Al parlamento austriaco e al popolo italiano/Parte prima/VI

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Esercito e nazioni in Austria. Contro l’aumento dei bersaglieri provinciali

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Esercito e nazioni in Austria. Contro l’aumento dei bersaglieri provinciali
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VI.


ESERCITO E NAZIONI IN AUSTRIA.
Contro l’aumento dei bersaglieri provinciali.


12 giugno 1914.1

Giungo ultimo alla parola dopo che molti colleghi hanno già parlato e molti di parte italiana hanno addotti argomenti contro l’attuale progetto militare.

Poco mi rimane da spigolare. Tuttavia ci tengo ad affermare che tra il pensier mio e quello dei colleghi italiani, esiste un divario fondamentale.

Io sono antimilitarista per convinzione teorica, per ragioni di principio. Io vedo nel militarismo [p. 78 modifica]l’impedimento allo sviluppo della civiltà industriale, al lavoro fecondo e pacifico.

Dott. Pinalli (liberale italiano): Anche noi.

Il militarismo, in origine stromento di difesa, va ognor più trasformandosi in stromento di offesa e di parassitismo. Stromento di parassitismo dal quale gli alti industriali traggono lauti guadagni e la classe borghese-feudale brillante carriera pei suoi figli. Elemento di offesa, perchè l’esercito, divenuto di mole sempre maggiore, trova in sè stesso l’eccitamento a provocare, a stuzzicare gli elementi vicini; mentre i governi reazionari lo considerano quale estremo rimedio utopistico contro l’avanzarsi del proletariato organizzato.

Che se questa mia fede antimilitarista vale per ogni paese del mondo, vale ancor più in Austria, dove all’esercito manca una qualità fondamentale, che c’è in tutti gli altri paesi.

Altrove l’esercito è l’espressione genuina, caratteristica della patria. Ma la patria in Austria non esiste. L’Austria è una bolgia infernale, nella quale le patrie si accavallano l’una sopra l’altra: la più forte contende il terreno alla più piccola e non solo il suolo si contendono, ma anche la libertà, che è pei popoli l’aria da respirare.

Manca quindi in Austria quello che è l’anima vibrante di un esercito; esso non è un centro da cui irradino e a cui convergano affetti e simpatie. No. Qui ognuno pensa di trovarsi in un esercito che domani potrà esser chiamato a combattere contro la propria nazione madre. [p. 79 modifica]

Per il fatto che il mio antimilitarismo si basa su questi principii, io non mi son trovato nella condizione dei colleghi di parte popolare di dover per dodici giorni pensare se dovevo votare pro o contro: per me un tale assillo di coscienza non c’è mai stato.

È vero. Non mi sarebbe stato possibile di contrattare, come i colleghi di parte popolare, mandando alti messaggi a Vienna, per veder di ottenere, come dicono i maligni, dei compensi in contanti.

Ma considerando anche la cosa non come un quesito di patriottismo a base finanziaria, ma come una questione di coscienza, io non ho da risolvere, alcun dubbio; nè sento di dovere, come hanno fatto i popolari, purgarmi dalla taccia di antipatriottismo, che il relatore on. Schraffl regala a chi, pur avendo votato altre leggi militari, non subisce anche questa.

Eppure anche se il voto dei colleghi popolari di parte italiana è dettato da sentimenti molto differenti, pure io mi rallegro vivamente che tutti gli italiani di questa Camera si schierino contro il progetto militare, anche per un’altra ragione: perchè in fondo noi viviamo in uno Stato che misconosce completamente tutti i diritti e tutti gli interessi degli italiani; noi viviamo in uno Stato il quale ha molto di frequente ignobili voci di provocazione contro la nostra nazione madre. Viviamo in uno Stato dove, pur esistendo la triplice alleanza, pur essendo frequenti gli amichevoli convegni sulle ridenti spiaggie adriatiche fra Berchtold e Di San Giuliano, pur essendo [p. 80 modifica]frequenti gli elogi, gli incensamenti reciproci, che partono dalle sfere diplomatiche, pur esistendo queste premesse, nella realtà dei fatti non si ha verso l’elemento italiano la giusta, necessaria, considerazione. Non la si ha riguardo all’Italia come Stato estero, non la si ha verso di noi che viviamo nell’interno della monarchia. Si persiste a negare a noi quei diritti che sono concessi alle altre nazioni, pur sapendo che questa negazione necessariamente viene a destare in tutte le regioni della penisola un sentimento di simpatia per noi e scatti di indignazione contro il Governo austriaco.

Nè potrebbe diversamente avvenire, quando si constata che a noi da decenni si contende anche un semplice brandello di Università italiana, quando con le deplorate ordinanze si toglie ai cittadini del Regno il diritto di vivere liberamente e liberamente professare la loro carriera nella città di Trieste.

È ben naturale quindi che io qui esprima il mio intimo e profondo compiacimento nel vedere una volta tanto gli italiani tutti d’accordo nel negare il voto per l’incremento di quell’esercito che troppo spesso, con boria provocante, nelle gazzette militari e in alti circoli viene invocato e salutato quale castigatore e invasore degli Stati vicini, non escluso quello Stato che corrisponde alla nazione nostra.

Ed è il più elementare dei doveri umani quello di non contribuire a fornir le armi per affidarle a chi non nasconde il desiderio di colpire i nostri fratelli, anzi la nostra madre. [p. 81 modifica]

La nostra posizione dolorosissima e speciale di cittadini che più degli altri soffrono del militarismo austriaco, non ha d’altronde bisogno d’essere da me maggiormente esposta, perchè il signor Luogotenente ha detto con molta chiarezza, come coloro che più di tutti soffrono del militarismo sian quelli che vivono ai confini meridionali della monarchia. Su questo argomento, scendendo a molteplici particolari, hanno oggi parlato assai bene i colleghi di parte popolare, esponendo e documentando una serie infinita di guai.

Ho qui sentito parlare di pastori cacciati dai lor pascoli, di alpigiani impediti dal trar profitto dell’unica loro risorsa, la selvicoltura. Ebbene, colleghi, voi parlate del monte ed io posso parlare del piano.

Nei dintorni di Trento, alla Fersina, alla Vela, ecc., la vita dei contadini è inceppata da una quantità di misure militari; alle porte della città si costruirono caserme e forti, dei quali alcuni sono forti per modo di dire; ma mediante essi si proibisce ogni costruzione nei raggi di fortezza e si deprezza il valore dei fondi. Ogni giorno v’è una novità: oggi si impedisce il passaggio di un ponte, domani di un sentiero e un altro giorno di una strada; nei campi vi sono più soldati che contadini ed è così resa un mito la dolce e tranquilla vita rustica.

Ho sentito parlare di industrie o di alberghi danneggiati da disposizioni militari; ho sentito accennare alla piaga dello spionaggio; ma se noi volessimo elencare tutti i torti non si finirebbe più ed io abuserei della pazienza del [p. 82 modifica]signor presidente, a cui ho promesso di parlare per soli dieci minuti.

Io vorrei che mi si dicesse quali sono le pubbliche istituzioni del nostro paese, sulle quali il militarismo non faccia pesare la sua mano ferrea: sia negli istituti di finanza, sia in quelli forestali e delle malghe, o negli uffici degli ingegneri, come nelle scuole, nella polizia, nei capitanati, non c’è nessun organismo nel quale al di sopra della volontà di chi dovrebbe dirigere l’ufficio non stia la volontà dello stato maggiore austriaco.

Due casi tipici, in cui l’ingerenza dell’elemento militare stona più che altrove, sono offerti dalle scuole e dal tribunale.

Le scuole di Rovereto sono state trasformate di recente in caserme, dove gli scolari, più che ad apprendere il latino ed il greco, sono chiamati a fare delle esercitazioni, sotto la direzione di generali e di colonnelli; e il tribunale, che dovrebbe essere l’aula serena della giustizia, quante volte non è stato invaso dall’autorità militare?

Quanti giudici non sono andati incontro a grossi guai, per non aver piegato il capo davanti agli ufficiali dello stato maggiore?

Nelle piccole guarnigioni, gli ufficiali pretendono che gli impiegati sieno i loro servitori, che vadano in loro compagnia, che li corteggino in mille e mille modi. Dei giudici furono puniti unicamente per aver mostrato troppo zelo quando si trattava di evadere la vertenza Idi cittadini del Regno accusati di spionaggio, e per essere [p. 83 modifica]riusciti a sbrigare rapidamente le pratiche, mentre l’autorità militare pare si goda quando un povero diavolo, accusato falsamente di spionaggio, è trattenuto mesi e mesi in prigione prima di esser dichiarato innocente.

Questo militarismo è quindi per noi realmente fatale, come lo è per tutto lo Stato in cui viviamo.

È molto ingenuo il collega on. Schöpfer, quando dice: Ma il militarismo, cari socialisti, è necessario in Austria, perchè voi, se non siete ciechi, dovreste vedere tutto quello che ribolle ad Oriente, perchè dovreste vedere come tutta la vita pubblica sia minacciata di una guerra. «Guardate — ha detto l’on. Schöpfer — a quello che è successo nella Turchia.»

Guardiamo pure, reverendo. Aprendo bene gli occhi noi vediamo che la Turchia si è tirato addosso quel po’ po’ di roba perchè amministrava male, ed era retta a base di militarismo, perchè aizzava un popolo contro l’altro, perchè trascurava ogni sviluppò industriale e negava ogni riforma sociale; era abile in una sola cosa: nel far debiti. Proprio come fa oggi l’Austria.

I ciechi siete dunque voi, perchè non vedete come le cattive amministrazioni sono quelle che fatalmente terminano a portare la distruzione degli Stati.

E giacchè l’on. Schöpfer ha tirato in ballo noi socialisti, non posso trascurar di rispondere a qualche altro dei suoi appunti.

Egli ha detto in tono canzonatorio: Che ci vengono a dire i socialisti di autonomia, di [p. 84 modifica]rispetto alle nazionalità, quando noi sappiamo che non sono buoni di intendersi fra loro, tra nazione e nazione? Se io potessi qui discorrere a lungo potrei dimostrarvi come il conflitto fra socialisti tedeschi e czechi, cui alludeva l'on. Schöpfer, non sia tanto un conflitto politico, quanto un conflitto limitato sopratutto ai criterii dell’organizzazione economica.

Ma ben altro voglio dire all’on. Schöpfer, giacchè egli sa il latino. Io gli dico: Hic Rhodus, hic salta.

Noi socialisti — io e il mio amico Abram — abbiamo qui parlato non già di czechi e tedeschi ma del Tirolo e del Trentino, di due regioni cioè che si possono dividere molto facilmente, perchè il suolo riservato dalla natura alla popolazione italiana, è nettamente diviso da quello destinato alla parte tedesca.

Il problema nostro è fra i molti problemi nazionali austriaci uno dei più facili a risolvere.

Orbene come noi socialisti invochiamo la separazione del Trentino dal Tirolo, su questo terreno dovreste scendere anche voi, cristiano-sociali, se siete realmente animati da sentimenti di giustizia verso tutte le nazionalità. Qui, adunque, venite. Dateci la mano. Hic Rhodus, hic salta.

Se l’Austria non è forte come sarebbe vostro desiderio, se l’Austria potrà un dì trovarsi nelle condizioni di dover soccombere, pel caso fosse coinvolta in una guerra, non si imputi questo, come fate voi, al movimento operaio o socialista. È il vostro governo che rende malcontente tutte [p. 85 modifica]le nazionalità, che crea nell’interno dello Stato quella forza centrifuga che tende a lacerarlo, invece di unirlo, invece di amalgamarlo. Fino a che il Governo centrale non sa far di meglio che stuzzicare tutti quelli che abitano ai confini estremi, è naturale che essi guardino al di là del confine.

Solo trattando le nazionalità da pari a pari, corrispondendo ai loro diritti, ai loro interessi, solo in tal modo potrà darsi che avvenga una pacifica coabitazione di tanti elementi estranei, e che questa forza centrifuga possa trasformarsi in una forza centripeta.

Voi, on. Schöpfer, come panacea di tutti i mali dell’Austria, come freno all’appetito del militarismo, non sapete invocare che la religione. Ebbene, se questa potesse togliere il flagello della guerra e le cause della miseria, come mai vi sarebbero state tante guerre nel passato, quando i rappresentanti della religione erano i padroni del mondo? E perchè tante volte la croce si agitò contro gli stendardi dei mussulmani? Perchè si scatenò religione contro religione? Perchè tante stragi furono benedette dai pontefici?

È lo spirito umanitario che ci vuole, lo spirito di tolleranza. Ma lo spirito umanitario, lo spirito di tolleranza sono in contraddizione perfetta col vostro militarismo; nè crescono e si alimentano nelle caserme che voi invocate.

Finchè voi aumenterete gli eserciti, non riuscirete a creare nè la tolleranza, nè l’amore. L’esercito, quale è da voi inteso, è solo insegnamento a uccidere: esso vuol dire disprezzo della [p. 86 modifica]vita umana, vuol dir negazione del sentimento che esiste tra padre e figlio, tra fratello e fratello: vuol dir rendere l’uomo lupo all’uomo.

Ah no! Non così si rende possibile la coesistenza delle varie nazionalità e il reciproco affratellamento dei popoli.

L’ora che attraversa l’Austria è una delle più nere. La miseria dilaga dovunque. Coloro che come voi, on. Schöpfer, parlano con orrore del sentimento di odio che serpeggia nei bassi strati operai, non pensano che come l’amore germina dall’amore, così l’odio è il naturale sfogo di chi è compresso dalla miseria e dalle sofferenze. Se questo popolo della monarchia non dovesse emigrare, se non dovesse soffrire la tortura della disoccupazione, non ci sarebbe questo odio, che oggi fatalmente si accumula nel cuore del proletariato, e che fatalmente dovrà in qualche momento esplodere.

Voi di fronte alle plebi che soffrono non trovate altro rimedio che il militarismo e credete di aver tutti tranquillati affermando: «Questa è però l’ultima volta, o signori, che vi chiediamo simile sacrificio!».

L’ultima volta? Vergognatevi di questa frase. Anche il beone ogni volta che tracanna il liquore bruciante ripete: Questa è l’ultima volta! Ma non sa trattenersi e beve continuamente fino che il vizio lo annienta, lo brucia, lo trascina alla tomba.

Il popolo chiede pane e voi gli date piombo. Il popolo chiede scuole e voi gli date caserme. Non così si fortificano gli Stati, non così si crea [p. 87 modifica]l’amore fra il popolo, perchè il popolo sappia al momento opportuno difendere il suo Governo.

Guardate come avete ridotto questo popolo. È pari a quell’uomo malnutrito, descrittoci da Tolstoi, a cui i suoi pretesi amici mettono in mano prima una spada, poi la rivoltella, poi il fucile, e poi lo coprono con la corazza e lo caricano col cannone. E quando questo povera diavolo, sfinito e sfibrato, dice: Ma oltre questo datemi anche da nutrirmi, datemi della carne e del pane, gli si risponde: Tu sei forte, sei bene armato, le tue armi garantiscono il tuo sviluppo.

Questa è la condizione che il Governo fa al popolo in Austria.

Noi constatando questa triste sorte, constatando come in questa provincia bilingue il pensiero antimilitarista di tutti i rappresentanti della nazione italiana non sia condiviso che da un solo fra i sessantacinque rappresentanti del popolo tedesco, constatando come ben poco profonde sieno le radici dell’antimilitarismo anche fra gli italiani e sia questa una prima ed isolata affermazione, ci proponiamo di intensificare sempre maggiormente la propaganda dei sentimenti umanitari e sociali, e con la tranquilla coscienza di fare il bene del nostro paese, alla vostra richiesta di nuovi soldati, rispondiamo: «Nè un uomo, nè un soldo».

  1. Questo discorso fu tenuto ad Innsbruck alla Dieta del Tirolo. A questa Dieta è riservato il privilegio di convalidare tutte quelle leggi militari votate dal Parlamento, che riguardano la milizia territoriale provinciale. Il voto su tali leggi non implica notevoli aggravi finanziari, ma si risolve più che altro in un voto di fiducia al Governo. Nella votazione avvenuta poco dopo il discorso qui riportato, tutti gli italiani, senza distinzione di partito, votarono contro la legge in discussione.