Alessiade/Libro Quarto
| Questo testo è incompleto. |
| ◄ | Libro Terzo | Libro Quinto | ► |
DI
ANNA COMNENA PORFIROGENITA
CESAREA
ALESSIADE
LIBRO QUARTO
ARGOMENTO.
ROBERTO combatte Dirrachio, e vince nella pugna Alessio Augusto.
SOMMARIO.
ALESSIADE QUARTA.
I. ROBERTO cominciò ad occupare l’Epiro, accampatovisi nel decimo quarto giorno del mese di giugno e correndo la quarta indizione, con sovrabbondante numero di fanti e cavalieri, tutti maestrevolmente esercitati nella disciplina dell’arte bellica, e di terribilissimo aspetto; essendo che dopo il naufragio i militi da ogni banda raccolti raggiunto aveano lo stesso campo. Dal mare inoltre sopra navi senza numero di qual tu vuoi genere e forma, e fidate all’opera diligentissima d’innumerevoli nocchieri veniva condotto altro esercito di elettissimi giovani esperti della milizia navale. Di modo che il presidio esistente in Dirrachio alla spaventevole apparenza di tante navi e macchine e della infinita quantità de’ guerrieri, vedendosi in procinto di essere da per tutto all’intorno assalito da cotanto grandi e potenti forze non poco s’attristava. Ma non così Giorgio Paleologo valorosissimo capitano, ed assuefatto ne’ tempi andati ai guerreschi travagli e pericoli, avendo nella sua lunga militare carriera in Oriente spessissime volte impugnato le armi, e riportato l’onore di molte palme. Questi pertanto certo del suo valore tutto davasi ad afforzare la città, e memore di quanto eragli stato commesso in proposito dall’imperatore, lungo tutto il muro inalzava ripari non da chiovi fermati, ma tali che sospinti andassero a cadere sopra gli ascensori; disponea parimente intorno alle mura ed a qualche intervallo tra loro baliste ed altre macchine da lanciar sassi. Di più al mirare taluno de’ suoi o preso da timore e poltroneggiante animavalo con generose parole, infondendo parte della sua più che abbondante fortezza ne’ petti de’ codardi, senza trascurare intanto cautela e diligenza comunque portate dalla circostanza. Imperciocchè avendo circondato il muro di sentinelle visitavale frequentemente notte e giorno egli stesso, e raccomandava loro di tenersi vigilanti e pronti alla difesa. Inviò eziandio lettera ad Alessio annunziandogli la ostile comparsa di Roberto, i costui divisamenti e la deliberata espugnazione ad ogni costo di quella città. Ed, in mia fe, e soldati e comandante loro tutti ad un modo comprendevano quanto sarebbe per avvenire da quelle sì terribili ed efficaci moli di macchine, principalmente dalla immensa torre di legno più alta delle stesse Dirrachiane mura, ed avente al di sopra baliste ed artifizj da lanciare sassi. Lo congetturavano pure dal vedere accuratamente da per tutto chiusa la città con vallo, e l’affluenza continua da ogni parte di truppe ausiliarie per istringerla ed appressarvisi di giorno in giorno vie maggiormente; in fine dall’avere il nemico guasto, passando, le città ed i borghi siti all’intorno, e dall’accurato trasporto di quanto uop’era e potea cadere in acconcio per la costruzione degli alloggiamenti castrensi e delle militari baracche, come suol praticarsi negli assedj, e dall’essersi già con questo materiale inalzate molte casipole, ed altre andarsene cotidianamente erigendo. Da tali argomenti, ripeto, avean tutti compreso che la cupidigia di Roberto non mirasse, giusta il divulgatosi, in conto alcuno alla sola preda, e quindi posta a saccomanno e rovinata la regione, caricato di spoglie l’esercito, soddisfatto il capriccio e traricco di bottino e’ ricalcherebbe la via dell’Italia; ma scopo di quella impresa doversi ritenere la conquista dell’impero, ed in conseguenza aver egli stabilito di occuparne, non badando a spese e conati, la chiave, quasi direi, e l’antemurale, Dirrachio, ed a compimento de’ suoi disegni procedere di là, piede innanzi piede, all’usurpazione del resto. Se non che Paleologo, volendo piena confermagione dalle stesse parole di Roberto delle fatte conghietture, comandò a’ suoi militi di chiedere dall’alto delle mura ai nemici ed al duce loro medesimo la cagione ond’e’ venissero a combatterli? ed ecco la risposta avutane per ordine di Roberto: essersi da lui impugnate le armi all’oggetto di tornare nella primiera dignità il suo affine Michele, balzato giù dal trono imperiale, e di prendere vendetta delle ingiurie e de’ mali trattamenti cui egli soggiacque. Di rimbecco i Dirrachiani risposero: aver eglino veduto Michele Duca, il perchè loro mostratolo di tratto riconosciuto e venerato lo avrebbero, e senza punto indugiare cederebbongli la città. Roberto, uditone, ordina di chiamare il falso Michele, ed abbigliatolo con vesti regali di mostrarlo in magnifica pompa ed al suono di musichi strumenti ai Dirrachiani. Tanto fu eseguito, e la guernigione vedendolo proruppe in ischiamazzi, fischj e diedesi a beffarlo con mille improperj, aggiugnendo presentarsi loro uno seioperone plagiario, non Michele per lo addietro imperatore, ch’e’ benissimo conoscevano. Ma Roberto nulla curante l’avvenuto era tutto nel proseguire l’impresa, affrettando con ogni sua possa il termine di quella espugnazione. A breve intervallo poi dal prefato colloquio alcuni militi usciti armata mano della città azzuffaronsi co’ Latini, e danneggiatili retrocedettero entro le mura.
II. Ora sebbene l’esposto da noi intorno al mostrato e schernito monaco sotto la mentita persona di Michele sia in realtà così avvenuto, non di meno per tutto Dirrachio e pe’ luoghi all’intorno del romano impero circolavano discrepanti opinioni sul conto di esso, le quali dividevano in isvariati pareri il mobile volgo. Eranvi parecchi fermi nell’asserire, come di fatto loro noto, essere colui il mescitore di Michele; altri dichiaravanlo con ostinata persuasione il vero Michele augusto, dalle cui sciagure commosso Roberto a difesa del diritto e dei legami di parentela, impugnato avea le armi. I più tuttavia sostenevano volersi, a non dubitarne, ascrivere tutto quel maneggio a finzione ed astuzia del malizioso Roberto per ammantare di onesto titolo una ingiusta guerra; nè avervi punto verisimiglianza che Michele Duca siasi colla fuga riparato presso costui; doversi quindi ritenere unico motivo di quella impresa l’avarizia dello stesso Roberto, la quale aescata dai primi felici successi animavalo al rapimento d’una finora intatta preda. Nè è da maravigliare ch’egli, dall’estremo disagio di bassissima fortuna, spinto da naturale inquietudine e soccorso da non meno ardita che prospera industria, diretta con singolare prudenza, saputo abbia innalzarsi all'apice d'un regno, occupando in prima tutte le città e tutto il suolo longobardico e poscia l'apuliese, come scrivevamo. Ora poi, di conformità a quanto cotidianamente avviene, gustato il solletico del rapinare più non valga a mettere freno alla cupidigia, e posti gli occhi sulle piagge dell'Illirico e le circostanti città imprenda altro cimento contr'esse, onde appagare la sua rapace passione; deliberato, ove pur di presente abbia seco propizia fortuna, d'inoltrare sempre più colle distruggitrici armi in luogo comunque gli si parerà innanzi, giusta la consuetudine e natura dell'avarizia, paragonabile meritamente alla gangrena. Imperciocchè siccome tal morbo impossessatosi una volta di qualche membro passa di volo ad assalire altri tutti, nè si ristà che giunto a corrompere l'intero corpo; così quel contagio dell'animo se vengagli fatto di corrodere un che ovunque tu vuoi, prosegue con incessante impeto ad afferrare ed ingojare il resto, quando non oppongaglisi forza maggiore, nè si ritrae dal suo rosecchiare che vedutane la fine.
III. Pervenuto all'imperatore il foglio di Paleologo anunziantegli il tragetto di Roberto, nel mese di giugno, il naufragio, delusa manifestazione del celeste sdegno, l'aver egli occupato in passando Aulone, il concorso delle truppe, che da ogni parte a foggia di vernili nevi fioccavano ad accrescere il nemico esercito, ed in fine il rinvenirsi taluni perseveranti nel credere che il Michele un tempo augusto in realtà dimori presso Roberto ed abbia saputo indurlo a prendere le sue parti; Alessio, ripeto, informato delle antedette vicende cadde in oltremodo serj pensieri, ravvolgendo e ben bene rimestando nella sua mente il gravissimo pericolo sovrastante alla repubblica. E poichè di leggieri ebbe osservato che le sue pronte truppe e quante sperava di raccoglierne agguagliato non avrebbero neppure una parte delle numerosissime guerreggianti sotto i vessilli di Roberto, statuì chiamare in suo aiuto gli orientali Turchi, intavolandone il trattato col sultano per via di messi. Addimandò eziandio il soccorso de’ Veneti[1] (derivato loro il nome dal colore delle vesti indossate per notoria costumanza ne’ giuochi circensi, onde poterli distinguere dalle altre fazioni) eccitandoli con doni e promesse a mettere in mare tutto il navilio di che erano possessori, ed avviarsi a proteggere Dirrachio contro le forze marittime di Roberto, assicurandoli che verrebbe conferito loro, qualunque fosse l’evento delle armi, il pattuito guiderdone; il perchè o vincitori, colla grazia divina, o succumbenti, giusta la sorte delle umane vicende egli atterrebbe scrupolosamente le fatte promesse. Di più venendogli da essi appalesati altri desiderj, purché non pregiudicevoli alla repubblica, di buon grado piegherebbe a secondarli, ed anche delle sue concessioni avvalorerebbe l'eterna durata con aurea Bolla.
IV. I Veneti, estimando non meritevoli di rifiuto le imperiali offerte, inviarono legati ad esporre le proprie inchieste, ed all'annunzio che queste conseguito aveano per intiero la sovrana approvazione mossero incontanente verso Dirrachio traendovi una flotta non meno terribile pel numero delle navi d'ogni specie che per la militare disciplina di quanti eranvi sopra. Corso gran tratto di mare eccoli apportare ad un luogo nomato Pallia, ove innalzavasi un tempio dedicato alla purissima e sempre immacolata Madre di Dio, lunge dal munito campo di Roberto e dalla citta cui tendevano quasi diciotto stadj. Osservato di là il nemico navilio in ordinanza contro quelle mura, ed avente a dovizia macchine ed armi d'ogni maniera, acconce tanto alla offesa quanto alla difesa, non osarono , provocandolo , cimentarsi ad una battaglia. Roberto, uditane la venuta, spedisce loro Baimundo seguito dall'armata di mare coll'ordine di far riconoscere Michele augusto e sè stesso, dando in segno di riverenza fiato alle consuete acclamazioni. I Veneti differiscono alla dimane l'adempimento del comando, e nella notte, poiché cessato il vento non poteano accostarsi alla piaggia, disposte in lunga serie tutte le navi maggiori e legatele insieme con funi, eseguiscono il cosiddetto marittimo porto mediante un curvo schieramento protetto in ogni sua parte dai prefati vascelli. Ergono di poi lignee torri in luogo di vele, ed inalzanvi sopra ordinatamente a furia di corde tutti i paliscalmi, distribuendo in ciascheduno di essi on numero di militi, e copiosissimi dardi foggiati come prendiamo a dire. Segarono assai grossi tronchi d'albero in pezzi non più lunghi d'un cubito, e ad aumentarne la durezza ed il peso, di conseguenza la efficacia nell'offendere, vi conficcarono da per tutto grandi e acuti chiovi; dopo di che si rimangon tranquilli in attesa della flotta nemica.
V. Baimundo, aggioruatosi, fu pronto a rinnovare l'inchiesta dell'acclamazione il dì innanzi promessagli, ma non riportandone di presenza che grandi villanie, intollerante dell'offesa, con impeto gagliardissimo avventasi, traendo seco tutti gli altri legni, contro il costoro navilio, e tosto dà principio alla battaglia, essendosi l'innato suo furore per le sofferte ingiurie grandemente esacerbato. Nel mentre adunque sospinge a tutt'uomo con soverchia fidanza la nave pretoria contro il fermo navilio de' Veneti, questi lanciato dall'alto uno dei mentovati dardi la forano, e dall'apertura penetratavi tosto l'acqua se ne fa imminente la sommersione. Tutti allora di fretta, sollecito ognuno della propria salute, precipitarono lor fuga, incontrandovi non di meno la sciagura stessa che, allontanandosi, credeano evitare; poichè la tema di affondare colla nave feceli sommergere nel mare, non altrimenti rimanendo colpiti da morte quanti nella battaglia furono salvi dalle armi de' Veneti. Baimundo trovatosi in malissimo punto riparò sopr'altro vascello, e diede pur egli di volta. trattosi l'ammiraglio di questo modo, i Veneti con maggior coraggio assalgono gli altri di già per l'avvenuto in grave costernazione, e tutti fugatili tengon loro dietro infino al padiglione di Roberto. Quivi calati d'improvviso a terra sfidano a battaglia il pedestre esercito nemico. Paleologo allora, osservatili dalle vedette della rocea, fece pur egli una imprevista sortita, combinando la sua impresa con quella de' Veneti, e combattuto valorosamente, pose in grave pericolo l'accampamento stesso del condottiero, sì grande fu lo scompiglio e il darla a gambe delle genti di lui, nè pochi ebbon morte di spada pe' campi. Terminata la battaglia i vincitori tradussero larga copia di bottino sulle proprie navi, e Paleologo retrocedette nella rocca. I Veneti soggiornato colà parecchi dì spedirono messi all'imperatore annunziandogli l'avvenuto, e dopo una graziosissima accoglienza, come era il caso, vennero accommiatati con sovrabbodanza di largizioni e con rilevante somma di pecunia, da partirsi infra il capo ed i principali di quella repubblica a lui soggetti.
VI. Roberto d'animo intrepido, d'invitta costanza e munito contro tutti i sinistri de' bellici eventi statuì di non deporre le armi che uscendone vincitore, e di sottostare, pertinace nel suo proponimento, a tutte le molestie del cielo e delle procelle , non meno che alle terrestri e marittime scorribande, intente ad impedirgli il trasporto della vittuaglia. E di vero egli non potea nelle fortune di mare condurre in salvo le proprie navi, essendo queste tutt'all'intorno rinchiuse da nemici, i quali contemporaneamente impedivangli il transito di quelle italiche provenienti da suoi dominj onde recare annona alle truppe. Le guernigioni a simile delle combinate flotte, romana e veneta, poste all’intorno di tutti i porti, coll'attentissima loro vigilanza renduto aveano anche vie meno valicabile il mare pe’ bisogni di lui. Fattosi quindi più tranquillo il firmamento e surta la calme nelle acque, i Veneti non paghi di tenere i Latini assediati, valendosi de' remi e delle vele, tornano a combatterli, ed essendosi loro unito Manrice colla romana flotta, dopo ostinatissima battaglia costringonli a voltare le spalle. Roberto allora deliberò di tirare le navi in secco, lasciando ai nemici libero il possesso delle acque. Ciò fatto gli isolani, i terrieri presso la piaggia dell'Epiro e le altre vicine genti da prima suoi tributarj , animati dall'infelice esito della pugna, si rifiutarono di pagargli le consuete gravezze. Tanto bastò ond'egli prontamente comprendesse il bisogno del marittimo impero, o almeno il poterne con libertà usare non solo per tenersi in buona riputazione, ma ben anche per condurre a prospero fine le sue imprese. Deliberò pertanto di rinnovare la guerra cosi per terra co- me per mare, indugiando tuttavia a far vela, poichè i gagliardi venti a que' dì padroni delle acque ivano rammentandogli il sofferto naufragio, e mettevanlo in timore d'altro consimile sinistro; quindi s'intrattenne due mesi nel porto della citta di Gerico, preparandosi con grandissima cura e diligenza a nuovi cimenti, come ho detto, per darvi a un'otta principio da terra e da mare.
VII. Fra questo mezzo le flotte, romana e veneta, proseguivano a custodire attentissimamente i valichi impedendone il passo al legni nemici, i quali appena calmatosi il firmamento e scomparsi i perigli della navigazione facean tutto il possibile per indirizzarsi dall'Italia verso le genti loro, ma indarno a cagione dei nostri che assediavanne i lidi. Neppure da terra le provvigioni di frumento e degli altri bisogni della vita avean piano il sentiero per giugnervi, poichè l'esercito accampato presso il fiume Gluchen[2] era tenuto di vista della dirrachiese guernigione, soprastante quasi alle cervici loro, e molestando colle sue continue sortite quanti ardivano uscire dei vallo a raccogliere grano ed altra vittuaglia. Il perchè s'aggiunse la fame a tormentarli e poscia dalle aumentate malattie, colpa la varietà del clima, surse una terribilissima pestilenza, la quale in meno di due mesi portò ii numero degli estinti forse a diecimila. Ora siccome parve che il morbo pigliato avesse in ispecie ad infierire con maggior violenza centro la cavalleria di Roberto, così disformò in lamentevol guisa la più eletta parte delle sue truppe, se pur non giunse a distruggerla interamente. E che ciò si fosse n'è pruova il sapere spenti di moria ovver d'inedia, infra conti e magnati di questo corpo, da cinque cento individui; tutti personaggi chiarissimi per natali e valore, nè l'essersi potuto in causa della moltitudine stabilire il numero degli inferiori di grado per discendenza, che giuntaronvi similmente la vita. Essendosi poi, giusta il detto, rimorchiate le navi nel Gluchen si trovo questo al momento di ritrarnele così povero di acque, da poterlo senza esagerazione comparare anzi allo squallido letto di arido torrente che ad alveo di perenne fiume, non racchiudendone tampoco la quantità solita a correre in molti de' primi. Circostanza da senno importuna ai divisamenti di Roberto, il quale s'apprestava a ricondurre in mare il suo navilio, nè poteane venire a capo, impacciato dal guado, seguendo la corrente dell'acqua. La maravigliosa industria tuttavia ed il fecondissimo ingegno di lui nell'escogitare artificii rinvennero mezzo di superare tanta difficolta operando come passiamo a dire: Nella più declive e bassa parte dell'asciutto alveo comandò che si conficcassero di qna e di là dal sabbione ed in lunga continua serie molti palicciuoli, gli uni di contro agli altri, e si legassero strettamente insieme da ambo i lati con grosso inviluppo di vimini; formato cosi un vallo, fecelo rafforzare all'esterno verso le ripe ed in tutta la sua lunglezza con grossissimi alberi, espressamente dal suolo divelti, e sopra di essi accumulando intridendo e ricalcando sodamente copia d'arena ad otturarne i fori. Ordinò da ultimo che entro all'angusto e ritto canale si derivassero colla man d'opera i goccioli tutti del quasi arido fiume e le vene di acqua sparse ed a vanvera discorrenti pel vastissimo alveo. Mercè di che ben presto il fluido elemento ragunatovisi a poco a poco crebbe infino ai margini, ed in tanta copia da sollevare gli arrenati vascelli e sospingerli a dirittura nel mare.
VIII. All'aununzio de' passati avvenimenti l'imperatore scrisse a Pacuriano esponendogli l'ostile entrata di Roberto ne' suoi stati e con sì forte ed ostinato impeto che nè il naufragio, nè le riportate sconfitte per terra e per mare, nè la fame, la moria e tanti altri sinistri d'ogni genere aveanlo potuto storre dall'intrapresa, o rivolgere a miglior consiglio inducendolo a più sicure ed utili deliberazioni; significavagli inoltre il suo grandissimo desiderio ch'egli ragunate con prontezza somma le genti d'ogni arma tosto raggiugnesselo, per unire tra via l'esercito da lui comandato all'imperiale. Poichè lo stesso mio padre correndo il mese di agosto della quarta indizione si partì da Costantinopoli fidando quelle mura ed il palazzo al germano Isaacio, coll'ordine di osservare, quasi da vedetta, se il popolo macchinasse novità, com'è il caso d'un principato novello, onde perderne a un tratto colla sua prudenza e bravura i semi al primo germogliar loro; volle di più conferire tale incumbenza ad Isaacio ond'egli si rimanesse a consolare le donne spettanti alla famiglia Comnena e le affini di lei per tema non soggiacessero a troppo grave dolore avendo lontani ed in periglio i mariti e gli altri congiunti. Sebbene la fermezza del materno animo, la sua attitudine e perizia nel condurre a buon termine gli affari, nulla d'improvviso avvenendole, nulla di così intricato che non trovassevi pronta soluzione, rendessero vana a suo riguardo la necessità di tale ajuto e provvedimento.
IX. Pacuriano disuggellato e letto il foglio di Augusto promulga suo vice-comandante Nicolò Brauan, uomo coraggioso e di molta esperienza nelle opere guerresche, e quindi con tutti gli armati grevemente e col fiore della nobiltà militante seco abbandona di fretta Orestiade e va con passo accelerato a compiere il ricevuto comando. Alessio al giugnere di lui schiera incontanente i militi di greve armatura, ordina la falange, e ponevi alla testa nobili valorosissimi duci; poscia comanda loro di procedere serbando mai sempre, tanto quanto consentirebbe la natura del suolo che doveano calcare, la disposizioue, il luogo e la distanza infra l’uno e l’altro stabiliti in quell’attelamento, volendo avvezzarli a conoscere e conservare i posti a ciascheduno assegnati, acciocchè giunto il tempo di battagliare non si movessero all’azzardo e gissero qua e la vagando. Fidò parimente ad Opo le guardie, ad Antioco i Macedoni, ad Andronico e ad Alessaudro Cabasila i Tessali. Faticio in allora gran primicerio comandava i Turchi di stanza nei contorni degli Acridi; uomo animosissimo ed imperturbabile ne' combattlimenti, ma per verità nato da genitori di non liberale condizione e fortuna; poiché il padre suo di stirpe saracenica datosi ai latrocinj, giusta la consuetudine di quella gente, fu arrestato in altra delle militari scorrerie, e ceduto come schiavo e parte del bottino al paterno mio avo Giovanni Comneno. I Manichei, due mila ed ottocento di numero, valentissimi armigeri, pronti, occorrendo, a gustare il nemico sangue, ed in grado sommo coraggiosi e fieri ebbero a duci Xantas e Culeone, professanti la stessa eresia. Panucomete in fine e Costantino Umpertopulo, derivatogli tal nome dalla stirpe, capitanarouo i famigliari e le franciche coorti. Ordinate di questa guisa le schiere Alessio muove con tutto l'esercito ad incontrare Roberto, fatto sapevole da persona capitata recentemente di là come v'andassero le faccende. Vo' dire: tradotte da Roberto sotto Dirrachio tutte le necessarie macchine per abbatterla, Paleologo durante un giorno ed una notte v'oppose fermissima resistenza, ma disperando alla fin delle fini la vittoria in cotal foggia di pugna, comandato avea che si aprissero le porte della città, e piombato precipitosamente sopra il nemico studiavasi allontanarlo da quelle mura; se non che nell'ostinatissimo conflitto il suo corpo soggiacque a gravi ferite, rimaso in particolare malconcio da un dardo, il quale traforògli da banda a banda le tempia, né riuscito a trarlo fuori di per sè, il chirurgo accorsovi lo avea mozzato laddove sogliono apporvi le ali, abbandonandone il resto nella piaga. In cotal modo egli, col capo bendato il meglio che si potè nel fragente, precipitoso tornò altra fiata a misurarsi col nemico, sempre più dando pruove di grandissimo valore, infino a tanto che lo permisero gli ultimi crepuscoli del giorno, e venne la notte a separare le due fazioni.
X. L'imperatore porto orecchio alla riferta e di leggieri compresa la necessità di recare pronto aiuto agli assediati, affrettò il passo. Arrivato, cammin facendo, a Tessalonica e quivi indagate con maggiore accuratezza le nemiche bisogne ebbe a sapere che Roberto provveduto oltre misura di tutto il bellico guernimento e menando seco elevatissimo numero di bravi guerrieri avea con ogni studio afforzato il suo vallo ad un tiro d'arco dalle assediate mura, traducendovi grande approvigionamento di materiale da tutta la regione all'intorno; che occupava altresì con idonei presidj i circostanti poggi, le strette delle valli e le rocche de' colli. A simile udiva da molti diligenti narratori la viva opposizione di Paleologo, avendo egli apprestato là entro, ad incendiare la nemica torre di legno, e nafta e pece e copia di secco legname e baliste, di maniera che fermo ed imperterrito stavasi attendendo gli sforzi delle macchine ostili. Sapevole inoltre che Roberto accintosi ad espugnare quelle mura poneva la sua maggiore speranza nella mentovata torre, fatta da lui a grandissima spesa costruire, pur egli volle erigerne altra consimile e di rispondente mole, per collocargliela di contro; avea di più consumato l'intera notte precedente l'assalto nel far esperienze e pruove all'uopo di conoscere se il trave approntato sulla più elevata parte di essa, e che direttamente opporre si dovea alla porta costruita in cima di quella nemica prossima ad arrivare, per impedirne l'aprimento, fosse ne' dovuti modi sospeso e congegnato onde ottenerne il pronto effetto. Accertatosi pertanto che bene e con agevolezza questo artifizio compieva le sue funzioni era colla massima fiducia in attesa dell'assalimento nemico.
XI. Venivagli di soprappiù manifestato che il dì seguente per ordine di Roberto le genti scelte a combattere da quella macchina, parte fanti armati alla greve, parte cavalieri, ed in tuttti cinquecento di numero, eranvisi rinchiusi. Dopo di che appropinquata la torre alle mura, coloro i quali abbassar doveano la porta, costruita espressamente in modo che dominasse i merli per valersene come di ponte a sorprendere la città, indarno affaticaronsi, poiché nel tempo stesso Paleologo a furia di congegni e braccia spinto innanzi il grosso trave della sua torre contro la superficie esterna di quella porta ve lo tenea a tutta possa irremovibile da qualunque impulso. Laonde tentatosi invano l'aprimento di lei quell'artifizio mancò per intiero del bramato effetto. Di più, non pago dell’avvenuto, impose che senza indugio con foltissimo saettamento si molestassero i Franchi nella sommità della torre, ed alla scomparsa loro, intolleranti di reggere al continuo nembo di frecce, la si mettesse a fuoco e fiamma; nè terminato del tutto il comando videsi la torre convertita in terribile incendio e mandar chiarore da ogni sua parte. In allora quanti aveanvi ne' piani superiori a gara precipitaronsi abbasso, ed i rinchiusi nella parte inferiore di fretta svellendone l'uscio d'ingresso con velocissima corsa abbandonarono l'ardente stazione. Paleologo intanto mirandone la rapida fuga manda lor dietro valorosi armigeri, ed altri ne invia armati di scuri a mettere in pezzi la torre, affinchè, arsane la parte superiore dalle fiamme, e l'inferiore distrutta onninamente dal ferro e dalle braccia, nulla più fosse mestieri al compiuto successo della sua impresa. A tali nuove, ricevute dall'Augusto in Tessalonica, il relatore per cumulo aggiunse che Roberto un vero nulla rattristatosi dell'avvenuto avea ordinato si desse mano alla costruzione di altra torre uguale in tutto alla prima, e venissero apprestate e condotte nuove macchine sotto le assediate mura, protestandosi deliberato a combatterle infinoattantochè giugnesse a riportarne perfetta vittoria.
XII. Alessio compresa di leggieri la necessità di recare ai Dirrachiesi pronto e forte soccorso schiera truppe, intima la partenza, si dirige incontanente alla volta loro. Avvicinatosi al fiume Carzane spedisce deputati a Roberto coll'ordine di chiedergli a suo nome lo scopo di quella spedizione? e che pretendesse facendo tanta mostra d'armati? Proceduto quindi al tempio intitolato al più santo de' pontefici, al grandissimo Nicolò, distante quattro stadj da Dirrachio placidamente vi osserva la posizione de' luoghi più idonei alla futura pugna, stabilendo fin d'ora quale ne dovesse tosto occupare, e quale scegliere come più acconcio allo schieramento della falange; correva in questo mentre il giorno decimo quinto del mese di ottobre. Or bene aveavi un giogo ascendente dalla Dalmazia verso il mare ad una elevazione alquanto maggiore della più alta terra, e da ultimo terminante in promontorio, di forma simile a penisola , ove ergevasi l'antedetta chiesa. Lo inalzamento poi non di seguito avveniva, ma con blando e ingannevole declivio intramezzato da pianura abbassavasi verso Dirrachio, avendo il mare a sinistra ed un alto poggio dominante lungo tratto di paese a destra.
XIII. L'imperatore soddisfatto del sito, vi raguna tutto l'esercito, e comandato che si erga il vallo e munisca il campo premurosamente chiamavi Giorgio Paleologo dalla città assediata. Questi per lunga pratica rendutosi intendentissimo di tutte le cose pertinenti alla guerra ed in ispecie di quelle riguardanti la difesa delle città, dichiarò intempestiva la uscita della rocca tanto fortemente dal nemico stretta, indicandogli coll'opera di fidato messo l'imminente pericolo nel darvi esecuzione. Alessio non di meno fermo nel suo proposito gli replicò l'ordine di venire comunque si fosse a lui. Ma Giorgio irremovibile dalla esternata opinione prescrive al messo di riferirgli a suo nome le seguenti parole: Che il comandante abbandoni una fortezza strettissimamente assediata, col più grande furore assalita e ridotta all’estremo, sembrami azzardosissimo cimento. Il perchè non m’indurrò giammai ad operare in modo che altri possa incolparmi di così enorme delitto; nè so pensare che un tale ordine sia in realtà proveniente dalla maestà tua, sebbene confermatomi da parecchi messaggi. Non mi allontanerò pertanto di qua se non vengami prima rimesso l'anello della tua mano regale; ricevutolo si recò di subito all’imperatore coll’armata di mare. Questi avendogli fatto molte domande intorno a Roberto ed agli assalti e schermi avvenuti, poiché ebbe udito il tutto diedesi a consultarlo: se fosse d’avviso di venire alle armi, e se opportuno estimasse il tempo ed il luogo a rischiare con diffinitiva battaglia la sorte della repubblica. Giorgio rispose che nelle attuali circostanze non era prudenza il fidare nella prospera fortuna della guerra. Consentivangli molti, e quanto più ognuno di essi avea pratica ed esperienza nelle armi con vie più incalzanti parole dissuadeva il battagliare. Eran d’avviso inoltre tutti costoro che si dovesse, per lo migliore de’ partiti, rinchiudere con ischermugj e frequente trar d’arco Roberto nel suo vallo, ed impedirgli da ogni parte nuove provvigioni di granaglia e d’altra annona. II che otterrebbesi, vo’ dire il porre ostacolo alla introduzione della vittuaglia nel campo nemico, inginguendo a Bodino, ai Dalmati ed ai prefetti e duci della circostante regione d’attendere con diligenza, ciascheduno dal canto suo, all’adempimento del comando avuto; così operando si riuscirebbe di leggieri e senza pericolo a riportare vittoria; tale opinavamo i vecchj duci. Molti de’ più giovani per lo contrario chiedeano, ed anche arrogantemente la guerra, sforzandosi a tutta pruova d’indurre Alessio ad accogliere la sentenza loro. E’ s’aveano a capi Costanzo Porfirogenito, Niceforo Sinadeno, Nampite condottiere de’ Barangi, ed i figli stessi, Niceforo e Leone, di Romano Diogene altre volte Angusto.
XIV. Nel mentre poi che la gioventù stimolava alla guerra tornarono i messi spediti dal campo di Carzane a Roberto, come in addietro narravamo, apportatori della seguente risposta alle imperiali interrogazioni: Non ho pigliato a guerreggiare la maestà tua, bensì a vendicare di pieno diritto l’ingiuria cui soggiacque il mio affine Michele; se tu desideri pace meco, tanto pur io bramando, l’avrai, solo che veggati disposto ad accettare le proposizioni, che ti verranno fatte da’ miei legati. Or questi produssero articoli dannosi al romano impero, e quindi affatto immeritevoli di essere accordali. I] duca non di meno procacciava mitigarne l’odievolezza con sovrabbondanti ed assai larghe promesse, annunziandosi eziandio pronto, quando venissero accolte le sue proposte, a dichiarare la stessa Longobardia di pertinenza imperiale, e solo in virtù di prieghi e per favore averne egli ottenuto il possesso dall’Augusto. Ma chiaro appariva non essere i veri sentimenti dell’animo suo, nè mirare tanta generosità che a discolparsi presso del volgo, col fingere disposizione alla pace assoggettandosi a cosi nocivi patti; doversi in cambio aggravare il Comneno d'ogni cagione e di tutto l’odio della futura guerra. Surto dunque il sospetto del malvagio e doppio animo di Roberto coll'unanime voto degli ottimati fu rotto ogni trattato di pace. Il perché quegli ragunati i conti seco in campo arringolli del tenore seguente: Vi é nota l'ingiuria che ebbe a patire mio suocero Michele Augusto da Niceforo Botaniate e lo scorno da costui fatto a mia figlia Elena, mettendo entrambi fuor della reggia. Questa dolorosa passione d’animo, se ben vi ricorda, ci fe’ uscir della patria, infin da quando regnava lo stesso autore dell'offesa, Botaniate; ma da quell'epoca preso avendo altro giro gli affari, di presente opponesi alle armi nostre, in cambio del passato un nuovo imperatore, fornito non meno di tutto il resto che di robustezza e fiorente età, giovinetto ancora, e pur, oltre quanto è lecito sperare da così verdi anni, esercitato per lunga esperienza ne' guerreschi cimenti. Ad esso pertanto è mio avviso di muover guerra, non già lentamente o ponendovi comunale applicazione ed impegno, ma con finissimo scaltrimento di militare perizia e disciplina. Il che dipende in gran parte dalla capitananza, esattissimamente osservata, di solo un duce. Poiché diviso il comando infra molti ne viene di necessità il conflitto degli opposti pareri, sorgente infallibile di confusione. Egli dunque è mestieri abbiavi appo noi un condottiere supremo cui gli altri tutti obbediscano, il quale astengasi non di meno dal soverchio fidare in sè stesso, ma degli uditi consigli profittando, accolga quelli che ottimi gli si appresenteranno. A raggiugnere quind: cosiffato scopo dovrà ognuno manifestare con libertà e schiettezza i suoi divisamenti, e posto fine alla consulta sia la migliore sentenza, giusta il senno del supremo duce, mandata infallibilmente ad effetto. Or bene si passi ai voti, e scegliete chi di noi abbia, a parer vostro, maggiori numeri per conferirgli un generale comando. Sarò io il primo, rimossa ogni eccezione, a riconoscerlo, ed a prestargli obbedienza.
XY. Riscossero unanimi applausi non meno le parole che la modestia di Roberto, e raccolti i suffragj fu egli stesso anteposto d'universale accordo agli altri tutti, ed eletto ad imperare con assoluta potestà l'esercito. E’ nondimeno fingevasi con mentita simulazione renitente all'aderirvi, onde vie meglio accrescere il desiderio de’ suoi partigiani, e venire al possesso col mettersi al niego pi+ solidamente di quel dominio, che avea con lunga serie di frodolentissimi artifizj brigato. Laonde poichè ebbe addotto molte astute scuse per sottrarsi da tanto onore, scuse a disegno ed arte esposte onde maggiori fossero i prieghi ad accettarlo, in fine allorché opinò di mostrar vinta la sua costanza s'arrese, quantunque a malincorpo, al consentimento degli ottimati arringandoli di questo modo. Ascoltate, voi tutti conti e guerrieri, il mio consiglio. Dappoichè abbandonata la patria e fin qui pervenuti stiamo per dare battaglia ad un imperatore valentissimo nelle armi, e che, ben di fresco asceso il trono, metterà a pruova conati ed arti anzi per ornare d'una celebre vittoria il cominciamento del suo principato che deturparlo con vergognosa strage. Nè voi ignorate come siagli addivenuta usanza il vincere, avendo egli sotto i precedenti Augusti condotto a felice termine molte e grandi militari imprese, e non pochi tiranni, sconfitti in campo, trascinati seco prigionieri. Trovandoci, ripeto, in questa posizione, dobbiamo noi pure, se mal non mi appongo, dar saggio di bravura ed ardire nelle armi, nulla curando il resto salvo la vittoria; dalla quale, per divin favore ottenuta, riporteremo abbondevoli ricchezze e larga copia d’ogni nostro bisogno; e sì che imprudenza e viltà sarebbe il voler provvedere in questo tempo ed in tanta distretta a sè stesso. Il perchè non istarommi dall’esporre quanto io mi voglia ed estimi necessario di eseguire. Egli è assolutamente uopo, e quindi lo impongo, che si metta fuoco a tutto il vasellamento ed a tutte le suppelletili di nostro servigio , e pertugiate le navi da trasporto sospingansi con tutto il carico in alto mare, acciocchè ne avvenga la sommersione. Di tal modo non altrimenti faremo giornata con Alessio che ivi pur ora nati e pronti a giuntarvi presto la vita. Con generale consentimento fu accolta la proposta. Tali i pensieri, i consigli e le opere di Roberto.
XVI. Altri divisamenti e ben diversi, parto d’assai più squisito ingegno, ravvolgevansi nella mente di Alessio. Convenivano tuttavia ambedue nel rattenere per allora gli eserciti a fine di conoscere in quel mezzo con accuratissime indagini, ciascheduno a favore della propria causa, qual si fosse la più sicura via conducente alla vittoria. L’imperatore fondava sue speranze in uno stratagemma, opinando riuscir con esso a travagliare di fronte e da tergo il nemico. Comandava, intendomi, a tutti i suoi aiuti, come dire la milizia degli alleati, di procedergli ascosamente dietro, trascorrendo con lunghissimo giro il marittimo lido, per vie meglio ingannarne l’antiveggenza, infino al luogo da lui colla massima segretezza determinato, e sorprenderlo dalle spalle quando egli si presenterebbe loro di fronte sfidandoli a guerra.
XVII. Roberto intanto abbandonati i vuoti militari padiglioni, e passato a notte ferma il ponte, erasi trasferito coll’esercito ad un antico tempio non lunge dal mare, ed intitolato al martire Teodoro; quivi durante le ore notturne implorato con preci il favore del Nume, tutti parteciparono gli immacolati divini misteri. Dopo di che il duce, attelate le truppe collocossi , di proprio volere, nel centro loro, fidando il corno rivolto al mare ad Amiceta, illustre personaggio infra’ conti e pronto di mano e d’ingegno, e l’altro a suo figlio Baimundo soprannomato Sanisco.
XVIII. L’Augusto conosciute le nemiche disposizioni spiega pur egli, fornito a dovizia di assai penetrevole intelletto nel comprendere distintamente al primo sguardo quanto era conveniente d’operare, e nell’acconciarsi di colpo all’opportunità del momento, spiega, ripeto, laddove si rimanea, lungo la scesa del poggio e la marina, l’ordinanza, e bipartite le sue genti (non avendo estimato di richiamare i barbari già in cammino per circondare Roberto ed assalirne il campo) ingiugne agli armati in su gli omeri di spade a due tagli, unico drappello di ausiliarj munito di scudo in allora seco, e pur esso destinato per lo innauzi a circuire il nemico schieramento , che balzati giù d’arcione precedano di poco, unitamente al duce loro Nampite, l’esercito. Ciò fatto dispose il resto delle truppe in falangi, occupandone egli stesso il centro, e dichiarando capi delle legioni a destra ed a sinistra Niceforo, Melisseno cesare ed il gran domestico nomato Pacuriano. Avea inoltre celato così nella più remota parte della sua falange, come nel mezzo della schiera di que’ barbari, che discesi d’arcione ivan pedoni ad insidiare i nemici, a bastanza forti drappelli di ottimi arcieri coll’intendimento di spignerli all’imprevista lor contro; commette di più a Nampite che infintosi di voler tosto appiccar zuffa retroceda prontamente ed allarghi dall’una parte e dall’altra i suoi militi, onde possano gli arcadori procedere di tutta carriera innanzi, e quindi tornato a stringerle imponga loro, protetti dagli scudi a vicenda uniti, d’inoltrare. L’imperatore intanto di fronte alla celtica schiera intorniava la marittima piaggia. Ora i barbari da prima spediti a circuire !a marina pervenuti allo stabilito luogo, ed unitisi ai Dirrachiesi, usciti d’ordine imperiale anch’essi a tal uopo colle armi in pugno, caricarono il campo nemico. XIX. Di già ambo i condottieri dell’uno e dell’altro esercito moveano colle attelate genti a far pruova delle armi loro , e Roberto di tempo in tempo mandando sottomano turme di cavalleria leggiera dava con ischermugj principio ad una fazione generale, mirando soprattutto di potere in tal guisa trar fuori dall’intiero schieramento romano qualche numero de’ più ardenti guerrieri. Ma la costui furberia non gabbò Alessio, il quale spinti oltre gli armati di pelta onde resister loro, esattamente provvide alla sicurezza della sua falange. Un saettamento dunque, nè dei più forti, infra’ nostri peltasti e la cavalleria leggiera di Roberto diede principio e continuò la pugna infino a tanto che il condottiere nemico, a passo a passo inoltrando co’ suoi, ebbe di più in più ristretto il terreno che separava le due ordinanze. E già la falange d’Ameceto, percorso dai fanti e cavalli tutto lo spazio, assalito avea le truppe di Nampite, ma, valorosamente facendo petto i Barangi, fu volta in fuga, non componendosi per intiero di bellicosissimi guerrieri. Questi pertanto nell’evitare il pericolo avvenutisi al mare vi si affondavano insino a! collo, bramosi di raggiugnere il romano e veneto navilio, sperando vanamente di ottenervi con prieghi asilo. In quello Gaita consorte di Roberto, sua compagna in campo e giusta la narrazione di alcuni autori, altra Pallade avvegnaché non altra Minerva, osservati i fuggenti e mirandoli con fiero cipiglio vivamente garrilli usando patria favella e non l’Omerico detto: Fino a quando voi fuggirete? arrestatevi, e siate prodi guerrieri. Né ciò bastando, impugnata una lunga asta con alte grida tien dietro minaccevole a’ codardi, i quali osservatala tornano ad unirsi, e con iscambievoli esortazioni animatisi a compiere i! dover loro s’appresentano di nuovo laddove ferveva il conflitto. Insiememente gli armati di bipenne collo stesso duce Nampite, desiderosissimi di combattere, stoltamente inorgogliti dal primo fortunato scontro e divisi per gran tratto dalle romane legioni avacciavansi ad appiccar mischia colla stessa celtica orPagina:Comnena - Alessiade, 1846, tomo primo (Rossi).djvu/245 Pagina:Comnena - Alessiade, 1846, tomo primo (Rossi).djvu/246 dai primi suoi anni dal genitore fatto degno della imperiale benda. Cadde a simile Niceforo cognominato Sinadeno, giovane di singolare avvenenza, e massime in quella pugna mostratosi con generose azioni d’aspirare sommamente alla gloria di eccellentissimo guerriero; ed avea già tenuto l’antedetto Costanzo frequenti pratiche per impalmargli la propria sorella, Ad egual fato soggiacque Niceforo Paleologo padre di Giorgio, e seco lui altri de’ più illustri personaggi, tra quali Zaccaria morto non appena trapassatogli da ferro il petto. Aspete anch’egli con molti de’ famigerati duci incontraronvi la medesima sorte.
XXI. Dopo tanta strage e proseguendo mai sempre il combattimento con grande ostinazione, l’imperatore, fin qui sano della persona e tenutosi nel suo posto, venne assalito da tre Latini e fureno il prefato Amecete, Pietro figlio di Alifa, così egli stesso annunziatosi, ed un terzo per nulla ai detti inferiore, i quali allentate le redini ai destrieri, ed armati di lunghe aste furongli addosso. Ma fallì ad Amecete il colpo voltatoglisi alquanto il palafreno. L’Augusto ribattè da prima colla spada l’asta del secondo, e stesi quindi i nervi del braccio con forte percossa gli svelse dal corpo !a mano ferendolo alla unione di essa col carpo. Il terzo appena gli sfregiò la fronte, poiché mio padre, di continuo presente a sè stesso, fermo ed intrepido, quantunque grande si fosse il tumulto ed il trambusto in ogni parte a lui d’intorno, preveduto il colpo si lasciò andare supino all’indietro sul dorso del cavallo, di maniera che la punta dell’asta nemica tocca appena la cute della sommità del capo venne a ferire lo sporgente lembo della celata, e tagliatane la coreggia, che teneala salda girandogli il mento, a gittarla in terra. Allora il Gallo nella persuasione di averlo stramazzato gli fu sopra colla speranza di farlo suo prigioniero. Ma l’Augusto rizzatosi di colpo e ben rassettatosi in sella tornò a comparire quel di prima, armato intendomi della medesima foggia, vibrando la tremenda mano colla sguainata spada in pugno, sanguinante dalla fresca piaga e colla bionda chioma ora esposta al sole, avvegnachè scompigliata ed aombrante non senza molestia i suoi occhi, avendogli l'infuriato e strepitante destriero, nè più docile al freno, con violenta scossa rivolto sulla fronte le pendenti chiome dagli omeri. Del resto qual si trova, preso del suo meglio cuore e pieno della consueta fermezza, si presenta al nemico; veduti poscia in fuga i Turchi, retrocedere Bodino schivo di partecipare la mischia (tennesi costui l’intero dì armato e colle truppe in ordinanza mostrando la miglior disposizione di combattere animosamente, giusta gli accordi, a pro della causa imperiale. Fatto sta che risoluto avea di provvedere a sé stesso attendendo l'esito della pugna, ed ove la vittoria piegasse in modo certo a favore di mio padre, unirebbeglisi a caricare i vinti Galli, destando buona opinione di sè nei vincitori; in caso contrario, evitato ogni cimento, ricondarrebbe indietro sane e salve le truppe. E che tale infin da principio e' la pensasse lo manifestò col riparare prontamente là donde era venuto, senza aver tampoco prelibato il certame, non appena dichiaratesi la fortuna delle armi a lui contraria), il triste andamento della battaglia e la sua persona messa da tutti in abbandono voltò pur egli le spalle ai nemici, i quali diedersi per ogni verso ad incalzare il romano esercito in compiuta rotta.
XXII. Roberto occupato il tempio di S. Nicolò, ove esisteva la tenda imperiale col vasellame e le suppellettili dell'esercito, mandò le genti seco di specchiatissimo valore sulle tracce del monarca premuroso di averlo in sue mani, rattenendosi egli intanto colà ad attendere il desiderato annunzio, e che fossegli presentato l'augusto prigioniero; cosi fantasticava nella sua mente avvezza a pascersi di elevatissimi pensieri e delle più grandi speranze. Gli spediti adunque pronti ministri del ricevuto comando ritti sen vanno a briglia sciolta dietro le orme del fuggitivo infino al luogo nella volgar lingua degli abitatori detto Mala Costa, e tale n'é la posizione: il fiume Carsane vi corre al disotto, quindi sorge alta rupe. Inoltratosi nel valico di mezzo, e seguendone per la stessa via le orme i suoi persecutori, questi più veloci nel corso da ultimo lo raggiungono, e portegli di forza le aste contro il sinistro lato gli piomban impetuosamente sopra (nove di numero) facendolo piegare a destra. E di fermo avrebbonlo stramazzato s'eg!i poggiando sul duro terreno la punta del lungo acciaro che armavagli il braccio non si fosse rattenuto dal cadere. In causa dell'urto poi l'estremita dello sperone sinistro avviluppatasi nel lembo del!’ efestride[3]mosso avealo dall'arcione e costretto a penzolare dall'opposta banda. Egli non di meno afferrata colla sinistra la criniera del cavallo si reggeva del suo meglio valendosi d'un appoggio in vero di breve durata, se protetto dal Nume, né v’ha da ripetere, offerentegli salvezza dalle stesse nemiche mani, altri Galli accorsi non fossero laddove era per traboccare in terra, e, dell'egual tenore de' primi dando colle aste loro addosso all'armatura di quel lato, sorretto non lo avessero e riposto in bella guisa nel mezzo dell'arcione, come appunto e' potea nella circostanza bramare. Imperciocché sebbene questi adoprassersi come sapeano il meglio, animati dalla speranza e dal desiderio, nel gittarlo abbasso compintamente dal sinistro lato, sol per meta conseguirono l'intento, opponendovisi gli stessi loro commilitoni da quella parte ardenti, in conformità del narrato, di sospingerlo e ributtare colle punte delle aste in senso contrario, vogliam dire verso il destro lato. Mentre poi sì gli uni che gli altri duravano pertinacemente nel darvi opera, ebbesi qualcbe tempo a mirate lo impensato e soprannaturale spettacolo dell'Augusto armato in sella, e tutt'all'intorno assalito da punte di nemiche aste, il quale secondava col suo corpo lo scambievole impulso loro, e sosteneasi ritto della persona in virtù unicamente degli sforzi di quella moltitudine solo ad atterrarlo intenta. Qui Alessio profittando con valor sommo dell'opportunità, dopo essersi ben rafforzato sul palafreno ed avere sviluppato l'efestride, condusse in alto le raccorciate redini, ed il generoso quadrupede, di sua natura ferventissimo, di robuste gambe, e nato per gli aringhi circensi e marziali, su pié deretani inalberatosi e sciolto il freno alla foga si lanciò con an salto, addivenuto altro Pegaso e traendo seco il cavaliere, in cima della prossima rupe già da noi rammentata. Ma sia pure che il cavallo soprastasse in vigoria gli altri tutti della sua specie, parve non di meno allora che senza il pronto soccorso d'un miracolo della Provvidenza divina a favore di Alessio vano riuscito sarebbe ogni conato. Fra questo mezzo parte delle galliche lance prementi il fuggitivo destriero scosse dall’impeto del salto uscirono di mano ai barbari, e parte conficcatesi qua e là nelle imperiali vesti seguirono lo stesso cavaliere, il quale pervenuto a salvamento le distaccò ad uno colle frange degli abiti donde eran pendenti. Con animo quindi assai tranquillo in così grandi traversie, e libero da ogni perturbazione di mente scelto il partito da prendere nella circostanza, con mirabile prontezza si levò di là. I Galli a bocca aperta volgendo gli occhi all'intorno si rimasero da prima oltre ogni credere attoniti, ed eravi ben ragione di stupire; osservatolo poscia da lunge in fuga gli tengon a corsa dietro, ma l'Angusto fattone accorto dallo strepito, allorché il prolungato galoppo rassicurato avea del pericolo i vincitori, girate d'improviso le redini e portando un colpo d'asta contro il primo di essi, cui per fortuna s'avvenne, gli trapassò il petto e mandollo supino a terra: dopo di che rivolto novamente il destriero proseguì la battuta via. Corso breve cammino ecco appresentarglisi alcune coorti di Galli, che terminato di incalzare i fuggitivi Romani tornavano vittoriose al campo. Queste a molta distanza ravvisatolo fecero alto in mezzo del sentiero ch'egli di necessità dovea proseguire, ed insieme congiunti gli scudi a mo' di testuggine stavansi ad accordare, quetando, breve ristoro a sè stessi ed a cavalli prima di esporsi a nuovi cimenti, e così più di leggieri addivenirne padroni, bramandolo nelle mani loro anzi vivo che spento nel badalocco, per rendere il presente vie più grato a Roberto. Qui l'imperatore, sottrattosi a pena dalle molestie di numerosi persecutori al vederne altri accinti ad assalirlo di fronte, entrò in assoluta disperazione della propria salute. Desideroso pertanto di onesta e non invendicata morte, nè di meglio augurarsi potea, fatta breve pausa sprona contro la folta caterva de' nemici, ed apparsogli nel mezzo loro tal primeggiante individuo, creduto da lui vuoi per la taglia delle persona, vuoi per le risplendenti armi Roberto stesso, va ritto ad investirlo; quegli con pari bravura protesegli l'asta accetta la disfida, e pigliato entrambi il galoppo scomparve di subito lo spazio che teneali divisi. Vengono i cavalieri alle mani e primo l'imperatore a portare il colpo trapassa al rivale il petto, spingendogli il ferro dell'asta infino al dorso; tanto bastò perchè il barbaro stramazzasse spento da mortale ferita. Dopo di che, spronato novamente il palafreno, riprende nel mezzo de' nemici il cammino abbandonandosi a libera fuga, gli altri Galli tutti accorsi ad assistere e curare il piagato; e queglino stessi che seguivanne da lungo tempo le tracce, giunti laddove si giacea l'ucciso, messo all'istante piede a terra e riconosciutolo ne lamentavano la trista fine con dirotto pianto e singulti. Non era costui per verità Roberto, ma uno de’ più illustri capitani, ed unicamente a lui secondo. Il Comneno Pagina:Comnena - Alessiade, 1846, tomo primo (Rossi).djvu/253 Pagina:Comnena - Alessiade, 1846, tomo primo (Rossi).djvu/254 me sola da piangere privatamente ed ammirare. Ora torniamo a bomba.
XXIV. Terminate queste faccende i Galli recaronsi novamente presso Roberto, il quale osservandoli a mani vuote e porto orecchio al racconto degli ostacoli per loro incontrati forte sgridolli, e riprendendo un illustre guerriero infra essi d'imperizia nelle cose belliche passò alle minacce di farlo vergheggiare. Incolgami, aggiugneva, ogni male se posto nella medesima circostanza non avessi spinto il mio cavallo con egual salto sopra la cima della rupe ove riparò l'Augusto, e quivi o gittatolo da sella cadavere, o condottolo meco prigioniero. Nè v'ha dubbio che Roberto si fosse valentissimo, sprezzatore in grado sommo de' pericoli, ed in pari tempo quanto mai dir si puote adiroso, sbuffante ira dalle nari, ed al più lieve ostacolo nelle sue operazioni, o non andandogli queste a versi lo vedevi montare in collera e manifestarsi tutto bile ed asprezza. Nel fervore a simile della battaglia ove si fosse azzuffato con tale de' cavalieri nemici lasciava in balìa della sorte qual di loro giuntar vi dovesse la vita, tranquillo ed apparecchiato ad ambo gli eventi, e certo o dell'uno, o dell'altro. Ora il guerriero da lui fieramente sgridato esponendogli essere quella rupe e per la sua elevatezza, e per li grandi scoscendimenti da cui veniva attorniata cosi precipitosa, sdrucciolevole ed insuperabile che se il Nume non vi presti il suo aiuto colassù trasportando quasi con artificiosa macchina, per certo uomo al mondo non già fornito delle sue armi, catafratto, in arcione e combattente, ma neppure pedestre, a suo bell'agio, in perfetta calma e mettondovi tutta la industria e forza raggiugnerebbene carponi la vetta, Che, proseguiva, se nieghi fede alle mie parole prova tu stesso, ed altri de' tuoi, imperterrito nelle armi e di cavalli espertissimo maneggiatore, pongasi al cimento, e se alcuno di voi si farà, pigliato un salto, colassò, perchè nè egli, nè il destriero abbiano sortito dalla natura le ali, io non mi rifiuto di soggiacere a qual tu vuoi acerbo supplizio, ed alla condanna di codardia. Le costui parole accompagnate da gesto ed atteggiamento della persona manifestanti di leggieri lo stupore, vivo per anche nella sua mente, dell'incredibile salto non guari prima veduto placarono Roberto convertendone lo sdegno in ammirazione.
XXV. L’imperatore fatte lunghe giravolte su pe' monti appresentatiglisi durante il cammino e superati i molti ingombramenti del non battuto sentiero, speso avendo in continue malagevolezze due giorni ed altrettante notti, pervenne ad Acri; valicato quindi nel procedere oltre il fiume Carzane ristorossi con breve riposo in una quasi impenetrabile foresta nomata Babagora, presente ognora a sè stesso e pieno di coraggio nonostante l'agitazione derivatagli dalla sofferta grandissima strage, la stanchezza delle sue membra, e tutta la sequela de' tollerati sinistri; nè impaurito nullamente pel dolore, addivenuto intanto assai molesto della riportata ferita. Ed avvegnachè nel cuor suo rattristatissimo per la perdita di tanti illustri guerrieri morti sul campo eroicamente combattendo, pure da quell'afflizione, giusta di vero ma nelle sue circostanze inutile, rivolgendo il pensiero ai necessarj provvedimenti del giorno tutto adoperavasi nel cercar mezzo di salvare Dirrachio, sapendo non avervi più là entro Paleologo, dal cui valore era stata fin qui difesa contro le armi nemiche; imperciocchè uscitone d’ordine imperiale non potè quindi, colpa della malagurata battaglia, rientrarvi. L'Augusto adunque finchè n'ebbe il destro procurò esortarne il presidio a non obbliare l'osservanza de' proprj doveri, e fidata la custodia della rocca ai Veneti, aventi quivi una colonia, prepose al governo ed alla conservazione della città Comiscorta, disceso dagli Arbani, mandandogli per lettera accurate istruzioni sopra quanto estimava doversi in que' frangenti operare.
- ↑ Davasi tal nome ad una delle quattro fazioni costantinopolitane, ed erano la veneta e la prasina (dette eziandio veneta costantinopolitana, prasina costantinopolitana), la veneta peratica e la prasina peratica. Le due prime dimoravano nella imperiale città, e le altre due in Galata, ora Pera, ed in Asia di là dalla Propontide e dall’Ellesponto di rincontro a Costantinopoli, in Casedone e Crisopoli ora Scutari. Assise di variato colore le distinguevano, l’azzurro e turchino appartenendo alla veneta, il verde alla prasina, il bianco ed il rosso alle altre due. Il capo loro supremo appellavasi democrate, e demarco il secondo nel comando.
- ↑ Dolce.
- ↑ Egserpss, nome applicato ad ogni soprabito ed equivalente a paludameuto o clamide, cioé veste da guerra. Xen., Symp.,IV, 38; Luc., Dial., Meretr., 9, vol. III, ediz., Reitz.; Dial.Mort., 10, § 4, vol. I, pag. 366; Becker, Caricle, 11, pag. 358.