Al parlamento austriaco e al popolo italiano/Parte seconda/IV

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L’italianità del Trentino e l’irredentismo italiano

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L’italianità del Trentino e l’irredentismo italiano
Parte seconda - III Parte seconda - V
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IV.


L’ITALIANITÀ DEL TRENTINO
E L’IRREDENTISMO ITALIANO.
1


Odono i morti di Bezzecca e attendono.
Quando? grida Bronzetti, fantasma erto fra i nuvoli.
Quando? i vecchi fra sè mesti ripetono
Che un dì con nere chiome l’addio, Trento, ti dissero.



Quando? Il poeta d’Italia ha reclinato il capo leonino senza aver visto sulle alpi di Trento i bagliori della riscossa; attesero per dieci lustri gli eroi di Bezzecca sotto le zolle impregnate di sangue; il fantasma inquieto di Bronzetti ha continuato a errare vagante pei cieli della patria. L’angosciosa attesa è ora finita. Il gelido silenzio di morte fu rotto. Ad acquetare gli spiriti di Carducci e Bronzetti è venuta da terre lontane una gran voce.

E come nei tempi eroici i responsi della patria e degli Dei giungeano ai mortali solo fra il balenìo dei lampi e il clamor delle armi e delle trombe, così la voce che non più invoca ma afferma prossima la redenzione di Trento, è [p. 141 modifica]venuta a noi dalla fumigante mischia che arde nel cuor delle Argonne ed ha avuto a sigillo di fede l’olocausto di Bruno e Costante.

Le salme degli eroi garibaldini hanno ora varcato il sacro limitare della patria, hanno percorso tra un popolo reverente tutta la penisola e Roma le ha accolte in una superba apoteosi di gloria.

A quelle salme s’è rivolto il saluto, si son fissi i cuori è gli sguardi di quanti figli di Trento vivono al di qua e al di là dell’artificiale barriera ed hanno nel cuore la religion della patria.

Ma al cittadino che rappresenta Trento, che ha l’onore di parlare in questa Milano che generosamente ospita i profughi trentini, che parla qui ove son dei vecchi onorandi, che un dì con nere chiome dissero l’addio a Trento, incombe il dovere di rinnovare per Trento e pel Trentino tutto l’omaggio agli eroi.

E con l’omaggio la promessa: Quando gli eserciti della patria, col fiorir della primavera porteranno le armi e le insegne sull’alpe retica, saranno nell’avanguardia i giovani di Trento.

Chi di loro avrà il vanto di giunger primo col tricolore griderà alto ai fratelli la gloria degli eroi e il sacrificio. E sulla romana torre che vide le aquile vincitrici di Druso e Tiberio e nel torbido medio evo con la sua renga chiamò i cittadini a difesa del comune italico e dell’italica civiltà contro l’irromper della barbarie tedesca, inciderà a ricordanza eterna il saluto: A Bruno e Costante, araldi della redenzione di Trento. [p. 142 modifica]


*


Si ripete oggi a Milano e in altre città d’Italia una pagina della storia del Risorgimento. Come già nel ’48, nel ’59, nel ’60, nel ’66, anche ora dalle terre irredente sono venuti nelle terre libere a mille a mille i profughi. È lo stesso antico ideale, la stessa fiamma che li spinge. Ma lo stato d’animo dei profughi d’oggi non è uguale a quello dei profughi di allora.

I profughi di quei tempi potevano avere dubbi sulla fortuna, non sui propositi del piccolo Piemonte o del Governo provvisorio di Milano, non sul programma di Vittorio Emanuele e di Garibaldi.

La guerra liberatrice era sicura. Potea solo esser questione di tempo. Ma la volontà di portare a compimento l’unità d’Italia era in tutti i patrioti, era nel Governo, nell’esercito, nel popolo. Le commissioni dei profughi trentini furono ripetutamente accolte dal Re, dai ministri, ebbero l’appoggio di Garibaldi e di Mazzini e le promesse loro fatte furono mantenute.

Mantenute con la affermazione dei diritti nostri nei congressi diplomatici; mantenute con le armi dai corpi franchi nel ’48 e da Garibaldi purtroppo impedito nella sua marcia attraverso il Tonale nel 1859; mantenute con le congiure del ’63 e ’64; mantenute infine con l’impeto dei bersaglieri giunti alle porte di Trento nel ’66 e [p. 143 modifica]dei garibaldini spintisi fin quasi a Riva sul Garda.

Oggi noi profughi viviamo in un’angosciosa attesa. Non sappiamo se il domani sarà apportatore di guerra o di pace, di libertà o di rinnovata schiavitù pel nostro paese.

È giusto, è doveroso il riconoscere che in tutta Italia abbiamo avuto cordiale e ospitale accoglienza e massime dai vecchi, memori della dominazione austriaca e da tutti gli intellettuali. Pure le nostre aspirazioni, le nostre speranze non sono condivise con quel consenso unanime che vi era, quando la sventura di Trento e Trieste era sventura comune a gran parte d’Italia. Sentiamo di vivere — e più lo sentivamo nei mesi trascorsi — in un’atmosfera di diffidenza che solo lentamente va trasformandosi.

Avemmo l’impressione di essere accolti con quella preoccupazione con cui in terra straniera si guarda al compatriota che vi è ignoto, di cui non conoscete nè il passato nè i propositi. Parla la dolce lingua della patria ed è già questa ragione per accoglierlo fraternamente. Ma poi con bel garbo gli si fa capire che sarebbero ben accette notizie un po’ in dettaglio sul suo conto, sul paese da cui precisamente viene, sulle sue intenzioni e che si darebbe volentieri un’occhiata anche al passaporto.

Noi abbiamo compreso.... l’antifona e l’invito a dir di noi l’abbiamo accolto con gioia.

Parlare della propria terra è dolce, anche se duole saperla meno nota di quanto sarebbe e giusto e necessario; e quanto al presentar le [p. 144 modifica]nostre carte, i nostri documenti, sappiamo che questo è un dovere.

Un dovere che riesce facile adempiere. Giacchè i documenti nostri li abbiamo a portata di mano e son validi anche se non portano il bollo delle i. r. autorità. Essi si trovano qui, in tutte le vostre biblioteche, nei vostri archivi, nella vostra storia, che è pur la nostra, che è la storia d’Italia.

Cominciam dunque a dire — e perdonino gli uditori se nell’intento di predicare ai molti che non sanno mi è toccato invece di trovarmi innanzi ad un pubblico che sa benissimo quello che sto per dire — cominciamo a dire dove e come è fatto il Trentino.

Cesare Correnti lo ha definito il «vestibolo d’Italia» traverso le alpi centrali nel punto più nordico della penisola. La definizione è esatta; può essere completata nel senso che si dovrebbe parlare anzichè del vestibolo, di uno dei vestiboli, giacchè il territorio che è alle spalle del Trentino, costituente la regione dell’Alto Adige, fa pure parte dell’Italia naturale ed è come un vestibolo del vestibolo.

Il fiume Adige bagna e coi suoi affluenti segna le arterie fondamentali dei due vestiboli. Di essi quello settentrionale, si appoggia al grande cerchio delle Alpi, quello meridionale si appoggia ad una catena secondaria che corre parallela all’arco alpino a poche decine di chilometri da Trento ed ha verso la regione dell’Alto Adige, una sola apertura facile, quella di Salorno.

A destra e a sinistra dei due vestiboli si [p. 145 modifica]snodano robuste giogaie, più elevate e con scarsi valichi nella regione dell’Alto Adige; meno alte ed incise da numerosi e facili passi quelle del territorio trentino, che perciò appunto ha potuto costituirsi oltre che del bacino medio del fiume Adige, delle testate di valle del Chiese, del Sarca e del Brenta.

L’esistenza in questo punto di una catena parallela a quella del grande arco; l’essersi in grazia di essa formati due vestiboli ha costituito e costituisce per la penisola italiana come una doppia barriera di confine, una duplice cerchia di mura, una esterna ed una interna. E la storia provò come tale duplice baluardo fosse necessario e provvidenziale.

La popolazione indigena del vestibolo inferiore della regione trentina è tutta italiana. L’elemento straniero non è neppur percettibile. Nell’Alto Adige invece l’elemento italiano è un quinto (quarantamila abitanti) di fronte a quattro quinti di tedeschi.

Le ragioni storiche del differente grado di italianità dei due vestiboli sono spiegate in modo mirabile dalla loro posizione geografica.

Soggiogate, regnante Augusto, le tribù celto-galliche del Trentino e i reti dell’Alto Adige, i romani accumularono nelle due regioni i loro presidii, convinti della necessità di volgere tutta la regione alpina a guardia della civiltà contro la barbarie teutonica.

Trento, splendidum municipium, era il cuore, il centro di irradiazione latina fino all’estremo culmine della cerchia alpina e molti geografi [p. 146 modifica]e storici chiamaron Alpes tridentinæ, tutta la catena centrale che geograficamente separa l’Italia dalla Germania.

Sfortunate furono le irruzioni barbariche finchè furono in potere di Roma le Alpi tridentine. Ma allorchè declinò l’impero romano, gli elementi romanizzati furono dall’onda straniera respinti dalla regione dell’Alto Adige verso la trentina. In questa mai furono notevolmente intaccati; in quella resistettero solo parzialmente con alterna vicenda, or guadagnando, or perdendo terreno.

La romanità si era così vivamente imposta al territorio trentino e alla parte confinante di quello atesino, che nessuno dei governi succedutisi — Goti, Ostrogoti, Longobardi, Carolingi — osò staccarli dalle varie marche o ducati o regni italici.

La situazione del Trentino, durante le invasioni barbariche, può essere stata più aspra, tuttavia non molto differente da quella delle altre regioni settentrionali d’Italia. Ma di gran lunga peggiore fu nei secoli successivi, allorchè gli imperatori del sacro romano impero, per aver libero accesso alla penisola, ebbero costante mira di affidare il territorio trentino (traverso il quale compirono ben settantadue spedizioni!) a principi vescovi di lor fiducia.

All’azione dei principi vescovi e degli imperatori, che se voleano difesa l’unità del territorio, voleano però compressa l’indipendenza del libero comune, e a tutta possa contrastarono — riuscendovi — il terreno a Venezia, naturale [p. 147 modifica]dominatrice della regione; a tale azione si aggiungeva quella dei Conti del Tirolo. Costoro, insediatisi nella Valle Venosta, resi potenti per la loro parentela prima, per la loro fusione poi con la casa imperiale, ingaggiarono e con le armi e con la corruzione, fingendosi avvocati e protettori della Chiesa di Trento, una spietata lotta contro l’italianità della regione.

Malgrado questo prevalse l’azione del libero comune foggiato sui comuni dell’Alta Italia e con l’arte e la cultura si diffuse il pensiero italico.

Trento, a capo della regione, seppe serbare il nome, il confine, la lingua e fu barriera all’elemento germanico per sè e per la sottostante regione italica. Opera questa degli abitatori, impregnati di vivida romanità, ma potentemente aiutati dalla duplice cerchia di monti che proteggono Trento dal nord.

Talchè quando Napoleone volle nel 1809 segnare come estremo confine del Regno d’Italia il confine linguistico, egli potè senza alcuna offesa o coercizione nazionale, includere nel dipartimento dell’Alto Adige oltre il Trentino, il cantone di Bolzano. Con ciò il Trentino, rimasto per otto secoli autonomo sotto dominio di vescovi, da tutti ambito da nessuno protetto, tornava nel grembo della famiglia italiana.

Ma fu breve ritorno. È nota la storia recente. Tramontato Napoleone, il Trentino ebbe sul collo tre padroni: il Tirolo, l’Austria e la Confederazione germanica. Ognun sa come permangano il primo e il secondo; ignorano molti che se più non sussiste il vincolo di una confederazione [p. 148 modifica]tedesca, cessata nel 1866, è però concesso dall’Austria a tutti gli elementi germanici di spadroneggiare con scuole, con associazioni, con privilegi nel campo delle industrie e commerci, sul territorio trentino, come se fosse feudo teutonico.

Contro il triplice giogo il Trentino insorse; e fieramente lottando nelle assemblee politiche, nelle cospirazioni e sui campi di battaglia, e dando il sangue dei suoi figli migliori in tutte le battaglie per l’indipendenza e unità d’Italia documentò la sua incorruttibile romanità. Romanità che ebbe premio e sanzione dalla lettera di Garibaldi nel 1859, come l’avea avuta nei secoli antecedenti da altri gloriosi documenti. Basti, per citare i più degni, quelli che davvero costituiscono i passaporti di un popolo, ricordare la tavola clesiana, il patto di Valdo e la protesta dei Consoli.

Promulgatore della bronzea tavola, detta oggi clesiana, idal luogo ove fu scoperta, fu l’imperatore Claudio. I barbari la gettaron fra le cose inutili, ma la buona terra la conservò per ridarla alla luce nel secolo scorso. In essa l’imperatore Claudio chiamava Trento splendidum municipium e assegnava agli abitanti delle limitrofe valli la cittadinanza romana.

Nel 1166, due anni dopo che Vicenza, stanca delle estorsioni e oppressioni dei ministri del Barbarossa ne avea cacciato il vicario e si era collegata a comune difesa con Verona, Padova e Treviso, tutti i comuni trentini del Perginese decidevano col patto di Valdo, contro al lor signore Guindibaldo vassallo dell’imperatore, di [p. 149 modifica]voler esser «amici degli amici e inimici degli inimici di Vicenza» e di aiutarli in guerra fuori e dentro il distretto.

E memoranda fu la intimazione che nel 1400 i consoli di Trento fecero a un picciol gruppo di mercanti tedeschi che volean agire in città da padroni: «Somma ingiustizia, dichiaravano i consoli, sarebbe, qualora forestieri e nuovi abitatori di una città pretendessero di mutarne gli statuti, le leggi, il costume, le consuetudini; e se noi trentini portassimo le tende in qualche città di Alamagna, è pur certo che là non cambierebbero per questo le loro antiche usanze e a buon diritto ci intimerebbero: O rispettate le leggi e i costumi nostri, o uscite da queste mura!»

Ma il titolo nobiliare del Trentino, che sovrasta a ogni altro, resterà sempre la lettera di Garibaldi. Mentre Vittorio Emanuele avea nelle sue dichiarazioni dimenticato il Trentino, Garibaldi scriveva:


.... Nessuno ricordò il Trentino! quella nobile parte della nostra penisola, che ad onta di dugentomila mercenari dell’Austria che la calcano e la depredano, non mancò di far sentire coraggiosamente una voce di giubilo al trionfo della causa italiana — di reprobazione e di ribrezzo alla fetida dominazione austriaca.

Eppure modesti, come lo sono generalmente gli uomini di cuore, i trentini continuano silenziosi a dividere, come divisero nel passato, le fatiche e le speranze comuni. Essi diedero [p. 150 modifica]nella campagna passata buon numero di valorosi ufficiali e soldati — e al martirologio nostro, nomi, che mi commuovono nel pronunciarli, e che certamente onorano il nostro paese al pari de’ più illustri.

Il nome del trentino Bronzetti, durerà nella memoria de’ posteri quanto i fasti gloriosi della nostra storia, e sarà il grido di guerra de’ bravi cacciatori dell’Alpi nelle pugne venture contro gli oppressori dell’Italia.

E soggiungeva:

....Valga la mia debole voce a ricordare un ramo dei più nobili e più generosi della famiglia italiana, su cui posano meritatamente le nostre speranze di redenzione.

Se la missione storica di cui maggiormente può gloriarsi il Trentino fu quella d’esser stato la diga all’irrompente elemento teutonico, esso alla sua volta fu fattore non ultimo della cultura e civiltà italica. Elaborò un suo volgare — già menzionato da Dante sul principio del trecento — con perfetta impronta latina e con proprio valore organico. Alle lettere italiane e all’arte dette in tutti i secoli fervidi cultori dallo scultore Alessandro Vittoria ai pittori Francesco Guardi e Giovanni Segantini, dal filosofo Acconcio ad Antonio Rosmini, dall’umanista Polentone e dal poeta Nicolò d’Arco a Giovanni Prati. Non vi fu movimento letterario, scuola filosofica o artistica o scientifica in Italia che non abbia avuto nel Trentino il suo rappresentante. [p. 151 modifica]

Per ricordar solo la storia degli ultimi cento e cinquanta anni l’enciclopedia ebbe un degno rappresentante in Carl’Antonio Pilati, autore della Riforma d’Italia, il classicismo in Clementino Vannetti, assertore dell’italianità del Trentino, le scienze naturali vantarono sul finire del XVIII secolo i nomi dei fratelli Fontana, di Antonio Scopoli, di G. Battista Borsieri. Nel secolo scorso l’arte drammatica ebbe un insuperabile interprete in Gustavo Modena; il romanticismo si gloriò dei nomi di Giovanni Prati, della Lutti, del Gazzoletti, di Andrea Maffei, traduttore di Schiller e di Shakespeare, mentre nelle università onorarono il nome trentino scienziati illustri quali Giuseppe Canestrini, Bartolomeo Malfatti, Vigilio Inama e Scipio Sighele. La pittura e la musica vanno oggi superbe dei viventi Bartolomeo Bezzi e Riccardo Zandonai.

Italicamente si svolse sempre la vita comunale e Trento e Rovereto chiamavan dalle città d’Italia i lor sindaci. Di Trento fu sindaco Gian Domenico Romagnosi.

Italica è l’arte di cui si adornano e Trento e tutte le altre città ed anche i borghi più modesti sono irti di pinnacoli e di campanili che dànno loro un carattere originale ed un’aria di tipica venustà.

Insigni opere d’arte italica sono non solo il Duomo, modello dell’arte edificatrice dei maestri comacini, e il Castello di Trento decorato dagli affreschi del Romanino, del Dossi e del Fogolino, ma i palazzi e le torri di tutte le città e le chiesette cinquecentesche e trecentesche [p. 152 modifica]sparse nelle alte valli e le danze macabre che adornano i cimiteri di montagna, ma anche i monumenti che si incontrano a nord di Trento, a Bolzano e nei sobborghi della Venosta ove le contradine a portici arieggiano quelle delle città venete.

Tutto è italico: il cielo, la vegetazione, il clima, il costume, le tradizioni, le leggende, gli affetti. Italica è anche la delinquenza che è in vivissimo contrasto con la tedesca ed ha tutte le caratteristiche passionali della delinquenza italiana.

Tutto questo si sapeva assai bene nei tempi del Risorgimento; lo si sapeva e si continuò a ripeterlo per qualche anno dopo la presa di Roma, che a troppi parve il compimento dell’unità d’Italia e dopo quel trattato di Berlino che fu la pietra sepolcrale delle aspirazioni irredentiste di Trento e Trieste.

L’italianità del Trentino fu da Vittorio Emanuele riconosciuta e con le esplicite dichiarazioni e con la vittoriosa entrata dei bersaglieri in Valsugana nel ’66; fu posteriormente affermata durante le trattative di pace dal conte Nigra e da Emilio Visconti Venosta; fu ammessa nel 1867 e nel ’68 e ’69 dal Gabinetto di Firenze che cogliendo l’occasione di rettifiche di confine tentò riaprire la discussione col Governo austriaco.

Nel 1878 la questione trentina strappava qualche parola di consenso al ministro Cairoli, ma non trovava un difensore nè convinto, nè abile nel Curti, rappresentante d’Italia a Berlino. [p. 153 modifica]

Dopo quell’anno non fu più ufficialmente ammessa dal Governo. Rimase questione popolare, agitata da Garibaldi, dall’Avezzana, da Imbriani, santificata dal martirio di Oberdan. Con l’avvento della Triplice si iniziò la feroce persecuzione dell’irredentismo. Un po’ alla volta la causa nostra cessò d’essere anche una viva questione popolare. A noi irredenti mancò da parte dei fratelli ogni aiuto; in loro venne meno anche la ricordanza.

Nel 1889 Francesco Crispi scioglieva i comitati pro Trento e Trieste e condannava l’irredentismo. Gli rispose con parole di fuoco Ergisto Bezzi. Ma fu voce clamante al deserto. L’italianità del Trentino ebbe un solo sostenitore: l’Austria. Fu l’Austria che inferocendo sempre più e cinicamente negando agli italiani ad essa soggetti ogni più piccolo diritto, li mantenne in stato di ribellione, li ritemprò nella lotta, nell’amore alla patria; fu l’Austria che di tratto in tratto obbligò gli italiani del Regno a scuotersi quando udivano i colpi del bastone tedesco, laceranti carni italiane. Ma furon sobbalzi, sussulti momentanei. La parola d’ordine che da Roma giungeva ai giornali era: Silentium! Le cronache di Trento le Trieste furono soppresse da tutta la stampa. La Triplice continuava a rinnovarsi. I problemi degli italiani in Austria, i problemi dell’Austria stessa eran sistematicamente trascurati. Ogni sfregio fatto agli italiani irredenti veniva sottaciuto, nascosto. Contro la annessione della Bosnia-Erzegovina all’Austria, senza gli sperati compensi per l’Italia, Alessandro Fortis [p. 154 modifica]protestava con un meraviglioso discorso. Ma chi lo ricordava in Italia ventiquattro ore dopo? Il fermento nazionale e ribelle, nascente fra quelle popolazioni austriache che più eran state devote alla dinastia degli Absburgo, sfuggiva al pubblico italiano. Non a torto Giovanni Pascoli in un impeto di dolore e di sincerità, sdegnato di tanta apatia e noncuranza, gridava: O irredenti, redimeteci voi! Solo qualche giornalista — le dita di una mano sono di troppo per contarli — dopo aver sentito per la centesima volta che gli studenti italiani venivano bastonati a Graz o ad Innsbruck, che i regnicoli venivano sfrattati da Trento e da Trieste, che i cittadini di Fiume erano accusati e condannati per attentati organizzati e commessi dalla polizia, che i trentini erano sistematicamente presi a gabbo con l’eterna vana promessa dell’autonomia, sentì il bisogno di occuparsi un po’ da vicino dell’Austria e pensò di visitare e studiare quelle terre irredente che erano divenute per l’Italia terre ignote, come quelle che i cartografi antichi definivano con l’indicazione glaces perpetua oppure hic sunt leones, implicitamente affermando che si trattava di terre.... pericolose a esplorarsi.

Nessuna meraviglia quindi se l’anno della guerra dell’Austria alla Serbia, l’anno della terribile conflagrazione europea ha trovato l’Italia impreparata, disorientata di fronte all’inevitabile revisione della carta politica d’Europa e di conseguenza di fronte al problema di Trento e Trieste.

Vi sono generazioni intere che non solo non [p. 155 modifica]hanno respirato un’atmosfera di simpatia verso i fratelli irredenti, non solo sono state dirette all’osservazione di problemi affatto divergenti da quelli nazionali, ma sono state private di quelle nozioni elementari della geografia e della storia d’Italia, che per ragioni di cultura, all’infuori delle tendenze politiche, dovrebbero esser patrimonio di ogni italiano.

Il problema dell’irredentismo è apparso come un problema nuovo che non avesse addentellati con la storia, con la vita d’Italia, come se i nuovi bisogni sociali affacciatisi avessero distrutto quelli nazionali, e come se per render la vita più facile si potessero obliare le ragioni stesse della vita. Il problema dell’irredentismo s’è invece fatto in quest’ora urgente e incalzante.

Non solo persistono, ma si son fatte oggi più vive le ragioni per cui in Italia e Governo e popolo concordemente affermavano fino al 1866 la necessità assoluta dell’annessione del Trentino allo Stato italiano. Nè, come dirò poi, il Trentino è oggi men degno d’esser redento di quello che non lo fosse cinquanta anni fa.

Vediamo quali erano le antiche ragioni. La suprema fu sempre la ragione del sangue, la ragione nazionale. Allorchè il Piemonte iniziò l’opera di redenzione, non partì dal concetto che nazionalmente una provincia fosse preferibile all’altra. Lo stesso postulato si affermò per la Lombardia come per Trieste, pel Trentino e pel Veneto come per la Sicilia. Tutti i figli d’Italia dovean esser uniti in una sola famiglia. Eran ugualmente nemici d’Italia il Governo [p. 156 modifica]borbonico, quello degli Absburgo e quello dei papi. Avvenimenti dolorosi impedirono il compimento dell’unità. Dall’artiglio dell’aquila austriaca si poterono strappare solo alcune provincie. Altre rimasero ancora sotto il duplice rostro. Quegli avvenimenti dolorosi furono deprecati come una calamità della patria, come un’onta che si dovea cancellare per l’onore delle armi, per la dignità nazionale. Le cause stesse del mancato compimento devon esser quindi lo stimolo a riprender, ora che è possibile, l’azione.

L’Italia ha sperimentato in sè gli immensi vantaggi del suo nuovo assetto politico. È essa stessa uno dei più meravigliosi ed eloquenti esempi del beneficio civile, morale, economico che ogni nucleo umano ritrae, quando riesce a evolversi secondo le proprie leggi e i proprii bisogni intimi, secondo le necessità biologiche del proprio genio creativo all’infuori di ogni artificio e coercizione altrui. Non v’è straniero che non riconosca gli immensi progressi fatti dall’Italia nuova. E non comprenderanno gli italiani che i benefici di un’unità completa saranno maggiori di quelli conseguiti con un’unità parziale? Maggiori per lo sviluppo, diremo così, interno dello Stato, maggiori per la sua influenza all’estero? E vorranno i fratelli maggiori che già godono i frutti dell’unità e della libertà, negarli ai fratelli minori?

Chi oggi è tiepido per la causa delle terre irredente, lo è perchè spera che si possano ottenere Trento e Trieste con la diplomazia; o lo è perchè ritiene che l’Italia possa adattarsi allo [p. 157 modifica]statu quo, o infine perchè spera che i problemi nazionali non abbiano bisogno di una soluzione a sè, ma possano risolversi in blocco coi più vasti problemi sociali umanitari.

Lo sperare che l’Austria ceda graziosamente Trento o Trieste o sia pure il solo Trentino è come credere che il lupo sia il protettore dell’agnello. Chi conosce l’Austria e sa l’altezzosità delle dichiarazioni che in tale riguardo fecero più volte l’imperatore e l’assassinato arciduca, comprende che questa è la più folle delle speranze. Il ritenere che pei begli occhi della neutralità italiana, le nazioni belligeranti debbano donare all’Italia le terre irredente non è cosa da pazzi, ma da delinquenti. Nell’ora in cui per conseguire l’indipendenza e l’integrità nazionale versano torrenti di sangue e il popolo belga e il serbo e il francese sarebbe semplicemente atto di ributtante cinismo presentarsi ad un consesso europeo in veste di sensali o di accattoni.

Chi ritiene che l’Italia possa rinunciare al suo compimento, mentre non vi si adattano nazioni meno forti e più giovani, come la Rumania e la Serbia, ignora non solo che la vil pace di oggi può significare la guerra offensiva che Austria e Germania ci intimerebbero domani (e di ciò dirò poi) ma dimentica che l’irredentismo riaccesosi ora nelle terre irredente e rifiorito, grazie a Dio, in tutta la penisola non può esser destinato a scomparire se non quando sarà vincitore. Sarebbe domani l’alleato di tutti gli altri irredentismi d’Europa, che non avessero trovato (e vi avrebbe colpa indiretta anche [p. 158 modifica]l’Italia) l’agognata soluzione; ma anche da solo sarebbe un elemento perturbatore, un elemento dissolvitore che porterebbe o a gravi conflitti interni o a urti esterni in momenti probabilmente intempestivi con grave danno per l’Italia e con la deprecazione dell’Europa civile che saluterebbe con orrore il riaffacciarsi della guerra.

Chi infine — ed è questa la tesi di molti socialisti ufficiali — crede ormai sorpassato il periodo delle rivendicazioni nazionali e addita l’internazionalismo come la panacea di tutti i mali, merita compassione come chi nega la luce perchè è cieco.

Non solo l’internazionalismo ha in quest’anno mostrato la sua immaturità col non aver saputo impedire la guerra europea; ma ne’ riguardi nazionali avea già antecedentemente mostrato la sua impotenza nello Stato internazionale per eccellenza, nell’Austria, ove non era riuscito a creare un programma nazionale e a svolgere un’azione che fosse ben accetta a tutti i partiti socialisti.

Del resto chi ha letto cum grano salis i sacri testi del socialismo, ha diritto di ripetere finchè questi testi non sieno rinnegati che ogni opposizione al costituirsi delle unità nazionali, equivale ad opposizione e lotta al socialismo stesso, giacchè le unità nazionali sono il presupposto logico e necessario dello sviluppo della civiltà borghese-capitalistica e per ciò stesso del socialismo.

Come la famiglia, la tribù, il comune, furono [p. 159 modifica]il naturale avviamento alla organizzazione delle regioni e quindi della nazione; così le nazioni rappresentano una affermazione di solidarietà già vastissima ed il passo necessario verso l’unificazione dell’umanità.

Ci è lecito quindi concludere che le ragioni nazionali che militavano per l’integrità della nazione, cinquanta anni or sono, resistono tutt’oggi, e a maggior diritto si impongono oggi che l’effettuazione del programma nazionale italiano coincide con l’interesse della civiltà minacciata dall’egemonia militare tedesca e con la difesa delle patrie — Belgio, Polonia, Serbia, Rumenia — che tendono ora a ricostituirsi e completarsi.

Ma accanto alle ragioni puramente, idealmente nazionali sussistono oggi, come nei tempi del risorgimento, le ragioni d’ordine militare ed economico.

Nessun scrittore italiano di cose militari ha osato contestare la tesi sostenuta nel 1866 dal Menabrea plenipotenziario del Re d’Italia a Vienna, dal generale Covone e da altri molti: esser cioè l’Italia, per quanto profonda tesori in opere di fortificazione, in completa balìa dell’Austria, finchè questa potrà dominare dalla piazza forte di Trento e dai posti avanzati sul confine tutte le valli che sboccano nei piani di Lombardia e del Veneto.

Il teutonismo, che afferma i suoi diritti su Trento, non fa che tradurre in atto l’antico concetto imperiale di tenersi in potere le chiavi d’Italia per un’avanzata verso il Mezzogiorno. [p. 160 modifica]

Il pericolo sarà eliminato solo quando il confine politico arrivi ad includere tutti indistintamente gli italiani che sono sul versante meridionale delle Alpi e tanto più il nuovo confine sarà militarmente sicuro quanto più si spingerà al nord; sarà formidabile se arriverà alla grande catena alpina dal Passo di Resca, al Brennero, a Toblacco.2

Duplice sarà il vantaggio: la linea di frontiera potrà fruire anzitutto del naturale baluardo fornito da altissimi monti con pochi valichi; secondariamente sarà più facilmente difendibile e con minor dispendio perchè ridotta di quasi due terzi. Oggi l’Austria ha verso l’Italia, nel territorio trentino, una linea di confine di 316 chilometri. Qualsiasi linea possa esser scelta al nord di Trento oscillerà fra un minimo di 120 e un massimo di 150 chilometri.

Giustamente ebbe inoltre ad osservare Salvatore Barzilai come la questione delle frontiere italiane oltre che militare, sia politica: trattandosi non di spostare l’equilibrio militare in favore dell’Italia, ma di far cessare una condizione di cose, per cui ad uno dei due Stati contermini è conferita un’attitudine offensiva di troppo superiore all’attitudine difensiva dell’altra.

Chi tenga quindi presente e la sfrontatezza con cui si videro in quest’anno violati dagli imperi centrali i patti internazionali di neutralità [p. 161 modifica]del Belgio e del Lussemburgo e le tendenze aggressive dell’imperialismo tedesco comprenderà, come sia indispensabile per l’Italia l’integrarsi fino ai confini naturali.

Impellenti e importanti sono pure le ragioni economiche. L’Italia ha bisogno di tutto il suo mare, come ha bisogno di tutta la catena crinale e di tutto il versante meridionale delle Alpi. Nell’economia della penisola le Alpi rappresentano un indispensabile elemento d’integrazione. Costituiscono esse coi loro ghiacciai e nevai, coi laghi alpini e prealpini il serbatoio distributore delle acque; coi loro pascoli e col manto selvoso forniscono benessere e contribuiscono a moderare il clima; nelle loro viscere racchiudono tesori di metalli e di marmi; nei loro recessi offrono asili di pace e di frescura.

Come nelle zone prealpine una coltura razionale e integrale esige che lo stesso proprietario abbia pascoli sull’alpe e campi e prati nelle valli; ed ovunque chi ha un podere ha interesse d’esser in possesso del bosco attiguo e della sorgente che scaturisce in un campo vicino — , così nella grande economia di tutta la penisola occorre che sotto un solo Governo sia tutta l’alpe e tutta la pianura cui fa corona; mentre all’Italia mancano oggi brani di alpe lombarda, atesina e veneta e manca gran parte dei piani friulani e tutta la marina di Trieste.

Non parlava senza fondamento (e il ragionamento suo è applicabile ad altri campi) quello studioso che affermava esser possibile il rendere innocui, anzi benefici, l’irreggimentare [p. 162 modifica]insomma i corsi d’acqua del versante alpino solo al patto che un unico magistrato delle acque presiedesse al governo dei singoli bacini fluviali dell’Adige, della Piave, del Brenta, ecc.

La storia ricorda come fino al 1866 il Trentino fosse una provincia industriale e agricola fiorentissima. Lo spostamento del confine politico avvenuto col distacco della Lombardia e del Veneto dall’Austria, permise all’Austria di frapporre tali ostacoli doganali, politici, ecc. al commercio, alle comunicazioni ferroviarie e stradali, ai rapporti agricoli del Trentino con le regioni padane, costituenti il naturale mercato di sbocco e di scambio, che il Trentino fu in breve tempo condannato alla più squallida miseria e a una totale anemia. Miseria ed anemia destinate a scomparire solo quando l’Italia abbia conquistato il suo confine naturale.

Riassumendo, persistono ancor oggi in Italia, mi sia concesso il ripeterlo, tutte le ragioni di carattere ideale, politico, militare, economico per cui la annessione di tutte le terre irredente era stata accolta col consenso del popolo, nel programma di Re Vittorio Emanuele II.

E nel Trentino?

Non si può dir oggi: il Trentino nazionalmente è quello che era negli anni del risorgimento. No, oggi il Trentino è infinitamente migliore.

Caduta con la morte di Garibaldi, e col sopravvento della politica triplicista la speranza di una prossima guerra liberatrice, il Trentino, conculcato con ferocia sempre maggiore dal Governo austriaco, nell’attesa di migliori destini, [p. 163 modifica]dovette pensare a difender la propria compagine nazionale in mille maniere insidiata dal Governo di Vienna e d’Innsbruck. Iniziò così una lotta ostinata, paziente per impedire che gli si rubasse la dolce lingua del sì, che si corrompessero i caratteri, che si distruggesse nel cuore del popolo l’innata fierezza montanara, l’amore all’indipendenza, alla libertà, alla madre patria.

Da questa lotta che per cinquanta anni sostenne da solo (invano attese aiuto dai fratelli del Regno!) esso è uscito vincitore, ritemprato, ringagliardito, più italiano che mai!

Lo strumento più formidabile del teutonismo contro il Trentino fu l’annessione forzata, innaturale del paese alla provincia tedesca del Tirolo; annessione nella quale il Trentino veniva schiacciato dalla maggioranza numerica dei tedeschi non soltanto, ma altresì dal fatto che ai tedeschi nella Dieta provinciale di Innsbruck fu riconosciuto sempre un più largo diritto di rappresentanza. Fino all’anno scorso il Trentino avea un deputato ogni ventimila abitanti, il Tirolo uno ogni dodicimila. La nuovissima legge diminuiva ma non toglieva la sproporzione iniqua! Nel vasto numero dei còmpiti assegnati in Austria alle diete, còmpiti che vanno dalla scuola agli istituti umanitari, dalle ferrovie e strade alla beneficenza, ecc., il piccolo manipolo degli italiani si vide sempre brutalmente compresso dalla maggioranza tedesca. Non potè impedire che la scuola italiana fosse alla mercè di consigli direttivi tedeschi e tedescofili; che con criteri tutti opposti alla tradizione dei comuni [p. 164 modifica]italiani si introducessero norme e leggi germaniche disastrose; che le sane iniziative locali italiane fossero ostacolate, proibite e protetto qualunque disonesto che proclamandosi austriacante e tirolese mettesse le mani sui beni comunali o pubblici in genere; non potè impedire che il sistema tributario della provincia fosse organizzato a tutto vantaggio dei tedeschi e a scapito degli italiani; che i benefici dell’erario provinciale si versassero a piene mani sul Tirolo, mentre il Trentino privo di ferrovie, di strade, di buoni servizi postali e telegrafici fu costretto a languire nella miseria; non potè impedire che, sotto gli auspici del governo provinciale, si introducessero in tutti i pubblici uffici persone, notoriamente ostili al nome italiano.

Non potè impedire tutto questo il piccolo gruppo dei deputati che pur combattè nella Dieta memorande battaglie. Ma il paese non rimase supino davanti a tanta oltracotanza. Resistette, non si piegò.

Già nel 1848, allorchè la Dieta si costituì su base elettiva, il Trentino protestava con ben 46 000 firme di cittadini maggiorenni contro la annessione del Trentino al Tirolo. E la protesta e la campagna per l’autonomia del Trentino continuarono ininterrotte per sessantasei anni, ora con la astensione dalle urne, ora con quella degli eletti dalle sedute, ora con la tattica dell’ostruzionismo, ora con l’opposizione molteplice di corporazioni e comuni.

Ogni mezzo cercò il Governo per opporsi. Ministri e luogotenenti proclamavano: «Sieno i [p. 165 modifica]trentini sudditi fedeli di Sua Maestà, riconoscano la provincia tirolese, non si perdano in inutili affermazioni nazionali ed otterranno dal Governo ogni beneficio». Il paese non si lasciò mai lusingare. Ben potè il Governo agire su qualche frazione e giovarsi per qualche momento dell’aiuto dell’alto clero o di qualche transfuga, seminator di discordie. Invano. La compattezza dei trentini non fu mai spezzata. I nomi di coloro che sostennero le più ardue battaglie per l’autonomia, nomi di patriotti come il Dordi, il Bertolini, il Mazzurana, di preti generosi, spesso in conflitto con la curia, quali don Salvadori, don Brusamolin, don Guetti, vivono oggi nella riconoscente memoria di tutto il popolo e son come i numi tutelari della patria. Seguendo il loro esempio, tutti i partiti rimasero fedeli al principio autonomistico, che voleva dir lotta al Tirolo e all’azione anti-italiana dei tirolesi e del Governo.

Con la annessione al Tirolo il Governo non riuscì mai a piegare il paese. Riuscì solo a impoverirlo, a dissanguarlo.

Ma il Governo, oltre all’azione comprimente e germanizzatrice dell’amministrazione provinciale, altre azioni escogitò e proseguì con accanimento.

Alla polizia fu affidato uno dei maggiori còmpiti. Con essa si dette la caccia ad ogni istituzione nazionale.

La stampa è stata sempre compressa. A Trento non si può pubblicare quel che si pubblica impunemente a Vienna o ad Innsbruck. I giornali di opposizione sono deliziati da decine di [p. 166 modifica]sequestri all’anno. Malgrado i fiaschi colossali, poliziotti e procuratori di Stato hanno continuato a inventar complotti e congiure, ad imbastire processi mostruosi davanti ai giurati e giudici tedeschi, di città tedesche, per spargere nel paese il terrore, per distorre chiunque dal pensare non solo dell’annessione al Regno, ma anche dell’affermazione dei più semplici diritti nazionali entro i limiti sanciti dalla stessa legge costituzionale dell’impero.

Le galere austriache di Innsbruck, di Stein e S. Poelten presso Vienna, di Kufstein, di Przemysl, hanno per un secolo intero, dall’inizio del Governo austriaco ad oggi, ospitato sempre gli uomini più combattivi e più generosi del Trentino. Eppure le condanne mai a nulla riuscirono. Il carcere fu scuola di italianità.

Altro metodo austriaco fu l’azione di imbastardimento con la erezione delle scuole tedesche.

Poichè la legislazione provinciale non poteva arrivare all’assurdo d’imporre scuole tedesche a paesi esclusivamente o prettamente italiani, ci pensò il Governo centrale a creare proprie scuole elementari in lingua tedesca nelle principali città, facilitando l’ingresso ad esse col dar libri e vestiti gratuiti, obbligando gli addetti allo Stato a iscrivervi i loro figliuoli. Invano! Le scuole non raccolsero che pochi italiani e non riuscirono a imbastardirli.

Più violenta fu in questo senso la lotta delle società pangermaniste di Monaco, di Berlino, di Dresda, che presero di mira le alpestri vallate, i paeselli remoti, e i territori lungo il confine [p. 167 modifica]linguistico. In essi è il comune — assai spesso povero — che deve sopportare le spese scolastiche. Ed ecco i pantedeschi offrire gratuitamente, le scuole elementari tedesche, l’asilo tedesco, la scuola professionale tedesca. Parea che tale azione dovesse soverchiare; ma all’opera dello Schulverein, della Südmark, e d’altre simili istituzioni, si oppose quella della Pro Patria prima, della Lega Nazionale poi, che eresse ovunque scuole, asili, biblioteche italiane.

Per cura di questa associazione vi sono oggi nel Trentino ottanta biblioteche, ventuno asili d’infanzia, tre complete scuole elementari, trentacinque corsi serali di perfezionamento e una decina di scuole professionali, di disegno, di cucito, ecc.

L’opera dei tedeschi ha avuto la risposta che si meritava. Essi hanno seminato su pietre sterili ed hanno determinato una meravigliosa opera di cultura italiana, giacchè la reazione alle loro male arti fu la causa non ultima della distruzione dell’analfabetismo nel Trentino.

Il Trentino, annesso domani al Regno d’Italia, avrà il vanto d’esser la provincia col minor numero di analfabeti.

Ma la pervicacia austro-germanica non si dette vinta. Escogitò altre armi più affilate; si invase il paese con impiegati tedeschi, con gendarmi tedeschi, con guardie di finanza, con ferrovieri tedeschi. I trentini non pertanto continuavano e continuano a parlar italiano; e l’italiano sono invece costretti a impararlo i tedeschi.

Abilmente si tentò sfruttare la piaga della [p. 168 modifica]emigrazione — resasi necessaria per l’incuria del Governo centrale — allo scopo di creare un movimento di tedescofilia fra i lavoratori che devono emigrare in terre tedesche. Si mandarono ovunque emissari, si stamparono appositi giornali, si creò una vasta associazione, il Volksbund. Chi è socio non ha da pagare nulla, ha solo da ricevere dei doni e da gridare in ogni occasione: Viva l’Austria! Inutile! Tutti i partiti politici, liberali, clericali, socialisti si trovarono d’accordo, riuscirono a battere in breccia il Volksbund, che su sessantamila elettori, allorchè tentò affermarsi nelle elezioni politiche del 1907, raccolse tre o quattrocento voti.

E altri mezzi di compressione e corruzione organizzò il Governo per raggiungere i suoi scopi. Furono il militarismo e le associazioni di bersaglio. Quello che non riuscì alle autorità civili si tentò dalle militari. Da queste furono e sono favoriti i comuni austriacanti, combattuti gli altri; aiutate le persone che fanno parte dei casini di bersaglio, perseguitate le altre.

L’autorità militare si impossessò di pascoli, di boschi e dettò leggi ad arbitrio, sconvolgendo ordinamenti secolari. Davanti all’ufficiale austriaco bisogna inchinarsi come davanti ad un Dio. Chi non si adatta, sia ricco o povero, professionista o contadino, clericale o anarchico, è sicuro della vendetta. Ma anche sotto lo strumento militare il paese non s’è piegato.

Un caso degno di nota è quello della fondazione di società di veterani. Sono composte non da reduci da battaglie e spesso neppur da [p. 169 modifica]ex-soldati, ma da gente disposta a dichiararsi austriacante e tedesca (pur non sapendo una parola di tedesco), a vestire nei giorni di festività imperiali una divisa, a partecipare a orgie, a portar per le strade, a un ordine della polizia, uno straccio giallo-nero in atto di provocazione. Chi entra nell’«onorata compagnia» riceve qualche soldo, nonchè da mangiare e da bere, anzi più da bere che da mangiare, e un buon vestito di lana con giubba verde e pantaloni marrone. Questi vantaggi e l’abilità degli emissari governativi hanno per effetto che qua e là sorgon di questi corpi bellici. Ma poichè attorno ad essi c’è la riprovazione generale, il povero veterano, passati i fumi del vino, capisce presto di essersi prestato ad un’azione ignobile e abbandona.... il campo. Poi, siccome la giornata della grande orgia — il 4 ottobre, onomastico imperiale — preludia all’inverno e nell’inverno fa molto freddo nel Trentino e ai contadini non abbondano i mezzi per ripararsi, il vestito veteranesco di lana torna assai comodo per andar nel bosco; oggi si mettono i calzoni, domani la giubba, e.... quando torna una nuova festa imperiale il corpo dei veterani non c’è più, per mancanza delle rispettive giubbe e dei pantaloni.

Non ultima arte di corruzione e di dominio fu la lotta economica. Si è fatto entrare in azione il capitale tedesco. Si è creata una fitta rete d’alberghi e rifugi alpini tedeschi ai quali si dirigono correnti di turisti, i precursori tipici del tedeschismo, ovunque voglia far opera di [p. 170 modifica]penetrazione. Con spirito di patriottismo, rischiando enormi capitali, associazioni e privati si sono opposti a quest’azione creando ovunque rifugi e alberghi italiani. Ma non sempre in simili lotte economiche si può riuscir vincitori. Che fare, ad esempio, quando il Governo nega sempre ai regnicoli e assai spesso ai trentini le patenti necessarie per esercire certe industrie, mentre le accorda largamente a forestieri di Germania? Che fare, all’infuori delle proteste, quando per eseguire lavori governativi si importano orde di tedeschi e di croati, mentre il popolo trentino emigra per mancanza di lavoro?

C’è assai spesso, per fortuna, la natura che si fa provvida alleata della nazionalità.

I pangermanisti col tramite di potenti associazioni più di una volta hanno fatto comperare da signori tedeschi dei grandi possessi agricoli alle porte del Trentino. La manovra non ha avuto successo, ma mostra la arditezza e la tenacia degli invasori. Sui campi comperati dai signori tedeschi, resiste solo l’operaio italiano, capace della coltivazione del baco da seta o della vite. Il contadino tedesco fugge. È la natura, fratelli del Regno, che vi grida in faccia: L’Italia agli italiani!

E tralascio di ricordar tante altre pagine dell’italianità del Trentino, pagine gloriose e più note della sua storia recente, come quelle per la Università italiana.

Le tralascio per ricordare come il Trentino non solo abbia difeso la sua civiltà italica nell’opera assidua, paziente, tenace degli ultimi [p. 171 modifica]decenni, opera proseguita da cento e cento militi oscuri, senza ambizione, senza speranza di compenso, ma la abbia mantenuta viva come pura fiamma d’amore, facendo sua ogni gioia della patria italiana, e con voi piangendo ogni sventura, ogni lutto; la abbia consacrata, al cospetto del mondo, con atto solenne, innalzando a Trento il monumento al Divino Poeta.

Che se a taluno paresse che troppo picciol cosa sia stata quella compiuta lassù dalle generazioni ultime che vissero fra un tramonto e un’alba di secolo, lasciate che qui ricordi nei suoi più superbi momenti quanto fecero quelle che vissero gli anni gloriosi del riscatto d’Italia.

Sento non solo di potere, ma di dover ricordare. All’alba del Risorgimento, nei tempi primi delle congiure scendeva dalle balze trentine Gustavo Modena a cospirare e ad ammonire. Fra il ’21 e il ’48, quando dagli atenei d’Italia poeti e letterati bandivan la parola della patria, erano con loro Giovanni Prati e il Gazzoletti e una pleiade d’altri illustri trentini. Nell’anno fatidico della grande riscossa nazionale vennero a noi dalle pianure lombarde i corpi franchi; ma dopo la sfortunata vicenda non scesero soli. Si unì ad essi quella Legione trentina che combattè in Lombardia, che difese Carlo Alberto a Novara e corse nel ’49 a portare il suo ultimo tributo di sangue alla morente repubblica di Roma. E più tardi nel ’52, nel ’53, quando l’Austria a caratteri di sangue scriveva la storia, scriveva la gloria di prete Tazzoli e dei martiri di Belfiore, eran con quei martiri nelle [p. 172 modifica]carceri di Mantova eroici giovani del mio Trentino; nel ’59 quando apparvero sulle colline di Brescia i Cacciatori dell’Alpe, fra essi, Garibaldi proclamava prode dei prodi Narciso Bronzetti; nel 1860 quando sul sacro suolo di Sicilia egli conduceva il glorioso manipolo dei Mille, fra quegli eroi v’erano i moschettieri dei Mille ch’eran figli di Trento, v’era Ergisto Bezzi, nostra gloria vivente; nell’anno di poi al Volturno era un altro Bronzetti, era Pilade, che col sacrificio della sua vita decideva le sorti di quella eroica giornata; e nelle guerre per la liberazione delle Marche e dell’Umbria, e nelle congiure del Veneto e nelle lotte di Valsugana e a Bezzecca erano a cento a cento i prodi della mia terra. Erano esercito, eran legione, quando Garibaldi pronunciò il famoso obbedisco. Eppure non domi, non vinti scesero ancora a dare il loro sangue alla patria. E furono a Villa Glori, a Monterotondo, a Mentana, a Porta Pia, e quando parve che la patria fosse finalmente unita e non era, e si vide che a spezzare l’incombente letargo v’era ancora bisogno di sangue, di sacrificio, di olocausto, Trento dava l’aiuto di un suo figlio — di cui speriamo che gli eventi ci permettano presto di svelare il nome — all’azione santa che dovea creare la pagina più pura, più bella della storia d’Italia: il martirio di Guglielmo Oberdan.

Per queste memorie, per questi sacrifici, per queste glorie che son glorie nostre, glorie vostre, glorie d’Italia, ricordatevi, o italiani, di Trento e Trieste. [p. 173 modifica]

Tutta la terra mia freme oggi impaziente nell’attesa della liberazione.

Sente d’esser degna di essa; sente che questa è la grande ora.

E mentre implora per sè l’aiuto, sente di dover ricordare agli italiani che essi debbon pensare alla loro stessa difesa, perchè non da ieri l’Austria medita la guerra all’Italia. Il sospiro degli ufficiali austriaci è pur sempre la passeggiata a Milano, la conquista di Venezia è pur sempre il sogno di quel Corrado von Hetzendorf che all’indomani del lutto di Messina e all’inizio della guerra libica addensava alle frontiere d’Italia i battaglioni austriaci. Son parlamentari, senatori, ex-ministri, che a Vienna con catoniana costanza ripetono: Bisogna indebolire l’Italia! E all’Italia indisturbati e protetti dal loro Governo insultano con volgarità di parola ogni qualvolta ne sentono pronunciato il nome nel Parlamento. Ovunque, nella stampa, nelle scuole, nelle caserme si insegna ad odiare l’Italia. Ai soldati che ora partono gli ufficiali austriaci gridano: Oggi in Serbia ed in Russia a difender la patria e il Sovrano, domani scenderemo a punire la sleale, la vilissima Italia. E nell’odio suo l’Austria ha assenziente e fomentatrice la Germania. Quella fa a questa la strada. L’oro snazionalizzatore, l’oro corruttore nel Trentino, sul Garda, nell’Italia è oro di Berlino.

Non attenda l’Italia che il nemico abbia sfondate le porte.

Non si illuda che l’eterno barbaro sia sazio di rapina. Proseguirà feroce finchè non sarà [p. 174 modifica]vinto e fiaccato. Alle aquile di Austria e Germania devono esser mozzati i rostri e gli artigli.

Se l’Italia ha vecchi che ricordano la tradizione garibaldina, se ha cittadini che sentono la nuova santa internazionale proclamata dal Belgio col suo sacrificio eroico, se ha giovani che davvero voglion «guerra al regno della guerra», dia pace e tregua ai nemici sol quando abbian passate le Alpi, e finchè ciò non sia elevi il grido del poeta nostro:


Pe ’l sangue degli eroi, pe’ franti petti
De’ vegliardi, pe ’l duol che si disserra
Da le piaghe di madri e pargoletti,

Guerra a tedeschi, immensa eterna guerra
Tanto che niun rivegga i patrii tetti
E a tutti tomba sia l’itala terra.


  1. Conferenza tenuta a Milano nel salone del Liceo Manzoni il 13 gennaio 1915.
  2. La questione del confine è stata magistralmente studiata ed esposta in varie pubblicazioni dal prof. E. Tolomei di Roma.