Alarico Carli/Ritorno in patria

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Ritorno in patria.
1848-1854

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Tornato in patria ricoperto di gloria, ma col cuore straziato per l’esito infelice degli eroici tentativi fatti, Alarico, per provvedere ai bisogni propri ed a quelli della famiglia si dà di nuovo all’arte, e, ripreso il pennello, ora si pone a fare ritratti, (ramo in cui tutto faceva prevedere che sarebbe riuscito valentissimo), ora si dedica alla lavorazione di pietre dure e cammei ed intaglia, a bassorilievo, in malachita o in lapislazzuli, teste e figure, così artistiche e belle, che i suoi lavori trovano facile esito e vengono lautamente pagati da amatori e da negozianti.

Si era giunti così al maggio 1849, quando le truppe austriache, vincitrici a Novara, scesero in Toscana chiamatevi dal Granduca. Non è a dire con quanto sdegno Egli le vedesse spadroneggiare nella sua diletta Firenze, e come cercasse sfuggirle, quando poteva, recandosi a passeggiare in campagna e in qualche luogo solitario.

L’idea dominante in lui è la patria e il pubblico bene e se qualcuno si occupa di questo e di quella egli offre volenteroso l’opera sua. Perciò lo si trova fra coloro che per diffondere l’educazione nel popolo, crearono la Società Filodrammatica dei Fidenti (titolo che significa fidenti nei destini d’Italia) e, benchè non pratico di pittura scenografica, egli fa scene e il telone: Il giuramento di Pontida; telone che, in pessimo stato, esiste tuttora e dal qual traspariscono, naturalmente, gli errori di colore per cosa da teatro, e quello di una precisa composizione.

Il lavoro della mano, però, non paralizza il lavorìo della mente, perchè Alarico, togliendo le ore allo svago e al riposo, studia alacremente storia, letteratura, matematica e economia; cerca di approfondire i problemi sociali, non tralascia, nemmeno un istante, di occuparsi di quella politica, dalla quale spera la redenzione della patria e intanto, da amoroso ed affezionatissimo figlio, cura la madre adorata, gravemente inferma, e la perde (5 Giugno 1852).

A sostenere la società dei Fidenti non gli furono di poco aiuto i fratelli Archimede (quello a cui dirigeva le sue lettere scritte dal campo, che si era dato alla carriera ecclesiastica) ed Evandro, tornato allora da fare il soldato. Ebbe anche una sorella Ilia che amò teneramente ed un altro fratello Ettore, allora bambino, sopravvissuto questi ad altri cinque morti in tenera età.

In quel tempo il fratello Evandro aveva incominciato a lavorare per D. Baldassarre Boncompagni, Principe di Piombino ed avendogli presentato Alarico per eseguire un frontespizio in miniatura, questi incontrò subito la simpatia del Principe per l’esattezza dei suoi lavori e per la prontezza ch’egli metteva nell’eseguirli.

E così incominciò quella serie di ricerche e di lavori, che lo tennero occupato per ben quaranta anni, facendogli visitare tutte le biblioteche d’Italia e quelle di Svizzera, non che le più rinomate di Germania, d’Austria, del Belgio e dell’Inghilterra.