Annali d'Italia dal principio dell'era volgare sino all'anno 1750/311

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Anno 311

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Anno di Cristo CCCX. Indizione XIII.
EUSEBIO papa 1.
MELCHIADE papa 1.
GALERIO MASSIMIANO imperadore 6.
MASSENZIO imperadore 5.
COSTANTINO imperadore 4.
LICINIO imperadore 4.
Console

CAIO GALERIO VALERIO MASSIMIANO AUGUSTO per la ottava volta.

Per la discordia di tanti imperadori più che mai continuò la confusione nei consolati. Dal canto suo Galerio Augusto, benchè confinato in letto per l’orribil sua malattia, procedette solo Console per l’ottava volta, come s’ha dal Catalogo del Bucherio3004 e da Idacio3005. Suo collega è appellato Licinio Augusto da Cassiodoro3006, chi li mette amendue consoli sotto quest’anno. I Fasti di Teone e Lattanzio3007 fanno consoli Galerio e Massimino, amendue imperadori; il che può indicare che fosse tornata fra loro qualche armonia. In fatti ho io recato nell’Appendice al tomo IV delle mie Iscrizioni un marmo della Carintia, dove vien detto edificato un tempio Maximiano VIII et Maximino iterum Augg. Coss., e pare che si possa riferire all’anno presente. Quanto a Roma, siamo accertati dal suddetto Catalogo dei prefetti di Roma, pubblicato dal Cuspiniano e dal Bucherio, che si stette quivi sino al settembre senza consoli; ed allora solamente furono pronunziati consoli Rufino ed Eusebio, o pure, come la Cronica di Damaso3008, Volusiano e Rufino. Anche Idacio3009 mette questi due ultimi consoli; e certo per le conghietture da me altrove3010 addotte, in quest’anno si può credere assunto in Roma al consolato Caio Ceionio Rufino Volusiano. Forse il suo collega fu Eusebio, potendosi temere il cognome di Rufio mutato in Rufino. Che se pure diverso da lui fu Rufino, non è improbabile che Aradio Rufino, il quale troveremo prefetto di Roma nell’anno seguente, procedesse console nel presente. A Giunto Flaviano essa prefettura di Roma fu conferita sul fine di ottobre di quest’anno. Intanto fra orribili tormenti, divorato da’ vermi, continuava3011 a marcire Galerio Massimiano Augusto3012. Per quanti ricorsi egli avesse fatto ai suoi falsi dii, cioè ad Apollo ed [p. 1099 modifica]Esculapio, niun sollievo provava, anzi sempre più si sentiva peggiorare. Allora fu che s’avvide, ovvero ch’altri gli fece venir in mente, che l’onnipotente vero Dio il flagellava per gastigo della fiera persecuzione da lui specialmente accesa e crudelmente esercitata contra de’ suoi servi cristiani. Il perchè s’avvisò di dar loro la pace, e sopra ciò pubblicò un editto, a noi conservato da Lattanzio e da Eusebio, in cui troviamo una filza di titoli corrispondenti alla di lui vanità. Quivi egli ordinò di non molestar da lì innanzi i seguaci di Gesù Cristo, affinchè essi potessero pregar Dio per la di lui salute. Ma niun segno ivi si legge di pentimento; e vi si leggono anzi delle bestemmie contro la credenza de’ Cristiani. Ad esso editto concorsero ancora Costantino e Licinio Augusti, i quali andavano d’accordo con esso Galerio; e sembra che anche Massimino vi acconsentisse, per quanto accenna Lattanzio. Abbiamo poi dal medesimo autore che nel dì 30 d’aprile questo editto fu pubblicato in Nicomedia, dove furono aperte le prigioni, e che colà nel mese seguente arrivò la nuova che Galerio imperadore avea dato fine all’odiata sua vita. Mancò egli in fatti nel mese di aprile, terminando la sua superbia e crudeltà con evidente gastigo della mano di Dio. Trovossi presente alla di lui morte Licinio imperadore, a cui egli raccomandò sua moglie Valeria, figliuola di Diocleziano, e Candidiano suo figlio bastardo. Trovansi medaglie3013 che ci assicurano aver egli ricevuto dall’empietà pagana gli onori divini nel paese, per quanto si può credere, che fu dipendente dalla di lui autorità. Per la morte di lui restò Licinio Augusto padrone di quelle medesime contrade, cioè di tutto l’Illirico, che abbracciava l’Ungheria ed altre provincie, e della Grecia, Macedonia e Tracia, ed anche della Bitinia, posta di là dallo stretto di Bisanzio. Ma non sì tosto ebbe intesa la di lui morte Massimino, imperador delle provincie d’Oriente, che dato di piglio all’armi volò nella Bitinia, e se ne impadronì3014. Accorse bensì Licinio a Bisanzio per opporsi, ma non fu a tempo; e perchè non si sentiva gran voglia di venir per ora con lui alle mani, diede orecchio ad un abboccamento3015, in cui rimasero insieme d’accordo, restando padrone Massimino d’essa Bitinia: con che lo stretto di Bisanzio venne ad essere il confine de’ loro imperii. Seguita poi a dire Lattanzio che Massimino tornò come prima a perseguitar i Cristiani, mostrando di farlo come pregato dalle città. Tuttavia per far risplendere la sua clemenza ordinò che ai servi del vero Dio non si levasse la vita, ma permettendo che loro si cavassero gli occhi, si tagliassero le mani o piedi, o il naso e l’orecchie. Valeria vedova di Galerio Augusto, ancorchè raccomandata a Licinio, si ritirò da lui, e passò sulle terre di Massimino con Candidiano, figliuolo del defunto marito, e da lei ancora adottato. Altro non dice Lattanzio3016, se non che le facea paura la libidine di Licinio, e ch’ella si giudicò più sicura sotto la protezion di Massimino, perchè uomo ammogliato. Ma que’ villani imperadori tutti erano bestie anche per questo conto. Massimino, da che fu entrata ne’ suoi stati la suddetta Valeria Augusta con Prisca sua madre, e moglie di Diocleziano già imperadore, cominciò a pulsarla, affinchè rinunziasse a lui tutte le sue pretensioni sopra la succession del padre e del marito Augusti. Valeria, forse per tener salvi i diritti dell’adottato Candidiano e i propri, non ne volle far altro. Veramente sul principio si trovò essa ben trattata da lui; ma da lì a poco tempo restò essa non poco ammirata e confusa, perchè Massimino le fece proporre di prenderla per moglie; al qual fine si esibiva di ripudiar quella ch’egli avea. La risposta di Valeria fu [p. 1101 modifica]da donna saggia e di petto costante: che si maravigliava di una tal proposizione, come empia, pendente lo scorruccio del defunto consorte, e parere a lei strano ch’egli volesse abbandonar una moglie senza alcun demerito suo; e che questo procedere apriva a lei gli occhi per temer tutto da lui; in somma non essere permesso ad una persona del suo grado di pensare ad un secondo marito, come cosa scandalosa e senza esempio. Udita ch’ebbe Massimino questa generosa risposta, cangiossi tutta la libidine sua in odio e furore. Cacciò Valeria e tutti i suoi in esilio, senza assegnar loro un luogo fisso, e con farla vergognosamente condurre qua e là. Occupò tutti i di lei beni, le levò i suoi ufficiali, fece tormentare i suoi eunuchi, e mosse guerra alle nobili dame della di lei corte, alcune delle quali condannò alla morte con false accuse di adulterio, quando egli sapeva che erano più caste di quel ch’egli stesso voleva: iniquità che accrebbe a dismisura l’odio di ognuno verso questo manigoldo tiranno. Come terminasse la tragedia d’essa Valeria non tarderemo ad udirlo. Mosse anche guerra Massimino, per attestato di Eusebio, ai popoli dell’Armenia, perchè, siccome cristiani, non voleano far sacrifizii ai falsi dii; ma con poco suo utile. La fame e la peste anch’esse fecero guerra alle di lui armate. Mentre tali cose succedevano in Oriente, Costantino Augusto si applicava a stabilire una buona pace nelle Gallie, per essere in istato di rispondere in buona forma alle minacce3017 che andava facendo Massenzio tiranno di Roma contro di lui, servendosi del pretesto della morte di Massimiano Erculio suo padre, benchè in suo cuore non ne avesse disgusto. Visitò Costantino3018 in quest’anno la città di Autun, e trovandola desolata, rimise a quel popolo i debiti di cinque anni addietro contratti col fisco, e parte delle imposte per gli anni avvenire: il che fu di mirabil sollievo a quella città, la quale da lì innanzi prese il titolo di Flavia dalla famiglia dell’Augusto benefattore. Fu in questa congiuntura che l’oratore Eumene, o Eumenio, recitò in lode di lui un panegirico che resta con altri tuttavia. Pensava in fatti Massenzio di far guerra a Costantino, e già avea disegnato di passar pei Grigioni nelle Gallie, con formar de’ mirabili castelli in aria, cioè figurandosi di poter atterrar Costantino con facilità, e poi d’impadronirsi della Dalmazia e dell’Illirico, con abbattere l’Augusto Licinio, dominante in quelle parti. Ma prima d’intraprendere questa guerra, giudicò meglio di ricuperar l’Africa3019. Quivi tuttavia sussisteva l’usurpatore Alessandro che avea preso il titolo d’Augusto. Colà fu inviato assai nerbo di gente Rufio Volusiano prefetto del pretorio, che probabilmente dopo tale impresa fu assunto al consolato. Menò egli seco Zena, uomo che egregiamente intendeva il mestier della guerra, ed era in credito d’uomo pien di mansuetudine. Poca fatica durò questo capitano a sbrigarsi di quel tiranno, con aver messo in fuga i di lui soldati. Restò egli preso e strangolato. Bella occasion fu questa pel crudele Massenzio di spogliar del suo meglio l’Africa tutta. Non vi fu persona, nobile o ricca, che a torto o a diritto non fosse processata e condannata come aderente all’estinto Alessandro, con perdere perciò vita e roba. Oltre a ciò, ordinò l’empio Massenzio che fosse dato il sacco e il fuoco a Cartagine, città allora delle più belle e riguardevoli del mondo, non che dell’Africa. In una parola, per tante crudeltà rimasero affatto impoverite e rovinate tutte le africane provincie; e pure delle lacrime di que’ popoli si fece trionfo e falò in Roma, città nondimeno con ugual furore maltrattata dallo stesso Massenzio, siccome fra poco dirò.