Al parlamento austriaco e al popolo italiano/Parte seconda/II

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Dall’altra riva.

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II.


DALL’ALTRA RIVA.

Lettera aperta al deputato Morgari.1


Egregio Morgari,

Permettete che il deputato socialista di Trento vi ringrazi per la franchezza con cui avete posto nel vostro discorso di giovedì il problema della guerra e la questione di Trento e Trieste. Voi avete parlato ben chiaro, cercando i vostri argomenti nella viva realtà.

Invano io ho cercato fino ad ora nell’Avanti! e negli altri periodici socialisti le ragioni pratiche, tangibili della neutralità assoluta, adatte a persuadere anche chi non ha dimestichezza con Hegel e con Marx. Vi ho trovate lunghe disquisizioni filosofiche sulla collaborazione e sulla lotta di classe, disquisizioni che mi hanno fatto l’effetto di un predicozzo sulle cause della miseria a chi, avendo fame, chiede pane e lavoro.

Ma vi dico subito che se apprezzo la vostra franchezza e se convengo nell’utilità del vostro [p. 98 modifica]metodo di analisi del problema, non condivido le vostre argomentazioni, nè riconosco per buoni i dati di fatto che voi citate.

Il filo del vostro discorso, se i giornali non vi hanno tradito, è stato questo:

“Non dobbiamo curarci di chi dice che la guerra è bella. Dobbiamo invece indagare se è utile. Non è utile perchè dissangua i popoli. Per chi e perchè entrerebbe oggi in guerra l’Italia? Per Trento e Trieste. Ma queste regioni hanno bisogno d’esser redente? Non ci sono i savoiardi, i ticinesi, i maltesi che vivon bene sotto Governo non italiano? Ci potrebbero dunque stare anche gli italiani dell’Austria. Che se così non fosse converrebbe guardare un altro lato del problema. La loro redenzione costerebbe troppo, non compenserebbe il guadagno.„ E voi ammonite: “Cari fratelli, la spesa è troppo grave; restate pure sull’altra riva.„ Con ciò il socialismo non vuol negare la legittimità dell’irredentismo, ma intende a far trionfare una sua speciale politica estera. E precisamente questa: che le popolazioni debbano, ad un dato tempo, essere interpellate per costituire liberamente le loro patrie e tutte queste patrie debbano costituire una grande confederazione.

Forte di tale fede, voi avete concluso dichiarando “pazzo o delinquente chi voglia a prezzo della guerra la conquista di Trento e Trieste. Ci pensi se mai la borghesia, perchè sola ad essa spetta la difesa della Patria. Che i socialisti degli altri paesi abbiano fatto differentemente non monta. Si sono tutti sbagliati. I socialisti italiani non devono avere nè simpatie, nè antipatie. Devon star con tutti e con nessuno ed attendere gli arbitrati fra le nazioni„.

Ebbene, caro Morgari, io sono un fratello che non sa adattarsi a restare sull’altra riva e prima di veder sè e il proprio paese condannato al servaggio austriaco, si permette di prender la parola. [p. 99 modifica]

Comincio col darvi ragione quando affermate esser superflua pei proletari la discussione se la guerra sia bella o no. Io credo si debba anzitutto chiedersi: È giusta? Voi avete ammesso esser giuste le aspirazioni di Trento e Trieste. E non negherete che ciò che è giusto è anche utile. Solo credete si possa arrivare alla redenzione degli irredenti per altra via.

Qui sta il vostro errore. Voi nel vostro discorso avete appaiato gli italiani dell’Austria con quelli di Malta, della Svizzera, della Francia. Ma questo è un assurdo. L’Austria non è nè l’Inghilterra, nè la Svizzera, nè la Francia. L’Austria è uno stato esclusivamente feudale, militarista e clericale, nel senso che per un diabolico congegno, perfezionatosi traverso i secoli, sono effettivamente le caste dei nobili, dei militari e dei preti quelle che esclusivamente comandano.

L’Austria vive maltrattando e negando le nazioni, mentre gli altri Stati le rispettano. Le tradizioni storiche ed il fattore geografico, che hanno reso possibile una Svizzera polinazionale, non trovano la menoma corrispondenza nè nella storia, nè nel suolo dei disparatissimi territori costituenti la Monarchia austro-ungarica.

Mi pare a questo punto, egregio compagno, di cogliere un vostro sorriso malizioso e una vostra obiezione: «V’è un congegno diabolico che mantiene uno stato anacronistico? Ebbene, distruggetelo, o socialisti dell’Austria. E se occorrerà vi daremo una mano».

Vi rispondo: I socialisti dell’Austria hanno tentato, ma non ci sono riusciti. La lotta [p. 100 modifica]all’interno s’è mostrata vana. Non è possibile per le differenze nazionali e pel complesso di altre discordanze di carattere economico e sociale coalizzare tante forze, quante occorrono ad abbattere la vecchia Austria. Ve lo dice, egregio compagno, un socialista che ha accettato di cooperare con tutti gli altri socialisti dell’Austria all’opera di rinnovazione dello Stato su basi democratiche e che ha dovuto concludere che la miglior volontà e la più perfetta buona fede nei rappresentanti socialisti di tutte le nazionalità non bastarono, non bastano all’intento. Invano uomini d’alto senno, di provata rettitudine, di cuore generoso come Adler, Daszinski, Nemec, hanno sperato che l’internazionale proletaria avrebbe potuto creare un’Austria moderna, equanime verso tutte le nazionalità. Il programma è fallito. I socialisti czechi con Nemec alla testa hanno fatto casa per sè. I leaders polacchi Liebermann e Daszinski hanno tenuto in Parlamento discorsi che hanno fatto inorridire i compagni tedeschi. Il colore del socialismo rumeno, di quello slavo-meridionale, del ruteno, del trentino è tutto differente da quello del socialismo tedesco. È un socialismo che sa e sente di avere delle partite nazionali da risolvere.

E quando il Governo austriaco minacciò guerra alla Serbia nel 1912 e quando ora la iniziò, fu il socialismo tedesco che subendola, giustificandola e appoggiandola, s’è trovato a tradire la causa delle altre nazionalità per un complesso di interessi specifici, tutti propri del proletariato tedesco, cozzanti cogli interessi degli altri. [p. 101 modifica]

Più e più volte, discorrendo tra socialisti di varia nazionalità, ci si è trovati d’accordo nel concludere: L’Austria è una malata incurabile che ci rovina, ci appesta; noi non siamo capaci nè di guarirla nè di ammazzarla.

Ora, caro Morgari, si tratta di ammazzarla. Voi vi rifiutate di cooperare a questa funzione. Non vi pare nè generoso nè utile.

È invece semplicemente necessario, perchè v’è il pericolo che, senza il concorso dell’Italia, si continuino a imporre ai vari territori non tedeschi dell’Austria, governi stranieri e si eterni la cancrena dell’irredentismo; è necessario perchè l’Austria finchè vivrà, se non sarà ridotta a minime proporzioni, non smetterà il suo programma di odio e di aggressione verso l’Italia; perchè infine, al di sopra della causa di Trento e Trieste la distruzione dell'Austria come Stato plurinazionale, rappresenta la soppressione di un covo di infezione nel centro d’Europa.

Mi pare con ciò di avervi dimostrato, caro Morgari, la utilità indiscussa di un intervento armato dell’Italia e potrei anche tralasciare di ribattere alla vostra osservazione che «gli italiani dell’Austria stanno economicamente bene» e che «il guadagno di quei paesi non compenserebbe il sacrificio».

Ma troppo sono comuni questi apprezzamenti erronei per non ribatterli.

Se foste vissuto un po’ di tempo nel Trentino, nel Friuli, nell’Istria, se aveste avuto modo di consultare i discorsi dei deputati italiani al Parlamento di Vienna, vi sareste convinto che tutte [p. 102 modifica]queste regioni stanno economicamente malissimo per la assoluta incuria del Governo, che le ha trattate proprio come terra di conquista.

Trieste sola ha avuto dei vantaggi economici, ma anche su questi v’è parecchio da discutere.

Il sostenere poi che il sacrificio non compenserebbe la spesa, qualora sia detto, come spesso si ripete nei giornali del Regno, con riflesso alla povertà dei paesi, è apprezzamento del tutto inesatto. Il Trentino, l’Istria e il Friuli non son per nulla affatto «roccie sterili»; son paesi che amorosamente curati possono stare alla pari delle migliori regioni alpine del Regno. Hanno una grande potenzialità di sviluppo economico. Il solo Trentino può darvi duecentocinquantamila cavalli di forza elettrica; e potrebbe subito dar lavoro a tutti i suoi emigranti (23 mila all’anno su 380 000 abitanti) se il Governo facesse un paio di ferrovie per rendere possibile il trasporto e la lavorazione di legnami e di marmi e se permettesse il sorgere di molte industrie già studiate e perfino finanziate, ma ostinatamente proibite dall’Austria, che sui territori di confine non vuole si accumulino masse operaie.

Certo non mi nascondo, egregio Morgari, che la medaglia ha il suo rovescio. I danni di una guerra sono sempre enormi; ci sono le vittime e i danni economici.

In realtà solo le prime sono oggi da mettersi sulla bilancia. I dissesti economici già si hanno in tutto il mondo e più ancora si avranno anche senza la diretta partecipazione alla guerra. Per cui è da augurare che la guerra finisca presto; [p. 103 modifica]e presto, nell’interesse di tutti, terminerà solo se vi porteranno il loro contributo anche l’Italia e la Rumenia.

Quanto alle vittime nessuno più degli irredenti, che sanno decimata la gioventù loro sui campi della Polonia austriaca e della Serbia, è mosso da sentimenti di pietà. Ma ai fratelli del Regno sanno di poter dire: Badate che se la carta d’Europa non riuscirà logicamente assestata, avremo maggiori sacrifici di vite umane in un non lontano avvenire; badate che l’Italia conquistandosi il nuovo confine orientale, avrebbe un baluardo formidabile, di facile difesa, mentre perdurando le condizioni presenti l’Austria ha non un piede, ma tutte due le gambe in Italia; badate che se Trento e Trieste implorano l’aiuto vostro, hanno la coscienza di meritarselo.

Il solo piccolo Trentino ha dato più di millecinquecento soldati alla causa dell’indipendenza italiana; ed è pronto a darne oggi assai più di quel che non si creda o si aspetti.

Tutte queste cose, egregio Morgari (e la mia esposizione è ben lontana dall’esser completa), voi non avete avuto presenti e per questo sorvolando sulla questione di Trento e Trieste, siete corso col pensiero alla chiusa dell’immane guerra, pregustando la gioia dei frutti che darà al proletario italiano, il suo contegno passivo; e vi consolate pensando che l’antimilitarismo troverà in questa guerra ragione di successo e che ci avvieremo alla pace perpetua.

Sì, ci avvieremo alla vera pace.

Sì, questa guerra distruggerà la guerra, ma [p. 104 modifica]solo se i problemi nazionali, ancora incombenti sull’Europa, saranno risolti. La storia non si salta.

L’Austria, nella quale si sperava di vedere la prima applicazione dell’internazionale, non ha potuto dar vita ad un partito socialista, capace di attuare l’internazionalismo, per la mancanza della premessa indispensabile: l’indipendenza delle singole nazioni. E queste, pur troppo, si sono ovunque conseguite solo con la guerra.

Restate sull’altra sponda, ci avete detto, e attendete tempi migliori; attendete che la Internazionale oggi sgominata, si ricostituisca e trionfi, e riesca a stabilire gli arbitrati fra le Nazioni.

No, caro amico. Sessanta anni d’attesa e di martirio sotto la sferza austriaca sono stati abbastanza. Fra quaranta anni, noi irredenti, travolti dal flutto degli odii nazionali in cui l’Austria è maestra, compressi da tedeschi e da slavi, tenuti sotto regime medievale, saremo tutti non più italiani, ma bastardi. E noi che sappiamo quale degenerazione intellettuale, quale abbassamento morale, economico, politico, si congiunga con l’ibridismo nazionale, noi alziamo il grido della disperazione.

Al nostro peggior nemico non auguriamo di essere un bastardo.

Chi vuole distrutto il nido del feudalismo austriaco, deve ora dare il suo aiuto e darlo anche col sacrificio della vita.

Se fra i Partiti rivoluzionarii d’Italia, sempre così generosamente pronti a buttarsi allo sbaraglio, anche quando si tratta di salvare una sola [p. 105 modifica]vittima da un atto di violenza; se fra i proletari d’Italia v’è chi non crede necessario lo sfacelo dell’Austria, è perchè l’Austria non conosce. Nè sa dell’influenza deleteria che ha avuto su tutta l’Europa. Altrimenti, anche ammettendo la tesi (fino a ieri veramente negata dai socialisti del Regno) che la difesa della patria spetta solo e sempre alla borghesia, il proletariato dovrebbe oggi volere la guerra per difendere anzitutto sè stesso.

Io credo che delle condizioni reali dei popoli d’Austria vorranno meglio informarsi i compagni d’Italia, prima di dire che stanno con tutti e nessuno e che l’Austria vale la Francia, prima di rispondere il loro no alla guerra e di impegnarsi a impedire la liberazione di Trento e Trieste e la vittoria della democrazia.

Da un partito, che ha tradizioni generose come il partito socialista italiano, è certo da attendersi una visione degli interessi collettivi e remoti della nazione e del proletariato, che trascenda non solo i piccoli vantaggi elettorali, ma anche le utilità mediate.

Un’azione dei socialisti che finisse in sostegno dell’Austria, suonerebbe come triste disaccordo a quello che verso le patrie irredente e verso tutti i popoli oppressi fu il contegno nobile e generoso di tutti i precursori e gli alfieri del socialismo italiano.

Credetemi, egregio Morgari, con affetto vostro compagno.

  1. Questa lettera fu pubblicata il 27 settembre 1914 nella Stampa di Torino. Non ebbe mai risposta alcuna dal deputato Morgari.