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Alessiade/Libro Quinto

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Anna Comnena - Alessiade (1148)
Traduzione dal greco di Giuseppe Rossi (1846)
Libro Quinto
Libro Quarto Libro Sesto
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DI

ANNA COMNENA PORFIROGENITA
CESAREA


ALESSIADE

LIBRO QUINTO


ARGOMENTO.


ROBERTO, occupato Dirrachio, riprende la via dell’Italia, e fugatovi Enrico re d’Alemagna ne mette a bottino il campo. - Baimundo, rimaso nell’Illirico, espugna molte città, vince due volte in battaglia l’imperatore Alessio, ed una terza, combattendo vicino a Larissa, depone le armi non vittorioso, nè vinto. - È costretto non di meno a raggiugnere il padre in causa d’una cospirazione de’ suoi fomentata occultamente dall’imperatore. - Italo, uomo sedizioso, viene obbligat0 a ritrattare pubblicamente in Costantinopoli alcune sue perverse dottrine. [p. 259 modifica]

DELIBERAZIONE di Roberto. - Entra in Dirrachio aprendogli le porte i cittadini. Benevolenza mostrata alle truppe, e sua premura di rimettere a numero l'esercito. - Mestizia imperiale non disgiunta da generose speranze. - Parallelo di Alessio con Roberto, e superiorità del primo; zelo imperiale verso i feriti raccolti in Deaboli, e suo proposito di soldare nuove cerne. - Prodigalità di Botaniate. - Erario esausto. - Perché Alessio non abbia rinunziato il trono. - I principi contribuiscono danaro. - Grandissime speranze de’ militi. - Inchiesta di pecunia ai luoghi sagri. - Il sebastocratore convocati i principali del clero addomanda loro 1o spoglio delle meno celebri chiese. - Metaxa francamente gli si oppone. Leone da Calcedonia a tale inchiesta forte inveisce contro di Alessio, facendo mal uso della costui lunga pazienza. - Si torna a chiedere il sacro danaro. - Leone, addivenuto reo di sospetta dottrina, con licenziosissime parole insulta l'Augusto, e sprezzane la offertagli riconciliazione. - Viene deposto dalla sede calcedonese e mandato in esiglio. - L'imperatore esercita le truppe. - Col mezzo di legati induce il re alemanno a portare le armi contro Roberto; quindi torna a Costantinopoli. - I Manichei lo [p. 260 modifica]. - Roberto, fatto sapevole della spedizione del re alemanno contro la Longobardia, fida a Baimundo il governo dell'Illirico raccomandandogli la romana guerra. - Tornato in Italia raguna l'esercito in Salerno. - Prende la via di Roma, donde, unitosi al papa, muove cotro Enrico, il qual preso da spavento fugge. - Roberto abbottinato l'accampamento nemico rientra in Roma, conferma nella pontificia sede il papa, e di ricambio viene da lui salutato re. - Di là passa a Salerno, dove gli si presenta il figlio Baimundo con rattristato volto. - Questi, partito il genitore, ed afforzato grandemente l'esercito co’ romani disertori, prende molte città, munisce le rocche, guasta il paese, vince due volte in campo l'Augusto, ed evitandone le insidie mettelo in fuga. - Scuopre e punisce la congiura di tre conti. - Alessio invoca l'aiuto de' Turchi. - Baimundo strigne Larissa difesa da Leone Cefala. - Accorre l'imperatore in difesa degli assediati. - Sua apparizione dormendo, e suo voto. - Appresta nuovi agguati. - Dal nitrito de' cavalli trae augurio di riportar vittoria.- Mentita fuga de' Romani. - Augusto occupa l'attendamento dei Galli, e fa strage de' loro cavalieri. - Vana allegrezza di Baimundo; suo coraggio e sua costanza. - Romani morti dalle armi nemiche. - Elogi di Michele Duca. - Stratagemma di Baimundo, e fuga delle romane truppe. - Forza e coraggio d'Uza. - [p. 261 modifica] de' Latini per lo inchinamento del vessillo. - Fedeltà dei conti de' Galli messa a prova con abboccamenti dal Comneno; e' ribellatisi contro Baimundo lo costringono a ritirarsi. - Amore di Alessio per la religione e le sane dottrine. - Nascita e dottrine del novatore ltalo. - Le belle lettere fioriscono sotto il Comneno. - Michele Psello ne' suoi studj assistito dal Cielo. - Michele Duca augusto e i suoi fratelli amanti delle lettere. ltalo mandato in Epidanno fugge a Roma. - Chiamato novamente in Costantibopoli ottiene il primato nella scienza filosofica. - Suoi difetti e sue lodi. - Dottrina da lui professata. - Poco giova ai discepoli. - Digressione riguardante gli studj di Alessio e d'Irene. - Questa amantissima della lettura, ed in ispecie delle opere di S. Massimo. - Italo convinto di false dottrine elude il giudizio della Chiesa. - I suoi dommi colpiti di scomunica; ritrattatosi vien rimesso nella comunione de' fedeli. [p. 262 modifica]

ALESSIADE QUINTA

I. Roberto dopo una cotanto segnalata vittoria non avendo più che paventare dalla guerra, occupati gli attendamenti e la salmeria del romano esercito, compresovi lo stesso padiglione imperiale, baldanzoso degli inalzati trofei e tutto gongolante di superba letizia si ricondusse nella pianura, dove prima della battaglia, nell'assediare Dirrachio, piantato avea il campo. In quella momentanea dimora iva ponderando se convenissegli accingersi novamente alla espugnazione della citta battendone da capo le mura, o piuttosto, rimessa l'opera all'aprir della stagione, impadronirsi intanto di Glabinitza e di Giannina per isvernarvi, distribuendo l'esercito in quelle amene ed ubertose valli formate dai poggi all'orientale confine della piana e campestre dirrachiese regione. E' si parea che gli assediati fossero disposti, come abbiamo di già scritto, alla difesa; ma le persone tra essi aventi a cuore le proprie faccende e molti Veneti e Melfi, quivi di stanza, udita la rotta imperiale con istrage di tanti duci e raggnardevolissimi guerrieri, vedendosi inoltre abbandonati dall'armata di mare veneta e romana, principiarono a comprendere nell'animo loro quello non essere momento opportuno a far pruova di valore. E vie più si raffermavano in tal pensiero divulgato essendosi là entro che Roberto nel [p. 263 modifica]verno terrebbeli solo con largo assedio rinchiusi, indugiando a combatterli di tutta forza alla vegnente primavera. Gli abitatori di Dirrachio, ripeto, commossi da queste nuove si diedero a più gravi considerazioni senza discoprirsi ad alcuno, ripensando se avessevi mezzo idoneo di provvedere alla propria salvezza e non esporsi una seconda volta ai mali e pericoli testè sofferti. Agitata lungo tempo entro di sè la faccenda e' vennero da ultimo ad unirsi infra loro, manifestando ognuno il divisato in sè stesso, e dopo non lungo dibattimento delle varie opinioni di buon grado convennero essere il miglior partito, onde torsi dalle presenti angustie, quello d'intendersela con Roberto e cedergli a determinate condizioni la città. Nel persuadere poi e sollecitare l'arrendimento ebbe molta parte in ispecie la continua insistenza d'un Colono da Melfi, il quale con molti ricordamenti ed ammonizioni fece al postutto accogliere la sua proposta, e decretare che spalancatele porte si mettesse Roberto al possesso di quelle mura. Questi, entratovi, chiamò dai quartieri d'inverno l'esercito per ristorarlo, mostrandosi premurosissimo non solo dei gravemente feriti, ma ben anche di coloro cui il ferro non avea che intaccato la superficie della pelle. Ricercò eziandio con accuratezza quanti e quali de' suoi rimanessero spenti nelle date battaglie onde supplirli, giudicando la disoccupazione del tempo vernile opportuna a soldare militi, ed unir a suoi vessilli nuove coorti di ausiliarj coll'intendimento, non appena spuntata la primavera e messo a numero l'esercito, di portate a dirittura le armi contro l'imperatore. Il vittorioso [p. 264 modifica]Roberto tutto festante pel trionfo delle sue armi così la pensava, e disponevasi ad operare.

II. Alessio al contrario vinto, fuggiasco e disformato dal colpo ricevuto nella fronte, ma più acerbamente piagato nel cuore, rammentando la funestissima e lagrimevole strage con perdita di tanti illustri e valorosi guerrieri morti in quel terribile conflitto, silenzioso, pien di mestizia e quasi dalle sciagure smagato si tenea per isterile ambascia inoperante. Se non che riavutosi ben presto da tale inopportuna stordigione tornè quel di prima; ed elevato l'animo suo a grandi speranze, non che a provvedimenti di sè degni, volse ogni pensiero a cercar mezzo di riparare i sofferti danni, per rendere generosamente nella primavera il cambio dell'ontosa sconfitta ai nemici.

III. Ambo questi condottieri tanto assomigliavansi in commendevoli doti quanto, sarei per dire, nella intensità dell'odio infra loro e negli ostili risentimenti. L’uno e l'altro prontissimi erano di mano e d'ingegno, e più che idonei a tutte le fazioni e parti della tattica militare. Mostravansi a simile pieni di acume nell'antivedere, destrissimi nel celare i proprj disegni, ed esperti nelle guerresche bisogne, o fosse mestieri di espugnare una rocca, di tramare insidie, o di venire a battaglia in campo aperto. Spediti li vedevi nel deliberare 6 cosi forti di braccio, e d'animo intrepido e fermo che sembrava non essersi posti giammai dalla fortuna, a maraviglia del mondo, in altra guerra sì tanto bene appajati rivali. Aveavi tuttavia un punto in cui era uopo accordare all'imperatore la preminenza, il quale ancor giovincello, per non saprei qual precoce abbondanza di valore, [p. 265 modifica]superava il suo antagonista nella età perfetta, e minacciante quasi di scuotere con un colpo di piede l'universo, e meltere in rotta con solo un grido le falangi. Ma siffatte cose debbonsi riserbare ad altri luoghi, poichè avrannovi di quelli premurosi di commendare un tanto ingegno impiegandovi tempo e studio corrispondenti al suggetto, e non trascnrando nulla di quanto a reciso noi abbiamo qui esposto.

IV. L'imperatore Alessio, dato con breve riposo qualche ristoro alle durate fatiche, da Acri giunto a Deaboli tutto si occupava nel raccogliere gli avanzi della strage e nel soccorrere ed assistere i semispenti da travagli e dalle ferite quivi affollatisi; spediva inoltre per ogni dove banditori all'uopo di avvertire il resto de' fuggitivi che si ragunassero in Tessalonica. Di più riandando, ammaestrato da una triste esperienza, con quanto dispari mezzi si fosse cimentato coll'esercito di Roberto, e condannando affatto per l'avvenire ogni speranza da lui antecedentemente riposta in cotal specie non dirò già di militi, bensì di timidi bisogni e novissimi nell'arte della guerra, prese attenlamente a raccorre e soldare aiuti esperti nelle armi. Se non che era di grave ostacolo a questa esecuzione la mancanza di pronto danaro, nè aveavi in quelle angustie come procacciarne, a motivo dell'imprudentissimo ed inutilissimo spendio fatto dal suo antecessore Niceforo Botaniate, sotto cui narrano essersi trovato per modo esausto il tesoro che infin le porte de' luoghi destinati a custodire il pubblico danaro lasciavansi disserrate ed aperte a chiunque bramasse visitarli, non avendovi più [p. 266 modifica]timore di aescarne menomamente la rapacità. Quindi il romano impero, oppresso da miseria e debolezza, era in grande scompiglio, non avendovi nè truppe sufficienti alla sua difesa, nè danaro all'uopo di reclutarne. A che dunque ricorrer dovea il giovine imperatore non appena messosi a trattare le redini di così grande e mal regolato dominio? Gli conveniva forse in quel disperatissimo trambusto di cose scendere dal solio regale e tornare ad una vita privata? ma facendolo come evitare la taccia di pusillanime ed infingardo? E sebbene tale deliberazione fosse avvalorata da onesti motivi, pure improntato avrebbe nota d'infamia eterna al suo nome, quasi per vile timore e indotto dalla coscienza d'un animo imbelle ed inerte, non già da commendevole divisamento preferisse la oscurita d'una oziosa quiete alla reggia ed al trono. Il quale disdoro, peggior della morte in personaggio così nato e cresciuto, determinollo a prosegnire nella intrapresa carriera infino agli estremi; ad evitare poi ogni rimprovero di azioni men degne della trascorsa vita e delle precedenti geste risolve di rinovare a tutto potere la guerra, ovunque levando truppe e chiamando in suo ajuto, colla speranza di amplissime largizioni, assai valenti guerrieri, incorandone la fedeltà mediante l'obbligatoria promessa di ricompense per lo avanti dichiarate.

V. Fermo in qnesta determinazione procurò innanzi tratto, mandati all'uopo da ogni parte abili messaggi, di raccogliere genti ausiliarie con isplendentissima proposta di assai larghi doni; poscia con lettere e pronti ministri sollecitò la madre ed il fratello ad inviargli tosto danaro in qualsivoglia modo raccolto; eglino [p. 267 modifica] il comando unironsi a consiglio, ed esaminate e giudicate prive affatto di speranza le altre vie di compiere l'inchiesta ricorsero alla volontaria contribuzione dei loro particolari effetti. Mercé di che la totale argentea masserizia della madre, del fratello e della imperiale consorte venne tradotta alla pubblica zecca per essere convertita in moneta. E qui bellamente apparve lo zelo della mia genitrice, la quale prima d'ogni altro e senza il menomo indugio spogliossi per intiero e con liberalità somma del prezioso metallo derivatole a titolo di eredità da suoi parenti. Grande esempio da lei dato, come opinavasi, onde animare altrui in cosi grave universale disagio alla non curanza delle possedute ricchezze. Laonde presala a modello tutti coloro, che per consaguineità o per amicizia univansi ai Comneni, a misura ciascheduno dei legami verso di essi e delle proprie facoltadi, offerirono maggiore o minor copia d'oro e di argento. Parte della quale pecunia in questo modo raggranellata fu partita in appresso tra socj addimandanti i meritati stipendj, e il di più se l'ebbe Augusto, in quantità non di meno ben minore de' suoi urgenti bisogni. Imperciocchè ed i volontarj concorsi nella malaugurata pugna attendevan il guiderdone de' prestati servigi, pronti a ritirarsi non riportandolo giusta le concepite speranze, e le genti stipendiate non solo chiedevano che venisse loro snocciolato il soldo, ma eziandio aumentato. Laonde speso di colpo il raggruzzolato danaro vuoi nel saziare, vuoi nel calmare alla meglio le brame de' petenti, nè la cupidigia di molti essendo ancor satolla, appariva un vero nulla il fatto, ed a chiare note si vedea la fedeltà [p. 268 modifica]dell'esercito vacillare quando non gli si dessero più copiose largizioni; l'imperatore adunque costretto da sì grave pericolo sollecitava di più in più l'invio di maggiori somme. Cosa per verità molesta, poichè ove dare del capo giunti di là dagli estremi? o a che rivolgersi dopo il volontario spoglio de' preziosi metalli fatto dalla casa imperiale? I doviziosi a ripararvi teneano senza profitto alcuno lunghe consultazioni, e pur queste avean luogo non meno tra' privati che nel senato all'uopo raccolto. Crescendo alla fine di giorno in giorno il timore di Roberto e la disperazione d'ogni altro mezzo si opinò di aiutare la naufragante repubblica ponendo mano, quasi di- rei, alla sacra àncora degli ecclesiastici tesori. A non mettere pertanto il piede in fallo trattandosi d'inchiesta a malincorpo intesa dal volgo, e' rammentavano gli antichi canoni, dai quali veniva stabilito potersi valere della sacra pecunia e del sacro vasellame convertito in danaro pel riscatto degli schiavi, essendo pur troppo quello il tempo. Conciossiachè giacevano per l'oriente in miserabile cattività sotto infedeli padroni con rovina dell'anima ed imminente pericolo dell'eterna salute innumerevoli cristiani. Ai quali agevol cosa era di porgere soccorso addimandandone il prezzo del riscatto non ai più frequentati e celebri templi, ma bensì ai deserti ed oramai di nessun profitto; templi che ricolmi d'antiche offerte attendevano solo ed aescavano i repentini sacrilegj de' ladri notturni. Quanto meglio dunque e più vantaggiosamente adoprerebbonsi di tali ricchezze, fattone danaro, nel condurre un esercito d'imperiali e di confederati a sciogliere una volta i cristiani dalle catene de’ Turchi? [p. 269 modifica]

VI. Convennti di battere questa via il sebastocratore Isaacio si reca nel gran tempio della Sapienza divina, e convocatovi il sinodo de' sacri ministri fu accolto con sorpresa dai patriarcali assessori paventando ove andasse a finire quell'improvisa comparsa. Quindi alla costoro spontanea interrogazione sull’oggetto della sua visita, egli rispose: Vengo a manifestarvi una grave urgenza nell'attuale deplorabilissimo stato della repubblica, dovendo noi riporre unicamente in voi la fiducia di conservare l'esercito. Ricordò poscia gli antedetti canoni, ed espose come, giusta il suo pensamento, e' non ostassero al toccare senza il menomo disagio qualche parte delle ricchezze possedute dai templi meno frequentati dal religioso concorso de' fedeli. Molto disse in proposito; avvalorando poscia coll'autorità del regno la sua facondia non dissimulò che all'uopo torrebbe di forza quanto fin qui studiavasi ottenere col discorso. A mitigare tuttavia l'odievolezza della tenuta favella ne accagionò la necessità e la mala fortuna. Vi costringo, soggiunse, costretto in prima io stesso ad usare modi violenti colpa del calamitosissimo stato dell'impero e dell'assai grave pericolo sovrastante al nome romano. Egli di questa guisa ora con prieghi, ora con voce imperiosa giunse a guadagnarne il numero maggiore; non per certo Metaxa, il quale mai sempre gli si oppose con molte commendevoli ragioni, e cosi alla libera da recargli offesa, ma il tutto fu vano dichiarandosi i voti a favore del sebastocratore. Dalla esposta domanda nulladimeno surse motivo di gravi lagnanze contro gli imperatori (vo' dire i fratelli Comneni , non dubitando rendere [p. 270 modifica]cipe Isaacio, dalla porpora infuori, di tal nome); rancura non di que’ dì unicamente o del vicin tempo, ma ben di più lunga durata, ed a fomentarla non fu inerte un Leone da Calcide in allora vescovo di mediocre dottrina ed eloquenza, ma virtuoso e di rigidissimi costumi. Questi mirando svegliere dalle porte de’ templi ne’ Calcoprati[1], discosti dalla popolare concorrenza e quindi poco frequentati, lame d’oro, di argento ed emblemi vi si oppose, intramettendosi agli operai, con liberissima voce; né udir volle scusa di necessita o citazione di antichi canoni. Di più ebbe in costume da quinci in poi d'inveire oltraggiosamente e senza ritegno contro l'Augusto sgridandolo presente ogni qual volta vedevalo comparire in Costantinopoli; baldanzoso per l'incredibile pazienza e soavissima piacevolezza, abusandone, d'un principe sordo a cosiffatte villanie.

VII. Di più, ottenuto avendo Isaacio, all'epoca della prima spedizione d'Alessio contro Roberto per giuste cagioni la facoltà con senatorio decreto, e con assentimento de' prelati di chiedere pecunia dalle chiese, indispensabile per la conservazione dello stato, questi svergognatamente rifiutandovisi ne riportò coll'ardir suo il forte sdegno di lui. Negli anni appresso l'Augusto sofferto avendo qualche scacco da parte de' Galli ne fece quindi con mille vittorie pagar loro il fio; talchè venne coronato ed introdotto trionfante nella citta regale. Ma suscitatasi di poi nuova e gravissima perturbazione dall'inoltrare [p. 271 modifica]armata mano degli Sciti su quel dell’impero, in pericolo non dissimile ricorrendosi coll’universale approvazione all’eguale provvedimento, lo stesso Leone, sempre ad un modo caparbio, non arrossì villaneggiare di presenza l’Augusto bramosissimo che si aderisse all’ inchiesta. In allora poi caduto il discorso, come suole avvenire, sopra i sacri templi, le statue e le pitture, il prelato si diè a sostenere essere il culto da noi prestato alle imagini anzi assoluto e loro inerente che di semplice relazione. E quantunque molte cose fossero da lui dette e rappresentate lodevolmente giusta i canoni e la dignità sacerdotale, in altre non di meno cadendo in fallo venne giudicato di professare poco ortodossi principj, nè saprei se la cagione dell’error suo attribuir mi debba al fervore dell’ inattesa disputa, il più delle volte trascorrendosi oltre i giusti limiti, o alla volontà di opporsi ad Augusto portandogli da pezza malevoglienza, o pure al non conoscere il vero, e qui fondo particolarmente i miei sospetti. Poiché egli non avea molto studiato nelle lettere, ed inespertissimo era nell’arte di ragionare, onde può congetturarsi che nella contesa gli uscissero di bocca parole meno conformi alle teologiche dottrine. Di giorno in giorno poi al ritorno delle circostanze medesime, prendeva in lui vigore quell’audacia manifestata in parecchi incontri col mancar di rispetto senza proprio danno all’imperatore, avendo soprattutto incitamento questa sua naturale disposizione da non picciol numero di spensierati, cui non attalentava il governo della repubblica. Egli dunque inetto a moderare cotanto disconvenevole contegno, sfoga[p. 272 modifica]vasi incessantemente colle sue intollerabili ed intempestive soperchianze ed ingiurie contro mio padre, il quale cercava in cambio ogni mezzo di placarlo, e persuadere ne’ più affabili modi a correggere in tempo l’asserito sconsigliatamente intorno alle sacre imagini, e deposta ogni odievolezza a rimeritare la sua grazia, essendo egli pronto alla compensagione degli arredi levati alle chiese, anzi promettendo fornirle di più splendide suppelletiili, e ad espiazione di tal colpa non si rifiuterebbe sottostare a qualunque legittimo soddisfacimento; aggiugneva altresì di aver già compiuto la sua promessa co’ priacipali vescovi, di maniera che annoveravali tra’ più zelanti patrocinatori della sua causa, come testimoniar lo poteano gli stessi in addietro di lui proseliti; ma sordo il prelato alle affettuose dichiarazioni proseguiva ostinatamente a mostrarsi quel di prima. Fu dunqne uopo ricorrere da ultimo, qual rimedio necessario, ad una condanagione canonica privandolo, avvegnaché fornito di molti numeri, dell’occupata sede. Nè valse il gastigo a piegarne l’indomito animo, intento mai sempre a macchinare nuovi garbugli e, provocando nel clero fazioni, a trarre dalla sua non piccola quantità di sacri ministri. Durando così la bisogna per molti anni egli rendé all’universale ampia testimonianza di mal talento e della inflessibile sua caparbieria, mercé di che venne finalmente a pieni voti condannato all’ esilio in Sozopoli presso del Ponto, dove per comando imperiale fa accolto con sommo rispetto e provveduto in copia d’ogni agiatezza; se non che afforzando egli ognora la sua ostinazione e vie più in[p. 273 modifica]durando l’animo nello sdegno una volta concepito verso Augusto non volle menomamente profittare delle generosissime cure; ma intorno a ciò basti.

VIII. Alessio intanto era assiduo nell’esercitare in tutte le militari funzioni le numerose truppe di fresco tornate sotto gl’imperiali vessilli (poiché non appena divulgatosi il salvamento di lui molti vi accorsero), ammaestrandole nel maneggiar bene il cavallo, nel trarre d’arco a segno, nel procedere colle armi in pugno contro i nemici e nel fare opportune imboscate. Avea inoltre spedito nuovi ambasciatori al re d’Alemagna, sotto gli ordini d’un Metimne con lettera ed ammonizioni tendenti a indurlo, troncato ogni indugio, di muover contro alla Longobardia, giusta le convenzioni infra di loro stipulate. Di colpo adungne porterebbe le armi su quel di Roberto, onde, ritratte le costui forze dal romano impero per la necessaria difesa de’ proprj stati, e’ potesse respirare alcun poco, ed assoldate genti ausiliarie prepararsi a respignere da tutta la regione illirica i] nemico. Che se il re alemanno aderisse a prestargli in questa facilissima guisa il suo aiuto obbligerebbelo sommamente, e ne avrebbe in compensagione ogni maniera di servigi e benefizj; innanzi tutto strignerebbesi quell’affinità che i legati suoi aveano manifestato graditissima alla regal persona, e della quale partendosi recarono seco la speranza.

IX. Disposte così le faccende e lasciato quivi il gran domestico Pacuriano, Alessio prende la via della metropoli per raccogliervi con più agio da tutte le parti ausiliarie truppe, e mettere in assetto parecchi affari addi[p. 274 modifica]mandati dal tempo e dalle presenti circostanze della repubblica. Intrattanto Xanta e Culeone, manichei, unitamente ai loro militi, due mila e cinquecento di numero, a capriccio e senza addurne motivo abbandonano l’esercito, e richiamati più e più volte per lettere dal Comneno promettono bensì di raggiugnerne le bandiere, ma prolungano all’infinito lor tornata, avvegnachè sollecitati premurosamente dal sovrano coll’offerta di largizioni ed onoranze; tutto fu inutile, neppure a tai patti curandosi di mantenere la data parola. Mentre poi nell’antedetto modo l’imperatore dispone gli affari contro Roberto, ecco giugnere a costui un trepidante messo colla notizia che le armi del re Enrico erano per entrare nelle terre de’ Longobardi. Egli allora seriamente occupatosi del ricevuto annunzio, e rimaso qualche tempo nell’alternativa di contrarj pensieri, colla massima diligenza esaminando il partito migliore da prendere, al postutto rimembrò che fin da quando si pose a capitanare la spedizione verso l’Illirico fregiato avea dell’italiana signoria il figlio Rogerio, e non assegnato regione alcuna a Baimundo, sulla quale potesse questi esercitare un supremo dominio; il perchè ragunati a consiglio i conti e gli illustri personaggi di tutto l’esercito, ascese più elevato luogo per arringarli del seguente tenore:

Voi ben sapete, o conti, che al passar nell’Illirico fidai al carissimo e primogenito mio figlio Rogerio un assoluto potere sopra tutti gl’italiani miei possedimenti, non estimando conveniente di abbandonare, al dilungarmene per cosi grande e perigliose intraprendi[p. 275 modifica]mento, il proprio e quasi natale suolo privo di custode o capo, ed esposto alla cupidigia di chiunque osato avesse, non altrimenti che ad apparecchiata preda, volgervi il piede. Or bene, con tale speranza il re alemanno accingendosi di presente ad occupare con poderosissimo esercito i nostri possedimenti, come ci viene confermato da incontrastabili pruove, noi al certo dobbiamo procurare di antivenirne i tentativi. Imperciocchè quale scusa potremmo addurre se mentre siam tutti nel conquistare l’altrui, comportassimo con vile infingardaggine di essere spogliati del fatto nostro? Io adunque mi assumo questa laboriosissima parte dell’opera: io sì, io stesso m'affretto a portare le armi contro l’Alemanno, ed affido al mio più giovane figlio, che qui vedete, Dirrachio, Aulone, e le rimanenti città ed isole, di già in nostro potere, quantunque non ancora condotta a fine la guerra, come anticipati premj e favorevoli pronostichi di maggiori in avvenire. E qui, ad assicurare il prospero e compiuto loro avveramento, prego e scongiuro voi tutti che vogliate ritenerlo un altro me stesso, e vi adoperiate, del pari che vi comportaste meco, a proteggere colla massima valentia dell’animo vostro la sua causa e salvezza. A te poi, carissimo figlio (volosi a Baimundo), con autorevole e paterno affetto ordino e raccomando di trattare con ogni onoranza e rispetto i conti, valendoti de’ loro consigli per modo che sulla tu imprenda senza avere da prima richiesto il parer loro, e voglio, in virtù di tal precetto, che non abbi giammai da posporne i divisamenti ai tuoi, comunque opportuni ed accorti sieno da te reputati. [p. 276 modifica]Ma soprattutto raccomandoti quanto so e posso di attendere alla romana guerra, non istancandoti in alcun tempo e per qualunque motivo di pensare ad essa; ripeto alla romana guerra da noi già condotta a buon porto, ed a te ora commessone il fine. Qui sta l’opera tua, poiché il Comneno vinto in una grande battaglia, campato a stento dalla gravissima e quasi generale strage de’ suoi militi, opina di aver molto guadagnato coll’essersi potato sottrarre, in mezzo a cotanto scompiglio, dalle nostre mani salvo da morte, o prigionia, Non rallentare no la foga e l’impeto della guerra, solcita, avventati contro lo sconfitto nemico, paventando non egli, avuto campo di rafforzasi, torni frodolente a macchinare vendetta del sofferto rovescio, e dallo stesso duolo e sentimento del proprio scorno prenda con maggior furore a combatterci. Egli non è, credimi, uom comunale o da vilipendersi impunemente; cresciuto da fanciullo infra le guerre e le battaglie scorse vincitore l’oriente e l’occaso, nè ignorar devi quanti potentissimi tiranni sotto i precedenti Augusti fossero dalle sue armi e dal suo braccio vinti e menati seco in catene. Ora se tu non tieni ben d occhio sì forte rivale, se non lo guerreggi con ogni tuo mezzo in breve l’operato da me a grande fatica e travaglio di mente si ridurrà con tuo danno e per tua colpa in nulla; ripeto con tuo danno, poichè adoperando altrimenti, che Dio non voglia, assaporeresti lungo tempo gli acerbi frutti della tua pigrizia. Saluto con queste parole ed ammonizioni te, o figlio, e voi tutti, o conti, di fretta incamminandomi a nuovi perigli ed a nuova guerra, bramoso di respignere l’Ale[p. 277 modifica]Pagina:Comnena - Alessiade, 1846, tomo primo (Rossi).djvu/277 [p. 278 modifica] XI. Roberto impossessatosi de’ regali accampamenti non mise gran conto nel seguire egli stesso le orme del fuggitivo, ma fattone il comando a guerrieri scelti da tutto l’esercito e posto a sacco il campo nemico pigliò ad uno col pontefice la via di Roma, donde, confermato in prima il suo alleato sul trono papale, e da lui novamente riportato il regal titolo, fe’ ritorno a Salerno ristorandosi quivi con breve riposo dalla fatica di tante guerre.

XII. Baimundo poco stante presentasi al genitore -manifestando coll’abbattimento del suo volto la rancura d’un malagurato successo, riserbandoci ad esporre in seguito come andasse la bisogna, e qual si fu l’esito della guerra da lui capitanata. All’orgoglioso giovine rimaso nell’Illirico, meno per gli ordini paterni che per secondare il violento suo naturale, parean mille anni venisse il momento di battagliare coll’imperatore. Pigliate dunque seco le truppe, i romani disertori (gente non tutta del volgo avendovi gran numero di chiari personaggi, i quali usciti di speranza sull’avvenire delle imperiali faccende abbandonaronsi alla sorte del vincitore passando a militare sotto i latini vessilli) ed i prefetti delle citta venute in poter di Roberto, si diresse, per la via di Bagenezia, a Giannina, ove circondati di fosso gli adiacenti vigneti distribuì l’esercito in adatte stazioni e piantovvi entro le tende. A simile rinvenute le mora e la rocca della citta poco solide, e mezzo distrutte pose ogni studio nel risarcirle; costruì di più altro ben munito fortilizio in quella parte della cinta da lui ritenuta di preferenza idonea all’uopo, mettendo intrattanto a [p. 279 modifica]Pagina:Comnena - Alessiade, 1846, tomo primo (Rossi).djvu/279 [p. 280 modifica]Pagina:Comnena - Alessiade, 1846, tomo primo (Rossi).djvu/280 [p. 281 modifica]Pagina:Comnena - Alessiade, 1846, tomo primo (Rossi).djvu/281 [p. 282 modifica]Pagina:Comnena - Alessiade, 1846, tomo primo (Rossi).djvu/282 [p. 283 modifica]Pagina:Comnena - Alessiade, 1846, tomo primo (Rossi).djvu/283 [p. 284 modifica]Pagina:Comnena - Alessiade, 1846, tomo primo (Rossi).djvu/284 [p. 285 modifica]Pagina:Comnena - Alessiade, 1846, tomo primo (Rossi).djvu/285 [p. 286 modifica]Pagina:Comnena - Alessiade, 1846, tomo primo (Rossi).djvu/286 [p. 287 modifica]Pagina:Comnena - Alessiade, 1846, tomo primo (Rossi).djvu/287 [p. 288 modifica]Pagina:Comnena - Alessiade, 1846, tomo primo (Rossi).djvu/288 [p. 289 modifica]Pagina:Comnena - Alessiade, 1846, tomo primo (Rossi).djvu/289 [p. 290 modifica]Pagina:Comnena - Alessiade, 1846, tomo primo (Rossi).djvu/290 [p. 291 modifica]Pagina:Comnena - Alessiade, 1846, tomo primo (Rossi).djvu/291 [p. 292 modifica]Pagina:Comnena - Alessiade, 1846, tomo primo (Rossi).djvu/292 [p. 293 modifica]Pagina:Comnena - Alessiade, 1846, tomo primo (Rossi).djvu/293 [p. 294 modifica]Pagina:Comnena - Alessiade, 1846, tomo primo (Rossi).djvu/294 [p. 295 modifica]Pagina:Comnena - Alessiade, 1846, tomo primo (Rossi).djvu/295 [p. 296 modifica]Pagina:Comnena - Alessiade, 1846, tomo primo (Rossi).djvu/296 [p. 297 modifica]Pagina:Comnena - Alessiade, 1846, tomo primo (Rossi).djvu/297 [p. 298 modifica]Pagina:Comnena - Alessiade, 1846, tomo primo (Rossi).djvu/298 [p. 299 modifica]Pagina:Comnena - Alessiade, 1846, tomo primo (Rossi).djvu/299 [p. 300 modifica]Pagina:Comnena - Alessiade, 1846, tomo primo (Rossi).djvu/300 [p. 301 modifica]Pagina:Comnena - Alessiade, 1846, tomo primo (Rossi).djvu/301 [p. 302 modifica]appalesava non di meno parlando maggior prontezza negli epicheremi, di maniera che nelle dispute ben pochi regger poteano alla violenza del precipitoso ed insuperabile torrente delle sue argomentazioni, riducendo alle strette ed al silenzio chiunque prendea a fargli contro. Imperciocchè usava interrogazioni avvolte da ogni lato in doppia frode coll’intendimento di gettar l’avversario, comunque fossene la risposta, in un pelago d’inestricabili difficoltà, sì tanto erangli preste ed alla mano tutte le dialettiche sottigliezze. Ma di preferenza rendeasi terribile per quel vicendevole accozzamento di contrarie voci nel formare dimande e risposte, soffocando e, quasi direi, strangolando il suo oppositore cogli intortigliati lacci de’ frequenti e maliziosi quesiti; nè aveavi mezzo nel contender seco di ritrarsi da cosiffatto labirinto. Qui avea principio e fine il saper suo accompagnato da grande inclinazione allo sdegno, vizio in lui dominante e struggitore di tutti gli altri pregj, se pur dallo studio e dalle naturali disposizioni riportato aveane alcuno.

XXXVI. Ricordami parimente di avere in posteriori tempi veduto molti frequentare la reggia privi affatto di elegante loquela e fondamento di verace dottrina, ma solo, rozzi imitatori del dialettico maestro loro, ponendo ogni studio nell’eseguirne gli sconci gesti ed appalesantisi colla grande agitazione delle membra orgogliosi ad una e villani. E’ ragionavano sulle idee, possedevano poche ed oscure nozioni riguardanti la metempsicosi, ed altro che di simile farneticavano proscritto dal cristiano dogma. [p. 303 modifica]Pagina:Comnena - Alessiade, 1846, tomo primo (Rossi).djvu/303 [p. 304 modifica]le, rispondeami: Ben comprendo questa tua lodevole temenza, trepidando io medesima nello svolgerli; ma attendimi un poco: non appena giunta sarai a gustarne sufficientemente gli altri scritti, sopra cui é uopo da principio informare la nostra mente, perverrai quindi a partecipare la soavità di questi. Al rimembrare di cosiffatte voci sentomi piagato il cuore e tradotta quasi in altro pelago di narrazioni, se non che la storica legge mi frena ed obbliga di tornare in cammino. Si prosegua dunque il racconto intorno ad Italo.

XXXVIII. Costui fidando nella prefata quantità de' suoi discepoli e fermo nel reputarsi a tutti superiore avea in dispregio chiunque si fosse; nè pago ancora, tendea co' suoi discorsi ad eccitare gli incauti alle sommosse, addivenuta essendone la scuola vero semenzaio di non pochi tiranni, i cui nomi di obblivione degni potuto avrei di leggieri qui riferire, se la distanza del tempo non si fosse interposta a cancellarli dalla mia memoria senza grave scapito della presente narrazione diretta solo ad esporre l'avvenuto sotta l'impero di Alessio e nulla, quasi direi, curante le anteriori vicende, nel novero del- le quali si convien mettere l'operato da Italo.

XXXIX. Mio padre dunque amantissimo delle lettere, al preadere il governo dell'impero vedendole pressochè in abbandono, e generalmente sbandeggiate le norme d'un esatto ragionamento iva ripensando se avessevi mezzo di tornarne in vita, con molto profitto della città e dell'universo intero, le molto scarse faville qua e là sotto la cenere sepolte. Era pertanto assiduo nell'esortare ed incorare i talenti inclinati allo studio (pochi [p. 305 modifica]a fe, nè per grandi progressi meritevoli d'elogio, trapassato non avendo il limitare dell'aristotelica filosofia) persuadendoli ad accordare il primo luogo di onore e diestimazione sopra ogni altra dottrina a quella de sacri Libri, e quindi agli ammaestramenti de Greci.

XL. Considerato poi che Italo era tutto nel promovere tumulti e discordie fidò al proprio germano Isaacio sebastocratere la cura di vegliarne le azioui; uomo costui sufficientissimo all'incarico, essendo pieno di amore per le lettere, non privo di cognizioni, d'animo forte e certo di superare gli ostacoli cui s'avvenisse nel condurre a buon fine i suoi intraprendimenti. Di fatto e' trovò Italo quale mio padre, fondato sulla pubblica opinione, lo avea in sospetto. Laonde obbligollo di comparire alla sua presenza nel mezzo di numeroso consesso, e quindi per ordine dello stesso augusto fratello si rimise il reo unitamente al processo di Jui nell'ecclesiastico tribunale. Quivi il forsennato vie peggio infuriando per essergli troncata ogni via di occultare più a lungo la propria ignoranza, e vanamente adducendo in sua difesa dogmi contrarj ai sacri canoni ed altre mille bazzecole, nè meno di prima fiero mai sempre, petulante e maledico nel citare al cospetto de' padri e capi della Chiesa documenti di umana ed abbominevole natura, per comune sentenza fu consegnato ad Eustrazio Garida, presule del sinodo, dell'aduaanza e sede, onde persuaderlo, mediante l'struzione, a professare più sane dottrine. Ma egli correndo i pochi giorni di sua dimora col prelato negli edifizj sovrapposti a gran tempio, con fittizie parole e fallaci [p. 306 modifica] lo aggirò per modo, esperimentalolo men dotto di quanto era mestieri, che da censore e giudice il fe' difensore e seguace de' suoi errori, ed avvocato dell'iniqua sua causa e persona. Divulgatasi la faccenda tutto il popolo, tumultuariamente accorso nel tempio, addimandava con alte grida nelle sue mani Italo; questi allora vedendosi nell'imminente pericolo di essere precipitato abbasso dalla sommità del sacro luogo, ascesane la più elevata parte vi si ascose laddove a nessuno cadde in pensiero d'instituire diligente ricerca.

XLI. Andò quindi la grida che i suoi perversi dogmi disseminatisi per la citta giugnessero a sedurre molti chiarissimi personaggi della stessa corte imperiale cagionando non lieve travaglio all'animo del religioso principe, il quale addimandatane la tavola contenente quindici capi ordindò che si dovessero dall'eretico, asceso a capo nudo il pulpito, ritrattare, condannare e ferir d'anatema, ripetendo gli uditori per singulo la condanna proferita contro di essi. Ma non guari dopo corrucciatosi egli dell'operato e furente per la sofferta ignominia eccolo di nuovo mettere in campo nelle adunanze gli errori da lui medesimo testé abjurati e proseguire sconsigliatamente, privo d'ogni riguardo alle ammonizioni d'Augusto, ne' suoi falsi principj. A reprimerne dunque la ognor crescente alterigia il nome e la persona di lui soggiacquero allo stesso anatema per lo innanzi contro agli scritti fulminato. Se non che dati poscia nuovi segni di pentimento vennegli rimessa gran parte della meritata condanna, ferma tuttavia contro le sue dottrine, rimanendone il nome solo di celato e di [p. 307 modifica]verso, pochi avendone contezza, esposto all’antedetta censura. Tornato in sè di fermo, come narravamo, abjurò le precedenti eresie, tali che la migrazione delle anime da uno in altro corpo, e il disprezzo e la riprovazione del culto prestato allei sante imagini, ed ammendò giusta le norme dell'ortodossa dottrina i suoi ragionari sulle idee, mostrandosi veracemente pentito, riprensore di tutte le insegnate opinioni contrarie alla fede, e non più incitatore di tanti e così forti scombugli.

  1. Nome d’una contrada, ove erano le botteghe de’ lavovatori in rame o bronzo (χαλκουργός ramaio).