Alcune lettere familiari/Al medesimo IX

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al medesimo.


Godo in vedere che V. S. è volta a salire in sulle vette del Parnaso, perciocché non solo pensa intorno a tragedie, sovrana poesia, ma intorno queste cerca la forma perfetta Sic itur ad astra. Ora V. S. averà letto nella mia ultimamente scritta, che per tutto settembre spero di essere in Genova, e però serberomini a fare pieno discorso a bocca. E veramente simili materie vogliono dialogo per bene rischiarare la dottrina. Ora dirò solamente la mia opinione. Sperone, uomo grandissimo, soleva dire che si possono fare tutte le cose pur ch’elle si facciano bene. Dico dunque che dal Boccaccio si possono trarre favole per tragedia, ed una me ne sovviene la quale è nella novella del conte d'Anversa. Dico similmente che di favola tutta finta si può fare tragedia, e credo che la Torismondo del Tasso sia così fatta, e la parte tragica del Pastor Fido parrai che sii immaginazione del signor Guarini. E similmente dico, da nomi finti di Virgilio e dell’Ariosto e del Tasso potersi trarre tragedie, e ne veggo esempj pubblici. E perche simigliati poemi hanno il loro ultimo fine in su le scene fra teatri, i quali s’empiono di volgari persone plebee, deono potersi lodare quando da que’ sì fatti uditori hanno il loro Plaudite: Che alla fin fine i secoli si cangiano ed i costumi, ed anco per conseguenza lo opinioni, e le cose perfettissime de’ Greci a’ nostri non soddisfanno. Che s’ha egli a fare? Dare novelle leggi al mondo, il quale ha per legge il cangiar di ogni cosa? Mi direte, questa è tua opinione: é mia opinione, parlando in Banchi, parlando io Parnaso, io mi atterrei alle leggi antiche, ed amerei le composizioni perfette, e quelle rappresentare, e se mi si facessero fischi, io riderei e fischirei non meno, ché finalmente non me ne va, salvo inchiostro e fogli. Ed io, avvegnaché non straniere da’ poeti, mi rido della poesia, siccome di tutte le ciancio di questo mondo infelicissimo. A bocca, se a Dio piacerà, spiegherò meglio il mio concetto. Ora mi raccomando, e faccio riverenza alle mie signore., e dicovi che al vino da farsi Francesco ha dato ordine, ed egli dee avervene scritto. Io spero vedere pigiar le uve costì.

Di Savona, li 29 settembre, 1633. [p. 391 modifica]

al medesimo


Raccomando le alligate e me medesimo, se fa bisogno, a V. S. Mi desidero costi alle allegrezze della nobile compagnia, che a me non soffre l'animo di desiderare ella qui all'eremo. Tutto il popolo si ammosta, io solo mi attuffo nell'acque d'Ippocrene, non trovando modo di passare i giorni con altro conforto, non essendo forte a pensare su la scrittura oltramondana. Ho dato ordine, ovvero disordinato, molte delle mie ciancie, spezialmente l'Amedeida ho ridotta a quella forma che da prima componendola le diedi; nè ho fatto altro che riseccare quelle parti, le quali amici, ed il duca medesimo, mi sforzarono a giungere, riguardando più al secolo presente che ad altra ragione: io vorrei dare soddisfazione a chi s'intende del mestiere. A' popoli sono assai volumi, i quali danno giusta maraviglia, ma essi non serrano poi la bocca altrui in alcune parti. Ora non deesi egli formare una poesia eroica eroicamente? oh ella non piace! E non piaccia, ma chi puà farsene certo indovino? Il tempo volgere seco mena molte maraviglie, ed a me ne cale fino ad un segno, oltra il quale mi rido di ogni cosa, lo mi reggo a malgrado degli anni, e per queste arie autunnali mi ricreo con vino non dolce no, ma rifrescato con alquanto di neve, e cosi consiglio ad imitarmi.

Savona, 1635.