Al parlamento austriaco e al popolo italiano/Parte seconda

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Parte seconda. Al popolo italiano

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PARTE SECONDA.


AL POPOLO ITALIANO.

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I.


IL TRENTINO E I TRENTINI.

Lettera aperta a B. Mussolini.1


Caro Mussolini,

Vedo in una corrispondenza romana del tuo giornale messa in burletta una eventuale guerra italo-austriaca, per liberare.... coloro che non hanno assolutamente alcun desiderio di staccarsi dall’Austria.

Io non ho, nè mi arrogo, caro Mussolini, il diritto di parlare in nome di tutti gli irredenti, per quanto mi giungano da Trieste e dall’Istria voci di consentimento; ma sento di potere, di [p. 92 modifica]dovere anzi dire una franca parola in nome del Trentino.

Il Trentino ci tiene a staccarsi dall’Austria.

Se tu fossi stato lassù nei giorni angosciosi della mobilitazione te ne saresti convinto. Avresti assistito alla partenza coatta di oltre trentamila uomini, montanari, contadini, gente abituata da preti e da poliziotti alla rassegnazione. Eppur tutti fremevano d’odio, tutti partivano lanciando all’Austria la maledizione.

Non basta questo, tu mi dirai, per stabilire che nel Trentino ci sia la volontà del riscatto.

E allora c’è tutta la storia degli ultimissimi anni (per non riandar quella veramente superba dei tempi del Risorgimento) che te ne rifà la prova.

Che i socialisti del Trentino (e sono più di un sesto della massa elettorale) odino l’Austria, che essi abbiano sempre affermato altamente il diritto all’indipendenza nazionale, tu lo sai. Ne fanno fede i discorsi dei deputati socialisti, l’indirizzo costante della stampa, e sopratutto quel sobrio ma fiero sentimento di italianità che è nella classe operaia non solo di Trento, ma anche nelle colonie degli emigranti trentini in terra tedesca.

Vi sono poi i liberali nazionali, moderati e democratici, a cui i socialisti giustamente hanno più volte rimproverato di aver voluto diminuire il valore del fattore sociale e di coprire talvolta i loro interessi di classe sotto la bandiera nazionale. Ma nessuno può negare che essi sieno stati e sieno, nella loro stragrande maggioranza, [p. 93 modifica]buoni sostenitori dell’italianità, e che ad essi non si deva in buona parte quella forza di resistenza per cui sessanta anni di azione pangermanista nel Trentino non hanno approdato ad alcun risultato.

E i contadini, dirai tu?

Dei contadini trentini, ti rispondo, che oggi sono indubbiamente più imbevuti di sentimenti italiani di quel che lo fossero verso il 1860 i contadini del Veneto e del Lombardo, ritenuti degni, degnissimi di riscatto dagli altri fratelli d’Italia.

L’idea nazionale — non nel senso nazionalista, ma nel senso sano ed equilibrato di difesa di un proprio patrimonio di coltura — e per reazione al Governo austriaco fattosi sempre più feroce e per l’attrazione ed il fascino esercitato dall’incontestato progresso economico d’Italia — ha pervaso tutto e tutti.

Migliaia di contadini del Trentino (le ultime elezioni hanno precisato la cifra di ottomila) non seguono più le bandiere cattoliche ed hanno creato un fiorente movimento di classe, che vicino alle questioni economiche ha affermato con schiettezza l’idea nazionale.

Ma resta il grande esercito clericale, tu mi dirai. No; restano i capoccia clericali: canonici, banchieri, impiegati austriaci, che sono austriacanti nel vero senso della parola. Ma austriacante non è la massa che essi, mercè compressioni inaudite, hanno ancora con sè. Per convincere questa massa, per attrarla a sè, hanno dovuto far nei loro programmi larga parte al [p. 94 modifica]sentimento nazionale, hanno dovuto metter fuori dalla porta i nobili austriaci che avevano in casa, hanno dovuto smetterla coi loro telegrammi all’imperatore e i loro voti pel potere temporale, hanno insomma dovuto subire l’onda di italianità che va trascinando tutto il paese.

Eccotene la prova: Nella Dieta del Tirolo, per speciale privilegio concesso dagli Asburgo ai discendenti di Andrea Hofer, si deve, perchè abbiano valore nella provincia, convalidare tutte le leggi militari emanate dal Parlamento di Vienna, o proclamate in base al paragrafo 14.

Si tratta di un voto che ha un valore morale. Non si votano quattrini. La Dieta del Tirolo, dacchè esiste, ha sempre sanzionato le leggi militari, alla quasi unanimità. Vi si sono opposti solo i pochi liberali di Trento e Rovereto.

Quest’anno, nel mese di giugno, è successo invece che il deputato socialista di Trento potesse fare un discorso in cui convennero tutti i partiti, allorchè egli affermava la necessità del voto contrario da parte degli italiani, oltre che per le ragioni specifiche di ogni singolo partito, per l’idea a tutti comune che cittadini italiani non dovessero votare appoggio ed incremento ad un esercito, evidentemente destinato a marciare contro la madre Italia.

È vero che i leaders clericali, monsignor Gentili e qualche altro prelato, non condividono in cuor loro simili criteri; ma la maggioranza dei deputati clericali, composta di contadini autentici, di segretarii comunali, di maestri e piccoli borghesi, forzò la mano e obbligò tutto il club [p. 95 modifica]clericale — compresi i leaders — a votare compatti, e senza assenze, contro le leggi militari e l’aumento del contingente di truppa.

Francesco Giuseppe, abituato a inviare alla Dieta del Tirolo per telegrafo i suoi ringraziamenti dopo la sanzione dietale di ogni legge militare, non si prese l’incomodo di farlo quando seppe che la legge era passata col voto dei soli tedeschi, ed avea avuti contrari tutti gli italiani.

Non voglio indugiarmi di più. Ma potrei moltiplicare le prove di fatto.

Certo nel Trentino non v’è un irredentismo che negli ultimi anni abbia pensato a congiure, forme ormai superate. Non c’era, nè potea esserci finchè si vedeva l’Italia legata alla Triplice un irredentismo d’azione. Ma oggi dai campi insanguinati della Galizia e della Bosnia come dalle città e dalle valli e da ogni luogo ove siano trentini si guarda fremendo all’Italia. Un cuore italiano che vive nella fortezza di Franzensfeste, coperto della divisa austriaca, mi scrive oggi eludendo la rigida sorveglianza: Il mezzogiorno non si muove? Venite!

Ora è il momento in cui l’irredentismo prende forma concreta ed ha ragione di essere. Ora c’è e mette in fuga le paure, le prudenze, gli interessi dei tempi andati. E c’è non in questo o in quel partito. C’è nel cuore di tutto il popolo.

Se così non fosse le stesse carceri austriache non ospiterebbero oggi, per l’istessa colpa di amor patrio, e il redattore del giornale socialista Martino Zeni e il prete Mario Covi e [p. 96 modifica]l’organizzatore dei contadini Vero Sartorelli e non pochi liberali e nazionalisti.

Se così non fosse le città d’Italia, Milano prima fra tutte, non ospiterebbero tanti profughi trentini, qui venuti sfidando infiniti pericoli.

Vivono essi in trepida attesa ed in fervida fraternità; e son uomini delle più disparate classi sociali, avvocati, professori, contadini, operai, vecchi e giovani, ricchi e poveri, qui venuti nella speranza di tornar presto lassù con le armi in pugno.

Per un tacito patto essi sono fino ad oggi vissuti oscuri, modesti, senza far parlare di sè. Io rompo oggi la consegna per gridar con loro la mia protesta, per dire ai fratelli d’Italia:

Se l’Italia non può ricordarsi di noi, irredenti, sia! Se l’operare per la nostra redenzione dovesse recarle rovina, noi subiremo ancora il servaggio. Sia tutto questo! Dimenticateci, se volete, ma non dite che noi non vogliamo staccarci dall’Austria. È un’offesa. È una bestemmia.

Uno dei profughi trentini.

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II.


DALL’ALTRA RIVA.

Lettera aperta al deputato Morgari.2


Egregio Morgari,

Permettete che il deputato socialista di Trento vi ringrazi per la franchezza con cui avete posto nel vostro discorso di giovedì il problema della guerra e la questione di Trento e Trieste. Voi avete parlato ben chiaro, cercando i vostri argomenti nella viva realtà.

Invano io ho cercato fino ad ora nell’Avanti! e negli altri periodici socialisti le ragioni pratiche, tangibili della neutralità assoluta, adatte a persuadere anche chi non ha dimestichezza con Hegel e con Marx. Vi ho trovate lunghe disquisizioni filosofiche sulla collaborazione e sulla lotta di classe, disquisizioni che mi hanno fatto l’effetto di un predicozzo sulle cause della miseria a chi, avendo fame, chiede pane e lavoro.

Ma vi dico subito che se apprezzo la vostra franchezza e se convengo nell’utilità del vostro [p. 98 modifica]metodo di analisi del problema, non condivido le vostre argomentazioni, nè riconosco per buoni i dati di fatto che voi citate.

Il filo del vostro discorso, se i giornali non vi hanno tradito, è stato questo:

“Non dobbiamo curarci di chi dice che la guerra è bella. Dobbiamo invece indagare se è utile. Non è utile perchè dissangua i popoli. Per chi e perchè entrerebbe oggi in guerra l’Italia? Per Trento e Trieste. Ma queste regioni hanno bisogno d’esser redente? Non ci sono i savoiardi, i ticinesi, i maltesi che vivon bene sotto Governo non italiano? Ci potrebbero dunque stare anche gli italiani dell’Austria. Che se così non fosse converrebbe guardare un altro lato del problema. La loro redenzione costerebbe troppo, non compenserebbe il guadagno.„ E voi ammonite: “Cari fratelli, la spesa è troppo grave; restate pure sull’altra riva.„ Con ciò il socialismo non vuol negare la legittimità dell’irredentismo, ma intende a far trionfare una sua speciale politica estera. E precisamente questa: che le popolazioni debbano, ad un dato tempo, essere interpellate per costituire liberamente le loro patrie e tutte queste patrie debbano costituire una grande confederazione.

Forte di tale fede, voi avete concluso dichiarando “pazzo o delinquente chi voglia a prezzo della guerra la conquista di Trento e Trieste. Ci pensi se mai la borghesia, perchè sola ad essa spetta la difesa della Patria. Che i socialisti degli altri paesi abbiano fatto differentemente non monta. Si sono tutti sbagliati. I socialisti italiani non devono avere nè simpatie, nè antipatie. Devon star con tutti e con nessuno ed attendere gli arbitrati fra le nazioni„.

Ebbene, caro Morgari, io sono un fratello che non sa adattarsi a restare sull’altra riva e prima di veder sè e il proprio paese condannato al servaggio austriaco, si permette di prender la parola. [p. 99 modifica]

Comincio col darvi ragione quando affermate esser superflua pei proletari la discussione se la guerra sia bella o no. Io credo si debba anzitutto chiedersi: È giusta? Voi avete ammesso esser giuste le aspirazioni di Trento e Trieste. E non negherete che ciò che è giusto è anche utile. Solo credete si possa arrivare alla redenzione degli irredenti per altra via.

Qui sta il vostro errore. Voi nel vostro discorso avete appaiato gli italiani dell’Austria con quelli di Malta, della Svizzera, della Francia. Ma questo è un assurdo. L’Austria non è nè l’Inghilterra, nè la Svizzera, nè la Francia. L’Austria è uno stato esclusivamente feudale, militarista e clericale, nel senso che per un diabolico congegno, perfezionatosi traverso i secoli, sono effettivamente le caste dei nobili, dei militari e dei preti quelle che esclusivamente comandano.

L’Austria vive maltrattando e negando le nazioni, mentre gli altri Stati le rispettano. Le tradizioni storiche ed il fattore geografico, che hanno reso possibile una Svizzera polinazionale, non trovano la menoma corrispondenza nè nella storia, nè nel suolo dei disparatissimi territori costituenti la Monarchia austro-ungarica.

Mi pare a questo punto, egregio compagno, di cogliere un vostro sorriso malizioso e una vostra obiezione: «V’è un congegno diabolico che mantiene uno stato anacronistico? Ebbene, distruggetelo, o socialisti dell’Austria. E se occorrerà vi daremo una mano».

Vi rispondo: I socialisti dell’Austria hanno tentato, ma non ci sono riusciti. La lotta [p. 100 modifica]all’interno s’è mostrata vana. Non è possibile per le differenze nazionali e pel complesso di altre discordanze di carattere economico e sociale coalizzare tante forze, quante occorrono ad abbattere la vecchia Austria. Ve lo dice, egregio compagno, un socialista che ha accettato di cooperare con tutti gli altri socialisti dell’Austria all’opera di rinnovazione dello Stato su basi democratiche e che ha dovuto concludere che la miglior volontà e la più perfetta buona fede nei rappresentanti socialisti di tutte le nazionalità non bastarono, non bastano all’intento. Invano uomini d’alto senno, di provata rettitudine, di cuore generoso come Adler, Daszinski, Nemec, hanno sperato che l’internazionale proletaria avrebbe potuto creare un’Austria moderna, equanime verso tutte le nazionalità. Il programma è fallito. I socialisti czechi con Nemec alla testa hanno fatto casa per sè. I leaders polacchi Liebermann e Daszinski hanno tenuto in Parlamento discorsi che hanno fatto inorridire i compagni tedeschi. Il colore del socialismo rumeno, di quello slavo-meridionale, del ruteno, del trentino è tutto differente da quello del socialismo tedesco. È un socialismo che sa e sente di avere delle partite nazionali da risolvere.

E quando il Governo austriaco minacciò guerra alla Serbia nel 1912 e quando ora la iniziò, fu il socialismo tedesco che subendola, giustificandola e appoggiandola, s’è trovato a tradire la causa delle altre nazionalità per un complesso di interessi specifici, tutti propri del proletariato tedesco, cozzanti cogli interessi degli altri. [p. 101 modifica]

Più e più volte, discorrendo tra socialisti di varia nazionalità, ci si è trovati d’accordo nel concludere: L’Austria è una malata incurabile che ci rovina, ci appesta; noi non siamo capaci nè di guarirla nè di ammazzarla.

Ora, caro Morgari, si tratta di ammazzarla. Voi vi rifiutate di cooperare a questa funzione. Non vi pare nè generoso nè utile.

È invece semplicemente necessario, perchè v’è il pericolo che, senza il concorso dell’Italia, si continuino a imporre ai vari territori non tedeschi dell’Austria, governi stranieri e si eterni la cancrena dell’irredentismo; è necessario perchè l’Austria finchè vivrà, se non sarà ridotta a minime proporzioni, non smetterà il suo programma di odio e di aggressione verso l’Italia; perchè infine, al di sopra della causa di Trento e Trieste la distruzione dell'Austria come Stato plurinazionale, rappresenta la soppressione di un covo di infezione nel centro d’Europa.

Mi pare con ciò di avervi dimostrato, caro Morgari, la utilità indiscussa di un intervento armato dell’Italia e potrei anche tralasciare di ribattere alla vostra osservazione che «gli italiani dell’Austria stanno economicamente bene» e che «il guadagno di quei paesi non compenserebbe il sacrificio».

Ma troppo sono comuni questi apprezzamenti erronei per non ribatterli.

Se foste vissuto un po’ di tempo nel Trentino, nel Friuli, nell’Istria, se aveste avuto modo di consultare i discorsi dei deputati italiani al Parlamento di Vienna, vi sareste convinto che tutte [p. 102 modifica]queste regioni stanno economicamente malissimo per la assoluta incuria del Governo, che le ha trattate proprio come terra di conquista.

Trieste sola ha avuto dei vantaggi economici, ma anche su questi v’è parecchio da discutere.

Il sostenere poi che il sacrificio non compenserebbe la spesa, qualora sia detto, come spesso si ripete nei giornali del Regno, con riflesso alla povertà dei paesi, è apprezzamento del tutto inesatto. Il Trentino, l’Istria e il Friuli non son per nulla affatto «roccie sterili»; son paesi che amorosamente curati possono stare alla pari delle migliori regioni alpine del Regno. Hanno una grande potenzialità di sviluppo economico. Il solo Trentino può darvi duecentocinquantamila cavalli di forza elettrica; e potrebbe subito dar lavoro a tutti i suoi emigranti (23 mila all’anno su 380 000 abitanti) se il Governo facesse un paio di ferrovie per rendere possibile il trasporto e la lavorazione di legnami e di marmi e se permettesse il sorgere di molte industrie già studiate e perfino finanziate, ma ostinatamente proibite dall’Austria, che sui territori di confine non vuole si accumulino masse operaie.

Certo non mi nascondo, egregio Morgari, che la medaglia ha il suo rovescio. I danni di una guerra sono sempre enormi; ci sono le vittime e i danni economici.

In realtà solo le prime sono oggi da mettersi sulla bilancia. I dissesti economici già si hanno in tutto il mondo e più ancora si avranno anche senza la diretta partecipazione alla guerra. Per cui è da augurare che la guerra finisca presto; [p. 103 modifica]e presto, nell’interesse di tutti, terminerà solo se vi porteranno il loro contributo anche l’Italia e la Rumenia.

Quanto alle vittime nessuno più degli irredenti, che sanno decimata la gioventù loro sui campi della Polonia austriaca e della Serbia, è mosso da sentimenti di pietà. Ma ai fratelli del Regno sanno di poter dire: Badate che se la carta d’Europa non riuscirà logicamente assestata, avremo maggiori sacrifici di vite umane in un non lontano avvenire; badate che l’Italia conquistandosi il nuovo confine orientale, avrebbe un baluardo formidabile, di facile difesa, mentre perdurando le condizioni presenti l’Austria ha non un piede, ma tutte due le gambe in Italia; badate che se Trento e Trieste implorano l’aiuto vostro, hanno la coscienza di meritarselo.

Il solo piccolo Trentino ha dato più di millecinquecento soldati alla causa dell’indipendenza italiana; ed è pronto a darne oggi assai più di quel che non si creda o si aspetti.

Tutte queste cose, egregio Morgari (e la mia esposizione è ben lontana dall’esser completa), voi non avete avuto presenti e per questo sorvolando sulla questione di Trento e Trieste, siete corso col pensiero alla chiusa dell’immane guerra, pregustando la gioia dei frutti che darà al proletario italiano, il suo contegno passivo; e vi consolate pensando che l’antimilitarismo troverà in questa guerra ragione di successo e che ci avvieremo alla pace perpetua.

Sì, ci avvieremo alla vera pace.

Sì, questa guerra distruggerà la guerra, ma [p. 104 modifica]solo se i problemi nazionali, ancora incombenti sull’Europa, saranno risolti. La storia non si salta.

L’Austria, nella quale si sperava di vedere la prima applicazione dell’internazionale, non ha potuto dar vita ad un partito socialista, capace di attuare l’internazionalismo, per la mancanza della premessa indispensabile: l’indipendenza delle singole nazioni. E queste, pur troppo, si sono ovunque conseguite solo con la guerra.

Restate sull’altra sponda, ci avete detto, e attendete tempi migliori; attendete che la Internazionale oggi sgominata, si ricostituisca e trionfi, e riesca a stabilire gli arbitrati fra le Nazioni.

No, caro amico. Sessanta anni d’attesa e di martirio sotto la sferza austriaca sono stati abbastanza. Fra quaranta anni, noi irredenti, travolti dal flutto degli odii nazionali in cui l’Austria è maestra, compressi da tedeschi e da slavi, tenuti sotto regime medievale, saremo tutti non più italiani, ma bastardi. E noi che sappiamo quale degenerazione intellettuale, quale abbassamento morale, economico, politico, si congiunga con l’ibridismo nazionale, noi alziamo il grido della disperazione.

Al nostro peggior nemico non auguriamo di essere un bastardo.

Chi vuole distrutto il nido del feudalismo austriaco, deve ora dare il suo aiuto e darlo anche col sacrificio della vita.

Se fra i Partiti rivoluzionarii d’Italia, sempre così generosamente pronti a buttarsi allo sbaraglio, anche quando si tratta di salvare una sola [p. 105 modifica]vittima da un atto di violenza; se fra i proletari d’Italia v’è chi non crede necessario lo sfacelo dell’Austria, è perchè l’Austria non conosce. Nè sa dell’influenza deleteria che ha avuto su tutta l’Europa. Altrimenti, anche ammettendo la tesi (fino a ieri veramente negata dai socialisti del Regno) che la difesa della patria spetta solo e sempre alla borghesia, il proletariato dovrebbe oggi volere la guerra per difendere anzitutto sè stesso.

Io credo che delle condizioni reali dei popoli d’Austria vorranno meglio informarsi i compagni d’Italia, prima di dire che stanno con tutti e nessuno e che l’Austria vale la Francia, prima di rispondere il loro no alla guerra e di impegnarsi a impedire la liberazione di Trento e Trieste e la vittoria della democrazia.

Da un partito, che ha tradizioni generose come il partito socialista italiano, è certo da attendersi una visione degli interessi collettivi e remoti della nazione e del proletariato, che trascenda non solo i piccoli vantaggi elettorali, ma anche le utilità mediate.

Un’azione dei socialisti che finisse in sostegno dell’Austria, suonerebbe come triste disaccordo a quello che verso le patrie irredente e verso tutti i popoli oppressi fu il contegno nobile e generoso di tutti i precursori e gli alfieri del socialismo italiano.

Credetemi, egregio Morgari, con affetto vostro compagno. [p. 106 modifica]


III.


TRENTO, TRIESTE E IL DOVERE D’ITALIA.3


Grazie, o cittadini, del fremente applauso con cui voi salutate le mie terre irredente; lo accolgo come augurale confortevole promessa. Ma permettetemi di aggiunger subito una preghiera: non applaudite più oltre. Io desidero parlare a voi da freddo ragionatore a dei ragionatori.

Un vostro concittadino, il deputato Calda, ha pubblicamente affermato che le ragioni dell’irredentismo sono ragioni vaganti nel campo della poesia, della storia, del sentimento, che contro queste ragioni ideali cozzano dati di fatto, ragioni pratiche, tangibili, positive. Io non condivido queste idee. Vorrei anzi, permettendomi una traslata interpretazione del verso carducciano

Tu sol — pensando — o ideal, sei vero

affermare che in politica non vi sia contrasto fra l’ideale e la realtà e credo altresì che quel vostro concittadino cui io accennavo, abbia egli pure, nell’intimo del suo cuore, fede e convinzioni uguali alla mia.

[p. 107 modifica]Ma poichè accanto alle ragioni del cuore e fuse

con esse vi sono le ragioni che scaturiscono dalle vive necessità politiche, economiche, sociali, permettete che di queste specialmente discorra, permettete che cerchi di illuminare, di analizzare i complessi problemi dell’irredentismo. Io desidero che voi abbiate ad uscire di qui più che con l’animo tumultuante di passione, con una visione lucida e serena del problema dell’ora presente. Per questo vi prego di ricordarvi che se la vostra simpatia per gli irredenti mi commuove, è meglio che questa simpatia non esploda e che voi conserviate tutta la vostra freddezza per vedere se i miei argomenti sono buoni o no. Se sarò vincitore, se cioè ragionando con rigore e con calcolo potrò scuotere quelli che ancora per caso fossero in dubbio o fossero lontani dal mio spirito, dal mio pensiero, se a questo arriverò, io sarò ben felice e griderò alto: non appoggiate soltanto con l’entusiasmo la mia propaganda, appoggiatela anche, e sopratutto, con l’azione! È l’azione che a voi richiede il mio paese!

I problemi che in questi momenti si impongono alla attenzione del pubblico sono questi: Trento e Trieste vivono oggi in tristi condizioni politiche — e lo ammettono tutti: ma non sarebbe possibile ottenere un’Austria meno barbara, un’Austria più civile, un’Austria che lasciasse vivere in pace questi popoli italiani che sono entro la sua cerchia? E d’altra parte si domanda: la condizione degli italiani in Austria, se è politicamente triste, se dal punto di vista della libertà è cattiva, non è invece buona sotto [p. 108 modifica]l’aspetto economico? Ed altro problema che sorge è questo: il voler distruggere l’Austria non equivarrebbe a tórre di mezzo una potenza che costituisce l’equilibrio fra le grandi razze? E Trento e Trieste, aggiungendosi all’Italia, avrebbero un vantaggio economico diretto o non piuttosto danno? E l’Italia a sua volta avrebbe un compenso ai sacrifici sostenuti per ottenerle? Questi non sono tutti ma sono i più importanti problemi che giova affrontare.

V’è chi dice che in Austria si potrebbe arrivare ad una pacifica convivenza, ad uno sviluppo civile delle varie nazionalità, e ci addita la Svizzera come quello Stato dove tranquillamente possono coesistere tre diverse nazioni. Anzitutto conviene osservare che la posizione geografica della Svizzera rende molto eguali le condizioni economiche degli abitanti dei vari cantoni e delle varie plaghe e che una lunga tradizione, un passato glorioso è riuscito ad unire e ad amalgamare quelle popolazioni di differenti lingue.

Più ancora giova osservare che se la civiltà, se il progresso, se la democrazia, hanno ovunque sradicato numerose ingiustizie e ordinamenti antiquati, hanno invece lasciato l’Austria e il suo Governo nelle condizioni in cui si trovavano cinquanta, sessanta anni or sono.

C’è in Austria, è vero, una costituzione, c’è il Parlamento, c’è il suffragio universale, ci sono molte altre moderne istituzioni. Ma tutto questo è larva, è finzione, è menzogna. In realtà l’Austria è in balìa del militarismo e del feudalismo. [p. 109 modifica]

C’è una costituzione. Leggendone i singoli capitoli potreste credere che essa sia migliore, più liberale della costituzione di molti altri paesi civilissimi.

Vi è affermato il diritto alla libertà di pensiero, alla libertà di parola, di confessione; vi è affermato il principio che pareggia tutte le nazionalità dello Stato, il principio che non ammette differenza fra slavi, italiani, polacchi, boemi, ecc. Ma la realtà è un’altra. La costituzione è una burletta. Chiunque sul suolo austriaco, sulle terre italiane dell’Austria osi dire liberamente il suo pensiero, trova subito il poliziotto che lo denuncia, la spia che lo calunnia, il giudice che lo condanna.

È proibito leggere Carducci; la storia d’Europa dopo il 1815 deve esser non solo non commentata ma neppur narrata; le teorie del positivismo costituiscono un crimine, come crimine è ogni critica allo Stato. L’eguaglianza delle nazionalità, teoricamente sancita, si risolve di fatto nel dominio più sfacciato del tedesco, del magiaro e dello slavo sull’italiano. Unica legge è l’arbitrio del forte contro il debole.

Tutto questo perchè? Perchè della costituzione ha valore un solo paragrafo: quello che permette di distruggere da un momento all’altro ogni diritto, di affidare i poteri dell’impero in mano alla Corte, alla nobiltà, all’alto clero e di dirigere la barca dello Stato al modo con cui la si dirigeva un secolo fa ai tempi anteriori alla rivoluzione francese. È il famoso paragrafo 14 della costituzione col quale si può [p. 110 modifica]sopprimere il Parlamento, e rendere illusoria tutta la costituzione austriaca.

C’è in Austria il suffragio universale, ma è un suffragio che sancisce il privilegio di razza perchè dà ai tedeschi un’assoluta preferenza sulle altre nazionalità. Esso serve così a scagliare un popolo contro l’altro. C’è sì a Vienna e c’è anche a Budapest il Parlamento; ma questi Parlamenti sono diretti da Ministeri che non dipendono dai deputati, da Ministeri che non si piegano davanti al volere dei rappresentanti del popolo, da Ministeri che quando sono colpiti dalla sfiducia dei deputati dicono ad essi: Qui noi rappresentiamo l’imperatore e qui rimaniamo anche se voi ci siete tutti contrarii. Voi votate di migliorare le condizioni dei ferrovieri? Non ne vogliamo sapere, perchè voi volete andare troppo oltre. Voi votate questo o quest’altro diritto di nazionalità? Noi chiudiamo il Parlamento e facciamo una legge completamente in senso opposto. Voi osate riconoscere agli italiani il diritto ad una propria Università? Noi non presenteremo più per la seconda sanzione la legge già accolta in prima lettura e accolta da tutte le commissioni. Questo è l’impero degli Absburgo. Il Parlamento si riduce ad essere un salotto di cortigiani, di gente che va a dare al governatore il proprio consiglio ma che non è mai ascoltata. E se c’è della gente coraggiosa che nel Parlamento vuole affermare le proprie idee, deve star zitta, perchè assai spesso nell’impero degli Absburgo — si ricordino la presenza e le violenze della polizia nella Camera di [p. 111 modifica]Budapest — il Parlamento è l’anticamera della galera.

Voi vedete dunque come in questo Stato, quello che altrove ha giovato a portare un po’ di luce e di giustizia, non ha recato alcun beneficio. Mi si domanderà allora come mai ci siano nell’Austria-Ungheria dei partiti democratici, come ci sieno delle falangi operaie organizzate, come vi sieno dei socialisti e possa pur sempre ancora persistere un congegno così feudale che rispecchia il potere assolutistico dei tempi anteriori alla rivoluzione francese. Per un semplice fatto: che questo Stato congloba in sè dieci differenti nazionalità, che i Governi di Vienna e di Budapest hanno adoperato tutte le astuzie per mettere queste nazionalità l’una in lotta feroce contro l’altra; che le condizioni dello Stato variano immensamente dalle pianure della Galizia al porto di Trieste, dalle alpi del Trentino ai granai dell’Ungheria; e sopra questo miscuglio di genti diverse e di diversi interessi domina quello strumento di forza che è il militarismo, stretto in connubio col clericalismo e con la nobiltà cui sono riservati innumerevoli privilegi.

A cozzare contro questa tirannia una e trina ci vorrebbe la rivoluzione interna; ma la rivoluzione la fanno i fratelli, la fanno coloro che si amano, non la possono fare popoli di diverse razze, di diverse religioni, di diverse indoli, di diverse idee e di diversi interessi.

I vari popoli dell’Austria possono aver comune il programma di domani: quello internazionale, umanitario. Ma non hanno comuni gli [p. 112 modifica]interessi di oggi, gli interessi, i diritti nazionali il cui compimento è presupposto indeclinabile dell’internazionalismo).

Ci sono coloro che hanno provato, ed anch’io fui fra questi, a partecipare a quei moti interni che potessero demolire, scuotere alle basi il trono degli Absburgo. Ma si è constatato che alcune provincie (quelle tedesche in Austria, quelle magiare in Ungheria) hanno interesse, a mantenerlo perchè sono le provincie che sfruttano gli altri; e questo sfruttamento giova alla monarchia e giova in certo modo non solo alle classi borghesi ma anche al proletariato. Voi trovate di conseguenza in certe provincie un proletariato che cosciente od incosciente mantiene le forme feudali dello Stato e se proprio non favorisce, tollera almeno che sia rispettata questa compagine così contrastante alla civiltà ed allo spirito moderno. D’altra parte se di fronte ad una forza militare, difficilmente oggi, potrebbe vincere una rivoluzione in qualsiasi città, è impossibile addirittura una vittoria contro il militarismo austriaco, alla cui direzione partecipano solo elementi nobili, feudali, partecipano militari di casta, per spirito tradizionale di famiglia e mai elementi popolari borghesi accessibili alle idee del popolo e disposti in un dato momento a sposarne la causa.

Le sole forze interne non bastano per distruggere o per modificare l’organismo austro-ungarico; v’è bisogno, poichè troppo e troppo spesso sono divergenti, che ad esse si uniscano delle forze esterne. [p. 113 modifica]

Rilevata questa speciale forza del congegno burocratico austriaco passiamo ad esaminare il problema economico delle terre italiane soggette all’Austria. V’è una frase fatta che si ripete pappagallescamente da anni e anni in Italia. L’Austria, si dice, è indubbiamente il peggiore dei governi per quanto concerne la libertà, in compenso però è una buona amministratrice, è generosa dispensiera di benefici economici. Non è vero. È una fama usurpata almeno per quanto concerne gli italiani. Il Governo austriaco non solo ha lasciato nel più doloroso abbandono le provincie italiane, ma ha permesso nel Trentino lo sfruttamento più iniquo della popolazione italiana a tutto beneficio della popolazione tedesca del Tirolo, come nella regione adriatica ha eretto a sistema di governo la cacciata dell’elemento italiano indigeno per far posto nei pubblici uffici e nelle industrie e pubbliche e private all’elemento forestiero croato.

L’Austria che dominava nel Lombardo-Veneto sessant’anni fa, avea per suoi esponenti tipici il poliziotto e il croato. Polizia e militarismo. Polizia intesa nel senso più abietto, di spionaggio, di corruzione, di coercizione continua, feroce di ogni libertà; militarismo considerato non come elemento di legittima difesa della patria, ma come strumento di oppressione. L’Austria moderna ha scoperto nuovi congegni di tortura. Essa ha trasformato i popoli in poliziotti e gendarmi di altri popoli. Ha messo sul collo degli italiani del Trentino i rozzi tedeschi del Tirolo; alle calcagna [p. 114 modifica]degli italiani adriatici le fanatiche orde slave. E slavi e tedeschi, aizzati dal Governo, inferociscono contro gli italiani, e con esso cooperano per fare strazio dei loro cuori, ed anche delle loro magre risorse.

Il Trentino conta 380 000 abitanti, italiani tutti, meno una percentuale di stranieri oscillante dal 2 al 3, percentuale inferiore a quella dei tedeschi di Milano e di qualsiasi grande centro industriale dell’Alta Italia. Questi trecentottantamila italiani non hanno diritto di amministrarsi da sè, non costituiscono una provincia autonoma; contro il loro volere, malgrado le proteste che da settanta e più anni si rinnovano ininterrotte, sono uniti ai cinquecentocinquantamila tedeschi del Tirolo, di una provincia sotto ogni aspetto differente dal Trentino, per lingua, storia, arte, costumi, clima, suolo, prodotti. Nel Parlamento provinciale sessanta deputati tedeschi dettano legge ai trenta deputati italiani. E sono leggi che offendono gli italiani in ciò che hanno di più caro, la lingua, la cultura, la libertà; e leggi con cui si sanziona un esoso sfruttamento economico. Da cento anni vige l’imposta sulla polenta, sul grano turco, con la quale si sono ammassati milioni e tutt’oggi si ricava poco meno di due milioni all’anno; or bene questa odiosa imposta grava esclusivamente sugli italiani. Il contadino trentino, alla pari del contadino veneto e lombardo, ha giornalmente sul suo povero desco il misero cibo della polenta. Il contadino, l’operaio tedesco non lo conoscono neppure; mangiano patate e altri cibi. Ma quando viene il [p. 115 modifica]momento di spendere questi denari, spremuti dallo stomaco del contadino italiano, si è generosi con la parte tedesca, avari con l’italiana. E quella è oggi fiorente, solcata da ferrovie, da arterie stradali, bene avviata nelle industrie, nei commerci. La parte italiana invece, malgrado la sua potenzialità economica, è misera, anemica, abbandonata, con poche vie di ferro, senza speranza di un miglior avvenire. Quel che avviene con la tassa sul grano ha riscontro in tutto il sistema tributario provinciale. Per tutte le spese che sono maggiori nella regione italiana (scuole, medici, ecc.), si impone il coprimento distretto per distretto con forti percentuali di contributo distrettuale; si riserva il coprimento con fondi integralmente provinciali invece quando il minor beneficato è l’italiano. Più volte si è deciso di non annoverare fra le disgrazie elementari degne di aiuto provinciale la grandine; perchè la grandine se distrugge i vigneti del Trentino non fa male agli abeti, ai pini e ai prati del Tirolo. Tutta questa scellerata politica tributaria si sanziona nella Dieta del «Santo Tirolo» invocando quel Dio

Che non disse al tedesco giammai:
Va, raccogli ove arato non hai.
Spiega l’ugne: l’Italia ti do.

Del pari nell’Istria, nel Friuli orientale, nella Dalmazia, il Governo ha fatto quanto era possibile per alienarsi con la sua assoluta trascuranza ogni simpatia degli italiani, stabilendo ogni sorta di privilegi per gli slavi che a mille a milite furono artificialmente importati a Pola, a [p. 116 modifica]Trieste, a Gorizia per occupare nei cantieri, negli arsenali, nelle ferrovie i posti legittimamente dovuti alla popolazione indigena italiana.

Nell’Istria sono completamente trascurate la pesca e l’industria idei mare. L’agricoltura è in uno stadio primitivo. Estesissime zone sono infruttuose per mancanza di arginazione a torrenti o per trascurata canalizzazione. Le strade dell’Istria sono in gran parte quelle che vi hanno costruito, i francesi durante il dominio napoleonico.

Sulla costa dalmata oggi cresce a stento l’erba, mentre al tempo dei romani essa era tutta un orto e un giardino. I romani vi aveano costruito una fittissima rete di strade militari e commerciali; oggi vi è assoluta mancanza di ferrovie, non avendo nessuna importanza quei piccoli tratti mozzi costruiti dall’Austria per scopi strategici.

Ma sento obbiettarmi: Non potrete dire altrettanto di Trieste, di questo grande porto, reso fiorente dall’Austria, beneficato con milioni e milioni.

È una menzogna anche questa. L’Austria non ha del tutto trascurato Trieste, nè nel suo interesse poteva farlo; ma le ha dato il meno che le era possibile.

Cito dei fatti:

Trieste ebbe la prima ferrovia di congiunzione col suo hinterland più immediato solo nel 1857 e fu una linea irrazionale, affidata per di più allo sfruttamento di una compagnia privata e straniera. Ciò mentre, fino dal 1851, i porti del Mare [p. 117 modifica]del Nord ed in prima linea Amburgo erano congiunti col centro della monarchia e pochi anni dopo anche più giù fino a Lubiana.

Occorsero poi ben cinquanta anni precisi prima che Trieste ottenesse ad onta di mille e mille richieste, una seconda congiunzione ferroviaria indipendente e statale. E quando questa congiunzione si ebbe, fu per ragioni militari scelta la linea dei Tauri, Caravanche-Wochein, enormemente dispendiosa e impotente a portare uno speciale sollievo nelle tariffe.

A ritardare lo sviluppo di Trieste, mentre Amburgo faceva progressi sorprendenti, contribuirono i ritardi nelle opere portuali. Appena nel 1883 Trieste ebbe un porto rispondente al nuovo stato di cose creato dallo sbocco di una ferrovia a Trieste. E quando fu ultimato si mostrò insufficiente ad accogliere le navi moderne. Le costruzioni posteriori, quella del Porto Nuovo e quella non ultimata a Sant’Andrea furono eseguite con immensi ritardi e in modo punto corrispondente agli accresciuti scambi commerciali.

Del resto a dare un’idea esatta dell’opera del Governo austriaco nel porto di Trieste, basti ricordare che l’Italia per la sola Genova spese finora 235 milioni di lire; l’Austria invece nello stesso periodo di tempo spese pel porto di Trieste — compresi i contributi del comune — 100 milioni di corone.

L’Austria proseguì col massimo zelo un sistema tariffario tendente a lasciare nella sfera d’attrazione dell’emporio di Trieste le provincie [p. 118 modifica]povere al di qua di una barriera che da Praga va al confine boemo-bavarese, oltre Norimberga e Monaco, fino al lago di Costanza; mentre i territorii ricchi, industriali, al di là di questa barriera si fanno gravitare tutti verso Amburgo, Anversa e Rotterdam.

L’Austria che lesinò i milioni a Trieste fu prodiga di miliardi per la costruzione dei canali galiziani.

Se del mio asserto un’altra prova si volesse ce la dànno ancora le cifre:

Trieste, l’unico porto di uno Stato di 28 milioni e mezzo di abitanti, aveva nel 1910 un movimento merci di 28,5 milioni di quintali, mentre Venezia, che non è nè il primo nè l’unico porto d’Italia e deve dividere con ben quindici altri porti il complesso dei traffici della penisola, aveva un movimento, pressochè uguale, di 26,7 milioni.

Questo è lo stato reale economico di Trieste, della città «beneficata» dall’Austria.

Che se noi dall’esame delle condizioni economiche fatte dall’Austria alle popolazioni italiane, passiamo a dare uno sguardo al trattamento politico, ci troviamo dinanzi ad una delle pagine più dolorose, più vergognose della storia d’Europa.

Domina nei paesi italiani irredenti non la giustizia ma la polizia, non lo spirito di civiltà ma esclusivamente il militarismo, la dittatura militarista. Ogni libertà è impedita. Nelle scuole vige l’inquisizione. Il giornalismo è soffocato dalla censura. Ogni manifestazione che abbia [p. 119 modifica]carattere di cultura, di italianità è impedita. L’uomo politico, se non è un servitore del Governo, non può esprimere le proprie opinioni. I magistrati e le autorità civili non hanno alcuna indipendenza; devono ciecamente ubbidire all’autorità militare. Trionfa lo spionaggio; tutti gli esseri più abbietti, gli avanzi delle carceri, i regnicoli rinnegati trovano la protezione e l’aiuto dell’i. r. Governo purchè si prestino a far opera di tradimento e di corruzione. I regnicoli onesti, che non rinnegano la patria, sono dall’Austria banditi come malfattori. Negli ultimi due anni sono stati sfrattati dall’Austria non meno di tremila cittadini del Regno. Non vi è giovane di vent’anni, che abbia il cuor generoso e la mente libera, che non abbia scontato con settimane o mesi di carcere i suoi sentimenti di fierezza.

E come questo non bastasse l’Austria si adopra con accanimento a soppiantare la lingua italiana, sopprimendo scuole italiane in territorii italiani e creando scuole tedesche nel Trentino, slave nella regione adriatica e magiare a Fiume.

Fiume ha 27 000 abitanti italiani e solo 6000 ungheresi, che son tutti impiegati e soldati. Orbene a Fiume tutte le scuole italiane governative italiane, dalle elementari alla media all’accademia nautica, furono soppresse. Al loro posto ci son scuole magiare. Al comune non fu permesso di erigere scuole italiane, a sue spese, che in misura ridotta.

Solo chi assiste al martirio che si fa di una povera creatura che dalle labbra materne ha [p. 120 modifica]appreso la dolce lingua del sì e a cui si fanno forzatamente apprendere le nozioni elementari in una incompresa lingua straniera, solo chi assiste a questo martirio e vede come con tale sistema si intorbidino le intelligenze, si sfibrino, si stanchino i cervelli teneri, si annientino le impronte della stirpe, del genio, è in grado di comprendere quanta barbarie ci sia in quest’opera snazionalizzatrice.

L’Austria sa benissimo di non riuscire a creare con le scuole straniere nè dei tedeschi, nè degli slavi, nè dei magiari. Sa di creare dei bastardi, degli esseri inferiori; essa vuol appunto coltivare l’homo austriacus, un essere cioè che sia un debole, un degenerato, che viva non con l’orgoglio di appartenere ad una stirpe gloriosa, non con sentimenti d’affetto per quelli che parlan la stessa lingua, ma che viva solo per piegar la cervice davanti alla potenza degli Absburgo e riconosca in questa le ragioni e il fine della sua esistenza.

La politica di terrore e l’azione di imbastardimento che l’Austria compie ci addimostrano come essa e con essa tutto il teutonismo siano assai più feroci e cattivi in tempo di pace, di quello che in tempo di guerra.

Lo stesso martirio dei belgi — e non si può nominare questo eroico popolo senza inviargli il saluto dell’ammirazione e della solidarietà — è tenue cosa in confronto dell’azione di odio, di veleno, di lenta tortura che si compie a danno degli italiani.

I belgi sono stati cacciati dai loro focolari. [p. 121 modifica]Sono oggi raminghi nelle ospitali terre di Bretagna e d’Olanda, nella terra generosa di Francia; gli scienziati, gli artisti belgi non hanno più i loro templi della bellezza, della scienza, dell’arte; gli operai non hanno più le loro meravigliose officine; i contadini sono privi delle loro terre ubertose; eppure, così colpiti, saccheggiati, scherniti posson gridar alto che non tutto fu loro tolto. Essi possono rispondere come Arrigo Heine rispondeva ai doganieri: «Frugate, cercate pure nelle mie valigie se c’è qualche cosa di pericoloso. C’è nel mio cuore, nel mio cervello qualche cosa che voi non potrete mai sequestrare.» Con pari fierezza possono i belgi proclamare che la loro coscienza, la loro fisionomia nazionale non sono state punto offuscate. Ma così non possiam dir noi, italiani dell’Austria. Con infinita angoscia noi dobbiamo riconoscere che qualche cosa della nostra individualità ci fu tolto, che sulle anime nostre s’è iniziata un’opera di disgregazione; e dobbiam riconoscere che se il nostro coraggio contro il teutonismo è oggi scarso, più scarso sarà domani quello dei nostri figli, dobbiam constatare come troppo spesso, fatalmente, di contro alla ferocia dei governanti sorga l’arma corruttrice e corrotta dell’ipocrisia; e come il prolungato martirio costringa tutte le anime fiere e libere all’esilio lasciando il paese ognor più povero e stremato.

Questa terribile situazione ci obbliga a riconoscere che quei germanici che a colpi di cannone abbattono le cattedrali di Reims e di Louvain sono meno barbari degli austriaci, che a [p. 122 modifica]colpi di spillo trascinano noi italiani in una lenta agonia e fra torture e spasimi voglion torci l’impronta della stirpe e del genio.

Il martirio degli ottocentottantamila italiani è noto. Nessuno osa negarlo. Ma questi italiani non rappresentano che la sessantesima parte della popolazione della duplice monarchia. E molti si domandano se, malgrado il sacrificio loro, l’Austria non abbia speciale ragione d’esistere ed una funzione speciale da compiere nell’interesse generale d’Europa.

Costoro si fanno banditori — un po’ in ritardo — della teoria proclamata trent’anni or sono da eminenti politici francesi, accolta poi dallo stesso Francesco Crispi, e compendiata nelle celebri parole: «Se l’Austria non esistesse, si dovrebbe crearla». Si dovrebbe crearla per avere nel centro d’Europa un cuscinetto atto a smorzare gli urti, gli attriti fra l’elemento latino e le razze slave e germaniche.

Io non sono di questo parere anche nei riguardi del passato; ma posso indulgere, posso credere che nel passato l’Austria abbia avuto questa funzione moderatrice degli attriti fra il mondo germanico, lo slavismo e l’elemento latino. Ma quello che valeva dieci anni fa, quello che forse valeva cinque anni or sono, quello che poteva valere pochi mesi or sono, non vale più in questo momento in cui l’Austria è diventata un magazzino di polveri in piena e completa esplosione.

L’Austria-Ungheria poteva costituire un elemento di equilibrio finchè tutte le varie [p. 123 modifica]nazionalità in essa conglomerate vivevano tranquille, obbedienti al Governo centrale senza avanzare diritti nazionali. Vi fu un tempo in cui i ribelli nell’impero erano solo gli italiani. Tutti gli altri popoli, eccezion fatta dei polacchi, si adattavano alla supremazia tedesca o polacca in Austria, al dominio magiaro in Ungheria.

Si adattavano perchè erano i popoli senza storia o i popoli decaduti, i popoli privi di proprie classi dirigenti. Per quindici anni dal 1878 al 1893 il ministro Taaffe governò contro il liberalismo tedesco con il suo famoso eiserner Ring, l’anello di ferro, formato dalle minori nazionalità rappresentate quasi esclusivamente da elementi reazionari. Mancava nei ruteni, negli sloveni, nei serbo-croati e in buona parte degli stessi ceki e rumeni una chiara e forte coscienza nazionale. Non eran popoli. Eran greggie. Ma ora si sono rapidamente, fulmineamente quasi ridestati.

L’industrialismo, l’allargamento dei diritti politici e per ultimo la grande riscossa balcanica furono gli elementi vivificatori della coscienza nazionale.

L’industrialismo, penetrato nelle provincie più remote, creò nuove classi dirigenti e culturali, che non vollero più subire la direzione morale di altre nazioni. La cultura cominciò a diffondersi da prima nella borghesia, poi negli strati popolari. Il capitalismo che altrove produce solo la lotta di classe, provocava qui le lotte nazionali. L’allargamento successivo dei diritti politici, reclamato per ragioni sociali dal proletariato delle [p. 124 modifica]grandi città, rese possibile la affermazione di tutte le nazionalità meno evolute.

Il movimento balcanico dette l’ultima grande spinta. Fu la scintilla incendiatrice.

È un vero orgoglio nazionale da cui sono state prese tutte queste nazioni; pare abbiano subito un’iniezione che abbia alterato il loro sangue. Sono tutte pervase da sentimenti d’odio contro chi fu fino a ieri il loro dominatore.

Prima dell’introduzione del suffragio universale al Parlamento austriaco i ruteni erano un elemento pressochè ignoto. Si accontentavano di mandare come loro rappresentanti dei latifondisti polacchi o tedeschi. Con la riforma elettorale essi mandano invece in Parlamento un gruppo compatto di gente uscita fuori dagli strati popolari. Mandano parecchi deputati contadini, artigiani, che non sanno una parola di tedesco, la sola lingua ammessa nei verbali parlamentari, e a scopo di protesta parlano ostentatamente ruteno, con discorsi che durano giornate. Essi scatenano lotte addirittura feroci che paralizzano a lungo l’attività del Parlamento.

Le cricche dominanti rimasero sbalordite; ma non vollero persuadersi d’esser di fronte ad un movimento infrenabile. Col bastone e soprattutto con la corruzione avean dominato sempre. Speravano quindi di soffocare quei sentimenti nazionali ai quali per secoli avean saputo sostituire il sentimento dinastico. Si illusero. Alla vigilia della guerra l’Austria boriosamente annunciava nei suoi comunicati ufficiali che il confine orientale della monarchia sarebbe stato [p. 125 modifica]validamente difeso dal popolo ruteno. La furia cosacca avrebbe trovato una diga nei petti dei ruteni, devoti alla Corona e allo Stato. I ruteni aprirono invece le braccia, agli eserciti dello Czar, acclamandoli come liberatori, aiutandoli e con le armi e con le astuzie più raffinate, dichiarando insomma preferibile l’impero russo alla tirannide austriaca.

La stessa direttiva dei ruteni della Galizia e della Bucovina mostrano chiaramente di voler seguire i rumeni e i serbo-croati.

Anche i rumeni, questi nostri fratelli latini, abitanti parte nelle provincie austriache, parte in quelle ungheresi, erano stati pel passato, timidi sotto il dominio degli Absburgo. Ma appena videro la magnifica risurrezione della loro patria, svincolantesi da ogni giogo ottomano, appena videro la Rumenia prendere un posto notevole fra le potenze d’Europa, avviarsi rapida verso la civiltà nuova, essi sentirono lo spirito di attrazione verso la madre patria e divennero irredentisti. Così ora non guardano più nè a Vienna nè a Budapest; il loro faro è Bukarest.

Nei territori meridionali della duplice monarchia v’è un complesso di famiglie slave costituenti i serbo-croati.

Sono quei croati che i padri vostri odiarono, che erano qui in Italia gli «strumenti ciechi d’occhiuta rapina». Erano i puntellatori del dominio degli Absburgo, oggi ne sono i nemici più accaniti. Anche in essi si è destata la coscienza nazionale e con essa è sorto fremente lo spirito irredentista. Perchè? Perchè hanno visto [p. 126 modifica]la madre patria, la Serbia, vincere superbamente la Turchia, affermarsi come grande nazione, assicurarsi un avvenire fiorente ed hanno compreso che anche per loro la civiltà e il progresso saranno possibili solo nell’unione coi fratelli del sangue.

Così tutte le nazionalità che prima vivevano indifferenti e rassegnate e si lasciavan guidare dalle cricche feudali dell’impero sono oggi pervase da sentimenti di ribellione.

Ora quest’Austria — da cui tutti i popoli cercan di fuggire, come si fugge la lebbra — non è più il cuscinetto pacificatore, non è un guanciale propizio ai sogni e ai sonni delle grandi razze, è semplicemente un organismo malato in stadio di dissolvimento e di putrefazione. Putrefazione che non può lasciare indifferenti gli italiani, giacchè l’Italia non può, non deve esser condannata al martirio di San Massenzio: di quel santo che fu condannato a portar strettamente legato a sè un morto, finchè il morto riusciva, con l’infezione sua, con la sua putredine, a uccidere il vivo. L’Italia deve tener da sè ben disgiunto il corpo canceroso dell’Austria.

D’altronde è proprio vero che le grandi razze per viver tranquille abbian bisogno di aver in mezzo un cuscinetto? Anche il Belgio doveva fungere da cuscinetto fra Germania e Francia e il cuscinetto se n’è andato in fiamme.

Per far cessare le ragioni dell’odio e dello sciovinismo, le ragioni della prepotenza, occorre il trionfo della giustizia nazionale, occorre che al posto di Stati artificialmente uniti, vi sieno [p. 127 modifica]Stati corrispondenti alle unità nazionali, alla coscienza storica delle popolazioni, alle loro aspirazioni. Occorre che ogni nazione sia padrona in casa sua e non voglia a sè soggetta alcun’altra nazione.

Noi possiamo ancora oggi ripetere il verso del poeta:


Ripassin l’Alpe e tornerem fratelli.


Ma si aggiunge da qualche anima molto timorata un’altra obiezione: Con l’Austria noi fummo, noi siamo alleati; un popolo cavalleresco come l’italiano non deve venir meno ai patti, se non vuol perder l’onore.

Sì, l’Italia fu per tanti anni alleata degli imperi centrali. Ma chiediamoci francamente: Fu questa una alleanza di popolo? Fu alleanza di cuori, di anime? Ci fu mai uno scatto di affetto del popolo italiano verso il sovrano di Vienna, verso i popoli tedeschi o slavi dell’Austria? No. Non fu neppur un’alleanza di cortesia. Se tale fosse stata, Francesco Giuseppe avrebbe dovuto degnarsi di render la visita al sovrano d’Italia a Roma. Fu alleanza di interessi. La Triplice nei riguardi dell’Italia va paragonata ad una società di commercianti che si uniscono per gestire in comune un’azienda e dopo molti anni si dividono, ciascuno apre bottega per conto proprio e diventano l’uno concorrente dell’altro, senza poter per questo esser tacciati da persone vili, sleali o disonorate. Solo ragioni di interesse spinsero l’Italia a entrare nella Triplice e poichè queste ragioni non esistono più, l’Italia può far [p. 128 modifica]sua la sentenza di Ottone di Bismarck: «Nessun popolo, sull’altare della fedeltà ad un trattato, potrà mai sacrificare le ragioni della propria esistenza».

L’Italia ufficiale ha ragioni speciali per dichiarar decaduto quel patto che il popolo non ha mai convalidato, ha diritto a rivendicarsi completa libertà d’azione.

Se nei trentanni di alleanza ci fu tra gli alleati chi venne meno agli impegni, tale addebito mai potè farsi all’Italia; mentre i due imperi centrali accumularono a danno nostro torti su torti e provocazioni su provocazioni. Non si schierò forse l’Austria in agguato dell’Italia quando la catastrofe di Messina avea portato in tutta la penisola lo sgomento e la desolazione? Non furono Austria e Germania che impedirono all’Italia di portare a facile e sollecito compimento con una battaglia navale la guerra coloniale di Tripoli, facendosi paladine della Turchia? E non è cosa d’ieri la cacciata da Trieste dei cittadini regnicoli, mentre s’era appena rinnovato il patto d’amicizia? E non era forse la Triplice una lega difensiva, con l’obbiettivo di mantenere l’equilibrio nei Balcani? La lega difensiva è stata dall’Austria e dalla Germania mutata in lega offensiva e non v’ha bisogno di soggiungere che l’equilibrio nei Balcani è stato turbato, distrutto anzi, dall’Austria con la sfida intimata alla piccola Serbia.

No, gli storici imparziali dell’avvenire non avranno difficoltà a riconoscere che il contegno dell’Austria e della Germania verso l’Italia fu [p. 129 modifica]sempre ispirato ai criteri stessi che Germania ed Austria ebbero verso il Lussemburgo ed il Belgio di cui violarono la neutralità.

Nessun uomo della Consulta, dunque, nessun ministro d’Italia offenderà l’onor nazionale, disdicendo un’alleanza che è mancala ai suoi fini ed è per l’Italia divenuta una croce, una catena; ma io ricordo che vicino ai patti firmati dai ministri vi son quelli accettati dal popolo. C’è il testamento di Garibaldi e di Mazzini, di tutti i fattori dell’unità della patria che indicavano la suprema necessità di integrare l’Italia fino alle Alpi. Di questo testamento furono assertori i poeti d’Italia da Carducci a Pascoli e banditori uomini come Bovio, Cavallotti e Imbriani. Alle firme di costoro, che son le vere firme del popolo d’Italia, il popolo deve far onore.

Eppure anche da coloro che non ebbero mai, nè logicamente dovrebbero aver adesso, alcun speciale affetto per la Triplice, si sollevano altre obiezioni. Si dubita che Trento e Trieste possan aver vantaggio dall’annessione al Regno d’Italia, si vede in Trieste la concorrente di Venezia, si teme che i sacrifici a cui andrebbe incontro l’Italia non sieno sufficientemente compensati.

Io potrei a cotesti timorati rispondere ricordando che se il piccolo Piemonte avesse voluto vagliare i maggiori o minori vantaggi economici dell’annessione delle singole provincie, l’Italia non sarebbe ancor unita in nazione. Potrei ricordare la risposta di quel vecchio patriotta triestino: «Trieste sia un semplice nido di [p. 130 modifica]pescatori, ma sia terra d’Italia e non covo di barbari». Ma a queste ragioni del sentimento non voglio dare, dopo le premesse mie, un valore. Mi richiamo invece a dati di fatto. Voglio portare qui la nozione delle cifre, della realtà.

Il Trentino è un paese povero, lo dissi prima, anemico, dissanguato. Ma è tale perchè così lo vuole il Governo austriaco. I ventitrè mila operai che debbono guadagnarsi il pane lontani dal mio paese, per dieci mesi all’anno, potrebbero aver domani abbondante e fruttuosa occupazione se fosse utilizzata l’enorme quantità di carbon bianco di cui è ricco il Trentino, se vi fosse lo sfruttamento dei ricchi depositi di minerali e di marmi. Ma il Governo austriaco ha decretato che rimangano inerti i duecentocinquantamila cavalli di forza elettrica disponibile, perchè esso non vuole che nelle zone di confine sorgano industrie. Il Trentino è coperto di selve, in cui si può peregrinare ore ed ore, ma gran parte del legname non può essere condotta al piano per mancanza di strade e di ferrovie.

Il Trentino ha estesi pascoli che ora non può più sfruttare e vanno riducendosi a sterpi e roveti perchè il Governo austriaco impedisce alle mandre di passare il confine politico. Le mandre che nella stagione estiva trovano cibo abbondantissimo nelle montagne trentine, hanno bisogno di svernare nelle pianure lombarde e venete. Il Governo però non concede più il transito nel Regno. Così la pastorizia che era fiorentissima è stata ridotta a esigue proporzioni. [p. 131 modifica]Rifiorirà al pari dell’industria solo con l’abolizione dell’attuale barriera politica.

E Trieste? Ricordo quel che già ebbi a dire; che Trieste deve all’Austria assai meno di quanto si crede. L’importanza sua è determinata più che dall’appartenenza all’impero, dalla sua posizione geografica. Esso è il porto dell’Adriatico che più si addentra al nord nell’Europa centrale; ed è quindi lo scalo preferito per le merci che dal centro d’Europa sono dirette in Oriente.

Malgrado l’esistenza della barriera doganale fra Germania ed Austria, Trieste è grande esportatrice di merci sud-germaniche. La quinta parte dei traffici triestini è germanica.

Dalle regioni alpine che stanno alle spalle di Trieste e sono ricche di legname, viene al nostro porto un commercio notevolissimo, specie d’esportazione. Ebbene, questo commercio è destinato a rimanere immutato anche per l’avvenire, giacchè lo scalo a Trieste è per esso il più rapido e il meno costoso. Si può imaginare, si può pensare che i prodotti della Carinzia, della Carniola, della Stiria abbiano a percorrere in ferrovia tutta l’Austria e la Germania, per giungere al porto d’Amburgo e di lì, facendo il giro a mezza Europa, arrivare ai loro mercati naturali che sono l’Italia media e la meridionale? Neppur per sogno!

Parlare di possibili lotte tariffarie è assurdo, quando si pensi che l’esportazione austriaca in Italia supera di molto l’importazione dall’Italia.

Non è certo uno Stato, economicamente disperato e destinato ad uscire indebolito dall’attuale [p. 132 modifica]guerra di sangue, che potrà darsi il lusso di una grande guerra doganale.

Ma v’è un altro lato della questione che giova tenere presente: quello che riflette gli interessi simultanei di Trieste e del Regno. Il commercio triestino è del tutto differente da quello prevalente negli attuali porti d’Italia. Le maggiori relazioni dei porti del Regno sono con le Americhe, l’Inghilterra, la Francia, la Svizzera.

Il commercio triestino batte di preferenza altre vie: i Balcani, l’Egitto, l’Oriente. L’Italia ha con l’Egitto un commercio che si valuta a 89 milioni, ma quello di Trieste è di 322 milioni; l’Italia traffica con la Grecia per 20 milioni, Trieste per 62. E così dicasi della Bulgaria, della Turchia asiatica ed europea, ecc.

Trieste per la sua postura e per le sue tradizioni si presenta come il porto più adatto per conquistare commercialmente all’Italia tutte le regioni dell’Adriatico liberate dal giogo ottomano, come per esser tramite di congiunzione con quei nuovi granai del mondo che stanno ora sviluppandosi nelle vaste regioni percorse dall’Eufrate e dal Tigri.

In quest’opera utile a sè, e all’Italia, Trieste porterebbe il concorso delle sue linee di navigazione, della sua organizzazione commerciale, della sua clientela.

Altrettanto avverrebbe di Fiume che presenta condizioni analoghe a quelle di Trieste.

Ripete taluno, senza ben ponderare, la vecchia storia di rivalità possibili fra Trieste e Venezia. Ma ormai non vi è più motivo di [p. 133 modifica]competizioni economiche. Ciascuna delle città ha ben delineato il suo hinterland e la pertinenza ad uno stesso Stato diminuirà, non accentuerà certo le possibili ragioni di conflitto. Tanto più che, al di sopra delle competizioni locali, si va delineando la necessità di una concorde cooperazione dei porti adriatici contro le tendenze monopolizzatrici dei porti nordici, che rappresentan per tutti, anche pei porti mediterranei, la vera concorrenza. Sarà il sud latino contro il nord: la gran battaglia incruenta sui mari, che seguirà a quella del sangue, delle mine, delle granate e dei siluri.

Più che alla ricerca dei piccoli spostamenti d’interesse fra porto e porto e dei momentanei spostamenti e delle oscillazioni inerenti ad ogni grande innovazione sia politica che sociale, l’Italia deve oggi proporsi di stabilire quel che le accadrebbe, se col completarsi dell’iniziato sfacelo dell’impero austriaco, Trieste diventasse un porto germanico o un porto slavo.

Trieste tedesca vorrebbe dire il rafforzamento di tutte le influenze germaniche nelle industrie, nelle banche, vorrebbe dire la presenza d’un concorrente temibile in quei commerci del Levante e dell’estremo Oriente che più si confanno all’Italia; vorrebbe dire la perdita di buona parte del commercio italiano con le Americhe.

Trieste slava vorrebbe dire il subitaneo passaggio alla Serbia di tutti i commerci austriaci in Oriente e il crearsi di una potenza concorrente e irruente da Trieste a fiume, a Cattaro, ad Antivari addirittura colossale! [p. 134 modifica]

Ma il problema dell’annessione di Trento e Trieste merita inoltre di essere esaminato nei riguardi della difesa del paese.

L’Italia non ha frontiere verso l’Austria. Il Trentino nelle mani dell’Austria è una formidabile base d’operazione contro l’Italia, un cuneo che sfonda la catena delle Alpi. È un nodo montuoso ove si raggruppano numerose testate di valle di parecchi importanti fiumi e da esso si diparton a ventaglio numerose vie verso la pianura padana. Il mio paese, il Trentino, può rassomigliarsi ad un grande palazzo che ha nella sua facciata principale ben quattordici porte amplie, luminose che lasciano aperto l’adito al bel giardino d’Europa, alla terra d’Italia. Nella facciata di dietro vi è invece una porticina piccola, piccola, quella che di solito, nelle case signorili, è destinata alla servitù.

La porticina piccola del Trentino ha servito invece ai padroni, agli stranieri. Entrati pel piccolo pertugio essi sono pronti a uscire per le quattordici porte grandi nel giardino d’Italia. Ora noi vogliamo spalancate a voi, fratelli d’Italia, le quattordici grandi porte e ben chiusa agli stranieri la porticina piccola. Solo quando il confine sarà portato alla grande catena delle Alpi, esso sarà veramente formidabile e facilmente difendibile per la sua natura e per la brevità sua in confronto della lunghissima linea attuale.

Altrettanto vale per la regione adriatica. L’unico confine sicuro è dato dalla ben marcata linea delle Alpi Giulie e delle Alpi Dinariche. [p. 135 modifica]Il confine attuale nel Friuli fu felicemente definito come una paratoia idraulica automobile da servire alla erogazione delle forze austriache. Basta che l’Austria aumenti il livello delle sue forze, perchè automaticamente esse straripino verso la pianura friulana. Difficilissima, quasi impossibile è oggi la difesa in questa regione, tanto che gli italiani, di fronte ad un’invasione dovrebbero ritirarsi fino alla linea dell’Adige, alla sua volta minacciato dall’Austria, per le molteplici vie del Trentino; ma difficile sarà anche la difesa del mare Adriatico, finché l’Italia, priva delle forti basi navali, con rifugi sicurissimi e capaci porti, dell’Istria e della Dalmazia, dovrà muovere dalla lontana base di Taranto, non avendo nè Venezia, nè Ancona, nè Brindisi i requisiti adatti di grandi piazze marittime.

Il problema dell’annessione delle regioni irredente si affaccia come un problema nazionale, come problema della patria; ma esso spiana la via al problema delle patrie, perchè l’azione dell’Italia in questo momento varrebbe a render più sollecita la ricostituzione dell’eroico Belgio, permetterebbe alla Polonia dilaniata, oppressa da un triplice giogo di ritornare unita e indipendente, alle genti rumene di associarsi tutte in uno Stato libero e forte; agli slavi del sud di avviarsi col potente ausilio dell’unità patria verso la civiltà industriale.

Quest’Italia nostra, che fu sempre così generosa verso le patrie oppresse e sempre accorse in aiuto di quelle che venivan ricostituendosi; [p. 136 modifica]quest’Italia che mandò Francesco Nullo a morire gloriosamente in Polonia e il fior dei suoi giovani a far di sè sacrificio sui campi dell’Ellade e Garibaldi a Digione, quest’Italia deve col suo popolo, con tutto il popolo, col suo Governo assolvere il dover suo verso le patrie che anelano a risorgere e versano a torrenti il sangue per mantenere la propria indipendenza.

Ci avvieremo allora alla soluzione di più vasti problemi. Distrutti i focolari di reazione che si annidano al centro d’Europa, tolta al teutonismo la possibilità di soffocare le altre nazioni, potrà tramutarsi in realtà quello che fu il sospiro di Mazzini e il programma di Carlo Marx: la federazione degli Stati d’Europa. Per attuarla occorre ci siano gli Stati; ma per Stato non si deve intendere un conglomerato come l’Austria, un caos entro al quale ribollono dieci bandiere, dieci lingue, dieci nazioni, un forzato amalgama in cui si vorrebbe soppresso ogni sentimento di patria e di civiltà per sostituirvi una cieca devozione alla dinastia più esecrata del mondo; per Stato deve intendersi l’unione di quelli che parlano la stessa lingua, che hanno una comune coscienza storica e abitano in un territorio, quant’è più possibile, ben demarcato da confini naturali.

Solo attraverso una tale costituzione degli Stati, arriveremo all’Internazionale. Questa sarà, come diceva Jaurès, una garanzia per la indipendenza delle nazioni, come nelle nazioni indipendenti l’Internazionale avrà, alla sua volta, i suoi organi più possenti e più nobili. [p. 137 modifica]

Credo, o cittadini, d’avere dato risposta sufficiente ai problemi da me accennati nell’esordio, per quanto l’argomento potrebbe esser suscettibile di maggior svolgimento. Ma penso che farei a tutti voi un grave torto maggiormente insistendovi. Farei torto ai vecchi, che hanno subito l’onta della dominazione straniera se supponessi che il loro cuore non batta all’unisono col nostro e non frema di odio e dolore contro l’oppressione austriaca.

Farei torto alle generazioni che hanno avuto ed hanno le redini d’Italia, se le ritenessi ignare delle ragioni per cui, come l’agricoltore cerca dare al proprio podere una completa unità organica aumentandolo di tutti quei piccoli territori, di quei ritagli che sono baciati dallo stesso sole, che sono ricchi degli stessi prodotti, così è necessario procurare l’integrazione del territorio nazionale, per averne uno sviluppo pieno ed organico.

Non è possibile che il Governo di Roma non abbia dei pieni diritti d’Italia su Trento e Trieste quella visione chiara e precisa che con la generosa offerta dei prigionieri italiani irredenti, ha mostrato di avere il maggior rappresentante dello slavismo in Europa.

Farei, torto se spendessi parole soverchie per parlare ai giovani, per parlare a coloro che hanno dato l’anima e il cuore alle idee più larghe, alle idee umanitarie.

In tutti coloro che appartengono ai partiti più avanzati c’è un sentimento profondo ed alto del rispetto che si deve alla vita umana e agli [p. 138 modifica]interessi collettivi; ma essi non possono non sapere che fra l’uomo singolo e l’umanità c’è un anello di congiunzione che non si può nè spezzare, nè dimenticare; ed è la patria, è la nazione.

Farei torto ai cuori gentili, se osassi supporre che lo strazio delle madri di Trento e Trieste crudelmente orbate dei figli, condotti al macello sui campi di Galizia, non sia condiviso dalle madri tutte d’Italia. Più di sessantamila italiani, furon con violenta coercizione mandati pei primi di fronte al piombo cosacco. Di essi fu fatta un’orrenda carneficina; ad essi fu imposto il martirio più atroce: quello di dare la vita non per la patria, non per un alto ideale di umanità, ma a sostegno e a difesa della più abietta tirannia. Quanti sentono lo sdegno verso un tale governo, devono cooperare a ciò che esso sia cancellato dalla faccia della terra.

Contro di esso devono sorgere e i vivi e i morti d’Italia. Coi vivi sarà nel momento della grande riscossa, Garibaldi.

Egli, che, morente, diceva ai fratelli di Trieste: «Verrò con voi, sia pur legato sul mio cavallo, sia pur trainato,in carrozza; verrò con voi a combattere l’ultima battaglia per la patria», Egli sarà il milite ideale che guiderà la gioventù fra le balze trentine e sulle spiaggie adriatiche.

E poichè, o cittadini, mi è fiorito sulle labbra il dolce nome dell’Eroe, lasciate che io chiuda, ricordando l’episodio suo ultimo nelle valli trentine. Egli coi suoi valorosi avea conquistato [p. 139 modifica]brano a brano quelle terre, l’avea bagnate del sangue dei suoi prodi. Attorno a lui fremevano d’amore e dolore i commilitoni nell’attesa di poter piantare il tricolore nella mia Trento, quando venne a lui l’ordine fatale di abbandonare quelle valli, conquistate con tanto sangue. Egli non rassegnato, ma con gli occhi e col cuore rivolti solo al supremo bene della patria, rintuzzò in ogni legittimo orgoglio, ogni ambizione di capitano, donò alla patria la sua gloria di quel momento, e soffocando i sentimenti di ribellione rispose il famoso «Obbedisco». Ora io mi auguro, cittadini, che quando la patria chiamerà i suoi figli alle armi per pompiere l’opera di Garibaldi, tutti gli italiani col cuore istesso, con lo stesso spirito che ebbe Garibaldi, al di sopra di ogni interesse personale, di ogni ambizione, d’ogni meschina gara di parte, tutti sappian rispondere: Siam pronti. Obbediamo!


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IV.


L’ITALIANITÀ DEL TRENTINO
E L’IRREDENTISMO ITALIANO.
4


Odono i morti di Bezzecca e attendono.
Quando? grida Bronzetti, fantasma erto fra i nuvoli.
Quando? i vecchi fra sè mesti ripetono
Che un dì con nere chiome l’addio, Trento, ti dissero.



Quando? Il poeta d’Italia ha reclinato il capo leonino senza aver visto sulle alpi di Trento i bagliori della riscossa; attesero per dieci lustri gli eroi di Bezzecca sotto le zolle impregnate di sangue; il fantasma inquieto di Bronzetti ha continuato a errare vagante pei cieli della patria. L’angosciosa attesa è ora finita. Il gelido silenzio di morte fu rotto. Ad acquetare gli spiriti di Carducci e Bronzetti è venuta da terre lontane una gran voce.

E come nei tempi eroici i responsi della patria e degli Dei giungeano ai mortali solo fra il balenìo dei lampi e il clamor delle armi e delle trombe, così la voce che non più invoca ma afferma prossima la redenzione di Trento, è [p. 141 modifica]venuta a noi dalla fumigante mischia che arde nel cuor delle Argonne ed ha avuto a sigillo di fede l’olocausto di Bruno e Costante.

Le salme degli eroi garibaldini hanno ora varcato il sacro limitare della patria, hanno percorso tra un popolo reverente tutta la penisola e Roma le ha accolte in una superba apoteosi di gloria.

A quelle salme s’è rivolto il saluto, si son fissi i cuori è gli sguardi di quanti figli di Trento vivono al di qua e al di là dell’artificiale barriera ed hanno nel cuore la religion della patria.

Ma al cittadino che rappresenta Trento, che ha l’onore di parlare in questa Milano che generosamente ospita i profughi trentini, che parla qui ove son dei vecchi onorandi, che un dì con nere chiome dissero l’addio a Trento, incombe il dovere di rinnovare per Trento e pel Trentino tutto l’omaggio agli eroi.

E con l’omaggio la promessa: Quando gli eserciti della patria, col fiorir della primavera porteranno le armi e le insegne sull’alpe retica, saranno nell’avanguardia i giovani di Trento.

Chi di loro avrà il vanto di giunger primo col tricolore griderà alto ai fratelli la gloria degli eroi e il sacrificio. E sulla romana torre che vide le aquile vincitrici di Druso e Tiberio e nel torbido medio evo con la sua renga chiamò i cittadini a difesa del comune italico e dell’italica civiltà contro l’irromper della barbarie tedesca, inciderà a ricordanza eterna il saluto: A Bruno e Costante, araldi della redenzione di Trento. [p. 142 modifica]


*


Si ripete oggi a Milano e in altre città d’Italia una pagina della storia del Risorgimento. Come già nel ’48, nel ’59, nel ’60, nel ’66, anche ora dalle terre irredente sono venuti nelle terre libere a mille a mille i profughi. È lo stesso antico ideale, la stessa fiamma che li spinge. Ma lo stato d’animo dei profughi d’oggi non è uguale a quello dei profughi di allora.

I profughi di quei tempi potevano avere dubbi sulla fortuna, non sui propositi del piccolo Piemonte o del Governo provvisorio di Milano, non sul programma di Vittorio Emanuele e di Garibaldi.

La guerra liberatrice era sicura. Potea solo esser questione di tempo. Ma la volontà di portare a compimento l’unità d’Italia era in tutti i patrioti, era nel Governo, nell’esercito, nel popolo. Le commissioni dei profughi trentini furono ripetutamente accolte dal Re, dai ministri, ebbero l’appoggio di Garibaldi e di Mazzini e le promesse loro fatte furono mantenute.

Mantenute con la affermazione dei diritti nostri nei congressi diplomatici; mantenute con le armi dai corpi franchi nel ’48 e da Garibaldi purtroppo impedito nella sua marcia attraverso il Tonale nel 1859; mantenute con le congiure del ’63 e ’64; mantenute infine con l’impeto dei bersaglieri giunti alle porte di Trento nel ’66 e [p. 143 modifica]dei garibaldini spintisi fin quasi a Riva sul Garda.

Oggi noi profughi viviamo in un’angosciosa attesa. Non sappiamo se il domani sarà apportatore di guerra o di pace, di libertà o di rinnovata schiavitù pel nostro paese.

È giusto, è doveroso il riconoscere che in tutta Italia abbiamo avuto cordiale e ospitale accoglienza e massime dai vecchi, memori della dominazione austriaca e da tutti gli intellettuali. Pure le nostre aspirazioni, le nostre speranze non sono condivise con quel consenso unanime che vi era, quando la sventura di Trento e Trieste era sventura comune a gran parte d’Italia. Sentiamo di vivere — e più lo sentivamo nei mesi trascorsi — in un’atmosfera di diffidenza che solo lentamente va trasformandosi.

Avemmo l’impressione di essere accolti con quella preoccupazione con cui in terra straniera si guarda al compatriota che vi è ignoto, di cui non conoscete nè il passato nè i propositi. Parla la dolce lingua della patria ed è già questa ragione per accoglierlo fraternamente. Ma poi con bel garbo gli si fa capire che sarebbero ben accette notizie un po’ in dettaglio sul suo conto, sul paese da cui precisamente viene, sulle sue intenzioni e che si darebbe volentieri un’occhiata anche al passaporto.

Noi abbiamo compreso.... l’antifona e l’invito a dir di noi l’abbiamo accolto con gioia.

Parlare della propria terra è dolce, anche se duole saperla meno nota di quanto sarebbe e giusto e necessario; e quanto al presentar le [p. 144 modifica]nostre carte, i nostri documenti, sappiamo che questo è un dovere.

Un dovere che riesce facile adempiere. Giacchè i documenti nostri li abbiamo a portata di mano e son validi anche se non portano il bollo delle i. r. autorità. Essi si trovano qui, in tutte le vostre biblioteche, nei vostri archivi, nella vostra storia, che è pur la nostra, che è la storia d’Italia.

Cominciam dunque a dire — e perdonino gli uditori se nell’intento di predicare ai molti che non sanno mi è toccato invece di trovarmi innanzi ad un pubblico che sa benissimo quello che sto per dire — cominciamo a dire dove e come è fatto il Trentino.

Cesare Correnti lo ha definito il «vestibolo d’Italia» traverso le alpi centrali nel punto più nordico della penisola. La definizione è esatta; può essere completata nel senso che si dovrebbe parlare anzichè del vestibolo, di uno dei vestiboli, giacchè il territorio che è alle spalle del Trentino, costituente la regione dell’Alto Adige, fa pure parte dell’Italia naturale ed è come un vestibolo del vestibolo.

Il fiume Adige bagna e coi suoi affluenti segna le arterie fondamentali dei due vestiboli. Di essi quello settentrionale, si appoggia al grande cerchio delle Alpi, quello meridionale si appoggia ad una catena secondaria che corre parallela all’arco alpino a poche decine di chilometri da Trento ed ha verso la regione dell’Alto Adige, una sola apertura facile, quella di Salorno.

A destra e a sinistra dei due vestiboli si [p. 145 modifica]snodano robuste giogaie, più elevate e con scarsi valichi nella regione dell’Alto Adige; meno alte ed incise da numerosi e facili passi quelle del territorio trentino, che perciò appunto ha potuto costituirsi oltre che del bacino medio del fiume Adige, delle testate di valle del Chiese, del Sarca e del Brenta.

L’esistenza in questo punto di una catena parallela a quella del grande arco; l’essersi in grazia di essa formati due vestiboli ha costituito e costituisce per la penisola italiana come una doppia barriera di confine, una duplice cerchia di mura, una esterna ed una interna. E la storia provò come tale duplice baluardo fosse necessario e provvidenziale.

La popolazione indigena del vestibolo inferiore della regione trentina è tutta italiana. L’elemento straniero non è neppur percettibile. Nell’Alto Adige invece l’elemento italiano è un quinto (quarantamila abitanti) di fronte a quattro quinti di tedeschi.

Le ragioni storiche del differente grado di italianità dei due vestiboli sono spiegate in modo mirabile dalla loro posizione geografica.

Soggiogate, regnante Augusto, le tribù celto-galliche del Trentino e i reti dell’Alto Adige, i romani accumularono nelle due regioni i loro presidii, convinti della necessità di volgere tutta la regione alpina a guardia della civiltà contro la barbarie teutonica.

Trento, splendidum municipium, era il cuore, il centro di irradiazione latina fino all’estremo culmine della cerchia alpina e molti geografi [p. 146 modifica]e storici chiamaron Alpes tridentinæ, tutta la catena centrale che geograficamente separa l’Italia dalla Germania.

Sfortunate furono le irruzioni barbariche finchè furono in potere di Roma le Alpi tridentine. Ma allorchè declinò l’impero romano, gli elementi romanizzati furono dall’onda straniera respinti dalla regione dell’Alto Adige verso la trentina. In questa mai furono notevolmente intaccati; in quella resistettero solo parzialmente con alterna vicenda, or guadagnando, or perdendo terreno.

La romanità si era così vivamente imposta al territorio trentino e alla parte confinante di quello atesino, che nessuno dei governi succedutisi — Goti, Ostrogoti, Longobardi, Carolingi — osò staccarli dalle varie marche o ducati o regni italici.

La situazione del Trentino, durante le invasioni barbariche, può essere stata più aspra, tuttavia non molto differente da quella delle altre regioni settentrionali d’Italia. Ma di gran lunga peggiore fu nei secoli successivi, allorchè gli imperatori del sacro romano impero, per aver libero accesso alla penisola, ebbero costante mira di affidare il territorio trentino (traverso il quale compirono ben settantadue spedizioni!) a principi vescovi di lor fiducia.

All’azione dei principi vescovi e degli imperatori, che se voleano difesa l’unità del territorio, voleano però compressa l’indipendenza del libero comune, e a tutta possa contrastarono — riuscendovi — il terreno a Venezia, naturale [p. 147 modifica]dominatrice della regione; a tale azione si aggiungeva quella dei Conti del Tirolo. Costoro, insediatisi nella Valle Venosta, resi potenti per la loro parentela prima, per la loro fusione poi con la casa imperiale, ingaggiarono e con le armi e con la corruzione, fingendosi avvocati e protettori della Chiesa di Trento, una spietata lotta contro l’italianità della regione.

Malgrado questo prevalse l’azione del libero comune foggiato sui comuni dell’Alta Italia e con l’arte e la cultura si diffuse il pensiero italico.

Trento, a capo della regione, seppe serbare il nome, il confine, la lingua e fu barriera all’elemento germanico per sè e per la sottostante regione italica. Opera questa degli abitatori, impregnati di vivida romanità, ma potentemente aiutati dalla duplice cerchia di monti che proteggono Trento dal nord.

Talchè quando Napoleone volle nel 1809 segnare come estremo confine del Regno d’Italia il confine linguistico, egli potè senza alcuna offesa o coercizione nazionale, includere nel dipartimento dell’Alto Adige oltre il Trentino, il cantone di Bolzano. Con ciò il Trentino, rimasto per otto secoli autonomo sotto dominio di vescovi, da tutti ambito da nessuno protetto, tornava nel grembo della famiglia italiana.

Ma fu breve ritorno. È nota la storia recente. Tramontato Napoleone, il Trentino ebbe sul collo tre padroni: il Tirolo, l’Austria e la Confederazione germanica. Ognun sa come permangano il primo e il secondo; ignorano molti che se più non sussiste il vincolo di una confederazione [p. 148 modifica]tedesca, cessata nel 1866, è però concesso dall’Austria a tutti gli elementi germanici di spadroneggiare con scuole, con associazioni, con privilegi nel campo delle industrie e commerci, sul territorio trentino, come se fosse feudo teutonico.

Contro il triplice giogo il Trentino insorse; e fieramente lottando nelle assemblee politiche, nelle cospirazioni e sui campi di battaglia, e dando il sangue dei suoi figli migliori in tutte le battaglie per l’indipendenza e unità d’Italia documentò la sua incorruttibile romanità. Romanità che ebbe premio e sanzione dalla lettera di Garibaldi nel 1859, come l’avea avuta nei secoli antecedenti da altri gloriosi documenti. Basti, per citare i più degni, quelli che davvero costituiscono i passaporti di un popolo, ricordare la tavola clesiana, il patto di Valdo e la protesta dei Consoli.

Promulgatore della bronzea tavola, detta oggi clesiana, idal luogo ove fu scoperta, fu l’imperatore Claudio. I barbari la gettaron fra le cose inutili, ma la buona terra la conservò per ridarla alla luce nel secolo scorso. In essa l’imperatore Claudio chiamava Trento splendidum municipium e assegnava agli abitanti delle limitrofe valli la cittadinanza romana.

Nel 1166, due anni dopo che Vicenza, stanca delle estorsioni e oppressioni dei ministri del Barbarossa ne avea cacciato il vicario e si era collegata a comune difesa con Verona, Padova e Treviso, tutti i comuni trentini del Perginese decidevano col patto di Valdo, contro al lor signore Guindibaldo vassallo dell’imperatore, di [p. 149 modifica]voler esser «amici degli amici e inimici degli inimici di Vicenza» e di aiutarli in guerra fuori e dentro il distretto.

E memoranda fu la intimazione che nel 1400 i consoli di Trento fecero a un picciol gruppo di mercanti tedeschi che volean agire in città da padroni: «Somma ingiustizia, dichiaravano i consoli, sarebbe, qualora forestieri e nuovi abitatori di una città pretendessero di mutarne gli statuti, le leggi, il costume, le consuetudini; e se noi trentini portassimo le tende in qualche città di Alamagna, è pur certo che là non cambierebbero per questo le loro antiche usanze e a buon diritto ci intimerebbero: O rispettate le leggi e i costumi nostri, o uscite da queste mura!»

Ma il titolo nobiliare del Trentino, che sovrasta a ogni altro, resterà sempre la lettera di Garibaldi. Mentre Vittorio Emanuele avea nelle sue dichiarazioni dimenticato il Trentino, Garibaldi scriveva:


.... Nessuno ricordò il Trentino! quella nobile parte della nostra penisola, che ad onta di dugentomila mercenari dell’Austria che la calcano e la depredano, non mancò di far sentire coraggiosamente una voce di giubilo al trionfo della causa italiana — di reprobazione e di ribrezzo alla fetida dominazione austriaca.

Eppure modesti, come lo sono generalmente gli uomini di cuore, i trentini continuano silenziosi a dividere, come divisero nel passato, le fatiche e le speranze comuni. Essi diedero [p. 150 modifica]nella campagna passata buon numero di valorosi ufficiali e soldati — e al martirologio nostro, nomi, che mi commuovono nel pronunciarli, e che certamente onorano il nostro paese al pari de’ più illustri.

Il nome del trentino Bronzetti, durerà nella memoria de’ posteri quanto i fasti gloriosi della nostra storia, e sarà il grido di guerra de’ bravi cacciatori dell’Alpi nelle pugne venture contro gli oppressori dell’Italia.

E soggiungeva:

....Valga la mia debole voce a ricordare un ramo dei più nobili e più generosi della famiglia italiana, su cui posano meritatamente le nostre speranze di redenzione.

Se la missione storica di cui maggiormente può gloriarsi il Trentino fu quella d’esser stato la diga all’irrompente elemento teutonico, esso alla sua volta fu fattore non ultimo della cultura e civiltà italica. Elaborò un suo volgare — già menzionato da Dante sul principio del trecento — con perfetta impronta latina e con proprio valore organico. Alle lettere italiane e all’arte dette in tutti i secoli fervidi cultori dallo scultore Alessandro Vittoria ai pittori Francesco Guardi e Giovanni Segantini, dal filosofo Acconcio ad Antonio Rosmini, dall’umanista Polentone e dal poeta Nicolò d’Arco a Giovanni Prati. Non vi fu movimento letterario, scuola filosofica o artistica o scientifica in Italia che non abbia avuto nel Trentino il suo rappresentante. [p. 151 modifica]

Per ricordar solo la storia degli ultimi cento e cinquanta anni l’enciclopedia ebbe un degno rappresentante in Carl’Antonio Pilati, autore della Riforma d’Italia, il classicismo in Clementino Vannetti, assertore dell’italianità del Trentino, le scienze naturali vantarono sul finire del XVIII secolo i nomi dei fratelli Fontana, di Antonio Scopoli, di G. Battista Borsieri. Nel secolo scorso l’arte drammatica ebbe un insuperabile interprete in Gustavo Modena; il romanticismo si gloriò dei nomi di Giovanni Prati, della Lutti, del Gazzoletti, di Andrea Maffei, traduttore di Schiller e di Shakespeare, mentre nelle università onorarono il nome trentino scienziati illustri quali Giuseppe Canestrini, Bartolomeo Malfatti, Vigilio Inama e Scipio Sighele. La pittura e la musica vanno oggi superbe dei viventi Bartolomeo Bezzi e Riccardo Zandonai.

Italicamente si svolse sempre la vita comunale e Trento e Rovereto chiamavan dalle città d’Italia i lor sindaci. Di Trento fu sindaco Gian Domenico Romagnosi.

Italica è l’arte di cui si adornano e Trento e tutte le altre città ed anche i borghi più modesti sono irti di pinnacoli e di campanili che danno loro un carattere originale ed un’aria di tipica venustà.

Insigni opere d’arte italica sono non solo il Duomo, modello dell’arte edificatrice dei maestri comacini, e il Castello di Trento decorato dagli affreschi del Romanino, del Dossi e del Fogolino, ma i palazzi e le torri di tutte le città e le chiesette cinquecentesche e trecentesche [p. 152 modifica]sparse nelle alte valli e le danze macabre che adornano i cimiteri di montagna, ma anche i monumenti che si incontrano a nord di Trento, a Bolzano e nei sobborghi della Venosta ove le contradine a portici arieggiano quelle delle città venete.

Tutto è italico: il cielo, la vegetazione, il clima, il costume, le tradizioni, le leggende, gli affetti. Italica è anche la delinquenza che è in vivissimo contrasto con la tedesca ed ha tutte le caratteristiche passionali della delinquenza italiana.

Tutto questo si sapeva assai bene nei tempi del Risorgimento; lo si sapeva e si continuò a ripeterlo per qualche anno dopo la presa di Roma, che a troppi parve il compimento dell’unità d’Italia e dopo quel trattato di Berlino che fu la pietra sepolcrale delle aspirazioni irredentiste di Trento e Trieste.

L’italianità del Trentino fu da Vittorio Emanuele riconosciuta e con le esplicite dichiarazioni e con la vittoriosa entrata dei bersaglieri in Valsugana nel ’66; fu posteriormente affermata durante le trattative di pace dal conte Nigra e da Emilio Visconti Venosta; fu ammessa nel 1867 e nel ’68 e ’69 dal Gabinetto di Firenze che cogliendo l’occasione di rettifiche di confine tentò riaprire la discussione col Governo austriaco.

Nel 1878 la questione trentina strappava qualche parola di consenso al ministro Cairoli, ma non trovava un difensore nè convinto, nè abile nel Curti, rappresentante d’Italia a Berlino. [p. 153 modifica]

Dopo quell’anno non fu più ufficialmente ammessa dal Governo. Rimase questione popolare, agitata da Garibaldi, dall’Avezzana, da Imbriani, santificata dal martirio di Oberdan. Con l’avvento della Triplice si iniziò la feroce persecuzione dell’irredentismo. Un po’ alla volta la causa nostra cessò d’essere anche una viva questione popolare. A noi irredenti mancò da parte dei fratelli ogni aiuto; in loro venne meno anche la ricordanza.

Nel 1889 Francesco Crispi scioglieva i comitati pro Trento e Trieste e condannava l’irredentismo. Gli rispose con parole di fuoco Ergisto Bezzi. Ma fu voce clamante al deserto. L’italianità del Trentino ebbe un solo sostenitore: l’Austria. Fu l’Austria che inferocendo sempre più e cinicamente negando agli italiani ad essa soggetti ogni più piccolo diritto, li mantenne in stato di ribellione, li ritemprò nella lotta, nell’amore alla patria; fu l’Austria che di tratto in tratto obbligò gli italiani del Regno a scuotersi quando udivano i colpi del bastone tedesco, laceranti carni italiane. Ma furon sobbalzi, sussulti momentanei. La parola d’ordine che da Roma giungeva ai giornali era: Silentium! Le cronache di Trento le Trieste furono soppresse da tutta la stampa. La Triplice continuava a rinnovarsi. I problemi degli italiani in Austria, i problemi dell’Austria stessa eran sistematicamente trascurati. Ogni sfregio fatto agli italiani irredenti veniva sottaciuto, nascosto. Contro la annessione della Bosnia-Erzegovina all’Austria, senza gli sperati compensi per l’Italia, Alessandro Fortis [p. 154 modifica]protestava con un meraviglioso discorso. Ma chi lo ricordava in Italia ventiquattro ore dopo? Il fermento nazionale e ribelle, nascente fra quelle popolazioni austriache che più eran state devote alla dinastia degli Absburgo, sfuggiva al pubblico italiano. Non a torto Giovanni Pascoli in un impeto di dolore e di sincerità, sdegnato di tanta apatia e noncuranza, gridava: O irredenti, redimeteci voi! Solo qualche giornalista — le dita di una mano sono di troppo per contarli — dopo aver sentito per la centesima volta che gli studenti italiani venivano bastonati a Graz o ad Innsbruck, che i regnicoli venivano sfrattati da Trento e da Trieste, che i cittadini di Fiume erano accusati e condannati per attentati organizzati e commessi dalla polizia, che i trentini erano sistematicamente presi a gabbo con l’eterna vana promessa dell’autonomia, sentì il bisogno di occuparsi un po’ da vicino dell’Austria e pensò di visitare e studiare quelle terre irredente che erano divenute per l’Italia terre ignote, come quelle che i cartografi antichi definivano con l’indicazione glaces perpetua oppure hic sunt leones, implicitamente affermando che si trattava di terre.... pericolose a esplorarsi.

Nessuna meraviglia quindi se l’anno della guerra dell’Austria alla Serbia, l’anno della terribile conflagrazione europea ha trovato l’Italia impreparata, disorientata di fronte all’inevitabile revisione della carta politica d’Europa e di conseguenza di fronte al problema di Trento e Trieste.

Vi sono generazioni intere che non solo non [p. 155 modifica]hanno respirato un’atmosfera di simpatia verso i fratelli irredenti, non solo sono state dirette all’osservazione di problemi affatto divergenti da quelli nazionali, ma sono state private di quelle nozioni elementari della geografia e della storia d’Italia, che per ragioni di cultura, all’infuori delle tendenze politiche, dovrebbero esser patrimonio di ogni italiano.

Il problema dell’irredentismo è apparso come un problema nuovo che non avesse addentellati con la storia, con la vita d’Italia, come se i nuovi bisogni sociali affacciatisi avessero distrutto quelli nazionali, e come se per render la vita più facile si potessero obliare le ragioni stesse della vita. Il problema dell’irredentismo s’è invece fatto in quest’ora urgente e incalzante.

Non solo persistono, ma si son fatte oggi più vive le ragioni per cui in Italia e Governo e popolo concordemente affermavano fino al 1866 la necessità assoluta dell’annessione del Trentino allo Stato italiano. Nè, come dirò poi, il Trentino è oggi men degno d’esser redento di quello che non lo fosse cinquanta anni fa.

Vediamo quali erano le antiche ragioni. La suprema fu sempre la ragione del sangue, la ragione nazionale. Allorchè il Piemonte iniziò l’opera di redenzione, non partì dal concetto che nazionalmente una provincia fosse preferibile all’altra. Lo stesso postulato si affermò per la Lombardia come per Trieste, pel Trentino e pel Veneto come per la Sicilia. Tutti i figli d’Italia dovean esser uniti in una sola famiglia. Eran ugualmente nemici d’Italia il Governo [p. 156 modifica]borbonico, quello degli Absburgo e quello dei papi. Avvenimenti dolorosi impedirono il compimento dell’unità. Dall’artiglio dell’aquila austriaca si poterono strappare solo alcune provincie. Altre rimasero ancora sotto il duplice rostro. Quegli avvenimenti dolorosi furono deprecati come una calamità della patria, come un’onta che si dovea cancellare per l’onore delle armi, per la dignità nazionale. Le cause stesse del mancato compimento devon esser quindi lo stimolo a riprender, ora che è possibile, l’azione.

L’Italia ha sperimentato in sè gli immensi vantaggi del suo nuovo assetto politico. È essa stessa uno dei più meravigliosi ed eloquenti esempi del beneficio civile, morale, economico che ogni nucleo umano ritrae, quando riesce a evolversi secondo le proprie leggi e i proprii bisogni intimi, secondo le necessità biologiche del proprio genio creativo all’infuori di ogni artificio e coercizione altrui. Non v’è straniero che non riconosca gli immensi progressi fatti dall’Italia nuova. E non comprenderanno gli italiani che i benefici di un’unità completa saranno maggiori di quelli conseguiti con un’unità parziale? Maggiori per lo sviluppo, diremo così, interno dello Stato, maggiori per la sua influenza all’estero? E vorranno i fratelli maggiori che già godono i frutti dell’unità e della libertà, negarli ai fratelli minori?

Chi oggi è tiepido per la causa delle terre irredente, lo è perchè spera che si possano ottenere Trento e Trieste con la diplomazia; o lo è perchè ritiene che l’Italia possa adattarsi allo [p. 157 modifica]statu quo, o infine perchè spera che i problemi nazionali non abbiano bisogno di una soluzione a sè, ma possano risolversi in blocco coi più vasti problemi sociali umanitari.

Lo sperare che l’Austria ceda graziosamente Trento o Trieste o sia pure il solo Trentino è come credere che il lupo sia il protettore dell’agnello. Chi conosce l’Austria e sa l’altezzosità delle dichiarazioni che in tale riguardo fecero più volte l’imperatore e l’assassinato arciduca, comprende che questa è la più folle delle speranze. Il ritenere che pei begli occhi della neutralità italiana, le nazioni belligeranti debbano donare all’Italia le terre irredente non è cosa da pazzi, ma da delinquenti. Nell’ora in cui per conseguire l’indipendenza e l’integrità nazionale versano torrenti di sangue e il popolo belga e il serbo e il francese sarebbe semplicemente atto di ributtante cinismo presentarsi ad un consesso europeo in veste di sensali o di accattoni.

Chi ritiene che l’Italia possa rinunciare al suo compimento, mentre non vi si adattano nazioni meno forti e più giovani, come la Rumania e la Serbia, ignora non solo che la vil pace di oggi può significare la guerra offensiva che Austria e Germania ci intimerebbero domani (e di ciò dirò poi) ma dimentica che l’irredentismo riaccesosi ora nelle terre irredente e rifiorito, grazie a Dio, in tutta la penisola non può esser destinato a scomparire se non quando sarà vincitore. Sarebbe domani l’alleato di tutti gli altri irredentismi d’Europa, che non avessero trovato (e vi avrebbe colpa indiretta anche [p. 158 modifica]l’Italia) l’agognata soluzione; ma anche da solo sarebbe un elemento perturbatore, un elemento dissolvitore che porterebbe o a gravi conflitti interni o a urti esterni in momenti probabilmente intempestivi con grave danno per l’Italia e con la deprecazione dell’Europa civile che saluterebbe con orrore il riaffacciarsi della guerra.

Chi infine — ed è questa la tesi di molti socialisti ufficiali — crede ormai sorpassato il periodo delle rivendicazioni nazionali e addita l’internazionalismo come la panacea di tutti i mali, merita compassione come chi nega la luce perchè è cieco.

Non solo l’internazionalismo ha in quest’anno mostrato la sua immaturità col non aver saputo impedire la guerra europea; ma ne’ riguardi nazionali avea già antecedentemente mostrato la sua impotenza nello Stato internazionale per eccellenza, nell’Austria, ove non era riuscito a creare un programma nazionale e a svolgere un’azione che fosse ben accetta a tutti i partiti socialisti.

Del resto chi ha letto cum grano salis i sacri testi del socialismo, ha diritto di ripetere finchè questi testi non sieno rinnegati che ogni opposizione al costituirsi delle unità nazionali, equivale ad opposizione e lotta al socialismo stesso, giacchè le unità nazionali sono il presupposto logico e necessario dello sviluppo della civiltà borghese-capitalistica e per ciò stesso del socialismo.

Come la famiglia, la tribù, il comune, furono [p. 159 modifica]il naturale avviamento alla organizzazione delle regioni e quindi della nazione; così le nazioni rappresentano una affermazione di solidarietà già vastissima ed il passo necessario verso l’unificazione dell’umanità.

Ci è lecito quindi concludere che le ragioni nazionali che militavano per l’integrità della nazione, cinquanta anni or sono, resistono tutt’oggi, e a maggior diritto si impongono oggi che l’effettuazione del programma nazionale italiano coincide con l’interesse della civiltà minacciata dall’egemonia militare tedesca e con la difesa delle patrie — Belgio, Polonia, Serbia, Rumenia — che tendono ora a ricostituirsi e completarsi.

Ma accanto alle ragioni puramente, idealmente nazionali sussistono oggi, come nei tempi del risorgimento, le ragioni d’ordine militare ed economico.

Nessun scrittore italiano di cose militari ha osato contestare la tesi sostenuta nel 1866 dal Menabrea plenipotenziario del Re d’Italia a Vienna, dal generale Covone e da altri molti: esser cioè l’Italia, per quanto profonda tesori in opere di fortificazione, in completa balìa dell’Austria, finchè questa potrà dominare dalla piazza forte di Trento e dai posti avanzati sul confine tutte le valli che sboccano nei piani di Lombardia e del Veneto.

Il teutonismo, che afferma i suoi diritti su Trento, non fa che tradurre in atto l’antico concetto imperiale di tenersi in potere le chiavi d’Italia per un’avanzata verso il Mezzogiorno. [p. 160 modifica]il pericolo sarà eliminato solo quando il confine politico arrivi ad includere tutti indistintamente gli italiani che sono sul versante meridionale delle Alpi e tanto più il nuovo confine sarà militarmente sicuro quanto più si spingerà al nord; sarà formidabile se arriverà alla grande catena alpina dal Passo di Resca, al Brennero, a Toblacco.5

Duplice sarà il vantaggio: la linea di frontiera potrà fruire anzitutto del naturale baluardo fornito da altissimi monti con pochi valichi; secondariamente sarà più facilmente difendibile e con minor dispendio perchè ridotta di quasi due terzi. Oggi l’Austria ha verso l’Italia, nel territorio trentino, una linea di confine di 316 chilometri. Qualsiasi linea possa esser scelta al nord di Trento oscillerà fra un minimo di 120 e un massimo di 150 chilometri.

Giustamente ebbe inoltre ad osservare Salvatore Barzilai come la questione delle frontiere italiane oltre che militare, sia politica: trattandosi non di spostare l’equilibrio militare in favore dell’Italia, ma di far cessare una condizione di cose, per cui ad uno dei due Stati contermini è conferita un’attitudine offensiva di troppo superiore all’attitudine difensiva dell’altra.

Chi tenga quindi presente e la sfrontatezza con cui si videro in quest’anno violati dagli imperi centrali i patti internazionali di neutralità [p. 161 modifica]del Belgio e del Lussemburgo e le tendenze aggressive dell’imperialismo tedesco comprenderà, come sia indispensabile per l’Italia l’integrarsi fino ai confini naturali.

Impellenti e importanti sono pure le ragioni economiche. L’Italia ha bisogno di tutto il suo mare, come ha bisogno di tutta la catena crinale e di tutto il versante meridionale delle Alpi. Nell’economia della penisola le Alpi rappresentano un indispensabile elemento d’integrazione. Costituiscono esse coi loro ghiacciai e nevai, coi laghi alpini e prealpini il serbatoio distributore delle acque; coi loro pascoli e col manto selvoso forniscono benessere e contribuiscono a moderare il clima; nelle loro viscere racchiudono tesori di metalli e di marmi; nei loro recessi offrono asili di pace e di frescura.

Come nelle zone prealpine una coltura razionale e integrale esige che lo stesso proprietario abbia pascoli sull’alpe e campi e prati nelle valli; ed ovunque chi ha un podere ha interesse d’esser in possesso del bosco attiguo e della sorgente che scaturisce in un campo vicino — , così nella grande economia di tutta la penisola occorre che sotto un solo Governo sia tutta l’alpe e tutta la pianura cui fa corona; mentre all’Italia mancano oggi brani di alpe lombarda, atesina e veneta e manca gran parte dei piani friulani e tutta la marina di Trieste.

Non parlava senza fondamento (e il ragionamento suo è applicabile ad altri campi) quello studioso che affermava esser possibile il rendere innocui, anzi benefici, l’irreggimentare [p. 162 modifica]insomma i corsi d’acqua del versante alpino solo al patto che un unico magistrato delle acque presiedesse al governo dei singoli bacini fluviali dell’Adige, della Piave, del Brenta, ecc.

La storia ricorda come fino al 1866 il Trentino fosse una provincia industriale e agricola fiorentissima. Lo spostamento del confine politico avvenuto col distacco della Lombardia e del Veneto dall’Austria, permise all’Austria di frapporre tali ostacoli doganali, politici, ecc. al commercio, alle comunicazioni ferroviarie e stradali, ai rapporti agricoli del Trentino con le regioni padane, costituenti il naturale mercato di sbocco e di scambio, che il Trentino fu in breve tempo condannato alla più squallida miseria e a una totale anemia. Miseria ed anemia destinate a scomparire solo quando l’Italia abbia conquistato il suo confine naturale.

Riassumendo, persistono ancor oggi in Italia, mi sia concesso il ripeterlo, tutte le ragioni di carattere ideale, politico, militare, economico per cui la annessione di tutte le terre irredente era stata accolta col consenso del popolo, nel programma di Re Vittorio Emanuele II.

E nel Trentino?

Non si può dir oggi: il Trentino nazionalmente è quello che era negli anni del risorgimento. No, oggi il Trentino è infinitamente migliore.

Caduta con la morte di Garibaldi, e col sopravvento della politica triplicista la speranza di una prossima guerra liberatrice, il Trentino, conculcato con ferocia sempre maggiore dal Governo austriaco, nell’attesa di migliori destini, [p. 163 modifica]dovette pensare a difender la propria compagine nazionale in mille maniere insidiata dal Governo di Vienna e d’Innsbruck. Iniziò così una lotta ostinata, paziente per impedire che gli si rubasse la dolce lingua del sì, che si corrompessero i caratteri, che si distruggesse nel cuore del popolo l’innata fierezza montanara, l’amore all’indipendenza, alla libertà, alla madre patria.

Da questa lotta che per cinquanta anni sostenne da solo (invano attese aiuto dai fratelli del Regno!) esso è uscito vincitore, ritemprato, ringagliardito, più italiano che mai!

Lo strumento più formidabile del teutonismo contro il Trentino fu l’annessione forzata, innaturale del paese alla provincia tedesca del Tirolo; annessione nella quale il Trentino veniva schiacciato dalla maggioranza numerica dei tedeschi non soltanto, ma altresì dal fatto che ai tedeschi nella Dieta provinciale di Innsbruck fu riconosciuto sempre un più largo diritto di rappresentanza. Fino all’anno scorso il Trentino avea un deputato ogni ventimila abitanti, il Tirolo uno ogni dodicimila. La nuovissima legge diminuiva ma non toglieva la sproporzione iniqua! Nel vasto numero dei còmpiti assegnati in Austria alle diete, còmpiti che vanno dalla scuola agli istituti umanitari, dalle ferrovie e strade alla beneficenza, ecc., il piccolo manipolo degli italiani si vide sempre brutalmente compresso dalla maggioranza tedesca. Non potè impedire che la scuola italiana fosse alla mercè di consigli direttivi tedeschi e tedescofili; che con criteri tutti opposti alla tradizione dei comuni [p. 164 modifica]italiani si introducessero norme e leggi germaniche disastrose; che le sane iniziative locali italiane fossero ostacolate, proibite e protetto qualunque disonesto che proclamandosi austriacante e tirolese mettesse le mani sui beni comunali o pubblici in genere; non potè impedire che il sistema tributario della provincia fosse organizzato a tutto vantaggio dei tedeschi e a scapito degli italiani; che i benefici dell’erario provinciale si versassero a piene mani sul Tirolo, mentre il Trentino privo di ferrovie, di strade, di buoni servizi postali e telegrafici fu costretto a languire nella miseria; non potè impedire che, sotto gli auspici del governo provinciale, si introducessero in tutti i pubblici uffici persone, notoriamente ostili al nome italiano.

Non potè impedire tutto questo il piccolo gruppo dei deputati che pur combattè nella Dieta memorande battaglie. Ma il paese non rimase supino davanti a tanta oltracotanza. Resistette, non si piegò.

Già nel 1848, allorchè la Dieta si costituì su base elettiva, il Trentino protestava con ben 46 000 firme di cittadini maggiorenni contro la annessione del Trentino al Tirolo. E la protesta e la campagna per l’autonomia del Trentino continuarono ininterrotte per sessantasei anni, ora con la astensione dalle urne, ora con quella degli eletti dalle sedute, ora con la tattica dell’ostruzionismo, ora con l’opposizione molteplice di corporazioni e comuni.

Ogni mezzo cercò il Governo per opporsi. Ministri e luogotenenti proclamavano: «Sieno i [p. 165 modifica]trentini sudditi fedeli di Sua Maestà, riconoscano la provincia tirolese, non si perdano in inutili affermazioni nazionali ed otterranno dal Governo ogni beneficio». Il paese non si lasciò mai lusingare. Ben potè il Governo agire su qualche frazione e giovarsi per qualche momento dell’aiuto dell’alto clero o di qualche transfuga, seminator di discordie. Invano. La compattezza dei trentini non fu mai spezzata. I nomi di coloro che sostennero le più ardue battaglie per l’autonomia, nomi di patriotti come il Dordi, il Bertolini, il Mazzurana, di preti generosi, spesso in conflitto con la curia, quali don Salvadori, don Brusamolin, don Guetti, vivono oggi nella riconoscente memoria di tutto il popolo e son come i numi tutelari della patria. Seguendo il loro esempio, tutti i partiti rimasero fedeli al principio autonomistico, che voleva dir lotta al Tirolo e all’azione anti-italiana dei tirolesi e del Governo.

Con la annessione al Tirolo il Governo non riuscì mai a piegare il paese. Riuscì solo a impoverirlo, a dissanguarlo.

Ma il Governo, oltre all’azione comprimente e germanizzatrice dell’amministrazione provinciale, altre azioni escogitò e proseguì con accanimento.

Alla polizia fu affidato uno dei maggiori còmpiti. Con essa si dette la caccia ad ogni istituzione nazionale.

La stampa è stata sempre compressa. A Trento non si può pubblicare quel che si pubblica impunemente a Vienna o ad Innsbruck. I giornali di opposizione sono deliziati da decine di [p. 166 modifica]sequestri all’anno. Malgrado i fiaschi colossali, poliziotti e procuratori di Stato hanno continuato a inventar complotti e congiure, ad imbastire processi mostruosi davanti ai giurati e giudici tedeschi, di città tedesche, per spargere nel paese il terrore, per distorre chiunque dal pensare non solo dell’annessione al Regno, ma anche dell’affermazione dei più semplici diritti nazionali entro i limiti sanciti dalla stessa legge costituzionale dell’impero.

Le galere austriache di Innsbruck, di Stein e S. Poelten presso Vienna, di Kufstein, di Przemysl, hanno per un secolo intero, dall’inizio del Governo austriaco ad oggi, ospitato sempre gli uomini più combattivi e più generosi del Trentino. Eppure le condanne mai a nulla riuscirono. Il carcere fu scuola di italianità.

Altro metodo austriaco fu l’azione di imbastardimento con la erezione delle scuole tedesche.

Poichè la legislazione provinciale non poteva arrivare all’assurdo d’imporre scuole tedesche a paesi esclusivamente o prettamente italiani, ci pensò il Governo centrale a creare proprie scuole elementari in lingua tedesca nelle principali città, facilitando l’ingresso ad esse col dar libri e vestiti gratuiti, obbligando gli addetti allo Stato a iscrivervi i loro figliuoli. Invano! Le scuole non raccolsero che pochi italiani e non riuscirono a imbastardirli.

Più violenta fu in questo senso la lotta delle società pangermaniste di Monaco, di Berlino, di Dresda, che presero di mira le alpestri vallate, i paeselli remoti, e i territori lungo il confine [p. 167 modifica]linguistico. In essi è il comune — assai spesso povero — che deve sopportare le spese scolastiche. Ed ecco i pantedeschi offrire gratuitamente, le scuole elementari tedesche, l’asilo tedesco, la scuola professionale tedesca. Parea che tale azione dovesse soverchiare; ma all’opera dello Schulverein, della Südmark, e d’altre simili istituzioni, si oppose quella della Pro Patria prima, della Lega Nazionale poi, che eresse ovunque scuole, asili, biblioteche italiane.

Per cura di questa associazione vi sono oggi nel Trentino ottanta biblioteche, ventuno asili d’infanzia, tre complete scuole elementari, trentacinque corsi serali di perfezionamento e una decina di scuole professionali, di disegno, di cucito, ecc.

L’opera dei tedeschi ha avuto la risposta che si meritava. Essi hanno seminato su pietre sterili ed hanno determinato una meravigliosa opera di cultura italiana, giacchè la reazione alle loro male arti fu la causa non ultima della distruzione dell’analfabetismo nel Trentino.

Il Trentino, annesso domani al Regno d’Italia, avrà il vanto d’esser la provincia col minor numero di analfabeti.

Ma la pervicacia austro-germanica non si dette vinta. Escogitò altre armi più affilate; si invase il paese con impiegati tedeschi, con gendarmi tedeschi, con guardie di finanza, con ferrovieri tedeschi. I trentini non pertanto continuavano e continuano a parlar italiano; e l’italiano sono invece costretti a impararlo i tedeschi.

Abilmente si tentò sfruttare la piaga della [p. 168 modifica]emigrazione — resasi necessaria per l’incuria del Governo centrale — allo scopo di creare un movimento di tedescofilia fra i lavoratori che devono emigrare in terre tedesche. Si mandarono ovunque emissari, si stamparono appositi giornali, si creò una vasta associazione, il Volksbund. Chi è socio non ha da pagare nulla, ha solo da ricevere dei doni e da gridare in ogni occasione: Viva l’Austria! Inutile! Tutti i partiti politici, liberali, clericali, socialisti si trovarono d’accordo, riuscirono a battere in breccia il Volksbund, che su sessantamila elettori, allorchè tentò affermarsi nelle elezioni politiche del 1907, raccolse tre o quattrocento voti.

E altri mezzi di compressione e corruzione organizzò il Governo per raggiungere i suoi scopi. Furono il militarismo e le associazioni di bersaglio. Quello che non riuscì alle autorità civili si tentò dalle militari. Da queste furono e sono favoriti i comuni austriacanti, combattuti gli altri; aiutate le persone che fanno parte dei casini di bersaglio, perseguitate le altre.

L’autorità militare si impossessò di pascoli, di boschi e dettò leggi ad arbitrio, sconvolgendo ordinamenti secolari. Davanti all’ufficiale austriaco bisogna inchinarsi come davanti ad un Dio. Chi non si adatta, sia ricco o povero, professionista o contadino, clericale o anarchico, è sicuro della vendetta. Ma anche sotto lo strumento militare il paese non s’è piegato.

Un caso degno di nota è quello della fondazione di società di veterani. Sono composte non da reduci da battaglie e spesso neppur da [p. 169 modifica]ex-soldati, ma da gente disposta a dichiararsi austriacante e tedesca (pur non sapendo una parola di tedesco), a vestire nei giorni di festività imperiali una divisa, a partecipare a orgie, a portar per le strade, a un ordine della polizia, uno straccio giallo-nero in atto di provocazione. Chi entra nell’«onorata compagnia» riceve qualche soldo, nonchè da mangiare e da bere, anzi più da bere che da mangiare, e un buon vestito di lana con giubba verde e pantaloni marrone. Questi vantaggi e l’abilità degli emissari governativi hanno per effetto che qua e là sorgon di questi corpi bellici. Ma poichè attorno ad essi c’è la riprovazione generale, il povero veterano, passati i fumi del vino, capisce presto di essersi prestato ad un’azione ignobile e abbandona.... il campo. Poi, siccome la giornata della grande orgia — il 4 ottobre, onomastico imperiale — preludia all’inverno e nell’inverno fa molto freddo nel Trentino e ai contadini non abbondano i mezzi per ripararsi, il vestito veteranesco di lana torna assai comodo per andar nel bosco; oggi si mettono i calzoni, domani la giubba, e.... quando torna una nuova festa imperiale il corpo dei veterani non c’è più, per mancanza delle rispettive giubbe e dei pantaloni.

Non ultima arte di corruzione e di dominio fu la lotta economica. Si è fatto entrare in azione il capitale tedesco. Si è creata una fitta rete d’alberghi e rifugi alpini tedeschi ai quali si dirigono correnti di turisti, i precursori tipici del tedeschismo, ovunque voglia far opera di [p. 170 modifica]penetrazione. Con spirito di patriottismo, rischiando enormi capitali, associazioni e privati si sono opposti a quest’azione creando ovunque rifugi e alberghi italiani. Ma non sempre in simili lotte economiche si può riuscir vincitori. Che fare, ad esempio, quando il Governo nega sempre ai regnicoli e assai spesso ai trentini le patenti necessarie per esercire certe industrie, mentre le accorda largamente a forestieri di Germania? Che fare, all’infuori delle proteste, quando per eseguire lavori governativi si importano orde di tedeschi e di croati, mentre il popolo trentino emigra per mancanza di lavoro?

C’è assai spesso, per fortuna, la natura che si fa provvida alleata della nazionalità.

I pangermanisti col tramite di potenti associazioni più di una volta hanno fatto comperare da signori tedeschi dei grandi possessi agricoli alle porte del Trentino. La manovra non ha avuto successo, ma mostra la arditezza e la tenacia degli invasori. Sui campi comperati dai signori tedeschi, resiste solo l’operaio italiano, capace della coltivazione del baco da seta o della vite. Il contadino tedesco fugge. È la natura, fratelli del Regno, che vi grida in faccia: L’Italia agli italiani!

E tralascio di ricordar tante altre pagine dell’italianità del Trentino, pagine gloriose e più note della sua storia recente, come quelle per la Università italiana.

Le tralascio per ricordare come il Trentino non solo abbia difeso la sua civiltà italica nell’opera assidua, paziente, tenace degli ultimi [p. 171 modifica]decenni, opera proseguita da cento e cento militi oscuri, senza ambizione, senza speranza di compenso, ma la abbia mantenuta viva come pura fiamma d’amore, facendo sua ogni gioia della patria italiana, e con voi piangendo ogni sventura, ogni lutto; la abbia consacrata, al cospetto del mondo, con atto solenne, innalzando a Trento il monumento al Divino Poeta.

Che se a taluno paresse che troppo picciol cosa sia stata quella compiuta lassù dalle generazioni ultime che vissero fra un tramonto e un’alba di secolo, lasciate che qui ricordi nei suoi più superbi momenti quanto fecero quelle che vissero gli anni gloriosi del riscatto d’Italia.

Sento non solo di potere, ma di dover ricordare. All’alba del Risorgimento, nei tempi primi delle congiure scendeva dalle balze trentine Gustavo Modena a cospirare e ad ammonire. Fra il ’21 e il ’48, quando dagli atenei d’Italia poeti e letterati bandivan la parola della patria, erano con loro Giovanni Prati e il Gazzoletti e una pleiade d’altri illustri trentini. Nell’anno fatidico della grande riscossa nazionale vennero a noi dalle pianure lombarde i corpi franchi; ma dopo la sfortunata vicenda non scesero soli. Si unì ad essi quella Legione trentina che combattè in Lombardia, che difese Carlo Alberto a Novara e corse nel ’49 a portare il suo ultimo tributo di sangue alla morente repubblica di Roma. E più tardi nel ’52, nel ’53, quando l’Austria a caratteri di sangue scriveva la storia, scriveva la gloria di prete Tazzoli e dei martiri di Belfiore, eran con quei martiri nelle [p. 172 modifica]carceri di Mantova eroici giovani del mio Trentino; nel ’59 quando apparvero sulle colline di Brescia i Cacciatori dell’Alpe, fra essi, Garibaldi proclamava prode dei prodi Narciso Bronzetti; nel 1860 quando sul sacro suolo di Sicilia egli conduceva il glorioso manipolo dei Mille, fra quegli eroi v’erano i moschettieri dei Mille ch’eran figli di Trento, v’era Ergisto Bezzi, nostra gloria vivente; nell’anno di poi al Volturno era un altro Bronzetti, era Pilade, che col sacrificio della sua vita decideva le sorti di quella eroica giornata; e nelle guerre per la liberazione delle Marche e dell’Umbria, e nelle congiure del Veneto e nelle lotte di Valsugana e a Bezzecca erano a cento a cento i prodi della mia terra. Erano esercito, eran legione, quando Garibaldi pronunciò il famoso obbedisco. Eppure non domi, non vinti scesero ancora a dare il loro sangue alla patria. E furono a Villa Glori, a Monterotondo, a Mentana, a Porta Pia, e quando parve che la patria fosse finalmente unita e non era, e si vide che a spezzare l’incombente letargo v’era ancora bisogno di sangue, di sacrificio, di olocausto, Trento dava l’aiuto di un suo figlio — di cui speriamo che gli eventi ci permettano presto di svelare il nome — all’azione santa che dovea creare la pagina più pura, più bella della storia d’Italia: il martirio di Guglielmo Oberdan.

Per queste memorie, per questi sacrifici, per queste glorie che son glorie nostre, glorie vostre, glorie d’Italia, ricordatevi, o italiani, di Trento e Trieste. [p. 173 modifica]

Tutta la terra mia freme oggi impaziente nell’attesa della liberazione.

Sente d’esser degna di essa; sente che questa è la grande ora.

E mentre implora per sè l’aiuto, sente di dover ricordare agli italiani che essi debbon pensare alla loro stessa difesa, perchè non da ieri l’Austria medita la guerra all’Italia. Il sospiro degli ufficiali austriaci è pur sempre la passeggiata a Milano, la conquista di Venezia è pur sempre il sogno di quel Corrado von Hetzendorf che all’indomani del lutto di Messina e all’inizio della guerra libica addensava alle frontiere d’Italia i battaglioni austriaci. Son parlamentari, senatori, ex-ministri, che a Vienna con catoniana costanza ripetono: Bisogna indebolire l’Italia! E all’Italia indisturbati e protetti dal loro Governo insultano con volgarità di parola ogni qualvolta ne sentono pronunciato il nome nel Parlamento. Ovunque, nella stampa, nelle scuole, nelle caserme si insegna ad odiare l’Italia. Ai soldati che ora partono gli ufficiali austriaci gridano: Oggi in Serbia ed in Russia a difender la patria e il Sovrano, domani scenderemo a punire la sleale, la vilissima Italia. E nell’odio suo l’Austria ha assenziente e fomentatrice la Germania. Quella fa a questa la strada. L’oro snazionalizzatore, l’oro corruttore nel Trentino, sul Garda, nell’Italia è oro di Berlino.

Non attenda l’Italia che il nemico abbia sfondate le porte.

Non si illuda che l’eterno barbaro sia sazio di rapina. Proseguirà feroce finchè non sarà [p. 174 modifica]vinto e fiaccato. Alle aquile di Austria e Germania devono esser mozzati i rostri e gli artigli.

Se l’Italia ha vecchi che ricordano la tradizione garibaldina, se ha cittadini che sentono la nuova santa internazionale proclamata dal Belgio col suo sacrificio eroico, se ha giovani che davvero voglion «guerra al regno della guerra», dia pace e tregua ai nemici sol quando abbian passate le Alpi, e finchè ciò non sia elevi il grido del poeta nostro:


Pe ’l sangue degli eroi, pe’ franti petti
De’ vegliardi, pe ’l duol che si disserra
Da le piaghe di madri e pargoletti,

Guerra a tedeschi, immensa eterna guerra
Tanto che niun rivegga i patrii tetti
E a tutti tomba sia l’itala terra.


[p. 175 modifica]


V.


L’AVVENIRE ECONOMICO DEL TRENTINO.6



Se la storia e la geografia d’Italia, fossero largamente note a tutti gli italiani e non solo alle classi più colte, il problema delle terre irredente non avrebbe oggi bisogno nè di apostoli nè di propagandisti. Saprebbero tutti che l’Italia politica non coincide con l’Italia naturale, saprebbero che al di là del confine politico ma al di qua della catena alpina vi sono più di ventimila chilometri quadrati di terre che sono italiane geograficamente perchè mandano le loro acque all’Adriatico e sono aperte alle brezze italiche e ricche di vegetazione meridionale, come sono italiane per la lingua, la storia, i costumi, le aspirazioni, gli affetti. Saprebbero che una di queste terre — la tridentina — è così incuneata fra Lombardia e Veneto da esservi in queste regioni importanti località situate assai più a nord della media latitudine trentina. Saprebbero che quel mare, che fu detto per secoli il Golfo di Venezia, è in buona parte possedimento austriaco.

Ed invece non solo il popolino, ma i grandi [p. 176 modifica]giornali vi parlano di Trento e Trieste definendole terre d’oltr’alpe; e v’è chi crede che fra Trento e Trieste ci sia un ponte come fra Buda e Pest; v’è tra gli stessi autori di testi geografici per le scuole medie chi proclama esser l’italianità del Trentino limitata alle classi colte; chi crede che per visitare Trieste e Trento occorra sapere il tedesco....

Tutto questo è prova di grande ignoranza, ma in certe nozioni e definizioni errate che si divulgano c’è non solo della fenomenale insipienza, c’è anche mal animo. C’è della cattiveria in chi (credendo così di tagliar corto ad ogni discussione sui problemi d’oltre confine) afferma essere il Trentino una provincia sterile, sassosa, tanto selvaggia e povera da non valere le ossa di un bersagliere italiano.

L’espressione è anzitutto errata geograficamente.

La Val d’Adige, pur racchiusa tra monti che precipitano con pauroso aspetto, è un fiume di verzura; e nelle alpestri valli laterali chi voglia raggiungere le guglie, i pinnacoli, le vette nevose, i sassi insomma, deve avere la pazienza di traversare campi e pascoli e selve immense. È errata l’espressione dal punto di vista economico, perchè il Trentino ha nelle sue viscere dei veri tesori di ricchezza. Ma è sopratutto cattiva. Perchè, se anche il suolo fosse tutto spine e sterpi e brulle roccie, non son di sasso i cuori che lassù palpitano italicamente e si volgono ai cuori dei fratelli d’Italia implorando aiuto. [p. 177 modifica]

Il Trentino non è un paese che possa definirsi povero, considerato nella sua potenzialità, e meno ancora può dirsi destinato a impoverire con la sua annessione al Regno d’Italia.

Uno sguardo alle sue condizioni economiche nel secolo scorso, permette di proiettare un po’ di luce sull’avvenire.

Il Trentino appare oggi come un paese agricolo. Esso fu invece un centro industriale di primissima importanza.

Le miniere costituirono pel paese una immensa ricchezza dal 1100 al 1600, tanto che esso si guadagnò il nome di California d’Europa ed ebbe il primo codice minerario di Europa.

Il lavoro minerario dette luogo a copiose immigrazioni di operai, e fu così abbondante e rimunerativo che uno storico coscienzioso fa risalire ad un miliardo di franchi la somma pagata ai lavoratori delle miniere del solo Monte Argentario, presso Trento, nel periodo di cinque secoli.

Miniere e ferriere occupavano ancora migliaia di operai in tutte le valli trentine nella prima metà del secolo scorso, fin verso il 1860.

Fiorentissima era l’industria della seta. Rovereto ebbe per le sue numerose filande fama mondiale e consumava non solo tutto il prodotto di bozzoli del paese, ma buona parte di quello del Veneto e del Lombardo. Nel 1870 ben diecimila persone trovavano occupazione nelle filande trentine.

Accanto al lavoro della seta, esplicantesi nelle [p. 178 modifica]filande vi era quello dei torcitori, delle tessiture e delle filature.

Largamente sviluppate erano nel Trentino altre industrie, la concia delle pelli, la fabbrica di carta, la confezione della birra a Rovereto, le raffinerie di zucchero a Trento, gli stabilimenti della lana e della chioderia in Val di Ledro; molti altri prodotti vegetali e minerali, quali il sommaco, la magnesia, lo spato, il gesso venivano lavorati in stabilimenti trentini per l’esportazione.

La piccola città di Ala aveva undici notevoli fabbriche di velluto. Sempre verso la metà del secolo scorso esistevano nelle valli del Chiese e del Sarca parecchie ferriere e fabbriche di vetro. Quella di Pinzolo e quella d’Algone occupavano ciascuna cento operai.

Tutta questa fiorente industria subì un terribile crollo allorchè, con l’annessione del Veneto al Regno d’Italia, il Trentino veniva, da un’esosa barriera doganale, privato del suo naturale mercato: la pianura del Po.

Fu difficoltata l’introduzione dall’Italia dei bozzoli necessari per alimentare i filatoi. L’industria della seta occupa oggi appena 1500 operai. Le cartiere furono costrette a limitare la loro produzione causa il dazio d’importazione nel Lombardo-Veneto; per la stessa ragione le fabbriche di vetro, di cappelli di lana, di magnesia, di zucchero, private dei mercati italiani, cessarono ogni attività.

Le ferriere giudicariesi non potendo, in causa dei dazii, nè importare il ferro dalla Val [p. 179 modifica]Trompia, nè esportare la merce lavorata, cessarono una dopo l’altra. I lavori minerari si sospesero fra il 1860 e il 1870.

Altre cause disgraziatamente concorsero a questo disastroso crollo dell’industria trentina: i commovimenti politici che assorbirono le migliori attività ed energie, le terribili malattie del baco da seta contro cui nulla poteva allora la scienza, i frequenti disastri elementari, tutta una serie di flagelli scatenatisi proprio in quel momento in cui l’industria stava dovunque, mercè le grandi scoperte scientifiche, perfezionandosi, trasformandosi, ingrandendosi e avrebbe avuto bisogno di protezione, di intelligenze, di capitale. Protezione non si ebbe. Le intelligenze più vive dovettero emigrare per sfuggire all’oppressione austriaca; la guerra avea ingoiato uomini e capitali; e per ultimo il secolare e grandioso commercio di transito e di fiere importantissime nella valle atesina, che aveva sempre fatto affluire capitali ingenti, veniva di un colpo soppiantato dalle linee ferroviarie internazionali, rapidamente sviluppatesi in tutta l’Europa Centrale. L’agricoltura che vivea appoggiandosi all’industria della seta e al commercio di transito fu pure trascinata a rovina.

La barriera doganale costringeva il Trentino a rinunciare ai cereali della vicina vallata del Po e ad approvvigionarsi in Ungheria sottostando a enormi spese ferroviarie.

Il paese tutto fu piombato nella miseria più avvilente. Sentì tutta la dolorante verità del grido antico: Guai ai vinti! [p. 180 modifica]

Corsero allora tra il 1870 e il 1885 gli anni più terribili, più tristi pel Trentino.

Un governo saggio sarebbe intervenuto, avrebbe compresa la necessità di una pronta azione di soccorso, non foss’altro per non raddoppiare le ragioni del malcontento.

L’Austria no. Essa si mantenne non solo indifferente ed estranea di fronte alla sorte miserevole del Trentino. Gli fu nemica. Al paese che avea bisogno di cure e di medico riserbò solo frustate e carnefici. Lo abbandonò alla furia dissanguatrice dell’amministrazione tirolese.

Nei conflitti economici come nei conflitti nazionali, la popolazione italiana, divenuta dopo il 1866 una quantità trascurabile di fronte ai grossi nuclei di altre razze, fu sempre la Cenerentola. Nella stipulazione dei trattati doganali gli interessi degli italiani tutti, ma specialmente quelli del Trentino, furono sacrificati a quelli dell’intero Stato. L’abolizione famosa della clausola sui vini italiani, avvenuta nel 1892, arrecava all’erario austriaco, nel decennio 1892-1902, un aumento di introiti pel dazio vini di ben cento milioni, mentre il Trentino pel deprezzamento e svalutamento dei suoi vini, danneggiati dalla concorrenza regnicola, perdeva sessanta milioni! Il deputato Antonio Tambosi invano chiese che lo Stato dedicasse poche centinaia di migliaia del lauto guadagno per lenire le conseguenze, della crisi viticola del Trentino.7

Il Trentino, situato all’estrema periferia dell’impero, privato di ogni rapporto commerciale [p. 181 modifica]col mezzogiorno, per trovar nuovo campo di smercio ai propri prodotti nell’interno della monarchia e vincere la concorrenza delle regioni moravo-boeme industrialmente progredite da decenni e decenni, avrebbe avuto bisogno di facilitazioni ferroviarie; si trovò invece costretto a subire le tariffe di trasporto più elevate dell’impero per garantire con la complicità del Governo lauti dividendi alle ferrovie private della Meridionale, non comprese nella rete di Stato che alla sua volta offriva all’industria tedesca condizioni privilegiate.

Urgentissima necessità sarebbe stata quella di indennizzare il paese dell’impossibilità di aver grano a buon mercato, sia con l’abolizione dei due dazi — quello provinciale e quello governativo — sia con noli di favore, giacchè il grano ungherese veniva pel trasporto aggravato di una spesa del 20 per 100 del valore del prodotto. Invano si pregò e supplicò. Il Governo austriaco generoso a milioni nel proteggere gli industriali dello zucchero e i produttori dello spirito (che, sia detto fra parentesi, sono tutti principi della casa imperiale) non sacrificò un centesimo pel Trentino.

Anno per anno i deputati trentini al Parlamento deplorarono che nei bilanci dello Stato i contributi dati al Trentino per lavori pubblici rappresentassero, proporzionalmente alla popolazione, appena la terza, la quarta, fin la decima parte di ciò che si dava al Tirolo e in genere alle provincie tedesche. Proteste inutili! I deputati parlarono sempre al vento! [p. 182 modifica]

Eppure furono un’inezia i torti fatti direttamente al Trentino dal Governo di Vienna in confronto di quelli che esso tollerò ci fossero inflitti dalla Dieta del Tirolo, costituita con una stragrande maggioranza tedesca, dovuta non a diritto di numero o proporzionale, ma a privilegio di razza. Invano il Trentino chiese di formare una provincia autonoma, di esser sciolto dall’innaturale e illogico legame col Tirolo, e di poter essere arbitro dei propri destini.

Il Tirolo si avvinghiò al Trentino come un polipo mostruoso e per mezzo secolo altro non fece che opera di soffocamento e di dissanguamento.

Servano a conferma di ciò le cifre e i fatti.

Esiste nella provincia del Tirolo un fondo detto di approvvigionamento, destinato ad aiutare i comuni poveri negli anni di carestia, e formato col provento del dazio provinciale sul grano pagato in prevalenza dagli italiani.

La carestia ci fu più e più volte. Ma il fondo non venne usufruito. Lo si adoprò invece altrimenti. Con esso si crearono bellissimi istituti educativi, sanitari, agrari pei tedeschi in terra tedesca, senza alcun compenso pei trentini; si costruirono strade pel Tirolo in proporzione tripla che pel Trentino; si sono dati sussidi ai Comuni tedeschi dieci volte maggiori di quelli dati agli italiani; si sono pagate spese di guerra, indennità ai nobili feudali con esclusivo o prevalente vantaggio dei tedeschi.

Nei bilanci ordinari della provincia il Trentino ebbe annualmente — e ne fu data [p. 183 modifica]dimostrazione rigorosa — assai meno di quello che pagava. Nelle spese straordinarie l’appetito tirolese a danno del Trentino non conobbe limiti. La tristamente celebre inondazione del 1882, per constatazione di periti del Governo, recò maggiori danni al Trentino di quel che al Tirolo; ma questo ebbe un sussidio di dieci milioni 880 mila corone, quello di soli due milioni e 166 mila.

Il Tirolo vide costrutte la maggior parte delle sue strade dalla provincia; i comuni del Trentino dovettero invece costruirsi a proprie spese le più importanti vie di comunicazione, spendendo, fino al 1898, quasi dieci milioni di corone, mentre la provincia vi concorreva con sole 141 mila corone!

E la triste rassegna potrebbe continuare!

Un paese così amministrato, così saccheggiato, dirò meglio, in uri periodo di terribile crisi, dovea inevitabilmente andar incontro allo sfacelo.

I comuni, costretti ad assumere a proprio carico grosse spese che doveano esser compito della provincia, dovettero esigere enormi imposte locali e far debiti. Nel 1890 il Trentino avea 23 015 630 corone di debiti comunali e consorziali; il Tirolo, più vasto, più popolato, ne avea solo 14 440 850. Così su ogni cittadino del Trentino il debito pesava in proporzione di 62 corone, su ogni tirolese di sole 32 corone. Il debito ipotecario assunse proporzioni favolose in confronto del valore fondiario. La piccola proprietà fu rovinata. In trentotto anni, dal 1860 al 1898, si ebbero più di trentaduemila aste forzate di [p. 184 modifica]lotti di terra del medio valore di 918 corone l’una! Nei due primi decenni si ebbero in qualche annata più di millecento aste all’anno!

L’industria fu semplicemente distrutta. Rimaneva come unica risorsa possibile pel paese l’agricoltura. Ma essa fu, per colmo di sventura, come già accennavo, colpita da un’interminabile sequela di disastri elementari. Solo dopo il 1885, col cessare delle funeste malattie del baco da seta e dell’uva, con l’ingresso in un periodo climatico meno inclemente e con la erezione del Consiglio provinciale d’agricoltura, che ebbe bensì pochi mezzi a disposizione, ma usufruì del beneficio immenso di essere autonomo e indipendente (fu ed è l'unica istituzione autonoma del Trentino!), si notò un risveglio salutare e un ragguardevole progresso nella coltivazione dei bachi, nell’allargamento della produzione vinicola, nell’allevamento del bestiame e nella selvicoltura.

Ma per quanto migliorata l’agricoltura trentina era ed è di gran lunga insufficiente a mantenere la popolazione; per cui venne la necessità dell’emigrazione.

Mancano statistiche sicure per l’emigrazione nei primi anni; ma da un complesso di ricerche si può stabilire che fino al 1890 circa l’emigrazione temporanea in Europa fu da venticinque a trentamila persone all’anno; quella stabile diretta verso le Americhe oscillò da cinque a diecimila all’anno. Per valutare l’importanza dell’emigrazione transoceanica basti sapere che oggi si calcola sieno quarantamila i trentini [p. 185 modifica]residenti negli Stati Uniti. Secondo rilievi esatti degli ultimissimi anni la emigrazione temporanea è ora ridotta a ventimila persone all’anno, la stabile da due a tremila.

Sono torme di contadini e montanari laboriosi, sobri, intelligenti che approfittando dell’esperienza di intere generazioni si sono assicurate, traverso mille angustie, senza il sussidio di pubblici o privati provvedimenti, vie proficue nel vecchio e nel nuovo mondo.

Si deve a questa emigrazione se al paese si è sollevato dagli enormi debiti accumulatisi sulla possidenza; e se il capitale paesano — fattosi ora abbastanza copioso e raccolto da molteplici istituzioni bancarie locali — ha fruttato il grande beneficio nazionale d’impedire, o diremo meglio di rendere inutile e superflua la invasione del capitale tedesco.

Accanto all’emigrazione dei lavoratori, altrettanto viva fu quella delle forze intellettuali. A centinaia i figli della borghesia scesero nel Regno per occuparsi nell’insegnamento, ne’ pubblici uffici, nel commercio, nelle industrie, raggiungendo assai spesso posizioni insigni, e rimanendo, esuli nelle cento città d’Italia, come gli ambasciatori del Trentino verso i fratelli redenti.

I primi successi, o dirò meglio, i primi miglioramenti ottenuti nel campo agricolo, l’accumularsi dei primi risparmi dovuti all’emigrazione, l’affacciarsi alla vita delle nuove generazioni, messe direttamente in contatto con la dura realtà, di una magra esistenza che non lasciava speranza a immediate rivendicazioni politiche e [p. 186 modifica]obbligava a ricercare i mezzi dello sviluppo nazionale ed economico dentro i limiti della piccola patria, determinarono dopo il 1885 delle arditissime iniziative per una risurrezione industriale del paese.

Alla testa del movimento si mise un uomo del popolo, Paolo Oss Mazzurana, il geniale podestà di Trento, che elaborò un vasto programma tramviario, base prima allo sfruttamento delle ricchezze della regione alpestre e nella applicazione, allora appena intravista, della forza elettrica all’industria additò l’avvenire al paese.

Fu egli — coadiuvato nella divulgazione delle sue idee da Vittorio Riccabona, lucida mente di economista e tempra tenace di apostolo, — fu egli l’ideatore dell’impianto elettrico comunale di Trento che ebbe il vanto di essere la prima grande impresa elettrica municipalizzata in tutta Europa; fu il promotore del rinnovamento edilizio di Trento; come a lui e agli amici suoi spetta la prima organizzazione del credito e il tentativo di promuovere l’industria degli alberghi.

Se non che il Governo, da prima simulatamente, poi apertamente osteggiò con accanimento il programma economico di Paolo Oss Mazzurana.

Del grande programma tramviario e ferroviario solo una piccola parte — e dopo moltissimi anni — fu eseguita e in modo deficiente. La ferrovia della Valsugana fu costrutta anzichè con criteri commerciali, con intenti militari e come ferrovia puramente locale; la tramvia [p. 187 modifica]d’Anaunia si ebbe dopo venticinque anni dacchè fu richiesta e il paese vi dovette contribuire con somme esorbitanti. Le congiunzioni col Regno, traverso le Giudicarie, e lungo la riviera del Garda e la tramvia di Fiemme sono ancora nel mondo dei progetti.

Ben serve a illuminare l’azione nefasta del Governo austriaco il suo contegno nella questione della tramvia di Fiemme. Questa valle è la più nordica della regione e la più insidiata dai pangermanisti; è al tempo stesso la più ricca del Trentino per selve, per minerali e marmi, ed è bella quanto lo sono i recessi più belli del vicino Cadore.

Congiungerla con Trento volea dire farla prosperare economicamente e nazionalmente conservarla italiana.

Quando si vide che il Governo, spalleggiato dall’amministrazione provinciale del Tirolo, e dalla città di Bolzano, non volea assolutamente costruire questa ferrovia e tentava invece eseguire un’altra linea che abbandonando la via naturale segnata dal corso dei fiumi congiungesse, con enormi difficoltà tecniche e immenso dispendio, la valle, attraverso un valico alpino con la regione prevalentemente tedesca di Bolzano (nell’Alto Adige) allo scopo di attirare i valligiani di Fiemme in un centro tedesco e così snazionalizzarli, — quando si vide questo, Trento e i comuni interessati furono pronti ad ammannire essi il capitale necessario alla costruzione della linea vagheggiata.

Ma il Governo si oppose invocando il suo [p. 188 modifica]diritto di tutela sui comuni per impedire che si assumessero oneri troppo gravi.

Intervennero allora tutti i cittadini di Trento proprietari di case e offrirono garanzia alla città con ipoteca sulle loro case. Il Governo si oppose ancora. In qual paese del mondo si è mai verificata una simile coercizione della libertà economica?

Così per fare opera anti-italiana — per fortuna il Governo malgrado l’aiuto ottenuto da pochi traviati e da mestatori immemori dei loro doveri verso la patria non riuscì nel suo intento — il Governo ha impedito lo sviluppo economico di tutta una valle e con ciò ha danneggiato tutto il paese.

Messo sulla via dell’opposizione a ogni iniziativa locale, il Governo non conobbe più limiti alla sua opera vessatoria e contò sull’aiuto del partito militare, capeggiato dall’assassinato arciduca e dagli eterni nemici del Trentino, i tirolesi.

Questi ultimi divennero sempre più feroci, istigatori di nuovi tormenti, fomentatori di discordie, come se volessero vendicarsi del fatto che il Trentino da loro spogliato e derubato era divenuto così poco redditizio da render loro sempre più difficili le antiche ruberie.

Paolo Oss Mazzurana avea popolarizzato l’idea delle centrali elettriche, perchè mediante essa rifiorissero le industrie; ma appena il Governo vide elaborati progetti per grandiose centrali, creò ostacoli e ne impedì l’erezione. E impedì del pari tutte le altre imprese — filovie, [p. 189 modifica]alberghi, ecc. — sorrette o finanziate da capitale non tedesco.

Molta speranza si ebbe — e questa è storia degli ultimissimi anni — nell’industria dei forestieri; ma appena, attratte dalla bellezza dei laghi e delle Dolomiti, si affacciarono le prime correnti di ospiti, intervenne il Governo. Esso aiutò la nascente industria in quanto attirava in paese gente tedesca e sopratutto animata da propositi di germanizzazione; la combattè in quanto portava in una regione italiana ospiti italiani. Per cui ebbero privilegi tutti gli ostieri scesi da Tedescheria, persecuzioni gli albergatori trentini e regnicoli; agli alberghi eretti da tedeschi sia pur in località lontane dall’abitato si concessero linee telefoniche, comunicazioni postali, ecc., agli alberghi italiani si riservò l’opprimente sorveglianza della polizia; ai primi il Governo trovò modo di fate gratuita réclame nelle sue pubblicazioni ufficiose, per gli altri tollerò e incoraggiò anzi la sistematica diffamazione della stampa tedesca; alle società alpine di Germania il Governo concesse ovunque terreni per costruire rifugi e alberghi, negò agli italiani uguale diritto. Incoraggiò i tedeschi a collocare ovunque scritte, segnavia, insegne tedesche; bandì invece come se fossero insegne di petrolieri tutte le tabelle delle associazioni sportive italiane, dal Touring al Club Alpino.

Poichè il movimento dei forestieri esige comode e belle vie il Governo — in passato così trascurante — pensò alla fine a costruirne anche nel Trentino, ma ne affidò il còmpito non a [p. 190 modifica]ingegneri civili, sibbene agli ufficiali dello stato maggiore.

Le nuovissime vie costruite nell’ultimo decennio, o hanno esclusivo scopo militare o servono a collegare le vallate nordiche del Trentino con le regioni tedesche, col solito scopo di staccarle da Trento.

Nessuna delle nuove vie tende al cuore del paese, nessuna o quasi agevola le comunicazioni con le provincie del Regno, ove spende il maggior prodotto del paese: il legname. Il contadino che deve portare a spalla di animali e assai più spesso sulle spalle sue le derrate nei paesi d’alta montagna rimane sbalordito nel vedere come invece esistano, strade meravigliose per trainar cannoni sulle più eccelse vette e a ragione si indispettisce quando gli si contende l’uso di quelle vie per trasportare un po’ di legna. V’è una sola razza di gente cui sia lecito, oltre ai soldati, di calcare impunemente quelle strade. Sono i turisti dagli occhiali d’oro, dalle barbe bionde, dal piumotto sul cappello. Ma se per caso vi passa un forestiero italiano, allora sbucano dagli agguati gendarmi, doganieri e soldati che senza pietà ammanettano e portano in carcere sotto l’accusa — mai provata e pur ogni giorno ripetuta — di tradimento. Nè l’avventura che tocca ai malcapitati ospiti regnicoli si risolve in un incidente di poche ore, come di solito avviene presso le frontiere degli altri Stati. Sono assai spesso settimane di carcere che toccano agli incauti e sfortunati.

L’industria dei forestieri si è così risolta nella [p. 191 modifica]caccia organizzata all’italiano, nel sussidio sfacciato ai germanizzatori e nell’aumento della prepotenza militarista.

L’azione germanista nel campo di quest’industria non è riuscita a recar danni sensibili nazionalmente parlando; l’industria però in quanto volea richiamare ospiti italiani se non è fallita è rimasta in stadio di incubazione ed in quanto potea avvantaggiarsi degli ospiti tedeschi si trovò inceppata dalla naturale reazione del paese. Così che mentre il Tirolo ha nel concorso dei forestieri la base della sua vita economica, il Trentino non ha avuto alcun tangibile progresso.

L’intrigo pangermanista e militarista ha del resto impedito lo sviluppo del paese in ogni altro campo.

Da anni esistono nel Trentino delle commissioni incaricate di combattere la pellagra. Ebbene la loro opera più importante fu l’erezione di grandi forni provinciali, in tutti i territori di confine, dove non ci son nè pellagrosi e quasi neppur consumatori di pane. Quei forni che portan l’insegna di «forni contro la pellagra» non sono che caserme e depositi militari di confine, abilmente mascherati.

Vi sono poi speciali commissioni e commissari per migliorarci pascoli alpini; anche questi commissari non sono che agenti dell’autorità militare e tendono a ridurre la pastorizia secondo le vedute o i capricci dello stato maggiore.

L’unica grande industria promossa dal Governo fu l’industria delle fortificazioni su cui [p. 192 modifica]vissero orde di avventurieri che ingaggiaron sempre o quasi sempre operai stranieri. Il campo trincerato di Trento con le cinquanta opere fortificatorie ha costato al Governo non meno di un miliardo!

Il bilancio delle industrie attuali, che malgrado tanta opposizione poteron sorgere negli ultimi vent’anni sulle rovine delle antiche e in seguito all’impulso dato da Paolo Oss Mazzurana, è ben magro. Nè di ciò è da meravigliarsi. Meraviglia invece che la tenacia degli abitatori, che il loro vivo affetto al paese abbiano potuto dar vita a qualche, sia pur modesto, stabilimento.

L’industria che (astrazion fatta da quelle complementari all’agricoltura) impiega il maggior numero di operai è la tessile. L’industria della seta annovera 7000 bacinelle e 400 telai; la tessitura del cotone si limita a 200 telai. L’industria laniera è buona, ma non va oltre i confini del paese.

Delle altre industrie quella della carta conta tre stabilimenti; quelle minerarie e quelle dei marmi sono in stadio appena iniziale o meglio diremo, di preparazione; quella della lavorazione del legno è appena discreta; fiorente è quella dei concimi chimici; l’industria dei cementi e laterizi è ben avviata, ma con sviluppo assai inferiore alla potenzialità. Si aggiungano altre industrie che servono esclusivamente ai bisogni locali: l’industria molitoria, con parecchi stabilimenti moderni, le fabbriche di birra, l’industria delle pelli. Alcune altre industrie sono tipiche della regione, ma son di scarso valore: [p. 193 modifica]l’industria dei giocattoli, quella dei manichi da frusta, ecc.

Un bilancio di industrie, ripeto, e come ognun vede, assai modesto.

Ma cerchiamo di esaminare che avverrà di queste industrie nel caso augurato della annessione del Trentino all’Italia.

Con piena convinzione io credo di poter asserire che l’annessione sarà sotto ogni rapporto vantaggiosa. Le cause stesse dell’attuale decadenza provano come la loro rimozione debba esser ragione di vita e di progresso.

Ma poichè giova distinguere fra le modeste industrie di recente rinate o sviluppatesi; e le industrie appoggiate all’agricoltura (di cui non fu ancora discorso) e alimentate dall’esportazione; e quelle industrie di cui si intravede la possibilità di un grande sviluppo, ma che oggi o sono in stato embrionale o non sono ancora sorte, è bene trattare partitamente delle une e delle altre.

Per le modeste industrie esistenti è evidente che lo spostamento dei confini non avrà valore alcuno, dato che trattasi di produzione destinata nei suoi limiti attuali quasi esclusivamente al paese, e comunque commerciabile nelle regioni dell’Alta Italia che hanno un tenore di vita analogo a quello del Trentino.

Più complicato è il problema dell’economia agricola. Questa consiste precipuamente nella coltivazione della vite, in quella del baco da seta e delle frutta, e nell’allevamento del bestiame. Vi si aggiunge la selvicoltura. [p. 194 modifica]

La viticoltura dà una produzione annua da 600 a 700 mila ettolitri. Il prodotto si consuma parte in paese; parte (un po’ più della metà) è destinato all’esportazione nelle altre provincie della monarchia, nella Germania e nella Svizzera.

L’esportazione ebbe momenti di grande fortuna fra il 1885 e il 1892, quando i vini regnicoli, come già accennai, entrando in Austria e Germania pagavano un fortissimo dazio. In questi due Stati i vini trentini erano perciò compensati con ottimi prezzi. Ma allorchè si addivenne alla clausola doganale del 1892 fra l’Italia e i due imperi centrali, fu notevolissimo il ribasso dei dazi; e i vini trentini destinati all’esportazione, subirono sul mercato internazionale una diminuzione di valore dal 20 al 30 per 100.

A determinare tale svalutamento e a mantenerlo concorse un altro fatto. Il commercio vinicolo trentino aveva trovato indiretto vantaggio nella devastazione dei vigneti ungheresi, dovuta alla filossera. La ricostituzione di questi vigneti — non conoscendosi ancora gli attuali sistemi di difesa e di rinnovamento — fu lentissima. Del pari in quegli anni era ancora poco progredita la viticoltura nell’Istria, nella Dalmazia, nell’Austria inferiore. Di qui la momentanea fortuna del mercato vinicolo trentino. Ma le cose si cambiarono. L’Ungheria ha ora dei vigneti meravigliosamente ricostituiti; l’enologia delle altre provincie austriache è stata più protetta di quella trentina. Il Trentino ha così di fronte — nell’interno della monarchia — concorrenti notevoli. [p. 195 modifica]

Se si tiene inoltre conto di altre circostanze che qui sarebbe troppo lungo enumerarle (basti l’accenno alla recente legge austriaca sulla confezione del vino che di giorno in giorno vien soppiantando, a tutto beneficio della birra, il commercio dei vini ordinari), si capirà come un po’ alla volta dovesse penetrare nella coscienza del paese la convinzione che si era andati troppo avanti, spinti dal miraggio dei guadagni, nell’estendere la coltivazione della vite anche a terreni non adatti e in zone troppo elevate e a farne in qualche luogo quasi l’esclusiva risorsa. Oggi è la triste realtà che parla. L’industria enologica è in decadenza. Le grandi cantine cooperative sono in crisi e minaccian la chiusura; gli stabilimenti più antichi cercano di ridurre la loro attività; di nuovi non ne sorgono; e i prezzi di vendita delle uve, nella loro media, sono pel contadino appena appena rimunerativi.

I vini fini, i vini tipo continuano ad essere ben quotati; ma è la produzione maggiore, quella costituita da uve ordinarie che si acquisiscono di solito a Vienna, in Germania e in Svizzera per consumo immediato sotto forma di sidro, che stenta a trovar compratori.

E non si trascuri questo fatto: che molti commercianti trentini già da anni trovano conveniente servire la loro clientela tedesca con le uve che direttamente essi inviano dal Veneto, ove hanno eretto proprie filiali.

Si presenta perciò inevitabile nel Trentino, indipendentemente dalla questione politica, la graduale trasformazione della coltura del suolo. [p. 196 modifica]

Ed è non solo possibile, ma relativamente facile. Altre colture dànno affidamento di miglior avvenire.

La coltivazione dei bozzoli dopo la crisi sericola iniziatasi verso il 1870 era stata trascurata. I contadini gareggiavano nell’abbattere i gelsi. Oggi invece, vinte le malattie del baco e del gelso, si lavora a ripiantarli. La produzione annua di bozzoli era nel 1895 di un milione e 600 mila chilogrammi; oggi è precisamente raddoppiata e, dato il miglioramento della qualità, è aumentata di valore. Il valore suo è di dieci milioni di corone all’anno. E vi è modo di proseguire e le stesse autorità agricole austriache spingono ora su questa via ed hanno dato magnifico sviluppo alla confezione del seme bachi. Inutile aggiungere qui che il mercato dei bozzoli è l’Alta Italia e la soppressione delle barriere sarà quindi vantaggiosa per la bachicoltura.

La frutticoltura è pure nel Trentino assai promettente, ma il suo valore effettivo sta nella produzione di mele, pere, di frutta cioè assai apprezzate in Germania, che sono speciali, tipiche della zona montana prealpina e lo son perciò del Trentino, dell’Alto Adige, del Friuli, ecc.

Il commercio degli erbaggi — pure notevole — è e sarà favorito dalla minor distanza dei mercati tedeschi e vi è ragione a credere che per le verdure come per le frutta non subentrerà alcuna decadenza nell’esportazione, a meno che non si verifichi un’analoga condizione per tutte le regioni italiane che largamente esportano e che i tedeschi rinuncino per l’avvenire ai buoni [p. 197 modifica]prodotti del mezzogiorno e si accontentino dei frutti del pino.

V’è infine l’allevamento del bestiame. Anche questo non ha avuto che danni e dalla linea di confine e dai sistemi del Governo austriaco.

L’allevamento è assai lontano dall’avere quello sviluppo che potrebbe raggiungere e raggiunse un tempo. Si hanno nel Trentino abbondantissimi pascoli estivi nell’alta montagna; scarseggiano invece i foraggi per l’inverno. Di qui la necessità di ospitare nell’estate le mandrie bovine delle provincie lombardo-venete e di mandar nell’inverno il bestiame minuto del Trentino verso il mezzogiorno.

Questo ricambio è avvenuto per secoli; ma il Governo austriaco, diffidente, gretto, pauroso, sospettando in ogni pastore regnicolo un ufficiale travestito, pretendendo che nè un uomo nè un armento tocchi i pascoli nel vasto raggio dei suoi forti e dei suoi campi trincerati, ha brutalmente spezzato questa naturale economia.

Oggi il Trentino ha un minor numero di bovini di quel che avea nei decenni scorsi, ed ha inoltre perduta in buona parte la temporanea introduzione delle mandrie dal regno con immensa perdita di parecchi comuni che vivevano dell’affittanza dei pascoli.

L’industria dei latticini è nel Trentino ancora embrionale, mia è suscettibile di grande sviluppo.

Qua e là nella media montagna molti campi coltivati a mais — destinato ad essere sempre raccolto immaturo! — attendono una più razionale coltura a prato, coltura difficoltata finchè [p. 198 modifica]i prezzi della polenta e del pane (e si noti bene: a base di calmiere governativo!) saranno in causa dei dazi speciali dell’amministrazione tirolese, del 20 e del 30 per 100 più elevati che non in qualsiasi località del regno.

Inutile indugiarci a dire della selvicoltura. Il 48 per 100 del suolo trentino (la cui superficie è di 6350 chilometri quadrati) è coperto da selve. Il legname pregevolissimo del Trentino, preferito a quello stiriano e carintiano, si esporta in Italia pel valore annuo di quattro milioni di corone. Se esistessero quelle strade e ferrovie che il Governo austriaco, ostinato a congiungere il Trentino col nord e a tenerlo staccato dal sud, nega testardamente, l’esportazione del legname potrebbe esser molto più redditiva.

Messi sulla bilancia il pro ed il contro, ognun vede che le piccole perdite che nell’economia del suolo — data l’annessione del Trentino al Regno — si avrebbero con un acceleramento forzato della trasformazione della coltura a vite in altre colture, sono largamente compensate da ben maggiori, sicuri e duraturi vantaggi.

Se non che l’avvenire del Trentino non sta solo nei prodotti del suolo. Il Trentino ha tutte le premesse necessarie per tornare ad essere un paese eminentemente industriale. Ha carbone bianco, ha ricchezza di materie prime, ha cervelli e braccia di lavoratori intelligenti, tenaci.

Non ha bisogno che di una cosa: di esser libero. Di avere un Governo che sia umano, che lo aiuti, che se non vuole aiutarlo almeno lo lasci fare da sè. [p. 199 modifica]

Da Vienna non vennero che proibizioni, divieti, ostacoli. La parola di Vienna suonò solo e sempre proibizione al sorgere di una grande industria trentina, all’addensarsi di masse operaie sui confini dello Stato, ai rapporti commerciali del Trentino con la madre patria, alla partecipazione del capitale non tedesco ad imprese trentine.

Tale non sarà la parola di Roma. Perchè permettere alle alpestri valli trentine di svilupparsi industrialmente, sarà reciproco vantaggio del Trentino e dello Stato italiano.

Secondo recenti dati degli i. r. uffici idrotecnici dello Stato il Trentino può disporre di circa 250 mila cavalli elettrici di forza idraulica.

Per 170 mila cavalli esistono già progetti studiati ed elaborati da vari ingegneri. E pei molti progetti v’era la finanziazione, se il Governo austriaco non avesse pronunciato sia per l’esportazione della forza, sia per lo sfruttamento in paese, il suo testardo: Verboten!

Con la redenzione politica il Trentino sarà messo in grado di fruire di quei vantaggi che mercè la ricchezza d’acqua hanno conseguito varie zone ad esso immediatamente confinanti ove son sorte la centrale elettrica di Bagolino, quella di Fonzaso ed altre grandiose che lanciano la loro energia fin nel cuore delle terre lombarde.

Questa del carbon bianco è una immensa ricchezza che ora giace inerte, non servendo i 20 mila cavalli fino ad ora sfruttati nel Trentino, che all’illuminazione, alle piccole industrie locali e ad una tramvia elettrica. [p. 200 modifica]

Tanta copia di energia elettrica permetterà di richiamare in vita molte delle industrie scomparse dopo il 1860 e di farne sorgere di nuove. Adattatissimo si presenta il Trentino per le varie industrie elettro-chimiche; hanno poi possibilità di grande sviluppo la lavorazione del legno, la fabbricazione di cellulosa e pasta di legno — tanto ricercata in Italia — e le fabbriche di cemento.

Già da qualche tempo è in studio il quesito della ripresa delle miniere argentifere del monte Argentario ed un progetto benevolmente accolto dai tecnici competenti e pressochè completamente finanziato alla vigilia della guerra, lascia intravvedere uno sviluppo grandioso ed una decisiva influenza per la esplorazione di altri estesi giacimenti metalliferi non ancora sfruttati.

Delle piccole o medie industrie attuali, parecchie hanno prospettiva di maggiore incremento quando il loro mercato naturale sarà l’Italia. Vanno ricordate le fabbriche di birra, le industrie della magnesia e delle argille, quelle del gesso e della calce idraulica, ecc.

Molte altre industrie — fra cui primissima quella della pietra che vanta nel Trentino infinite varietà di bellissimo materiale — attendono la loro risurrezione dallo sviluppo delle comunicazioni ferroviarie.

Comunicazioni non solo indispensabili per congiungere le vallate con Trento che è il cuore del paese, ma per avvicinare la regione tutta ai centri di Lombardia e del Veneto, per avvantaggiare i commerci e le industrie di queste regioni. [p. 201 modifica]

La esistente ferrovia della Valsugana fu volutamente costrutta e organizzata dall’Austria in modo da esser ridotta — malgrado l’esistenza della ferrovia italiana dal confine a Venezia — a una poverissima linea di comunicazione interna, senza alcun valore internazionale.

Gli stessi industriali e i commercianti dei luoghi attigui al confine di Tezze-Primolano sono costretti ad avviare le loro merci dirette nel Veneto non sul breve percorso dal confine a Venezia, ma sul tratto dal confine a Trento, usufruendo qui della ferrovia del Brennero fino a Verona.

Domani quando la ferrovia della Valsugana sarà tanto sul territorio trentino come su quello veneto gestita dallo Stato italiano, servirà ad avvicinare al Trentino i mercati del Levante, dell’Oriente, dell’America, a permettere al paese di procurarsi in condizioni favorevoli le materie prime e a poter produrre articoli destinati ad esser esitati sul mercato libero, in concorrenza con la produzione di altri paesi stranieri.

Rifioriranno le antiche industrie nelle valli giudicariesi quando — come ormai chiedono da quaranta anni! — saranno congiunte a Brescia. La corrente dei forestieri e il movimento dei commerci avranno speciale impulso dalla costruzione della Gardesana, da Verona a Malcesine e Riva, il cui progetto accolto dal Governo italiano fu sempre osteggiato dallo stato maggiore austriaco. Altrettanto dicasi per gli allacciamenti stradali e ferroviari della regione alpestre trentina con le provincie di Vicenza e [p. 202 modifica]Belluno. E finalmente se, come ormai pare assicurato, la navigazione fluviale italiana prenderà quello sviluppo che è imposto dai tempi, Riva sul Garda, a soli quaranta chilometri da Trento, a venti da Rovereto, avrà diretta comunicazione col mare!

L’entrata in azione del Trentino nel campo dell’industria italiana avrà il vantaggio di succedere in un momento in cui le altre regioni più vicine alla metropoli lombarda, dotate di abbondante mano d’opera e ricche di energia elettrica sono pressochè esaurite nella loro potenzialità nell’uno o nell’altro senso.

Nè ultimo coefficiente al futuro progresso del Trentino saranno la laboriosità e l’intelligenza del lavoratore trentino e l’attitudine ad organizzarsi che ha mostrato di avere il capitale trentino.

Sopratutto faciliterà il risorgimento dell’industria la possibilità di usufruire di leggi concordanti con l’indole, col carattere nazionale della popolazione, che malgrado un secolo di dominio straniero, si è dimostrata organicamente incapace di adattarsi alle leggi industriali, commerciali, sociali fatte da un governo tedesco e per un popolo abituato a ridurre tutto a vita di caserma. Quante e quante leggi industriali sono rimaste, col forzato assenso dell’imperial governo, lettera morta pel Trentino!

Due leggi dello Stato italiano — per non accennare che a quelle che interessano un maggior numero di popolazione — costituiranno pel Trentino un grande ed immediato vantaggio: la [p. 203 modifica]legge militare, per cui il servizio è in Italia assai meno pesante che in Austria, ridotto a minor numero d’anni, e con esenzioni pei figli unici e per numerosi casi che la legislazione austriaca non contempla, e con facilitazioni agli emigranti che così ritornano in patria, anzichè abbandonarla per sempre o fino ad età avanzatissima; e la buona legge sull’emigrazione, che proteggendo efficacemente il lavoratore, mentre la legge austriaca non fa che vincolarlo nella sua libertà, gli consente maggiori successi e guadagni.

Lo sviluppo industriale della regione trentina sarà tanto più facile in quanto che pochi paesi sono stati oggetto di illustrazione e di minutissime ricerche fisico-naturali, quanto il Trentino.

In queste ricerche sta la base, sta la premessa, indispensabile per una rapida azione nel campo delle applicazioni industriali, come sta la prova dell’affetto filiale che tanti studiosi trentini, pur costretti a ramingare pel mondo, hanno avuto per la loro terra natìa; affetto che fu comune al popolo tutto, affetto che non si cristallizzò mai in un gretto regionalismo, ma che trasse la sua forza, la sua vitalità dal sentimento di solidarietà con la grande patria italiana.

A questa tendon oggi le braccia tutti i figli del Trentino; alla sua grandezza anelano dare tutte le loro tenaci energie come sempre dettero i palpiti del cuore, come pel suo trionfo daranno domani lietamente la vita.


fine.

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Note

  1. Questa lettera fu scritta in risposta ad una serie di erronee notizie, riguardanti il Trentino, apparse sull’Avanti nel settembre 1914. Pubblicandola (14 settembre 1914), con l’ommissione di alcuni periodi di chiusa che qui sono invece riportati, la redazione dell’Avanti! premetteva queste parole:
    “Non possiamo negar ospitalità a questa lettera che un compagno ed amico carissimo di Trento, attualmente profugo in Italia, ci ha mandato, per rettificare una affermazione contenuta in una delle nostre note da Roma„.
    L’Avanti! intitolò questa lettera Trentini e Trentino. L’autore l’avea intitolata: Non bestemmiare!
  2. Questa lettera fu pubblicata il 27 settembre 1914 nella Stampa di Torino. Non ebbe mai risposta alcuna dal deputato Morgari.
  3. Conferenza tenuta, a Bologna il 13 ottobre 1914.
  4. Conferenza tenuta a Milano nel salone del Liceo Manzoni il 13 gennaio 1915.
  5. La questione del confine è stata magistralmente studiata ed esposta in varie pubblicazioni dal prof. E. Tolomei di Roma.
  6. Conferenza tenuta in varie città nel dicembre 1914.
  7. Vedi Atti parlamentari austriaci, marzo 1902.