Autobiografia (Monaldo Leopardi)/Capitolo LXII

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Capitolo LXII

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Morte di La Hoz


La Hoz vedendo arrivati gli Austriaci era decaduto sicuramente da qualunque progetto grandioso, e si limitava al desiderio di ottenere un bel premio per quanto aveva fatto in servizio della buona causa, e dell’Imperatore. Conoscendo però che se l’Imperatore avesse dovuto premiare tutti i capi di banda aventi nome di Generali sarebbe andato più lento nel premiare lui; come Generale in capo, e servendosi di un pretesto, o dell’altro li fece tutti imprigionare, e imputandoglisi intelligenza coi Francesi si trattava di farli morire. Veramente quella canaglia meritava poco di meglio ma né ad essi conveniva il nome di traditori, né La Hoz doveva dargli quel guiderdone. Sciabolone e Scatasta andarono immuni da quelle misure perché essendo agricoltori rozzi, e semplici non facevano ombra a La Hoz. Fratanto però i Francesi chiusi in Ancona, o perché sapendo lo scarso numero degli austriaci volessero dargli quella lezione che Skall temeva, o per qualunque altro motivo ignorato da noi, il giorno... di ottobre fecero una sortita risolutissima con la maggior parte delle forze loro. Gli assediatori inesperti della guerra, e non accostumati a vedersi il fuoco o la morte sugli occhj, valevano poco in presenza di La Hoz, e valevano niente due dita distanti da lui. I Francesi li ruppero immediatamente e incalzandoli a maraviglia presero tre trincee successive in pochi momenti. Accorso La Hoz, e facendo prodigj di valore rianimò i fuggitivi, li ricondusse al fuoco, riprese la prima trincea, e già stava sulla seconda quando un colpo di moschetto lo fece cadere moribondo. Al cominciarsi di quell’attacco gli Austriaci di Fiume Esino erano accorsi, e i Francesi o credendosi insufficienti a combatterli, o non volendo spargere il sangue inutilmente, si ritirarono nella piazza. Il povero La Hoz confessatosi e assistito dai sacerdoti morì fra due ore, e il suo cadavere venne trasportato e seppellito in Loreto con molta pompa. Quest’uomo che alcune settimane avanti volgeva in mente cose sublimi, e che nella matina istessa del giorno fatale si teneva in pugno un collocamento luminoso si trovò all’improviso a dar conto di sé e delle sue machinazioni a un Dio severo. Ebbe genio e coraggio grandi, ma bisogna averli impiegati bene assai per non abbrividire all’aspetto di quella morte, e il fine per lo più tragico degli avventurieri persuade che non sono infelici coloro ai quali non si è presentato un campo vasto per ispiegare il proprio ingegno. Col morire di La Hoz riacquistarono libertà i sedicenti Generali imprigionati da lui.

Fra pochi giorni sbarcarono cinque mila austriaci all’incirca provenienti da Venezia, o Trieste, e mi compiacqui assai vedendo lo sbarco di essi, dei loro cavalli bellissimi, e di tutto l’equipaggio. Mi piacque pure due giorni dopo schierati in bell’ordine sulla piazza della Madalena ove riceverono la benedizione dal Card. Onorati vescovo di Sinigaglia. Da questa città le truppe partirono per il campo d’assedio, avendone il comando supremo il Generale Froëilich venuto ultimamente, e sotto di lui i Generali Skall e Cnesevich. Mia moglie ed io tornammo a Recanati passando per Iesi.