Arcadia (Sannazaro)/Proemio

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Proemio

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Elogio I


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PROEMIO

DELL’ARCADIA

DI MESSER

JACOPO SANAZZARO.




ARGOMENTO.

Mostra quanto più diletto alcune volte arrechi alll'uomo una cosa rozza, naturalmente fatta, che una pulita, e fabbricata con artificio.


Sogliono il più delle volte gli alti e spaziosi alberi negli orridi monti dalla natura prodotti, più che le coltivate piante, da dotte mani espurgate negli adorni giardini, a’ riguardanti aggradare; e molto più per li soli boschi i salvatichi uccelli sovra i verdi rami cantando, a chi gli ascolta piacere, che per le piene cittadi dentro le vezzose ed ornate gabbie non piacciono gli ammaestrati. Per la qual cosa ancora, siccome io stimo, addiviene, che le silvestre canzoni vergate nelle ruvide corteccia de’ faggi dilettino non meno a chi le legge, che li colti versi scritti nelle rase carte degl’indorali libri; e le incerate canne de’ pastori porgano [p. 2 modifica]per le fiorite valli forse più piacevole suono, che li tersi e pregiati bossi de’ musici per le pompose camere non fanno. E chi dubita, che più non fia alle umane menti aggradevole una fontana, che naturalmente esca dalle vive pietre, attorniata di verdi erbette, che tutte le altre ad arte fatte di bianchissimi marmi, risplendenti per molto oro? Certo che io creda, niuno. Dunque in ciò fidandomi, potrò ben io fra queste deserte piagge agli ascoltanti alberi, ed a quei pochi pastori, che vi saranno, raccontare le rozze Egloghe da naturale vena uscite; così di ornamento ignude esprimendole, come sotto le dilettevoli ombre, al mormorio de’ liquidissimi fonti da’ pastori d’Arcadia le udii cantare, alle quali non una volta, ma mille i montani Iddii da dolcezza vinti prestarono intente orecchie, e le tenere Ninfe, dimenticate di perseguire i vaghi animali, lasciarono le faretre e gli archi a piè degli alti pini di Menalo e di Liceo. Onde io, se licito mi fosse, più mi terrei a gloria di porre la mia bocca alla umile fistula di Coridone, datagli per addietro da Dameta in caro dono, che alla sonora tibia di Pallade, per la quale il male iusuperbito Satiro provocò Apollo alli suoi danni. Che certo egli è migliore il poco terreno ben coltivare, che ’l molto lasciare per mal governo miseramente imboschire. [p. 3 modifica]


ANNOTAZIONI

al Proemio.

Vergate nelle ruvide cortecce de’ faggi. Gli antichi scrivevano sopra due scorze d’alberi, cioè sopra la prima scorza, la quale dalla parte esteriore è ruvida, e sopra una seconda scorza sottilissima, che sta sotto alla prima. Sopra la prima scrivevano in due maniere, o nella parte esteriore con un ferro tagliente, e questo si chiamava segnare, o intagliare nelle scorze, ovvero nella parte interiore con uno stilo di osso o di metallo, e questo si diceva propriamente scrivere. Di questa seconda maniera intende qui parlare l’Autore. E sia detto di passaggio, che le scorze di cui usavano gli antichi per iscrivere, d’ordinario erano quelle dell’abete, del faggio, del tiglio, della picea, sorta d’arbore secondo Dioscoride dello stesso genere che il pino, secondo altri quasi del tutto simile al larice.

Nelle rase carte. Per iscrivere prima si usarono le cortecce degli alberi, poi le tavole incerate, finalmente le pelli di capretto, le quali però non si adoperavano a tal uopo se non purgate, rase e pulite colla pomice.

Le incerate canne de’ pastori. Le canne unite insieme colla cera formano l’istromento, che si chiama sampogna, di cui i Poeti fingono esserne stato Pane il ritrovatore; onde Virgilio nell’Eg. 2 dice:

Pan primus calamos cera conjugere plures
Instituit.

Pregiati bossi. Il bosso, o bossolo è un arbore piccolo sempre verdeggiante, il legno del quale è sì duro che va al fondo s’è gittato nell’acqua, e non mai s’intarla. Di esso fannosi i flauti, e qui di fatto si prende la materia per la forma, come fece anche Ovidio nel lib. xiv. delle Metam. scrivendo: Inflati murmure buxi. L’Autore, osserva bene, contrappone le sampogne ai flauti, perchè le prime son fatte dalla natura, e i secondi dall’arte.

Le rozze Egloghe. Egloga viene dal greco ἐκλογή, che significa scelta, e Virgilio intitolò Egloghe le sue pastorali poesie, o perchè quelle chi ci tramandò sono le poche ch’egli scelse dalle molte che fece, o perchè sono come la scelta di alcuni versi, cui egli scrisse imitando Teocrito. Nondimeno prevalse poi l’uso di chiamare con tal nome spezialmente le poesie pastorali.

Arcadia. È questa una regione così nominata da Arcade, [p. 4 modifica]figliuolo di Giove o di Calisto, situata nel mezzo del Peloponneso, lontana dal mare per ogni parte, e tutta montuosa in modo che resta più adatta alla pastura delle pecore, che all’agricoltura. Quindi ne parlano sempre i poeti pastorali, come di luogo caro più d’ogni altro a’ pastori, che nelle loro poesie introducono. Fra i monti più celebri dell’Arcadia sono particolarmente da noverarsi il Menalo, il Liceo, l’Apollonio, il Cillene, l’Erimanto, il Partenio.

Alla umile fistula di Coridone ec. Intendi Virgilio per Coridone, e Teocrito, imitato da Virgilio, per Dameta, l’uno e l’altro come autori di pastorali poesie. Il Sanazzaro tocca in seguito la favola del Satiro Marsia, che per saper suonare il flauto, cui Minerva, la quale ne fu l’inventrice, avea gittato via veggendo nell’acque la deformità del viso, mentre gonfiava le gote in dando fiato all’istrumento, tanto si alzò in superbia che pretese superare Apollo nel suono; e perciò da quel Dio fu scorticato vivo, o costretto a fuggirsene, come pensano altri fondati su ciò che ne scrisse Silio Italico nel lib. viii. Il Sanazzaro adunque in questo luogo vuol dire, ch’egli ama meglio cantare le umili cose, che le grandi e sublimi.