Alla scoperta dei letterati/Enrico Panzacchi

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Enrico Panzacchi

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Giosuè Carducci Antonio Fogazzaro

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Bologna, agosto del ’94.


Enrico Panzacchi è l’uomo più simpatico di tutta Bologna. Arguto e gioviale, parlatore e discutitore cortese e convincente, entusiasta come un poeta ma talvolta sottile come un critico, egli riassume le qualità dell’ideal tipo bolognese; anzi dirò che molti hanno plasmato quel tipo a imagine e similitudine di lui così che egli a Bologna appare come il solo bolognese autentico.

Ieri mattina, male sfuggendo sotto i portici, l’afa imminente, giunsi alla Accademia di belle arti dove egli dirige la famosa Pinacoteca e insegna Estetica.

Nello studio dove lo attesi, vidi in alto su la parete fuori di un bel disordine di libri nuovi ed antichi risplendere, gemme [p. 20 modifica]preziosissime, due lavori del Serra: eran due teste di vecchio, una solamente disegnata (a chi conosce la maniera del Serra io direi meglio scritta) in nero su carta azzurrina, una dipinta a olio. Mentre ammiravo, il poeta entrò.

Egli è alto, valido, grigio nei capelli e bruno nei piccoli baffi; veste con eleganza corretta, come nessun altro degli scrittori bolognesi fa; gli occhi vivissimi spesso nella discussione aggrottati quasi ad acuire pensiero e frase, e la voce profonda e pur musicalissima che lo ha nella dizione reso il conferenziere italiano più simpatico, son le due note precipue alla prima conoscenza.

Nello studio indugiammo tra i primi saluti e i ricordi di Roma, cui egli non ha quest’anno dato l’annuale conferenza al Collegio romano. Fra le altre cose con gaia piacevolezza egli mi rammentava i giorni passati dal d’Annunzio nell’autunno del ’91 a Bologna durante il suo anno di volontariato in cavalleria, per dare l’esame scritto nella promozione a caporale: [p. 21 modifica]— Non sarebbe strano, mi dica, aver quella prova scritta, conoscere le opinioni di Gabriele su le manovre di plotone? — e rideva col suo riso largo, romoroso, bonario.

Salimmo a veder la pinacoteca che accanto alle fredde e pur maestrevoli opere degli Eclettici bolognesi del decimo settimo secolo, accoglie la Santa Cecilia di Raffaello e tutta una meravigliosa sala di Francesco Francia. E nella pinacoteca incontrammo Corrado Ricci, reduce da Parma ed entusiasta del suo Superdivino Correggio, come egli lo chiama. A questi di dalla villa di San Michele in Bosco sopra Bologna il Panzacchi ha, con molti altri quadri pregevoli, portato alla Pinacoteca uno strano quadro che là su giaceva arrotolato e ignoto.

Dentro un ornato fatto a mo’ di pala d’altare si vede da un lato un San Girolamo orante genuflesso con le braccia aperte in languido atto e la faccia al cielo; dall’altro lato, sempre sul primo [p. 22 modifica]piano, due tronchi esili alti attingono il sommo del quadro, e uno cui in basso è legato il cappello rosso cardinalizio ha in cima rami secchi torti bianchi di neve, e l’altro, che su due rami in croce col tronco sostenta Cristo crocifisso, ha su le ultime branche traccia di verde e di fiori. Il paesaggio di sfondo è vario: dietro S. Girolamo è rupestre e nudo, solo sul ciglio estremo contro l’orizzonte fatto di mare e di cielo ha una schiera di cipressi allungati; invece i due tronchi simbolici s’alzano contro uno sfondo di fiamma, dove sono uomini cavalcanti in via mentre il leone di S. Girolamo mansueto li incontra, e dove è anche un villaggio fatto di case basse in istile fiammingo. Il Ricci e il Panzacchi discutevano di quel quadro dove la figura, se non il paesaggio, pare vera opera del Pinturicchio.



Pur vagando per Bologna, io andavo interrogando la mia guida cortese intorno [p. 23 modifica]alle condizioni della nostra letteratura puntuale. Egli divideva la letteratura delle nazioni latine che risulta dall’opera simile di molti contemporanei scrittori dalla letteratura nordica che in fondo esiste solo per via di individualità diverse tra di esse e diverse dal popolo loro. Certo il disagio economico-sociale che serra fino a soffocarla, la stirpe latina della bassa Europa, è la causa somma della generale decadenza della letteratura e più dell’arte. Però in Italia, meglio che altrove, o almeno con maggior sincerità e profondità che altrove, si sente il nuovo. Egli seguitava:

— Io dico nuovo, sfuggendo l’aggettivo moderno che per l’abuso è divenuto falso anzi ha perduto spesso ogni significato.

Non dico che qui in Italia io vegga chiaramente un risveglio: io vedo più un desiderio e talora una coscienza di risveglio. È un lavorio sottile, disperso, profondo, udibile solo da orecchi esperti, ma il lavorio esiste, certamente, e ha carattere italiano. [p. 24 modifica]— Quali fenomeni, per quanto ancora minimi e malfermi, ella vede come sintomi di questo lavorio?

Eravamo davanti a Santo Stefano dalle sette chiese, su la piazza dove sotto gli olmi secolari ora scomparsi gli studenti a migliaia e migliaia nell’aria libera apprendevano dal pulpito marmoreo i sottili principii della scienza e dell’arte giuridica. Entrammo nella chiesa e il colloquio fu interrotto; poi quando ci trovammo seduti all’ombra in uno dei chiostri dell’undecimo secolo, ricominciò. Tra le colonnine e gli archi fatti color di bronzo dai molti anni e dai molti sguardi che tra molte vicende ci si sono confitti, era una quietudine diffusa di ora e di ricordi. Il Panzacchi parlava alto, con la bella voce sonora che segnava la convinzione:

— Io le dirò quale fenomeno psichico mi faccia bene sperare della odierna letteratura nostra. In Italia con maggior sincerità che altrove sopra le opere dell’ingegno splende da qualche tempo una vaga [p. 25 modifica]luce di misticismo. E reazione? È azione spontanea dell’anima fuori di ogni ragione di metodo letterario? chi sa? La Serao adesso va nel suo giornale di Napoli raccogliendo con grande pazienza questi sognatori e questi sogni. E ha dei bei nomi non lo nego: bastan lei e Antonio Fogazzaro.

Io rammentai una lettera del Panzacchi alla Serao su quell’argomento, una lettera breve convinta della bontà della nobile causa.

— In Francia anche c’ è questo movimento. Ma non sono sinceri, se vi ha un argomento dove la sincerità, la fede, il bisogno assoluto della fede sono qualità necessarie, è proprio questo.

— E in Italia?

-— Anche in Italia non v’è sempre sincerità. E parlo specialmente di conversioni improvvise. Vi è un misticismo comodo, un misticismo intravisto dopo pranzo tra il caffé e la sigaretta, un misticismo che con facilità promette al corpo [p. 26 modifica]soddisfatto e pauroso della morte la immortalità e la felicità anche dopo la morte. Quel misticismo non è che una forma di epicureismo, di quell’epicureismo tutto egoistico contro il quale esso appunto insorge. Non vedete voi del misticismo nei personaggi del d’Annunzio? Si, è un misticismo tutto afrodisiaco, un bisogno dei sensi e dei sensi più bassi, non un bisogno dell’anima.

E guardando attorno, quasi a trovar la imagine concludente:

— Siamo ancora molto Mussettiani: sogniamo al chiostro perchè ci si sta freschi.

Dalla chiesa della Trinità giungeva a tratti un salmodiare basso di femine.

— Non sarebbe questo misticismo un sintomo di impotenza?

— Distinguiamo la impotenza, la debolezza sociale da quella artistica. Che il misticismo sia sintomo di debolezza artistica, nego. Del resto se non lo volete accettare come assioma di fede, discutetelo [p. 27 modifica]nelle filosofie, accettatelo come tema di romanzo. A Roma, a Roma... voi altri a Roma vivendo e vedendo la duplice vita potete, meglio di noi altri, attendere a quello studio. Il problema è profondo quanti altri mai. Non confondete il misticismo, con l’ascetismo. Gli amori fioriti di madrigali o grigi di sentimentalismo, gli amori vivi solo perché erano amori, sono stati nelle poesie nostre. Ora c’è dell’altro, ora la visuale è più ampia. L’amore sarà sempre origine d’arte, ma in un senso largo, larghissimo. Gli orecchi altrui si allontanano da noi. Voi altri giovani, che sentite meglio di noi queste lotte perché le provate, toglietele ad argomento di poesia o di romanzo, investitele con forma d’arte. Già il Carducci ha in qualche caso saputo farlo. Ma non è il suo principal merito letterario.

— E qual è questo merito?

— È un merito tutto di forma. Egli ha ridato la forma alla poesia e anche alla prosa letteraria italiana. E non in [p. 28 modifica]tendo forma vuota. Egli ha dato alla poesia e alla prosa una forma nobile, degna di pensiero. Ma il suo maggior merito è tutto estrinseco.

Questi pensieri presso a poco il poeta mi ripeteva nella penombra che cadeva sul chiostro dagli archi e dalle colonne di bronzo.

Enrico Panzacchi non ha fama di grande lavoratore: pure è uno studioso instancabile, ora raccoglie un volume di critiche musicali per l’editore Sansoni di Firenze e il volume avrà per titolo: Nel mondo della musica.



Un aneddoto su la pretesa accidia di Enrico Panzacchi. Stamane passeggiavo sotto i portici di via dell’Indipendenza con lui e Corrado Ricci. Il Ricci ha cominciato a combattere questa fama di pigrizia che si è diffusa intorno al Panzacchi, e argutamente ha conchiuso: [p. 29 modifica]— Tutto dipende dal tuo modo di camminare. Tu vai in mezzo alla via, fumando, guardando in aria, camminando lentamente, come senza méta, e magari vai all’Accademia a far lezione. Se tu andassi sotto i portici, radendo il muro, guardando in terra, tutto preoccupato, a passo celere come incalzato dalle faccende, diverresti per tutti un uomo laboriosissimo.

E Corrado Ricci aveva ragione.





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