Autobiografia (Monaldo Leopardi)/Capitolo LXIII

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Capitolo LXIII

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Strage degli Austriaci


Fratanto che l’assedio si va stringendo mi viene la fantasia di raccontare una novella. Sentitela. Due uomini contendevano per un vestito, e uno di questi uomini era vigoroso e forte, l’altro era debole. L’uomo forte disse all’uomo debole, cedimi quel vestito bonariamente poiché in ogni modo io sono più forte di te, e te ne spoglierò malgrado tuo. Rispose il debole, è vero, sento la mia inferiorità e conosco che il vestito resterà a te, ma se lo cedessi con le buone si potrebbe dire che io fossi un vile. Azzuffandomi con te perderò, ma tuttavia potrebbe essere che nella zuffa io ti facessi qualche male. Facciamo dunque così. Lascia che per mia convenienza io ti rompa un braccio, e dopo il vestito sarà tuo. L’uomo forte acconsentì. Collocò il braccio dove meglio piacque all’avversario accioché il colpo non fallisse. L’uomo debole con un gran colpo di mazza glielo spezzò, e poi consegnò il vestito. Mi pare che voi leggitore crediate poco a questo racconto, ma ora vedrete se ho narrata la verità. Dopo alquanti giorni di assedio il Froëilich intimò al Generale Francese di arrendersi ma questo rispose che non essendosi aperta la breccia, e non essendosi tentato verun assalto, non poteva farlo con suo decoro. Si convenne dunque che il Froëilich in un assalto finto lascerebbe ammazzare un po’ di Tedeschi, e dopo si farebbe la capitolazione. Si scelse per l’attacco il giorno 2 di Novembre, e si raccolsero nelle vicinanze alquante scale usate dai contadini eguali all’incirca alla mezza altezza delle mura di Ancona. Nella matina destinata si fecero scendere gli Austriaci nel fosso, e l’artiglieria della piazza incominciò a colpirli. Il fuoco concertato in quel giorno ribombò per tutte le Provincie circonvicine. Quei soldati infelici ritenuti là dentro dal rigore della disciplina, senza permesso di ritirarsi, senza ordine di agire, e senza mezzi per salire sulle mura restavano pascolo della mitraglia Francese che li stritolava impunemente, come si fa di un formicolajo sorpreso nella sua tana. Quattrocento Tedeschi morirono schiacciati in quel fosso, finché il Gen. Froëilich, avendo già saldato il suo debito, richiamò le truppe al campo. Froëilich sarà stato bravo militare e politico, ma un’anima che stipula o vede a sangue freddo l’eccidio dei suoi fratelli, è senza meno un’anima scellerata. Se i Principi vedessero questi orrori le guerre sariano più rare, e le poche necessarie si affiderebbero ad uomini forniti di un qualche viscere di umanità. Forse Froëilich voleva aver merito con la sua Corte di un’impresa compita sollecitamente, e forse fra lui e il Generale francese Mounnier si erano convenuti altri patti vergognosi. Quella atrocità brutale, e la qualità della capitolazione successiva autorizzano qualunque sospetto.