai Comuni, intasca i soldi e poi attende due o tre anni a costruir la rete. [p. 33 modifica]

Così è successo nelle Giudicarie; così accade proprio ora pel telefono del paese di Stenico.

A Trento il servizio telefonico è insufficiente per mancanza di personale e di spazio. Ed è assolutamente necessario che si pensi ad attuare subito il progettato ampliamento del palazzo postale.

Uno speciale accenno merita l’ostilità del Governo contro le nuove centrali elettriche. Spiegherò poi le cause. Noto intanto che il Trentino potrebbe sviluppare secondo i dati ufficiali 250 000 cavalli di forza elettrica, di carbon bianco; vale a dire una ricchezza immensa. 11 Governo invece tiene da anni sospese le concessioni per parecchi grandiosi impianti, negando fra il resto di vendere anche per pochi anni la forza elettrica oltre il confine, mentre il Tirolo la vende alla Baviera e la Germania ne introduce in Galizia.

Si noti che coloro che hanno chiesto la concessione delle nuove centrali elettriche si impegnavano a erigere grandi stabilimenti industriali. Ma il Governo non vuole che esistano masse di operai nei paesi di confine!

Mi pare di aver detto abbastanza per dimostrare non solo l’incuria, ma l’ostilità del Governo a promuovere lo sviluppo industriale del paese. Aggiungerò solo che esso non ha neppur riguardo per l’unica grande esportazione che fa il Trentino: l’esportazione di carne umana.

Per impellenti necessità partono ogni anno dal Trentino più di 20 000 operai che restano [p. 34 modifica]assenti nove dieci mesi e altri che vanno stabilmente o per molto tempo in America.

Tutti i governi civili hanno leggi per la tutela dell’emigrazione; l’Austria no. Una legge è necessaria ed occorre qualche cosa di più del progetto elaborato alcuni anni or sono nel quale si proteggeva l’emigrante solo fino al momento dell’arrivo sul luogo del lavoro.

Intanto, nell’attesa che si abbia una legge completa, il Governo dovrebbe di sua iniziativa mettere rimedio ai due maggiori inconvenienti: allo sfruttamento delle compagnie di navigazione e al trattamento di rigore verso gli emigranti che non hanno finito il servizio militare.

Il ministero del Commercio deve fissare alle compagnie di navigazione che trasportano emigranti austriaci un prezzo massimo fra i porti d’Europa, e quelli d’America seguendo in ciò l’esempio dell’Ungheria e dell’Italia, che fissano trimestralmente i prezzi per i singoli piroscafi, sicchè è evitata ogni e qualsiasi truffa a danno degli emigranti.

Il ministero della difesa del paese deve mettere termine ai castighi esagerati che si infliggono agli operai che in causa di assenza si presentano alla leva militare in ritardo, tanto più che essendo rarissimi i consolati austriaci in America è difficile presentarsi alla leva presso gli stessi.

Lo stesso dicasi per chi, dopo compiuto il servizio militare, non si presenta, mentre è in America, alle ultime riserve.

Infine mi permetto reclamare dal ministero [p. 35 modifica]del Commercio un conveniente sussidio per l’ufficio di emigrazione del lavoro esistente a Rovereto presso la Camera di Commercio, ufficio che compie un’opera utilissima e che fino ad ora è aiutato dal ministero del Commercio con sole 200 corone!


Contro la dittatura militare.


Nel Trentino, per riassumere, la politica del Governo è stata nel campo agricolo ed industriale solo negativa e tale da meritare la completa sfiducia.

Nel Trentino esso ha avuto cure solo pel militarismo, facendone sentire alle popolazioni il peso in modo ben più grave di quello che non tocchi alle altre popolazioni dell’Austria. Il militarismo oltre agli infiniti guai che porta ovunque reca a noi una sequela di disgrazie. E precisamente è causa di forti spese ai comuni; paralizza lo sviluppo economico del paese: è fomite di corruzioni inaudite; ed infine esercita un’ingerenza illecita, dittatoriale in tutta la vita pubblica. E vengo alle prove.

Come paese di confine il movimento delle truppe è grandissimo. La legge, come si sa, obbliga i comuni a dare per prezzi irrisori quartieri e attiragli.

Piccoli comuni che hanno un bilancio di poche migliaia di corone, devono per ciò spendere del loro centinaia di corone. Trento, per dare un esempio, riceve per quartieri a soldati di [p. 36 modifica]passaggio poco più di 3000 corone, ma ne deve spendere più di 8000. Un carro a due cavalli da Trento sul Monte Bondone costa 32 corone, ma il municipio deve darlo al militare per corone 18. Con 52 centesimi fuori di Trento, con 72 a Trento bisogna dare una stanza bene ammobigliata e riscaldata ad un ufficiale. Capita un arciduca. Per 72 soldi7 bisogna dargli due stanze.

Per quanto si dica che il Trentino è un paese rivoluzionario non si è ancora trovato un capocomune che abbia offerto agli ufficiali l’unica stanza che si può dare per 52 centesimi: la stalla, con letto di paglia, e riscaldamento coll’asino e col bue.

Dove poi il militare fabbrica od ha fabbricato forti si tiene la popolazione in istato di terrore.

A furia di vessazioni si fanno scappare dai luoghi di cura i forestieri. Per un grandissimo raggio si impedisce di costruire case o lo si permette dietro dichiarazione di essere pronti ad abbatterle, senza indennizzo, talchè oggi su queste case non si possono dare mutui ipotecari. Si toglie il suolo, come ho già detto, alla pastorizia. Si chiudon molte strade di montagna. Presso Trento c’è la strada militare diretta al forte di Maranza, costrutta su suolo ceduto dal comune di Povo al patto che si permettesse il passaggio coi carri della legna. Malgrado i patti, le autorità [p. 37 modifica]militari tormentano ogni giorno i contadini che passano.

Molte strade comunali, assai importanti, sono state massacrate, per es., la Folgaria-Calliano, col passaggio dei cannoni e delle torri di ferro; tuttavia non si pensa a riattivarle.

Le costruzioni dei forti, dei campi di tiro, delle caserme, delle funicolari, vengono affidate di solito a impresari forestieri, che occupano operai croati, mentre i lavoratori trentini devono andare in America.

Qui — fra parentesi — devo dire che questi operai croati portarono sull’altipiano di Rovereto una grave infezione di gastro-enterite, dichiarata dai medici cholera nostras. Essi si fanno dormire in baracche orrende, in cui penetra l’acqua. Un ammalato di artrite dovette ripararsi sotto il saccone del suo letto, per non avere l’acqua addosso. Per una sciocca paura di spionaggio si licenziano masse di operai di quindici in quindici giorni; così, a parer nostro, cresce il numero di coloro che vengono a conoscere i lavori dei forti!

Tornando ora a dire degli impresari stranieri, rilevo che si tratta non di una o due costruzioni all’anno, ma di decine di costruzioni, poichè nel Trentino c’è una vera rete di forti. Si sa che molti competenti li ritengono inutili, ma intanto si profonde in essi centinaia di milioni. È convinzione generale che si cercano come impresari certi avventurieri perchè si ha così campo d’esercitare corruzioni. Molte volte si sono respinti impresari trentini — fior fiore [p. 38 modifica]di patriotti austriaci — che offrivano condizioni migliori. È notorio che in varie costruzioni, in quelle sul Bondone, p. e., si son avuti quest’anno sorpassi di centinaia di migliaia di corone.

È notorio che certi lavori sono stati liquidati al doppio del loro valore reale. In un paese presso Trento tutti sanno che si poteva comperare a prezzi ridotti le polizze per ritirare il pagamento per trasporti di merce, mai eseguiti! Io ho reso attento nel luglio scorso, il ministro della difesa sulle soperchierie che avvengono ed ho anche chiesto se era vero che un colonnello si era (come fu pubblicato sui giornali) ucciso in seguito alla scoperta di malversazioni amministrative. Il signor ministro, così sollecito a difendere l’onore dell’armata, non si è incomodato a rispondermi. Io ho sentito degli ufficiali a dire che l’esecuzione dei lavori militari sul Bondone, era stata per certi lor superiori più lucrosa della conquista della Bosnia.

Ci sarebbe poi da raccontare — per quanto in confronto di quello che ho già detto si tratti di cose di poco valore — alcuni aneddoti sulla vita militare nelle caserme di alta montagna. Sul Bondone, ad es., a 1500 metri sul mare, una casa di lusso, in mezzo al campo trincerato, munita d’ogni comfort destinata per ufficiali, fu adibita a soggiorno estivo di intere famiglie di ufficiali in cui signore, signorine, ragazzi, zii e nipoti, figuravano come ufficiali ed erano alloggiati come tali con la piccola quota di cent. 20 al giorno. [p. 39 modifica]

Quando la cuccagna durava già da tempo, capitò un maggiore inviato da un generale a sciogliere la allegra compagnia, tanto benemerita della difesa dell’Austria.

Avrei da aggiungere qualche cosa sulla sfacciata partecipazione dell’armata a feste e dimostrazioni di partito, che urtano coi sentimenti della maggioranza della popolazione, ma sorvolo, per dire in chiusa del mio discorso qualche cosa sulla dittatura militare, inaugurata nel Trentino, sotto il regime del signor Hetzendorf.

Non esagero, miei signori; io racconto fatti che avvengono giorno per giorno e posso aggiungere che questi fatti sono in relazione con speciali disposizioni prese dall’autorità militare.

Con una circolare proveniente dall’autorità militare ed inviata alle autorità politiche, si sono dati ordini di trattare il paese con eccezionali rigori. È un vero piano di dittatura militare. Riferisco alcuni punti di questo documento. Si reclama anzitutto di negare o togliere ai sudditi del Regno, dimoranti nel Trentino, le concessioni industriali e i mezzi di lavoro e di procedere, appena c’è qualche pretesto, a sfratti. Si chiede di proibire l’investimento di capitali italiani nelle industrie. Si impone di difficoltare l’ingresso nel Trentino ai pastori del Regno con le armente, usando il pretesto delle malattie. Si consiglia di tormentare tutte le associazioni di carattere nazionale, impedendo feste, gite, ritrovi. Si consiglia di trovare pretesti per sciogliere le Società maggiori. Si suggerisce di impedire alle società alpinistiche italiane del Trentino di costruire [p. 40 modifica]propri rifugi (capanne) in montagna, dando invece la preferenza ad albergatori tedeschi.

Si consiglia di guadagnar terreno sulla linea di confine, sia col provocar questioni pei termini, dove il territorio del Regno d’Italia si incunea in quello austriaco, sia comperando terreni che appartengono come proprietà privata all’erario italiano entro il confine austriaco. Si eccita ad occupare il Lago di Garda (quasi tutto regnicolo) con imprese di navigazione austriache. Si reclamano servizi di spionaggio, speciale sorveglianza sulla stampa, ecc. Infine c’è anche la disposizione di preparare l’elenco delle persone pericolose da inoltrarsi nelle provincie interne ad un dato ordine, e quello dei regnicoli da trattenere come ostaggi in caso di guerra.

Io non so se queste liste di proscrizione siano state eseguite; se il signor Hetzendorf fosse rimasto al potere, si sarebbe veduto anche questo, tutto il resto del programma incluso nella circolare segreta si è almeno in parte effettuato.

Le persecuzioni e gli sfratti dei regnicoli — specialmente operai — dal Trentino, sono all’ordine del giorno. Ad un grande industriale, il signor Zontini, che vuole costruire nelle Giudicarie una centrale elettrica di 12 000 cavalli di forza, s’è imposto due mesi or sono, con protocollo, dall’autorità militare intervenuta al sopraluogo commissionale; di non usare capitale italiano, pena la perdita della concessione.

Ad un consorzio di azionisti che vuole costruire presso Trento una filovia fra Lavis e l’altopiano di Molveno, si è imposto dall’autorità militare [p. 41 modifica]non affidare la costruzione alla ditta mondiale Ceretti e Tanfani di Milano, solo perchè è italiana! E questa ditta ha potuto assumere senza noie invece la costruzione della filovia della Plose-Hütte, presso Brixen.

Ai pastori italiani che vengono nell’estate nel Trentino furono fatte — come voleva la circolare — tutte le angherie possibili. Sulla linea di confine si sono sollevati incidenti sopra incidenti. Basta ricordare quello della Cima Dodici. Alle società si son fatte persecuzioni a iosa; agli alpinisti trentini si è impedito di ampliare un loro rifugio presso la Cima Tosa, mentre si è dato il permesso di costruirne di nuovi ai tedeschi. Come e quanto spesso si imbastiscan processi a base di spionaggio, è cosa che sanno benissimo i giurati di Vienna. La introduzione di battelli austriaci sul Garda è stata tentata e se ne è smessa l’idea solo di fronte alle proteste di parte italiana.

Tutto, tutto quello che è suggerito nelle istruzioni segrete dell’autorità militare, si va effettuando. I sequestri contro i giornali quando solo nominino cose militari, sono continui. Alla Procura di Stato di Trento, ci sono ogni momento gli ufficiali dello Stato Maggiore.

Questi fatti che io ho esposto gettan un nuovo fascio di luce sul tenebroso lavoro del partito della guerra, sulla politica di quei signori, che per bocca del cristiano-sociale signor Schraffl, chiedono nuovi forti e nuovi battaglioni pel Trentino e pel Tirolo.

Ah, no! miei signori! Ne abbiamo abbastanza [p. 42 modifica]di forti e di soldati! Noi la vogliamo finita con questa forsennata politica. Se nel repertorio burocratico austriaco c’è una frase esatta è quella che chiama «potere irresponsabile» quello di certi signori.

Comunque si chiami, sia esso l’Erede al trono o chi si voglia, l’autore di questa politica di compressione verso il Trentino, di odio verso la nazione italiana, di sperpero e di pericolo per tutte le popolazioni dell’Austria, chiunque esso sia, esso è davvero un irresponsabile, un pazzo, un uomo destinato al manicomio.

Noi perciò insorgiamo in nome della civiltà e dell’umanità e gridiamo: La sia finita con un simile Governo; la sia finita col partito della guerra, col militarismo dissanguatore, coi pazzi che lo dirigono.


Presidente Silvester. Richiamo all’ordine l’oratore deplorando le sue espressioni offensive per un membro della casa imperiale.

[p. 43 modifica]


III.


EMIGRAZIONE E MILITARISMO.

Lo sfratto di Scipio Sighele.


26 giugno 1912.8

Emigrazione e militarismo.


Se io dovessi esaminare la legge in discussione dal punto di vista generale, dovrei, come già fecero molti precedenti oratori, constatare che essa è del tutto negativa e lascia l’Austria ad un livello di vera inferiorità di fronte agli altri Stati civili. Vi è solo la parvenza di migliorie e riforme democratiche; in realtà non si fa che imporre nuovi oneri e pesi al proletariato. Ma io, che sono rappresentante di una delle più povere ed abbandonate regioni dell’Austria, ho il dovere di esaminare questa legge da un punto di vista speciale.

Ed esaminerò anzitutto i rapporti del militarismo col problema dell’emigrazione che è urgentissimo pel Trentino, come lo è del pari per la Galizia, la Bucovina, la Dalmazia. In [p. 44 modifica]secondo luogo ho il dovere di ben accentuare le speciali e critiche condizioni create al Trentino dal militarismo.

Mentre il Governo austriaco ha tanta premura di mettere in piedi un poderoso esercito di armati per poter dire che l’Austria è una grande potenza, per darsi il lusso delle annessioni e per tentare magari imprese pazzesche se potesse prevalere la volontà di certi signori, esso finge di non accorgersi che in Austria vi è un altro esercito ancor più grande in continuo movimento.

Vi è l’esercito dei pezzenti, dei miserabili che devono abbandonare la patria per cercarsi un pane in terra straniera. Questo esercito, composto di giovani sul fior degli anni, è più grande di quello che voi tenete nelle caserme.

Esso supera ogni anno i 700 000 uomini. Nei soli Stati Uniti d’America arrivano ogni anno circa 180 000 emigranti austriaci.

Di questi diseredati, lo Stato non ha alcuna cura.

Di essi la borghesia si ricorda solo quando si tratta di incassare i sudati guadagni che mandano in patria e il Governo per reclamare a furia di punizioni l’adempimento del servizio militare.

Questi emigranti vanno peregrinando nel mondo non per divertirsi, ma per una stringente necessità. Per essi quindi si dovrebbero avere speciali riguardi in quanto non possano esser puntuali nel presentarsi alle leve militari e per tutte le speciali situazioni create dalla loro posizione. Tale criterio è stato saviamente [p. 45 modifica]adottato dalla legge francese, dalla spagnuola, dall’italiana e in parte anche dalla germanica.

L’attuale riforma militare che noi qui discutiamo, non contiene nessun provvedimento favorevole; essa nei paragrafi 63 e 65 parla solo delle punizioni da infliggersi in sede politica, in sede giudiziaria e in caserma pei refrattari.

In Austria esiste in riguardo agli emigranti qualche ordinanza militare, ma anzitutto si tratta di ordinanze che non recano benefici seriamente notevoli; secondariamente bisogna conoscere la speciale circostanza, che le ordinanze militari sono assai spesso polvere buttata negli occhi ai gonzi. Quando i deputati e la stampa reclamano provvedimenti urgenti, allora si fanno queste ordinanze e si spediscano ai comuni: ma si ha cura di far seguire immediatamente ad esse delle circolari confidenziali, in cui si fa capire che la ordinanza deve restar lettera morta.

Che tale mancanza di speciali riguardi per gli emigranti crei uno stato di cose affatto anormale ed intollerabile è dimostrato dalle statistiche giudiziarie.

Dal 1904 al 1907 si sono avute in Austria in media, ogni anno, 1250 condanne per delitto di refrattarietà, condanne varianti da tre giorni a mesi di carcere.

Di queste condanne ne sono toccate al Trentino ben 180, vale a dire la settima parte delle condanne avute in tutta l’Austria, ad un paese che per popolazione è solo la settantesima parte dello Stato. [p. 46 modifica]

Dopo il Trentino figurano come colpite da queste condanne la Galizia (con 680), la Bucovina, la Dalmazia e le provincie slovene, mentre, le altre provincie sono quasi completamente esenti.

Le autorità locali tendono a infliggere condanne miti, ma le procure superiori, sollecitate evidentemente dal governo militare, reclamano sempre punizioni più aspre.

Se non che per ogni condanna per delitto in sede giudiziaria, si hanno almeno tre o quattro condanne a carcere o multa per contravvenzione in sede politica. E si hanno molte punizioni in sede militare, consistenti nel carcere e nel prolungamento del servizio militare, fino ad un anno, secondo la presente legge. Naturalmente delle condanne in sede militare non si hanno statistiche.

A molti emigranti reduci poi si fa subire per lo zelo di certi gendarmi il carcere preventivo. Io ricordo l’arresto di un emigrante tornato in patria, per assistere alla morte del padre. Era appena spirato il padre che il gendarme arrestò il figlio per la paura che ritornasse in America!

È evidente che i criteri attuali non possono più tollerarsi e che la legge deve prendere in considerazione speciale l’emigrante.

Ciò deve essere fatto in due maniere: anzitutto col far entrare nella legge quelle ordinanze militari che già esistono ma che sono troppo incomplete, e troppo poco praticate, in via di concessione e non di diritto e coll’introdurre speciali disposizioni pei casi più gravi e complicati. [p. 47 modifica]

Fra le ordinanze in parola vi è la concessione di assoggettarsi alla visita militare all’estero presso le autorità diplomatiche o consolari ed in via del tutto eccezionale e solo nei paesi extra-europei di esser dispensati dalla prima e seconda leva, presentandosi soltanto alla terza leva.

Se non che il diritto di subire la leva all’estero ha ben scarsa importanza pei paesi ove sono scarsissime le autorità consolari.

Negli Stati Uniti, ad esempio, l’Austria non ha che undici consolati con dodici agenzie quasi tutte nei paesi commerciali.

Regioni estesissime invece a carattere industriale, preferite dagli emigranti austriaci, sono affatto prive di rappresentanze consolari.

Per i seguenti Stati: Colorado, Utah, Vyoming, Montana, Idaho, Nevo-Mexico e Arizona, ove ci sono molte centinaia di migliaia di austriaci, c’è un solo consolato a Denwer.

Il che vuol dire che per recarsi a quel consolato da molte località bisogna fare fino a venti ore di ferrovia.

Si può pretendere che ci vadano a loro spese gli emigranti? E si possono condannare, se non ci vanno? Questa mancanza di agenzie ho voluto rilevarla anche per constatare la deficienza di rappresentanze che tutelino in genere gli emigranti austriaci oltre oceano. Nell’Argentina l’Austria ha solo quattro consolati e cinque agenzie. Nel Brasile ha cinque consolati e quindici agenzie. E si tratta di Stati grandi come almeno mezza Europa! [p. 48 modifica]

Il diritto di leva all’estero va quindi sancito nella legge; ma la legge deve altresì tener conto delle difficoltà che si presentano, sia con l’indennizzare gli emigranti pei viaggi, sia con l’istituire commissioni consolari ambulanti, e sopratutto col creare, sull’esempio dell’Italia, numerose agenzie di tutela per gli emigranti.

Altra ordinanza da codificarsi e da migliorarsi è quella di concedere agli emigranti, dichiarati abili al servizio militare, una dilazione alla prestazione del servizio fino al 1.° ottobre dell’anno in cui l’emigrato compie i venticinque anni. Tale disposizione, concessa fino ad ora in via di grazia agli emigranti extra-europei, dovrebbe essere estesa a tutti.

La legge germanica e quella italiana concedono fino al venticinquesimo anno; una tale disposizione potrebbe essere accettata anche dell’Austria.

Infine dovrebbero essere stabilite per legge le concessioni che si fanno agli emigranti nei paesi extra-europei relativamente alla dispensa dalle riserve, senza l’obbligo di prestazione posticipata.

Tali dispense dovrebbero essere applicate anche agli emigranti europei, che si trovano in paesi molto distanti dalla frontiera austriaca.

Problemi più gravi nei rapporti fra emigrazione e servizio militare insorgono quando ci si trova di fronte o a emigrati in America che hanno acquistato la cittadinanza dello Stato ove dimorano, o a emigrati partiti in età affatto giovane coi loro genitori, o a emigrati che non [p. 49 modifica]abbiano per qualsiasi ragione potuto ritornare in patria se non dopo i trent’anni.

È abbastanza frequente il caso di emigrati in America che si trovano indotti, talvolta perfino obbligati, se vogliono avere certe occupazioni, a chiedere la cittadinanza del territorio ove vivono, mentre non si curano di ottenere lo svincolo dalla cittadinanza austriaca.

Inoltre nell’Argentina, nel Brasile, nel Cilì, nel Perù, in Bolivia, in Columbia, all’Equatore, al Paraguay e in varie altre repubbliche americane è imposta la cittadinanza americana a tutte le persone nate nei rispettivi territori, senza differenza fra nati da indigeni o nati da stranieri.

Viceversa il Governo austriaco ritiene sudditi austriaci tutti i nati da cittadini austriaci anche all’estero. Ne nasce che abbiamo cittadini con doppia cittadinanza, cittadini americani e cittadini austriaci al tempo stesso, costretti al servizio militare in America ed obbligati a ripeterlo in Austria, se per caso vi tornano.

Nè questa è un’ipotesi teorica; è un fatto che purtroppo si ripete ed è destinato a verificarsi maggiormente nell’avvenire, se non ci si mette rimedio. Ci sono dei giovani del mio paese che dopo aver fatto all’estero due e anche tre anni di servizio militare, ne hanno dovuto fare altri tre in Austria!

Qui si impone evidentemente al legislatore di esonerare questi cittadini da un secondo servizio, quando comprovino di aver già adempiuto al loro dovere all’estero. [p. 50 modifica]

Vi è poi il caso in cui, emigrando intere famiglie, partano col padre dei ragazzi in tenera età. Costoro, avendo la loro famiglia permanentemente stabile all’estero, vanno incontro a sacrifici e disagi non piccoli, se vogliono recarsi a fare il servizio militare in Austria.

Dovrebbesi perciò, imitando la legislazione italiana, dispensare provvisoriamente dal presentarsi alle armi quei giovani residenti all’estero che sono espatriati in paesi extra-europei prima di aver compiuto il sedicesimo anno di età, e ciò finchè duri la loro residenza all’estero.

Nè il diritto di dispensa dovrebbe decadere, se, previo permesso dell’autorità diplomatica, si recassero in patria per una dimora brevissima di due o tre mesi.

Infine, poichè è inevitabile con un’emigrazione così grande come è quella austriaca, che un numero abbastanza rilevante di giovani non adempia fra i venti e i trentanni gli obblighi di leva, bisognerebbe stabilire che questi obblighi, che attualmente durano fino a trentasei anni, fossero limitati fino a trent’anni, accettando la proposta del collega deputato Vinarsky, come ammette la legge francese, o almeno fino ai trentadue, come ammette la legge italiana.

Non far così, sarà come voler condannare tutta questa gente a starsene in perpetuo lontana dalla patria.

Chi non ha potuto sobbarcarsi al servizio militare fino ai trentun anno, non pensa certo a farlo dopo. Succede allora che l’emigrante si risolve a rimanere all’estero per sempre, sia che [p. 51 modifica]si faccia una famiglia, o che diventi proprietario, o che si procuri un’occupazione stabile.

La risultante ultima è la perdita di cittadini per lo Stato; mentre è lo Stato quello che ha tutto da guadagnare dal richiamo in patria dei suoi figli.... e delle sostanze che hanno accumulato all’estero.

Io raccomando perciò di tener conto di queste condizioni di cose.

Pensate, o signori, che noi occupandoci degli emigranti ci occupiamo delle sorti di milioni di cittadini, poichè ai 700 000 che emigrano ogni anno vanno aggiunte le molte centinaia di migliaia di quelli che, una volta emigrati, non hanno più fatto ritorno.

Pensate che una certa larghezza è doverosa verso chi emigra per la grande ragione che la società non ha saputo procurar per essi un pane in patria.

Pensate che, ammettendo nella legge militare le facilitazioni da me accennate, non si fa un rischio, non si fa un salto nel buio, perchè si tratta di disposizioni vigenti; già sperimentate nella legislazione di altri Stati che possono servire di modello all’Austria nell’opera di protezione degli emigranti.

Coloro che emigrano, se amano di solito molto la loro piccola patria, sia essa italiana, polacca, slovena o tedesca, non hanno nè possono avere alcun sentimento di affetto per l’organismo dello Stato, per quella cosa che si chiama Austria. Se voi volete perciò che lo Stato non perda ogni prestigio fra i suoi cittadini [p. 52 modifica]all’estero e non sia maledetto anche di là dai mari, nei continenti nuovi, voi dovete aver cuore per gli emigranti.


Il terrorismo militare.


Ed ora, come ho premesso, devo aggiungere brevi considerazioni sul militarismo nel mio palese. Come altra volta ho qui dichiarato, nel Trentino impera la dittatura militare.

L’autorità politica è all’assoluta dipendenza di quella militare.

I comandanti delle guarnigioni dettano legge ai capitani distrettuali; la procura di Stato prende gli ordini dallo stato maggiore; la maggior parte delle disposizioni che riguardano il paese non emanano dal ministero degli Interni, ma da quello della Difesa del Paese.

I militari si ingeriscono in tutte le concessioni industriali e ostacolano in ogni modo il sorgere delle industrie, perchè non vogliono che vicino al confine politico ci sieno masse operaie.

Il movimento dei forestieri e la pastorizia sono inceppati da assurde disposizioni che si prendono per la solita paura dello spionaggio.

Sotto protezione militare sono stati chiamati a occuparsi di costruzioni di forti dei veri avventurieri stranieri. Si è con ciò creato un terreno saturo di corruzioni. In tal riguardo io ho denunciato altra volta in questa Camera dei gravi fatti, ma il signor ministro della difesa ha fatto orecchie da mercante. [p. 53 modifica]

L’esempio delle alte autorità militari è seguito dagli ufficiali che nelle piccole guarnigioni di confine si comportano da signorotti con albagia e prepotenza.

In una borgata si volevano costringere gli impiegati a far amicizia, a convivere con gli ufficiali e portare le loro signore alle loro feste da ballo. Chi non piegò il capo, dovette lasciarsi trasferire.

Ecco un anticipo del come sarà applicato nel Trentino il paragrafo 31 della nuova prammatica di servizio per gli impiegati.

Più volte degli ufficiali hanno aizzato i soldati semplici contro dei borghesi, come recentemente è avvenuto a Grigno.

La più odiosa funzione delle autorità militari nel Trentino è quella di poliziotti. A Trento c’è un vero ufficio speciale di polizia militare costituito da ufficiali dello stato maggiore.

Non mancava che questa per completare il regime quarantottesco riservato al Trentino!

L’impiegato di polizia è sempre un essere antipatico; ma giova riconoscere che certi funzionari, venendo in contatto con le popolazioni, finiscono coll’esplicare in senso equo e civile la loro funzione, per quanto ciò non torni spesso gradito alle alte sfere.

Un capitano distrettuale, mandato da Vienna a dirigere un importante capitanato, raccontava di esser venuto con la prevenzione che nel nostro paese fosse necessario girare ben armati per difendersi dai briganti. Dopo breve tempo egli si convinse che non c’era bisogno di regime [p. 54 modifica]poliziesco e che i trentini hanno solo due torti: quelli di essere molto poveri e troppo buoni.

A Vienna però dissero che egli era mezzo matto!

Ma gli ufficiali austriaci, educati in caserma, senza contatto col popolo, quando vengono destinati a far da poliziotti, non capiscono niente dell’ambiente in cui devono esplicare la loro opera, vedono solo e sempre i pericoli per lo Stato, le congiure, le società segrete, e mandano ai dicasteri centrali dei rapporti che sono romanzi, e che come romanzi noi abbiamo sentito qualificare da alti impiegati della provincia.

È in base a questi romanzeschi rapporti che da Innsbruck e da Vienna piovono le più assurde proibizioni, mentre le autorità locali devono sempre riconoscere che il paese è calmo, tranquillo, ordinato!

Sopratutto i continui sfratti di cittadini del Regno sono notoriamente chiesti dall’autorità militare. Ci vuole tutta la bassa mentalità di un caporale austriaco per non capire che il bando dall’autorità inflitto a Scipio Sighele, a questo uomo di scienza che è onore non solo della sua patria, ma della cultura europea, oltre ad esser un atto di persecuzione brutale, è altresì un atto assai inopportuno per l’Austria e destinato a seminare molto odio.9

E all’ufficio di polizia militare che si devono i continui processi per spionaggio, che finiscono [p. 55 modifica]in bolle di sapone, ma costano mesi di carcere preventivo a dei galantuomini.

È alle stesse autorità militari che si deve l’imposizione fatta al Governo italiano di ritirare dalle città di Ala e di Riva la regia dogana italiana e trasportarla a qualche chilometro più in giù, su suolo del Regno.

Tutto ciò per paura che gli impiegati italiani possano vedere chissà mai quali segreti militari. Intanto la piccola città di Ala è stata di un colpo privata di ben duecento impiegati e addetti alle amministrazioni e risentirà un danno di mezzo milione di corone all’anno; in altre parole Ala, che era una città fiorente, viene da questo colpo di testa del militarismo buttata in una squallida miseria, senza che, a quanto pare, il Governo pensi a darle un equo compenso.

Aggiungete a queste vessazioni del militarismo i sempre maggiori balzelli di cui si aggravano — per trasporti militari — i comuni di confine, dove si agglomerano sempre truppe su truppe; tenete conto dell’azione militare sempre intesa a creare conflitti contro la nazione a cui noi apparteniamo e comprenderete che chi vuol rappresentare gli interessi reali del Trentino e interpretarne i desideri, deve esser fedele al programma di non dare il più piccolo contributo per l'incremento dell’esercito austriaco. [p. 56 modifica]


IV.


DIFESA DEI CONFINI O SISTEMA DI REAZIONE?


2 novembre 1912.10

Malgrado non si trascuri da parte del Governo alcuna occasione per affermare che i rapporti fra Austria e Italia sono eccellenti, pure in tutta la regione di confine del Trentino si usa a danno dei cittadini del Regno d’Italia e della popolazione indigena un tal contegno da creare un deplorevole stato di eccitamento e da togliere ogni serietà e fiducia alle dichiarazioni governative.

Le autorità militari e quelle di polizia sono addirittura invase dallo spettro dello spionaggio. Durante l’estate non è passato si può dire un giorno senza arresti di liberi cittadini, sospettati di spionaggio, senza che poi una sola volta su almeno settanta arresti, si sia realmente scoperto uno spione e ci sia stata materia per un processo. [p. 57 modifica]

Noi, pure non giustificandole, trovandole anzi ridicole, possiamo ben credere che certe cautele nelle zone di confine possano essere ritenute necessarie dal punto di vista militare, ma quello che certo non è necessario si è che l’autorità militare prenda un granchio al giorno, tormenti ingiustamente il prossimo, alimenti e giustifichi l’odio contro il Governo e fomenti il conflitto fra Stato e Stato. Basti dire che nel periodo di pochi giorni i gendarmi arrestaron sul Tonale un giudice e il suo cancelliere reduci da una commissione d’ufficio, che in Pieve di Ledro si costrinse a tornar a casa il medico del paese che s’era appena sposato e volea partire pel viaggio di nozze, che a Brentonico si arrestò per il solito sospetto di spionaggio un veterano austriaco.

Ma ciò che assume una speciale gravità si è il fatto che l’autorità militare non compie nel Trentino il servizio di sorveglianza dei confini coi criteri adottati altrove: di star cioè ben attenti che non ci siano spioni, ma di risolvere di volta in volta gli incidenti che insorgono con la massima sollecitudine per non danneggiare gli arrestati, se sono innocenti.

Tutt’altro! Cascare nelle mani dell’autorità per sospetto di spionaggio vuol dire correre normalmente il rischio di passare settimane e mesi in prigione. Poichè quando uno è arrestato vien tradotto fino alla caserma, poi alle carceri locali, poi a quelle del distretto, poi infine a Trento o a Rovereto. Quando è qui deve aspettare che capiti da Innsbruck un giudice militare [p. 58 modifica]e che le autorità residenti nella capitale della provincia decidano di lui. Quando infine il povero disgraziato vien trovato innocente, viene affidato alle paterne mani della polizia per ulteriori procedimenti. Nè s’ha il più piccolo riguardo al danno che si reca. Per dare un esempio citiamo, tra i molti, due casi tipici, uno toccato ad un bavarese, l’altro ad alcuni cittadini di Ferrara.

Il bavarese era certo Otto Taudiem, fotografo di professione, da anni residente nel Trentino. Persona per bene, bastava guardarlo in faccia per convincersi che non si aveva da fare con una spia, ma con un essere affatto innocuo. Vivendo in borgate con guarnigioni militari aveva avuto spesso occasione di fotografare soldati ed ufficiali e di far cartoline illustrate. Sotto una di queste cartoline per la quale avevano posato alcuni bersaglieri e un ufficiale aveva fatto stampare la scritta: «Pattuglia nella montagna».

Questa cartolina servì di prova per stabilire che il Taudiem era uno spione dell’Italia a danno dell’Austria.

Egli venne arrestato in Vallarsa il giorno 11 giugno e dichiarato subito sospetto perchè aveva un passaporto germanico! Da Vallarsa, facendo un lungo viaggio a piedi fu condotto alle carceri di Rovereto ove fu trattenuto tre settimane, perchè tante ce ne vollero a far eseguire da gendarmi e da ufficiali perquisizioni nei luoghi dove il disgraziato aveva ultimamente dimorato.

Dopo di che fu condotto nelle carceri di [p. 59 modifica]Trento, ove stette altre sei settimane, in attesa che l’autorità militare di Innsbruck esaminasse quel che gli avevano sequestrato: delle innocue lastre fotografiche con ritratti di soldati e una scatola di francobolli usati, quale unica prova che aveva corrispondenze con l’Italia e la Germania per la sua opera di spionaggio!

All’inizio della decima settimana si annunzia al disgraziato che ogni processo contro di lui è sospeso, ma che essendo reclamato dall’autorità politica dovea esser condotto nelle carceri di polizia. Qui gli fu intimato lo sfratto.

Però fu trattenuto ancora tre settimane per poter verificare (ciò che ancora non s’era fatto) la sua città di pertinenza. In queste tre settimane fu tenuto nella stanza degli ubbriaconi e dei vagabondi, sempre in compagnia di sette, otto, fino anche undici persone, mentre la stanza era destinata per tre. Dovea dormire sopra un sacco sporco pieno di insetti, non aveva nè tavola, nè panca, nè lenzuola, nè biancheria pel corpo!

Finalmente, dopo più di ottanta giorni di tormenti, questo disgraziato bavarese potè trovarsi libero a Rosenheim in Baviera.

Non più allegra fu la sorte toccata a due egregi avvocati, il dott. A. Montenegro e il dott. G. B. Crema ed al notaio dott. Guglielmo Giacomelli di Ferrara. Questi signori arrivarono direttamente da Ferrara a Cimego nelle Giudicarie il 4 agosto di sera.

Arrestati dal gendarme del luogo al mattino del 5, di buon’ora, furono perquisiti e venne [p. 60 modifica]loro trovata insieme a carte insignificanti una piccolissima macchina fotografica.

Condotti in caserma vennero interrogati da un tenente; poi sotto scorta armata furono accompagnati al capoluogo della Valle, a Tione, ove subirono nuovi esami dal capitano distrettuale e da un ufficiale addetto allo stato maggiore.

Per due giorni vennero trattenuti nelle carceri di Tione; intanto si svilupparono le tre lastre impressionate che eran nella macchina: due erano fotografie di località del Regno d’Italia, fatte, stando su un piroscafo italiano del Garda, nel territorio del Regno; una la fotografia di Riva, come la si vede riprodotta su centinaia di migliaia di cartoline.

Da Tione, in mezzo a gendarmi a baionetta inastata, furono portati a Trento e da Trento a Rovereto ove cominciò l’istruttoria che era solo «formalmente» fatta dall’autorità giudiziaria del luogo, perchè in realtà si trasmetteva tutto alle autorità militari di Innsbruck.

E intanto passavano i giorni finchè furono loro notificate le seguenti accuse che gravavano su di loro:

l.° Di essere entrati in Austria senza passaporto (mentre nessuna disposizione di legge obbliga ad avere il passaporto!);

2.° Di essere ufficiali dell’esercito italiano (mentre nessuno di essi era neppur caporale);

3.° Di essere spie!;

4.° Di aver fatto fotografie di zone proibite. Quando si potè constatare la loro perfetta [p. 61 modifica]innocenza (e ci volle maggior tempo, perchè non fu loro concesso neppure di telegrafare al regio Console italiano in Innsbruck), venne l’ordine di desistere dal processo in sede giudiziaria dopo diciassette giorni!

L’arresto venne però mantenuto dall’autorità capitanale che li tratteneva due giorni, per poi condannarli allo sfratto dall’Austria e a venti corone di multa ciascuno, perchè uno di essi aveva fotografato la città di Riva!

Fu un miracolo se questi tre signori, messi in libertà, non vennero scortati dalla forza fino al confine e se, uscendo dal carcere, poterono dire, che mentre erano stati maltrattati dai monturati, avevano trovato cortese trattamento dalle altre persone che avevano dovuto avvicinarli.

Di casi come i due suaccennati ne potremmo citare a decine, rilevando che il trattamento è addirittura pessimo quando l’arrestato è un pastore, un malgaro o un operaio o comunque un pover’uomo; ma ci pare basti per dimostrare non solo la illegalità e la balordaggine, ma l’infamia di simili sistemi, mentre il più elementare criterio di giustizia impone il rapido esame e sollecite deliberazioni su ogni accusato.

È questo feroce metodo di persecuzione quello che ci fa ritenere che non si tratti di zelo per sorprendere le spie, ma di un sistema introdotto per danneggiare, spaventare la popolazione (e i danni economici derivanti sono incalcolabili!) e tenerla come in stato di assedio.

Poichè con gli arresti si connettono i continui processi per lesa maestà, di cui c’è una fioritura [p. 62 modifica]straordinaria, con distribuzione di mesi ed anni di carcere ed altresì le pressioni e le ordinanze le più assurde, contro privati ed associazioni.

In tre distretti infierisce più che altrove (tutti però ne sono deliziati) questo sistema czaresco, in quelli di Rovereto, Tione e Riva.

Nel distretto di Rovereto l’autorità è arrivata a questo eccesso: di imporre ad un albergatore di licenziare un cameriere, cittadino austriaco, perchè persona di idee politicamente sospette, e ad una famiglia di cacciare dal servizio un fidato famiglio, perchè era italiano e troppo sveglio!

A Tione il dirigente capitanale, un signore che vuol conquistarsi meriti per far carriera, chiama per un nonnulla nel suo ufficio i pacifici cittadini, li terrorizza e minaccia di far perdere il posto a maestri, a impiegati, a persone che non sono neppure sotto la sua giurisdizione, mentre ai regnicoli tien presente lo spauracchio dello sfratto.

Questo signore investì violentemente un capocomune perchè non avea disposto per l’imbandieramento del paese al passaggio di un arciduca.

Le autorità, convinte che ormai tutto sia lecito, si prestano ad atti odiosi di favoritismo e di vendetta. Ad Arco bastò che alcune losche figure di clerico-austriacanti padroni del comune domandassero al capitanato distrettuale di Riva «misure energiche» contro un avvocato regnicolo, il signor Italo Bruni Conter di Brescia, da anni [p. 63 modifica]domiciliato nel Trentino e reo d’aver criticato l’imperante cricca comunale, perchè il capitano emanasse un decreto di sfratto dall’Austria!

Se quanto fanno le autorità civili è enorme, quello che fanno le autorità militari è peggio.

Sono esse che imbastiscono processi contro i funzionari civili che non si adattano ai loro voleri (un impiegato fu messo sotto processo disciplinare per non aver accettato un invito a pranzo dagli ufficiali!) e sono direttamente aizzati nel loro contegno dal luogotenente del Tirolo, un uomo che dopo aver perduto la fiducia di tutti i partiti e dopo di essersi mostrato impotente a risolvere qualsiasi problema economico o nazionale della provincia, per salvare la sua barcollante posizione, s’è dato in braccio all’elemento militare.

Spalleggiati da tale autorità gli elementi militari commetton ogni eccesso.

Il capraio del paese di Preore fu un bel giorno cacciato dal pascolo e mandato a valle, perchè gli ufficiali.... vollero così. A Primiero si deve tollerare un maggiore, certo Maratic, che gira ubbriaco con la sciabola sguainata e che si prende il disturbo di ubbriacare i soldati suonatori e farli girare suonando per la borgata alle tre di mattina.

E simili esempi si potrebbero moltiplicare!

Il Governo centrale dovrebbe accorgersi che così non si può proseguire nell’amministrazione di un paese di confine, se non si vuole creare uno stato di rivolta e non si vuol seriamente compromettere i rapporti fra Austria e Italia. [p. 64 modifica]

Per cui io chiedo al ministro dell’interno ed al ministro della Difesa del Paese:

È loro noto l’illegale, provocante, pericoloso contegno delle autorità loro soggette nel Trentino?

Sono disposti ad esigere il più rigoroso rispetto al buon senso, alla legge ed ai diritti costituzionali? [p. 65 modifica]


V.


LA POLITICA PROVINCIALE DEL TIROLO. - PER L’AUTONOMIA DEL TRENTINO. - LA TRIPLICE.


6 novembre 1913.11

Siamo qui chiamati a votare nuove imposte, con sacrificio notevole per il proletariato; nè, dopo quanto hanno detto altri del mio partito sul sistema tributario austriaco, ho bisogno di aggiungere parola.

Io mi limito ad esaminare la questione sotto un altro aspetto.

Come si spendono questi nuovi denari? Appena la parte minore va a beneficio di quelle categorie di impiegati e di servi dello Stato che ne hanno reale bisogno e ai quali perciò si fa aspettare vergognosamente l’aumento di salario già deliberato.

La parte maggiore va all’insaziabile militarismo e a sanare le spese delle gloriose imprese dell’Austria contro la Serbia e il Montenegro.

Buona parte dei nuovi cespiti sono destinati [p. 66 modifica]alle provincie, che alla pari del Governo centrale sono tutte malandate e mal amministrate.

Esse aspettano, per cavarsi dagli imbarazzi, l’aiuto del Governo, proprio come i figlioli discoli attendono che il papà venga a pagar loro i debiti, mentre essi hanno il fermo proposito di continuar a far peggio. Una delle più.... affamate di sussidi è la Provincia del Tirolo, e i suoi dirigenti attendono come una grazia dal cielo che i contributi governativi dipendenti dal piano finanziario arrivino prima delle prossime elezioni per fare buona figura.

Ma sia detto subito: se vi è una provincia indegna di avere aiuti dal Parlamento del popolo è quella del Tirolo; anzitutto perchè, malgrado la recente riforma elettorale, anzi in causa di essa, tutta la massa proletaria della provincia rimane in balia del clero, della nobiltà e della ricchezza.

Secondariamente perchè la sua amministrazione, affidata a mani non si sa se più inesperte o corrotte, è tutta inquinata di favoritismo e non tiene alcun conto degli interessi del popolo.

Noi socialisti gridiamo forte qui in Parlamento che i denari del popolo devono essere affidati per l’amministrazione al popolo, non ai vescovi e ai nobili.

Nella Dieta del Tirolo si è fatta recentemente sotto gli auspici dei deputati Schraffl e Gentili, in dolce accordo coi liberali tedeschi e italiani, una riforma del regolamento elettorale che è la peggiore di quante sieno state escogitate dal forcaiolismo austriaco. Essa dà al proletariato un mozzicone di voto, per la difesa dei propri [p. 67 modifica]interessi di classe, mentre sancisce l’infamia del voto duplice per la possidenza, conserva il diritto per 200 nobili di avere dieci deputati; lascia intatti i voti virili per un arcivescovo, due vescovi e una mezza dozzina di prelati e di abati. Essa raggiunge il colmo dell’immoralità politica stabilendo, collegio per collegio, differenti metodi e criteri sul limite del censo, sulla partecipazione delle donne, sull’ammissione della proporzionale, sui ballottaggi, ecc., con l’unico intento di assicurare, mediante queste varianti, i collegi ai partiti dominanti.

Ma indegnissima è l’amministrazione del Tirolo di avere aiuti dallo Stato, perchè tutte le poste di uscita sono animate da uno spirito vergognoso e antidemocratico.

Il colore politico e la tendenza a sperperi del bilancio provinciale sono caratterizzati dalla cifra che si trova in testa al bilancio e da una delle poste con cui si chiude. La prima suona corone 120 per l’ufficio divino all’apertura della Dieta; l’altra: corone 98 per l’ufficio funebre in suffragio di Andrea Hofer.

Le caratteristiche dell’Amministrazione provinciale tirolese sono date da un’odiosa tassa sul grano — unica in Austria — che da sola costituisce il quinto delle entrate, dalle gravi tasse sulla birra e sul vino, dalle eccessive spese d’amministrazione (circa il 10 per cento) dal sistema abitudinario degli enormi sorpassi, e dal cumulo dei sussidi e delle elemosine che elargisce per interessi privati o di partito.

Basta scorrere i protocolli delle sedute. Non [p. 68 modifica]si è fatto che votare sussidi: sussidi ai consorzi falliti, sussidi ai ricreatori cattolici, sussidi a giornali cattolici, sussidi a convitti cattolici, a società operaie cattoliche e perfino regali a banche cattoliche.

La Dieta del Tirolo non può esser qualificata che come una banda di dilapidatori, banda capitanata da vescovi e prelati devoti al «Dio Prendi». La parola d’ordine è: Piglia tu, che piglio anch’io. E tutti pigliano italiani e tedeschi, clericali e liberali.

Citiamo alcuni esempi fra i molti: Alla fallita latteria centrale di Innsbruck si sono assegnate 25 000 corone per risarcire quei soci, che pur non essendo poveri, così dice la relazione sulla rispettiva legge, meritano considerazione per le circostanze di famiglia o perchè entrarono a far parte della latteria solo per spirito di associazione.

Questa elargizione è tanto giustificata quanto lo sarebbe la richiesta di fondi dello Stato o delle Provincie per tutte le cooperative di consumo sfortunate.

La Dieta ha votato 400 corone per una rivista di filosofia cattolica, 500 per l’unione delle serve cattoliche, 100 per la commissione cattolica femminile ferroviaria, 500 per la società cattolica operaia d’Innsbruck, 200 all’ordine dei francescani di Bolzano per le loro scuole, 4000 per un convitto cattolico a Gries. Si sono votate 3000 corone per ricreatori e circoli giovanili che è come dire un sussidio alle organizzazioni cattoliche: 1000 corone per due confraternite. [p. 69 modifica]

Alle Cantine Riunite di Rovereto, un’istituzione di colore che ha quest’anno rovinato il mercato vinicolo trentino, furono date 10 000 corone.

E nella Commissione delle comunicazioni si sono votate corone 200 000 per la ferrovia della Mendola che fa costruita ormai da anni ed è quasi esclusiva proprietà della Banca Cattolica. Si noti che stando ai bilanci questa ferrovia è floridissima!

Come se poi non bastasse che la provincia sopporti un onere di 300 000 corone per spese militari, si sciupano decine di migliaia per il tiro a bersaglio e si dà una paga di oltre 6000 corone ad un commissario del tiro a segno!

Per documentare il sistema dei sorpassi basti dire che l’esecuzione delle strade votate anni or sono nell’importo di 8 milioni, ne venne a costare dodici! E nessuno si è neppure sognato di reclamare un’inchiesta per questo sorpasso! Per conoscerne le cause basti sapere che per certe strade si è adoperato in spese di dirigenza durante cinque o più anni, quasi quanto sarebbe bastato a costruire completamente la strada in un sol anno. Quest’è il raso della strada di Terragnolo. Questa strada fu preventivata 400 000 corone. Costò invece un milione e 420 000 e le spese di dirigenza ed amministrazione, ripartite su sei anni costarono oltre mezzo milione!

È sistema normale iniziare i lavori, poi sospenderli un anno o due finchè quel che fu costruito va tutto in malora, poi riprenderli e nel frattempo continuare a pagare le spese di dirigenza! [p. 70 modifica]

Lo stato in cui dalla provincia, la quale costruisce in regia propria, si sono abbandonati incompiuti i lavori stradali nei dintorni di Trento, in Val di Cembra, sulla strada di Lavarone, nel Val Regnana, ecc., dà l’idea di impresarii che sieno scappati.

Vi sono ponti costrutti per metà e pericolanti, gallerie che crollano, manufatti incompleti e destinati ad esser travolti. E sulla strada dopo un anno dall’abbandono dei lavori ci sono ancora abbandonati attrezzi, utensili, carri, rotaie, ecc.

Nell’atto in cui i partiti dominanti nella Dieta del Tirolo reclamano denari dal Parlamento, noi sentiamo il dovere di rinfacciar loro questo pessimo e vergognoso sistema amministrativo che è a tutto danno del proletariato e della piccola possidenza del contadino dai quali si spremono le maggiori imposte.

Ma quando si parla della Provincia del Tirolo e della sua amministrazione, non può non essere ricordato dal rappresentante di Trento, che i fondi sono sempre ingiustamente distribuiti fra parte italiana e parte tedesca e che a togliere la ingiustizia palese è assolutamente indispensabile arrivare al distacco della parte italiana della Provincia dalla parte tedesca e alla creazione di un Trentino autonomo.

Se le promesse del conte Slürgkh fossero cosa da prender sul serio, sarebbe da salutare con viva compiacenza la assicurazione da lui data al barone Malfatti e al dottor Gentili del suo interessamento per l’autonomia. [p. 71 modifica]

Mentre io sarò felicissimo se dovrò ricredermi sulle buone intenzioni del Ministro presidente, ci tengo a dichiarare che io nutro maggior fiducia in quello che potranno fare i rappresentanti diretti del popolo, allorchè ci sarà una buona riforma elettorale; e tale mia fiducia è avvalorata dal fatto che non fra la borghesia, ma tra le classi più umili, fra il proletariato, si sono trovati, anche questa volta, nella parte tedesca della Provincia gli unici sostenitori dell’autonomia del Trentino.

La questione dell’autonomia trentina sarà agitata fino a vittoria completa. Se col deplorato sistema delle elemosine elargite dalla Dieta, se con l’acquiescenza verso il Governo del partito clericale dominante, il movimento autonomistico ha avuto una sosta, essa è del tutto momentanea.

Il conflitto cova latente e divamperà quando meno lo si aspetta. I segni di stanchezza, di insofferenza, di malcontento si fanno sempre più manifesti nella città e nella campagna, perchè anche il contadino, non vuol più esser la bestia utile e rassegnata di un tempo.

Se il governo è saggio deve saper prevenire il movimento. Il Vorarlberg dà ora l’esempio della riscossa, chiedendo il completo distacco dal Tirolo. Il Trentino non può non imitarlo.

Solo in un’amministrazione autonoma il Trentino troverà modo di risorgere economicamente e di metter termine a ogni conflitto nazionale.

Ciò sarà al tempo stesso interesse del Trentino come del Tirolo, come di tutto lo Stato, il [p. 72 modifica]quale, se non vuol fare la fine della Turchia europea, dovrà adattarsi a metter come cardine e scopo della sua attività il benessere e la libertà dei popoli e la pace e la giustizia fra le nazioni.

La soluzione del facilissimo problema (essendo netta la divisione linguistica fra Trentino e Tirolo) dovrebbe costituire il principio per le analoghe riforme in altre provincie.

L’abbandono in cui è lasciato dal Governo il Trentino e la sua tristissima situazione economica e politica mi fanno pensare ai discorsi tenuti in questa Camera durante la prima lettura del provvisorio.

In quei giorni su tutti i banchi e su tutti i toni si è sentito deplorare i metodi reazionari del Governo, la crisi imperversante, la disoccupazione, l’autocratismo militare, il rincrudimento dei sequestri di giornali e via dicendo.

Come causa di queste piaghe, di questa situazione, veniva indicato l’imminente pericolo di guerra.

Orbene nel Trentino tutte queste piaghe sono permanenti da anni, senza che vi sia lo stato di guerra o il pericolo di imminenti conflitti.

Nel Trentino è normale che comandino più le autorità militari che le civili.

Nel Trentino la depressione economica è permanente, perchè lo stesso Governo ostacola le industrie, la disoccupazione è cronica e crea il bisogno di emigrazione per la quale non vi è nessuna protezione.

Nel Trentino le persecuzioni e i processi [p. 73 modifica]politici sono cosa normale. Si vedono dappertutto congiurati e spie, per quanto sia provato che in Austria le vere spie sono gli alti ufficiali dello stato maggiore e magari gli amici dell’Imperatore; e questi sì mettono in pericolo la sicurezza dello Stato; non già quei poveri turisti colti a passare vicino a qualche forte con un binoccolo o una macchina fotografica a tracolla. È un’infamia, che si continui, col pretesto dello spionaggio, la persecuzione degli operai regnicoli, dei pastori, ecc., dopo che nel Trentino fra gli uomini di fiducia dell’autorità militare si sono scoperti gli spioni e i truffatori. L’arresto dell’ingegnere Payer, addetto ai forti di Folgaria, ne è una prova.

Nella gran parte dei casi però, quando sono in ballo i suoi protettori, il Governo non vede nulla, non sa nulla, cerca di nasconder tutto e se la piglia coi regnicoli.

Presso il Tribunale di Trento pendono accuse gravissime contro una creatura del Governo, certo Abel, costruttore di caserme e di forti. Ora il processo verrà sospeso, essendosi proibito a tutti gli ufficiali che conoscono tutte le imbroglierie di quel signore, e i danni arrecati allo Stato, di deporre come testi.

Ho sentito dire in questa Camera come cosa straordinaria che si abbiano avuti in un sol giorno 23 sequestri in tutta l’Austria: ma il procuratore di Stato Tranquillini a Trento arriva lui solo a farne quattro in un giorno, in una piccola città. Ed anzi per esser qualche cosa più degli altri procuratori di Stato [p. 74 modifica]dell’Austria manda alla procura superiore di Innsbruck delle note contro i ricorsi degli interessati in cui riconosce che gli articoli da lui colpiti non sarebbero sequestrabili, ma sostiene di doverli colpire ugualmente in vista delle intenzioni delle persone che scrivono e del loro carattere politico e del carattere delle riviste e dei giornali in cui gli articoli compaiono.

Tutto quello che nelle varie Provincie dell’Austria può esser fenomeno straordinario, è nel Trentino sistema usuale!

Fra i molti atti di stupida rappresaglia del Governo va annoverata la mancata conferma del podestà di Trento, conte Massimiliano Manci.

A documentare inoltre l’incuria e l’insipienza del Governo in una questione che non riguarda solo il Trentino, ma tutti gli italiani dell’Austria, basta ricordare la eterna questione dell’Università e la evidente tendenza del Governo a trascurare il voto della commissione al bilancio per la Facoltà italiana a Trieste.

Tutta questa cattiva politica è pericolosa non solo per gli effetti che ha all’interno, ma anche nei suoi inevitabili rapporti con la politica estera, rispetto all’Italia.

Durante gli ultimi mesi il contegno prudente dell’Italia è stato di immenso giovamento all’Austria.

L’Italia, per generale attestazione, ha reso possibile all’Austria di uscire dai terribili impicci in cui s’era messa.

Ma noi italiani, che conosciamo l’anima italiana, possiamo ben dire che ciò è avvenuto [p. 75 modifica]perchè la voce del sentimento è stata soffocata dalla serenità e dalla forza del raziocinio.

L’Italia in poche parole ha giovato alla Monarchia non perchè il suo popolo abbia simpatie per l’Austria, ma perchè il suo Governo malgrado l’assoluta mancanza di simpatie popolari verso lo stato austriaco, ha voluto attenersi a criteri di prudenza, ed ha vagliato le grandi responsabilità dell’ora presente.

La Triplice, è noto a tutti, non è popolare in Italia.

Noi avvertiamo quindi il Governo austriaco a non voler abusare della situazione fortunata che le ha creato l’alleata.

Continuando in una politica stolta verso gli italiani della Monarchia, potrebbe darsi che in Italia alla politica prudente e calcolata dei dirigenti subentrasse quella sentimentale delle masse popolari, che per l’Austria hanno cordiale antipatia, troppi essendo ancora i ricordi di sangue e le testimonianze tristi della dominazione austriaca, che il popolo ha sotto gli occhi.

E l’Austria dovrebbe pensarci bene, prima di avventurarsi a nuovi conflitti, e perdere i vantaggi dell’alleanza.

Si affretti quindi a cambiar rotta il Governo. Ricordi che vi è un nesso fra il suo contegno verso gli italiani della Monarchia e la politica estera d’Italia. Cambi rotta. Dia al Trentino l’autonomia. Metta fine alla dittatura militare e ai sistemi reazionarii, dia la tanto attesa Facoltà italiana a Trieste.

Queste parole escono dalla bocca di uno che [p. 76 modifica]non è un conservatore, e non ha alcuna tenerezza per la conservazione e la perpetuazione dell’Austria; ma in realtà sono il miglior consiglio che oggi potrebbe dare al Governo un conservatore illuminato. [p. 77 modifica]

VI.


ESERCITO E NAZIONI IN AUSTRIA.
Contro l’aumento dei bersaglieri provinciali.


12 giugno 1914.12

Giungo ultimo alla parola dopo che molti colleghi hanno già parlato e molti di parte italiana hanno addotti argomenti contro l’attuale progetto militare.

Poco mi rimane da spigolare. Tuttavia ci tengo ad affermare che tra il pensier mio e quello dei colleghi italiani, esiste un divario fondamentale.

Io sono antimilitarista per convinzione teorica, per ragioni di principio. Io vedo nel militarismo [p. 78 modifica]l’impedimento allo sviluppo della civiltà industriale, al lavoro fecondo e pacifico.

Dott. Pinalli (liberale italiano): Anche noi.

Il militarismo, in origine stromento di difesa, va ognor più trasformandosi in stromento di offesa e di parassitismo. Stromento di parassitismo dal quale gli alti industriali traggono lauti guadagni e la classe borghese-feudale brillante carriera pei suoi figli. Elemento di offesa, perchè l’esercito, divenuto di mole sempre maggiore, trova in sè stesso l’eccitamento a provocare, a stuzzicare gli elementi vicini; mentre i governi reazionari lo considerano quale estremo rimedio utopistico contro l’avanzarsi del proletariato organizzato.

Che se questa mia fede antimilitarista vale per ogni paese del mondo, vale ancor più in Austria, dove all’esercito manca una qualità fondamentale, che c’è in tutti gli altri paesi.

Altrove l’esercito è l’espressione genuina, caratteristica della patria. Ma la patria in Austria non esiste. L’Austria è una bolgia infernale, nella quale le patrie si accavallano l’una sopra l’altra: la più forte contende il terreno alla più piccola e non solo il suolo si contendono, ma anche la libertà, che è pei popoli l’aria da respirare.

Manca quindi in Austria quello che è l’anima vibrante di un esercito; esso non è un centro da cui irradino e a cui convergano affetti e simpatie. No. Qui ognuno pensa di trovarsi in un esercito che domani potrà esser chiamato a combattere contro la propria nazione madre. [p. 79 modifica]

Per il fatto che il mio antimilitarismo si basa su questi principii, io non mi son trovato nella condizione dei colleghi di parte popolare di dover per dodici giorni pensare se dovevo votare pro o contro: per me un tale assillo di coscienza non c’è mai stato.

È vero. Non mi sarebbe stato possibile di contrattare, come i colleghi di parte popolare, mandando alti messaggi a Vienna, per veder di ottenere, come dicono i maligni, dei compensi in contanti.

Ma considerando anche la cosa non come un quesito di patriottismo a base finanziaria, ma come una questione di coscienza, io non ho da risolvere, alcun dubbio; nè sento di dovere, come hanno fatto i popolari, purgarmi dalla taccia di antipatriottismo, che il relatore on. Schraffl regala a chi, pur avendo votato altre leggi militari, non subisce anche questa.

Eppure anche se il voto dei colleghi popolari di parte italiana è dettato da sentimenti molto differenti, pure io mi rallegro vivamente che tutti gli italiani di questa Camera si schierino contro il progetto militare, anche per un’altra ragione: perchè in fondo noi viviamo in uno Stato che misconosce completamente tutti i diritti e tutti gli interessi degli italiani; noi viviamo in uno Stato il quale ha molto di frequente ignobili voci di provocazione contro la nostra nazione madre. Viviamo in uno Stato dove, pur esistendo la triplice alleanza, pur essendo frequenti gli amichevoli convegni sulle ridenti spiaggie adriatiche fra Berchtold e Di San Giuliano, pur essendo [p. 80 modifica]frequenti gli elogi, gli incensamenti reciproci, che partono dalle sfere diplomatiche, pur esistendo queste premesse, nella realtà dei fatti non si ha verso l’elemento italiano la giusta, necessaria, considerazione. Non la si ha riguardo all’Italia come Stato estero, non la si ha verso di noi che viviamo nell’interno della monarchia. Si persiste a negare a noi quei diritti che sono concessi alle altre nazioni, pur sapendo che questa negazione necessariamente viene a destare in tutte le regioni della penisola un sentimento di simpatia per noi e scatti di indignazione contro il Governo austriaco.

Nè potrebbe diversamente avvenire, quando si constata che a noi da decenni si contende anche un semplice brandello di Università italiana, quando con le deplorate ordinanze si toglie ai cittadini del Regno il diritto di vivere liberamente e liberamente professare la loro carriera nella città di Trieste.

È ben naturale quindi che io qui esprima il mio intimo e profondo compiacimento nel vedere una volta tanto gli italiani tutti d’accordo nel negare il voto per l’incremento di quell’esercito che troppo spesso, con boria provocante, nelle gazzette militari e in alti circoli viene invocato e salutato quale castigatore e invasore degli Stati vicini, non escluso quello Stato che corrisponde alla nazione nostra.

Ed è il più elementare dei doveri umani quello di non contribuire a fornir le armi per affidarle a chi non nasconde il desiderio di colpire i nostri fratelli, anzi la nostra madre. [p. 81 modifica]

La nostra posizione dolorosissima e speciale di cittadini che più degli altri soffrono del militarismo austriaco, non ha d’altronde bisogno d’essere da me maggiormente esposta, perchè il signor Luogotenente ha detto con molta chiarezza, come coloro che più di tutti soffrono del militarismo sian quelli che vivono ai confini meridionali della monarchia. Su questo argomento, scendendo a molteplici particolari, hanno oggi parlato assai bene i colleghi di parte popolare, esponendo e documentando una serie infinita di guai.

Ho qui sentito parlare di pastori cacciati dai lor pascoli, di alpigiani impediti dal trar profitto dell’unica loro risorsa, la selvicoltura. Ebbene, colleghi, voi parlate del monte ed io posso parlare del piano.

Nei dintorni di Trento, alla Fersina, alla Vela, ecc., la vita dei contadini è inceppata da una quantità di misure militari; alle porte della città si costruirono caserme e forti, dei quali alcuni sono forti per modo di dire; ma mediante essi si proibisce ogni costruzione nei raggi di fortezza e si deprezza il valore dei fondi. Ogni giorno v’è una novità: oggi si impedisce il passaggio di un ponte, domani di un sentiero e un altro giorno di una strada; nei campi vi sono più soldati che contadini ed è così resa un mito la dolce e tranquilla vita rustica.

Ho sentito parlare di industrie o di alberghi danneggiati da disposizioni militari; ho sentito accennare alla piaga dello spionaggio; ma se noi volessimo elencare tutti i torti non si finirebbe più ed io abuserei della pazienza del [p. 82 modifica]signor presidente, a cui ho promesso di parlare per soli dieci minuti.

Io vorrei che mi si dicesse quali sono le pubbliche istituzioni del nostro paese, sulle quali il militarismo non faccia pesare la sua mano ferrea: sia negli istituti di finanza, sia in quelli forestali e delle malghe, o negli uffici degli ingegneri, come nelle scuole, nella polizia, nei capitanati, non c’è nessun organismo nel quale al di sopra della volontà di chi dovrebbe dirigere l’ufficio non stia la volontà dello stato maggiore austriaco.

Due casi tipici, in cui l’ingerenza dell’elemento militare stona più che altrove, sono offerti dalle scuole e dal tribunale.

Le scuole di Rovereto sono state trasformate di recente in caserme, dove gli scolari, più che ad apprendere il latino ed il greco, sono chiamati a fare delle esercitazioni, sotto la direzione di generali e di colonnelli; e il tribunale, che dovrebbe essere l’aula serena della giustizia, quante volte non è stato invaso dall’autorità militare?

Quanti giudici non sono andati incontro a grossi guai, per non aver piegato il capo davanti agli ufficiali dello stato maggiore?

Nelle piccole guarnigioni, gli ufficiali pretendono che gli impiegati sieno i loro servitori, che vadano in loro compagnia, che li corteggino in mille e mille modi. Dei giudici furono puniti unicamente per aver mostrato troppo zelo quando si trattava di evadere la vertenza Idi cittadini del Regno accusati di spionaggio, e per essere [p. 83 modifica]riusciti a sbrigare rapidamente le pratiche, mentre l’autorità militare pare si goda quando un povero diavolo, accusato falsamente di spionaggio, è trattenuto mesi e mesi in prigione prima di esser dichiarato innocente.

Questo militarismo è quindi per noi realmente fatale, come lo è per tutto lo Stato in cui viviamo.

È molto ingenuo il collega on. Schöpfer, quando dice: Ma il militarismo, cari socialisti, è necessario in Austria, perchè voi, se non siete ciechi, dovreste vedere tutto quello che ribolle ad Oriente, perchè dovreste vedere come tutta la vita pubblica sia minacciata di una guerra. «Guardate — ha detto l’on. Schöpfer — a quello che è successo nella Turchia.»

Guardiamo pure, reverendo. Aprendo bene gli occhi noi vediamo che la Turchia si è tirato addosso quel po’ po’ di roba perchè amministrava male, ed era retta a base di militarismo, perchè aizzava un popolo contro l’altro, perchè trascurava ogni sviluppò industriale e negava ogni riforma sociale; era abile in una sola cosa: nel far debiti. Proprio come fa oggi l’Austria.

I ciechi siete dunque voi, perchè non vedete come le cattive amministrazioni sono quelle che fatalmente terminano a portare la distruzione degli Stati.

E giacchè l’on. Schöpfer ha tirato in ballo noi socialisti, non posso trascurar di rispondere a qualche altro dei suoi appunti.

Egli ha detto in tono canzonatorio: Che ci vengono a dire i socialisti di autonomia, di [p. 84 modifica]rispetto alle nazionalità, quando noi sappiamo che non sono buoni di intendersi fra loro, tra nazione e nazione? Se io potessi qui discorrere a lungo potrei dimostrarvi come il conflitto fra socialisti tedeschi e czechi, cui alludeva l'on. Schöpfer, non sia tanto un conflitto politico, quanto un conflitto limitato sopratutto ai criterii dell’organizzazione economica.

Ma ben altro voglio dire all’on. Schöpfer, giacchè egli sa il latino. Io gli dico: Hic Rhodus, hic salta.

Noi socialisti — io e il mio amico Abram — abbiamo qui parlato non già di czechi e tedeschi ma del Tirolo e del Trentino, di due regioni cioè che si possono dividere molto facilmente, perchè il suolo riservato dalla natura alla popolazione italiana, è nettamente diviso da quello destinato alla parte tedesca.

Il problema nostro è fra i molti problemi nazionali austriaci uno dei più facili a risolvere.

Orbene come noi socialisti invochiamo la separazione del Trentino dal Tirolo, su questo terreno dovreste scendere anche voi, cristiano-sociali, se siete realmente animati da sentimenti di giustizia verso tutte le nazionalità. Qui, adunque, venite. Dateci la mano. Hic Rhodus, hic salta.

Se l’Austria non è forte come sarebbe vostro desiderio, se l’Austria potrà un dì trovarsi nelle condizioni di dover soccombere, pel caso fosse coinvolta in una guerra, non si imputi questo, come fate voi, al movimento operaio o socialista. È il vostro governo che rende malcontente tutte [p. 85 modifica]le nazionalità, che crea nell’interno dello Stato quella forza centrifuga che tende a lacerarlo, invece di unirlo, invece di amalgamarlo. Fino a che il Governo centrale non sa far di meglio che stuzzicare tutti quelli che abitano ai confini estremi, è naturale che essi guardino al di là del confine.

Solo trattando le nazionalità da pari a pari, corrispondendo ai loro diritti, ai loro interessi, solo in tal modo potrà darsi che avvenga una pacifica coabitazione di tanti elementi estranei, e che questa forza centrifuga possa trasformarsi in una forza centripeta.

Voi, on. Schöpfer, come panacea di tutti i mali dell’Austria, come freno all’appetito del militarismo, non sapete invocare che la religione. Ebbene, se questa potesse togliere il flagello della guerra e le cause della miseria, come mai vi sarebbero state tante guerre nel passato, quando i rappresentanti della religione erano i padroni del mondo? E perchè tante volte la croce si agitò contro gli stendardi dei mussulmani? Perchè si scatenò religione contro religione? Perchè tante stragi furono benedette dai pontefici?

È lo spirito umanitario che ci vuole, lo spirito di tolleranza. Ma lo spirito umanitario, lo spirito di tolleranza sono in contraddizione perfetta col vostro militarismo; nè crescono e si alimentano nelle caserme che voi invocate.

Finchè voi aumenterete gli eserciti, non riuscirete a creare nè la tolleranza, nè l’amore. L’esercito, quale è da voi inteso, è solo insegnamento a uccidere: esso vuol dire disprezzo della [p. 86 modifica]vita umana, vuol dir negazione del sentimento che esiste tra padre e figlio, tra fratello e fratello: vuol dir rendere l’uomo lupo all’uomo.

Ah no! Non così si rende possibile la coesistenza delle varie nazionalità e il reciproco affratellamento dei popoli.

L’ora che attraversa l’Austria è una delle più nere. La miseria dilaga dovunque. Coloro che come voi, on. Schöpfer, parlano con orrore del sentimento di odio che serpeggia nei bassi strati operai, non pensano che come l’amore germina dall’amore, così l’odio è il naturale sfogo di chi è compresso dalla miseria e dalle sofferenze. Se questo popolo della monarchia non dovesse emigrare, se non dovesse soffrire la tortura della disoccupazione, non ci sarebbe questo odio, che oggi fatalmente si accumula nel cuore del proletariato, e che fatalmente dovrà in qualche momento esplodere.

Voi di fronte alle plebi che soffrono non trovate altro rimedio che il militarismo e credete di aver tutti tranquillati affermando: «Questa è però l’ultima volta, o signori, che vi chiediamo simile sacrificio!».

L’ultima volta? Vergognatevi di questa frase. Anche il beone ogni volta che tracanna il liquore bruciante ripete: Questa è l’ultima volta! Ma non sa trattenersi e beve continuamente fino che il vizio lo annienta, lo brucia, lo trascina alla tomba.

Il popolo chiede pane e voi gli date piombo. Il popolo chiede scuole e voi gli date caserme. Non così si fortificano gli Stati, non così si crea [p. 87 modifica]l’amore fra il popolo, perchè il popolo sappia al momento opportuno difendere il suo Governo.

Guardate come avete ridotto questo popolo. È pari a quell’uomo malnutrito, descrittoci da Tolstoi, a cui i suoi pretesi amici mettono in mano prima una spada, poi la rivoltella, poi il fucile, e poi lo coprono con la corazza e lo caricano col cannone. E quando questo povera diavolo, sfinito e sfibrato, dice: Ma oltre questo datemi anche da nutrirmi, datemi della carne e del pane, gli si risponde: Tu sei forte, sei bene armato, le tue armi garantiscono il tuo sviluppo.

Questa è la condizione che il Governo fa al popolo in Austria.

Noi constatando questa triste sorte, constatando come in questa provincia bilingue il pensiero antimilitarista di tutti i rappresentanti della nazione italiana non sia condiviso che da un solo fra i sessantacinque rappresentanti del popolo tedesco, constatando come ben poco profonde sieno le radici dell’antimilitarismo anche fra gli italiani e sia questa una prima ed isolata affermazione, ci proponiamo di intensificare sempre maggiormente la propaganda dei sentimenti umanitari e sociali, e con la tranquilla coscienza di fare il bene del nostro paese, alla vostra richiesta di nuovi soldati, rispondiamo: «Nè un uomo, nè un soldo».


Note

  1. Contro il volere del Ministero, su proposta del deputato italiano dott. Conci, nella seduta del 20 ottobre 1911 venne dal Parlamento austriaco deciso di porre al primo punto dell’ordine del giorno della prossima seduta il progetto di legge per l’erezione di una Facoltà legale in lingua italiana a Vienna. Alla discussione in prima lettura partecipò col discorso qui riportato il deputato di Trento. Il progetto venne passato ad una Commissione che lo approvò, dopo lunghe sedute ostruzionistiche, alla quasi unanimità, indicando però come sede della Facoltà Trieste. Avvenuto questo, il Governo con scuse e pretesti riuscì a dilazionare la pertrattazione in seconda e terza lettura, pertrattazione che non ebbe più luogo e che avrebbe dovuto esser coronata da pieno successo in favore degli italiani se i deputati dei vari partiti avessero votato in Parlamento in modo corrispondente al voto della Commissione. Per la storia della questione universitaria, che valse a richiamare sugli italiani dell’Austria e sulle loro misere condizioni l’attenzione non solo d’Italia, ma di tutto il mondo civile, sono da consultarsi l’inchiesta e lo studio di Scipio Sighele (Treves, 1907) e il lavoro di Ferdinando Pasini: L’università italiana a Trieste (Firenze, 1909).
  2. Questo discorso fu tenuto al parlamento austriaco durante la discussione del bilancio provvisorio pel primo semestre del 1912.
  3. Si tratta di uno dei molti tentativi ostruzionistici da parte di pochi pangermanisti e sloveni per impedire la pertrattazione del progetto di legge sulla erezione della Facoltà legale italiana a Trieste.
  4. Una proposta del dep. Dott. Battisti per l’elaborazione di una legge sul patto colonico nel Trentino fu presentata alla Dieta tirolese ed accolta ad unanimità nella tornata Maggio-Giugno 1914.
  5. Questo Consiglio delle malghe ha poi svolto negli ultimi anni un’azione che riuscì dannosa, anziché utile, perchè si informò esclusivamente ai criteri dell'autorità militare, tendenti a escludere l’introduzione del bestiame regnicolo durante l’estate. In proposito il dep. Dott. Battisti svolse un’interpellanza nel dicembre 1913.
  6. Il Governo austriaco anzichè concedere, in base agli impegni assunti, questa ferrovia reclamata dal paese e per la quale gli interessati erano pronti a concorrere largamente, elaborò un nuovo progetto che mettesse in congiunzione, attraverso un valico alpino, la Valle di Fiemme con la bilingue Bolzano, cittadella del pangermanismo, distaccandola così dal suo centro naturale, Trento. Il progetto, tendente a germanizzare la valle di Fiemme, ebbe, malgrado l’opposizione ostruzionistica della Deputazione liberale, l’approvazione della Dieta del Tirolo. Dovea esser discusso in Parlamento assieme a molti altri progetti di ferrovie locali austriache. Ma la pertrattazione fu da prima dilazionata perchè ii Governo non poteva disporre dei fondi necessari; poi perchè, mentre si preparava la guerra, dal febbraio all’agosto il Parlamento non tenne che pochissime sedute.
  7. Nel Trentino si chiama soldo la moneta del valore di due centesimi.
  8. Discorso tenuto al parlamento austriaco durante la discussione della riforma militare.
  9. Contro gli sfratti arbitrari e segnatamente contro quello del deputato Guido Podrecca, il Dott. Battisti protestava anche con una sua interpellanza del Marzo 1912.
  10. Questa interpellanza era diretta al ministro degli Interni, barone Heinold e al ministro della Difesa del Paese, generale Georgi. Nè l’uno nè l’altro risposero.
  11. Discorso tenuto al parlamento austriaco durante la discussione sulla Riforma tributaria.
  12. Questo discorso fu tenuto ad Innsbruck alla Dieta del Tirolo. A questa Dieta è riservato il privilegio di convalidare tutte quelle leggi militari votate dal Parlamento, che riguardano la milizia territoriale provinciale. Il voto su tali leggi non implica notevoli aggravi finanziari, ma si risolve più che altro in un voto di fiducia al Governo. Nella votazione avvenuta poco dopo il discorso qui riportato, tutti gli italiani, senza distinzione di partito, votarono contro la legge in discussione.