Archivio Glottologico Italiano, vol. II, 1876/Ascoli, P. Meyer e il franco-provenzale

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Ascoli, P. Meyer e il franco-provenzale

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P. MEYER e il FRANCO-PROVENZALE.



Fra gl’incoraggiamenti più autorevoli e più preziosi, di cui l’Archivio glottologico s’è potuto rallegrare, vanno di certo quelli che il signor Paolo Meyer gli ha così cordialmente impartito, per due volte, nelle informazioni sugli studj neo-latini da lui mandate alla Società filologica di Londra1. La prima volta egli vi portava il suo benevolo e anzi generoso giudizio intorno ai Saggi ladini, cui era dedicato il primo volume di questa raccolta; e l’altra parlava, non meno benevolmente, della prima parte degli Schizzi franco-provenzali, che si vengono stampando per il terzo volume, insieme con questi ultimi fogli del secondo.

Ma alcune obiezioni, d’ordine critico, risguardanti gli Schizzi franco-provenzali, che il Meyer deponeva, come in germe, nelle informazioni sopradette, si videro poi sviluppate in un’altra e pressochè simultanea relazione, che lo stesso Meyer dava degli Schizzi medesimi nella Romania (IV, 294-6). Poichè a lui dunque pare opportuno d’insistere in codeste obiezioni e di allargarle, sembrerà lecito, e quasi debito, che l’Archivio non tardi a esaminare quanta sia la consistenza loro.

Muove il Meyer da un’obiezione d’ordine generalissimo. Nessun gruppo di dialetti, comunque si formi, costituirebbe mai, secondo la sentenza sua, una famiglia naturale, per la ragione, che il dialetto, il quale rappresenta la specie, altro non è egli medesimo se non una concezione, abbastanza arbitraria, della mente nostra. Noi scegliamo, prosegue egli, nella favella d’un dato paese, un certo numero di fenomeni, e ne facciamo i caratteri di codesta favella. ’Cette opération (si scusi ora l’allegar [p. 386 modifica]che fo l’originale di tre periodi, che non mi attenterei a tradurre a trasuntare) ‘cette opération aboutirait bien réellement à déterminer une espèce naturelle, s’il ny avait forcément dans le choix des caractères une grande part d’arbitraire. C’est que les phénomènes linguistiques que nous observons en un pays ne s’accordent point entre eux pour couvrir la même superficie géographique. Ils s’enchevêtrent et s’entrecoupent à ce point qu’on n’arriverait jamais à déterminer une circonscription dialectale, si on ne prenait le parti de la fixer arbitrairement.’ Poi suppone che si prenda per caratteristico un certo fenomeno che occorre nel picardo, e nota che se dai lati di mezzogiorno e di levante si viene, per questo mezzo, a una delimitazione tollerabile, la delimitazione si fa poi men buona verso settentrione, e verso l’ovest fallisce del tutto, poiché il fenomeno si ritrova comune anche alla Normandia. Sarà dunque giocoforza, imagina egli ancora, dar di piglio a un altro carattere, ’che si sceglierà per modo ch’egli ricorra in uno solo dei due dialetti (normando e picardo) i quali si vorranno tra di loro distinguere.’ E trovato il carattere che varrebbe a disgiungere il normando dal picardo, trova insieme il signor Meyer ch’egli oltrepassi di gran lunga, verso occidente (o mezzogiorno), i confini della Normandia; ed ecco che anche questo carattere sarà stato scelto arbitrariamente, ’secondo il luogo in cui si voleva, giusta un’idea preconcetta, stabilire il confine.’ E la conclusione del nostro critico è questa: ’Segue da ciò, che il dialetto è una specie ben piuttosto artificiale che non naturale; che ogni definizione del dialetto è una definitio nominis e non una definitio rei. Ora, se il dialetto è indefinito di sua natura, si capisce che i gruppi, che se ne possano formare (traduco letteralmente), non saprebbero essere perfettamente finiti. Ne viene, che si potranno imaginare molte maniere di aggrupparli, ciascuna delle quali si fonderà su d’una certa scelta di fatti idiomatici, ma nessuna delle quali sfuggirà all’inconveniente di segnare delle circoscrizioni là dove la natura non ne porge.’

Si tratta dunque di una obiezione a priori, che ferirebbe il mio saggio del pari che un altro qualsifosse, concernente una qualunque serie di dialetti di una qualsivoglia regione del [p. 387 modifica]mondo; anzi ferirebbe, come io credo, una classificazione qualsifosse di qualunque ordine di individui o di soggetti, reali o escogitabili. Ma tutta codesta obiezione terribilissima, tutta codesta disperazione di scernimenti che non sieno di necessità arbitrarj, tutto si risolve fortunatamente in un bel nulla. Un tipo qualunque, — e sia il tipo di un dialetto, di una lingua, di un complesso di dialetti o di lingue, di piante, di animali, e via dicendo, — un tipo qualunque si ottiene mercè un determinato complesso di caratteri, che viene a distinguerlo dagli altri tipi. Fra i caratteri può darsene uno o più d’uno che gli sia esclusivamente proprio; ma questa non è punto una condizione necessaria, e manca moltissime volte. I singoli caratteri di un dato tipo si ritrovano naturalmente, o tutti o per la maggior parte, ripartiti in varia misura fra i tipi congeneri; ma il distintivo necessario del determinato tipo sta appunto nella simultanea presenza o nella particolar combinazione di quei caratteri. Supponiamo che i caratteri, e anzi i più spiccati, del tipo x sieno ABC, ciascuno dei quali si riabbia anche in altre diverse combinazioni tipiche (ADE; BDG; CDI; ecc.). Ciò naturalmente non infirma, per nulla, quella peculiarità che appunto risiede nel trovarsi uniti i caratteri ABC. Che se prima di venire senz’altro a dirette sperienze dialettologiche, ci è permesso d’insistere, ancora per un momento, in queste dimostrazioni teoricamente elementari, gioverà ricordar di nuovo la ricorrenza d’un carattere o d’un complesso di caratteri d’ordine peculiare od esclusivo, che può (ma non deve), insieme colla simultanea presenza di caratteri ripartitamente comuni ad altri tipi, entrar nella costituzione di un tipo distinto; onde, segnate le proprietà esclusive per lettere minuscole, si viene a una formola come questa: ABC a b. Dove è altresì da soggiungere, che a determinare un tipo speciale può anche bastare un solo cospicuo ed ampio carattere d’ordine peculiare od esclusivo, locchè si può esprimere, per via di formole, ponendo un tipo ABC a rimpetto a un tipo ABC.

Orbene, passando a rapide e facili applicazioni dialettologiche, e tali che particolarmente convengano all’Archivio, ricordiamoci imprima del tipo ladino o della favella ladina, come in ispecie si determina nella sezione occidentale e nella centrale [p. 388 modifica]della zona. Chi ha mai detto, o vorrà mai dire, che qui s’abbiano determinazioni arbitrarie, più o meno comode, non suggerite o richieste dalle condizioni intrinseche del linguaggio? Nessuno mai di certo. Ma proviamoci a passare in rassegna i caratteri fonetici di quel tipo (e la fonologia dà sempre, in simili casi, pressochè intiera la distinzione voluta), che si trovano a pag. 337-38 del primo volume dell’'Archivio. Quanto vi troviamo che sia veramente specifico, esclusivamente proprio del tipo, non comune all’uno o all’altro dei varj tipi viventi che sono od erano contermini al ladino? Nulla o pressochè nulla. Prendiamo, a cagion d’esempio, il carattere će = ce latino e segnamolo per A; aggiungiamo, secondo, il carattere pl cl ecc. = pl cl ecc. del latino, e segnamolo per B; e limitiamoci a ancora un altro solo, il carattere ’ća = ca latino, che segneremo per C. Il primo di questi caratteri si continua nei dialetti lombardi, pedemontani ecc.; il secondo e il terzo si combinan col franco-provenzale e indi col francese; nulla è perciò di esclusivamente proprio o d’isolato; ma la riunione di ABC sopra uno stesso territorio, incomincia a determinare il tipo.

Se poi ci volgiamo al franco-provenzale, la figura tipica si ottien súbito, e delle più compiute, senza uscire dai confini di quell’ampio elemento costitutivo che è l’a romano. Il franco-provenzale mantiene intatto, generalmente parlando, l’a tonico, e parimenti l’atono, per il quale si considera in ispecie l’a di desinenza. Abbiamo così due caratteri, che si vorranno qui segnare per A e per B, e resultano comuni al franco-provenzale ed al più schietto tipo della lingua dell’oc, ma sono all’incontro in assoluta antitesi col tipo francese, nel quale volgono costantemente in e l’a tonico fuor di posizione (ai e) e l’a desinenziale fuor d’accento (e). Ma il franco-provenzale si scosta poi affatto dalla lingua dell’oc, per il ridurre ch’esso fa costantemente a ie i l’a tonico a cui preceda uno di quei suoni che noi diciamo palatili; e questa è all’incontro una tendenza, che si ritrova anche fra i dialetti dell’oil. Segniamola per C questa tendenza, che resulta comune al franco-provenzale e a alcuni tipi francesi, ma è in assoluta antitesi col tipo della lingua dell’oc; ed ecco la formola ABC, formola affatto distintiva, poichè raccoglie caratteri che unicamente in questo campo stanno [p. 389 modifica]raccolti. Ma non basta. Nel franco-provenzale, a differenza di quel che avviene negli stessi dialetti dell’oil cui testè si alludeva, codesta riduzione dell’a si effettua, per la stessa causa, anch’in sillaba desinenziale fuor d’accento; di guisa che il franco-provenzale viene regolarmente a mostrarci, per codesta desinenza importantissima, due diverse figure che stanno agli antipodi l’una dell’altra (lo schietto -a, all’italiana e secondo il purissimo tipo della lingua dell’oc, se gli precede suono nonpalatile; e il sottilissimo -i, per un effetto che si direbbe la esagerazione di una tendenza francese, ove gli preceda suono palatile); e questa è una caratteristica cospicuamente peculiare, cospicuamente esclusiva. Abbiamo dunque ormai la formola ABC a. Nella quale, la proprietà esclusiva è tale per sè stessa e per l’abondanza dell’elemento cui si riferisce, da bastare di per sè sola alla determinazione di un tipo distinto; ed essa ancora si aggiunge a tal complesso di proprietà che pur altrove ricorrono ma qui solo si congiungono (ABC), da bastare pur questo, e per le ragioni medesime, alla determinazione di un tipo distinto.

C’è qui nulla d’arbitrario? Son fatti questi, che il glottologo, quasi per suo comodo, trascelga fra i molti, per farne, come di sua invenzione, dei caratteri specifici? E questa doppia serie del duplice riflesso dell’a, non ha essa grandissima parte anche nel determinare acusticamente quella special parentela o somiglianza, per la quale avviene che i nativi del Vaud, dell’Aostano, della Savoja e delle finitime sezioni del dipartimento dell’Isera, a non toccar se non di questi territorj franco-provenzali, s’intendano fra loro con particolar facilità? Io avrei scelto, stando al signor Meyer, ’un piccolissimo numero di fatti, fra’ molti.’ Ma, in primo luogo, i fatti, dei quali discorsi nella prima parte del mio Saggio e nelle linee che ora a queste precedono, già per sè costituiscono, il ripeto, una determinazione sufficiente, e non solo per ciò che esprimono, ma eziandio per tutto ciò che è come implicito in essi, poichè non v’ha nessun glottologo, il quale, data in una serie di dialetti contigui cotal cospicua simultaneità di caratteri in ordine ai riflessi dell’a romano, non voglia e debba inferirne senz’altro un’intima e molteplice concordanza fra’ dialetti stessi. E, in secondo luogo, [p. 390 modifica]io non mostrai peranco se non un capitolo solo della mia descrizione (III, 61-120), dichiarando d’averne in serbo altri ventidue, che ho distintamente specificato (III, 65-6); e come dunque viene il signor Meyer a parlarci, senz’altro, ’di pochi fatti’? Sarebbero anzi troppi davvero; e ben piuttosto tocca a me di qui anticipare la dichiarazione, che fra i residui capitoli non ve n’è alcuno, il quale pur lontanamente s’accosti all’importanza del primo, sebbene tutti, com’io spero, varranno efficacemente e per la descrizione del tipo franco-provenzale e pur come argomenti e motivi d’indagini più comprensive. Intanto non sarà forse fuor di luogo il far sapere sin d’ora a chi vorvebbe farci star contenti all’antiche spartizioni (per le quali gran parte del territorio franco-provenzale, arbitrariamente divelta dal resto, era assegnata alla lingua dell’oc), che se proprio fossimo costretti a scegliere, per la collocazione del franco-provenzale, fra la categoria provenzale e quella del francese, dovremmo decisamente preferire la seconda.

Già venni di sopra a toccare, per incidenza, di quella vivente riprova delle argomentazioni dottrinali che s’ha nella somiglianza tuttora effettivamente sensibile fra codesti parlari che io dico franco-provenzali, e venni insieme a toccare della loro attiguità. Ma il signor Meyer dice all’incontro: ’Le nouveau groupe proposé par M. Ascoli, groupe, qui, on l’a vu plus haut, n’offre aucune unité géographique, échappe-t-il du moins à l’inconvénient de réunir des dialectes fort dissemblables? Pas le moins du monde.’ E poi continuando: ’Il est de toute évidence que le dauphinois ressemble plus au provencal qu’au franc-comtois et au lorrain, et pourtant le lorrain, le franc-comtois et le dauphinois sont englobés dans le nouveau groupe de M. A., duquel est exclu le provencal.’

Qui io cado veramente dalle nuvole, e cadranno con me dalle nuvole tutti coloro che si son compiaciuti di considerare gli ’Schizzi franco-provenzali’. Poichè, in quanto a geografia, il signor Meyer dice proprio che manchi nel caso mio ogni unità geografica (le nouveau groupe n’offre aucune unité géographique); e quindi non lascia neppur luogo a credere che egli volesse allegare la mancanza d’unità politica; il che, del resto, come ognun vede, se sarebbe stato cosa vera, era però tal verità [p. 391 modifica]che nel caso nostro non importava niente affatto. E il vero del fatto nostro insomma è, che il ‘franco-provenzale’ forma un tutto continuo, anche nell’ordine geografico, così come io dico nella prima pagina del mio Saggio, accingendomi a descrivere partitamente codesto territorio (III 61). Quanto poi al conglobar che io faccia di dialetti fra di loro molto dissimili, per una incoerenza che il mio critico dice inevitabile, io gli devo pur dire che la conglobazione altro non è se non un parto dell’imaginazione sua. I distretti, onde io formo lo schietto territorio franco-provenzale, sono i seguenti (III 88-110): Ginevra, Savoja, Valsoana, Val d’Aosta, Vallese, Vaud, Friburgo, Neufchâtel, e la sezion di Berna che è tra il Jura e il lago di Bienne; gli spogli de’ quali distretti sono distinti anche nella stampa col maggior de’ tre caratteri. E vi aggrego bensì (giustissimamente, senz’alcun dubio) una modesta sezione del Delfinato, ma non già ‘il Delfinato’ o il ‘dialetto delfinese’; come ancora vi aggrego, e tutto sempre in perfetta contiguità geografica, una modesta sezione della Borgogna e una parte del lionese (ib. 81-5), stampando i rispettivi spogli in modo meno appariscente, per una cautela che potrà anzi sembrare e resultare soverchia. Quanto poi alla Franca-Contea e alla Lorena, io non fo che rintracciarvi, in alcune distinte varietà dialettali, le ‘estreme vestigia del franco-provenzale’ (ib. 110-15); e in questa esplorazione delle ‘estreme vestigia’ non penetro se non nell’estrema sezion meridionale della Lorena (Vogesi), ponendo all’incontro il complesso dei dialetti di essa Lorena, non già nel territorio franco-provenzale, ma bensì nel francese (p. 116-19); come dopo aver rintracciate le ‘estreme vestigia’ del franco-provenzale nella sezione occidentale del Doubs (Franca-Contea; ib. 111), pongo senz’altro la sezione orientale dello stesso Doubs nel territorio francese (ib, 115-16). E la verità è qui dunque molto semplicemente questa, che non solo è affatto imaginario che io abbia ‘conglobato’, per necessità di sistema, cose tra di loro eterogenee, ma che le ‘conglobazioni’ provengono, per doppia maniera, dal mio critico; poichè, dall’un canto, è lui che ne fa nell’imputarmele, e, dall’altro, è lui che ne rifa col riportarsi, in ragionamenti di questa sorta, a una fase conoscitiva che già abbiam felicemente superata, parlandoci indigrosso di ‘delfinese’, di ‘franco-contese’, e ‘lorenese’.

[p. 392 modifica]Ma i guai non sono finiti, e anzi ci restano i più gravi. Il signor Meyer è convinto che il miglior modo di metter nella vera sua luce il variarsi della parola neo-latina (la variété du roman) stia non già nel segnare delle circoscrizioni determinate da questo o quel fenomeno idiomatico, ma bensì nel mostrare sopra qual superficie di territorio ciascun fenomeno regni; e ci voglia ben piuttosto, in qualche modo, la geografia dei caratteri dialettali, che non la geografia dei dialetti. Ora, codesta obiezione, o codesto suggerimento che sia, non ha più bisogno di particolari confutazioni, dopo quanto già di sopra mi occorse d’avvertire. Ma non posso a meno di aggiungere, a questo punto, che la considerazione del signor Meyer mi par molto singolare, e per tre diverse ragioni. La prima è, che un suo equivalente in istoria naturale sarebbe pressappoco questo: occupiamoci di sapere sin dove e come s’estenda il fenomeno delle due dita, e la descrizione del singolo ruminante lasciamola poi a chi la vuole. La seconda è, che lo studio della prolungazione di un dato fenomeno, cioè l’intenzione di perseguir la storia di un singolo fatto idiomatico al di là dei confini in cui egli entra a formare una data combinazione dialettale, non parrebbe cosa da raccomandarsi all’Archivio, il quale, pro virili parte, si è anzi industriato a darne egli l’esempio (cfr. I 542, a-b, ‘Regione ecc.’). La terza finalmente è, che appunto gli ‘Schizzi franco-provenzali’ hanno insieme l’assunto di determinare un nuovo gruppo e di studiare il prolungarsi de’ singoli fenomeni anche al di là del gruppo stesso, come già appare, nel modo più compiuto e più manifesto, da quel capitolo intorno al quale il signor Meyer riferiva.

Ed egli continua: ‘Io aggiungerò ancora, che data pur la possibilità di un migliore aggruppamento dei dialetti neo-latini, non v’è, come io credo, nulla da intraprendere in questa direzione, prima che non si pubblichi un numero sufficiente d’antichi documenti di questi dialetti.’ Qui la risposta, massime a volerla limitare al caso nostro proprio, è troppo facile davvero. Ben vengano gli antichi o vecchi documenti; e dove a me fu dato consultarne, io di certo non ho tralasciato d’adoperarmici con lo zelo migliore che sapessi. Ma ogni dialettologo sa, quale e quanta sia, in un caso come questo, l’utilità che [p. 393 modifica]si possa sperare da documenti vecchi od antichi. Si riduce, in fondo, al trovarvi conferma, o al ricorrervi con maggiore o miglior perspicuità, il fenomeno dialettale che vive ancora. L’utilità critica, fra documento e parlata viva, è in generale un’utilità scambievole; e moltissime volte è anzi ben maggiore quella che viene allo studio del documento dallo studia della parlata viva, che non sia l’inversa. Oh insomma, spera egli il signor Meyer di trovar dei documenti franco-provenzali, la cui antichità sia maggiore di quella dei fenomeni che tuttora sussistono ne’ vernacoli che io studio? O forse vuol significare, che il tipo franco-provenzale si possa essere esteso modernamente a delle contrade cui fosse prima estraneo? Ma chi vorrebbe condivedere questa supposizione? E dato pure che ciò fosse, non rimarrebbe ugualmente vera ed effettiva l’estensione sua presente? La scoverta lo studio d’antichi monumenti proverà, del resto, ben altro: proverà una dilatazione ben maggiore di quella che io per ora sia riuscito a misurare.

Ma il più terribile sta in fondo. Io mi sono servito, secondo il signor Meyer, nel miglior modo che si poteva, delle fonti povere e poco sicure, alle quali io era limitato; senonchè a lui pare molto dubbio, che, ‘meglio informato’, io possa mantenere le mie conclusioni. Or quali conclusioni, di grazia? Quelle forse che si riferiscono alla schietta famiglia franco-provenzale, intorno alla quale il mio critico non avventura pur un cenno solo che proprio la tocchi? Ma allora i suoi dubbj mi parrebbero davvero una celia, ed egli di certo non intende celiare, i dubbj, che lo angustiano, si riferiscono al ‘lorenese’ et cætera, che egli ha creduto ‘conglobati’ al mio franco-provenzale? Ma allora essi feriscono la sua imaginazione e non lo studio mio. Dei dubbj ben ne restano anche a me, come ognuno può capire, e come ho debitamente dichiarato (III 65); e più specialmente si riferirebbero a quella ‘colonna longitudinale’ in cui il tipo franco-provenzale si viene sperdendo e fondendo nel francese; ma sono dubbj assai tenui; e il cauto riscontro de’ varj fonti, e la convenienza generale della prosecuzione de’ fenomeni, non permettono, il confesso, che io mi dia in preda al alcuna inquietitudine, neppure in ordine alle conclusioni affatto accessorie. Ciò naturalmente non esclude, che io desideri vivamente [p. 394 modifica]d’esser meglio informato; e le migliori informazioni io le accetterò, con molta gratitudine, da chicchessia, e con moltissima se mi vengano da valentuomini pari al signor Mejer; i quali però non è forse inutile che si ricordino, come io, in sino ad oggi, sia stato costretto, per comune sventura, a giovarmi delle sole forze mie.

Vorrei ora esser dispensato dal riassumere la mia anticritica; e vedrò almeno di farlo con la maggior brevità che la chiarezza consenta. Il signor Meyer non tocca, dunque, non avverte, non corregge, non aggiunge alcun singolo fatto. Dedica la massima parte del non lungo articolo a obiezioni teoriche, le quali son dovute parermi originate da una sintesi temeraria, tal cioè che punto non somigli a quelle sintesi sobrie che devono precedere e accompagnare ogni analisi razionale, e ne sogliono riuscire assai robustamente dilatate. S’aggiunge un’obiezione d’ordine geografico, che è la mera negazione di una verità patentissima; e finalmente s’aggiungono alcune obiezioni d’ordine più propriamente dialettologico, le quali non hanno ragion d’essere se non quando si supponga che io abbia detto o mostrato cose del tutto contrarie a quelle che in effetto, e in manifestissima guisa, io dissi mostrai.

Nel suo complesso, è una critica d’ordine estrinseco; e circa l’intrinseco del mio lavoro, non lascia mai di esprimersi con l’usata cortesia. Onde viene, se io non erro, doppia legittimazione a questa diffusa mia risposta; la quale, del resto, non vuole implicare alcuna conseguenza men che rispettosa, e si rifugia, con vera e cordial sincerità, nel quandoque dormitat Homerus. Pure, non è forse affatto superfluo il notare, come la povera scoverta del ’franco-provenzale’ sia andata incontro anch’essa a quella bizzarra varietà di sentenze, cui sogliono andare incontro e le scoverte minute e le grandi. La Francia meridionale me ne rimeritò con una medaglia d’oro; e dalla Francia del Nord me ne viene un giudizio, che si ritorce un po’ convulsamente in sè medesimo, arrivando a determinarsi nella curiosa proposizione negativa: ’che debba sin parere non gran fatto utile che la tesi si dimostri2.’ Il Boehmer, alla sua [p. 395 modifica]volta3, pur dichiarandosi contento del lavoro, trova in qualche modo che non c’era bisogno che la scoverta fosse rifatta, poiché il mio territorio ’franco-provenzale’ non abbia confini diversi da quelli che avesse il reame borgognone ’in sino alla fine della prima dinastia’, come a colpo d’occhio si vedrebbe da una carta che Alberto Jahn ha inserito nella sua storia di quel reame; al quale Jahn non sarebbe pure sfuggita la coesione idiomatologica dell’antico territorio borgognone in sino a’ nostri giorni.

Ora io prometto al signor Boehmer, che mi studierò di rintracciare il libro del Jahn; ma intanto mi farò lecito di avvertirlo, che ov’io dicessi, come a lui parrebbe, ’borgognone’ anziché ’francoprovenzale’, mi confonderei stranamente coi dialetti ’borgognoni’ di Francia, cioè della provincia di Borgogna, i quali appunto non entrano nel gruppo franco-provenzale, comeché lo rasentino e nell’ordine geografico e nel dialettologico (cfr. III 73). Lo Schuchardt, finalmente, che era preparato, in così mirabil modo, a farla lui la scoverta, si compiace, da buon collega, che l’abbia fatta io4, come già se ne eran compiaciuti i confratelli italiani.

G. I. A.



Note

  1. Sono comprese nel terzo e nel quarto Annual Address of the President to the Philological Society, delivered at the Anniversary Meeting; Londra, 1874 e 1875.
  2. P. Meyer nella seconda delle citate relazioni alla Società filologica di Londra.
  3. Romanische studien, I 629.
  4. Centralblatt, 1875 (6 nov.), col. 1462.