Ben Hur/Libro Primo/Capitolo V

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Capitolo V

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CAPITOLO V.


Il Greco proruppe in vivaci espressioni di gioia e congratulazioni; dopo le quali l’Egiziano prese a dire con gravità caratteristica:

— «Vi saluto, mio fratello, voi avete molto sofferto ed io gioisco del vostro trionfo. Se entrambi desiderate ascoltarmi vi dirò chi sono e come fui indotto a venire. Attendetemi un momento.» — Uscì; diede un’occhiata ai cammelli e poi riprese il suo posto.

— «Le vostre parole, fratello, le aveva dettate lo Spirito — disse per incominciare — e lo Spirito me le fa comprendere. Ciascuno di voi parlò particolarmente dei vostri paesi: in ciò v’era un gran motivo che adesso vi [p. 26 modifica]spiegherò: lasciatemi ora dirvi di me e del mio popolo. Io sono Balthasar, Egiziano.» —

Le ultime parole furon dette adagio ma con tale dignità che ambedue gli uditori s’inchinarono all’oratore.

— «Vi sono parecchie glorie che posso attribuire alla mia razza — continuò — ma io mi contenterò di una. La storia cominciò con noi. Noi fummo i primi a perpetrare gli eventi tenuti dagli annali. Così noi non abbiamo tradizioni, ed invece della poesia vi offriamo certezza. Sulle facciate dei palazzi e dei templi, sugli obelischi, sulle pareti delle tombe, noi scrivemmo i nomi dei nostri re e le loro gesta; e ai delicati papiri noi confidammo la sapienza dei nostri filosofi ed i segreti della nostra religione — tutti i segreti meno uno — del quale vi parlerò ora. Più antico dei Vedi, o Melchiorre; più antico delle canzoni d’Omero o delle metafisiche di Platone, o mio Gaspare, più vecchie dei libri Sacri o dei re dei Chinesi, o di quelli di Syddārtha, più vecchio della Genesi di Mosè l’Ebreo; più vecchio di tutti insomma gli annali umani sono le scritture di Menes, il nostro primo Re». —

Riposando un istante egli fissò i suoi grandi occhi dolcemente sul Greco dicendo: — «Nella giovinezza dell’Ellade quali, o Gaspare, furono i Maestri dei suoi maestri?» —

Il Greco s’inchinò sorridendo.

— «Da questi annali» — continuò Balthasar — noi sappiamo che quando i padri vennero dal lontano deserto, dalle fonti dei tre fiumi Sacri, — dal vecchio Iran del quale voi parlaste, o Melchiorre — recarono con sè la storia del mondo e del Diluvio quale fu tramandata dai figli di Noè agli Ariani, e insegnarono i concetti di Dio, del Creatore, dell’Anima, immortale come Dio. Quando il compito, che ora ci chiama, sarà felicemente terminato, se vorrete venire con me, vi mostrerò la biblioteca Sacra del nostro sacerdozio; fra tanti il Libro dei Morti nel quale è il rituale che deve essere osservato dall’anima dopo che la Morte l’ha inviata al Giudizio eterno.

Queste idee — Dio e l’anima Immortale — furon portate da Mizraim al di là del deserto, sino alle rive del Nilo, facili e semplici nella loro primitiva purezza, come è tutto ciò che proviene direttamente dalle mani di Dio. Tale era pure il primo rito — una canzone ed una preghiera, adatta per un’anima gioconda, piena di speranze ed innamorata del suo Creatore. A questo punto il Greco alzò le mani esclamando:

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— «Oh la luce si fa dinanzi ai miei occhi!»

— «Ed in me pure». disse l’Indiano con egual fervore.

L’Egiziano li guardò benignamente, poi proseguì dicendo:

— «La religione è soltanto una legge che lega l’Uomo al suo Creatore: nella sua purezza non ha che questi elementi: Dio, l’anima e il loro mutuo riconoscimento, dai quali, allorchè sono messi in pratica, nascono l’Adorazione, l’Amore e la Ricompensa.

Tale, fratelli miei, era la religione di nostro padre Mizraim nella sua primitiva semplicità. La maledizione delle maledizioni è che gli uomini non la lasciarono stare così.» —

Egli si fermò come pensando in che modo dovesse continuare.

— «Parecchie nazioni hanno amato le dolci acque del Nilo» — aggiunse — «l’Etiope, l’Ebrea, l’Africana, la Persiana, la Macedone, la Romana, delle quali nazioni, tutte, eccettuata l’Ebrea, ne furono, ora l’una ora l’altra, padrone. Tale succedersi di popoli corruppe l’antica fede Mizraimica. La Valle delle Palme divenne una Valle degli Dei. Di un Dio se ne fecero otto ognuno rappresentante un principio costitutivo della Natura, con Ammon Re alla testa. Poi vennero Isis e Osiris, poi furono divinizzate le qualità umane come la Forza, la Sapienza, l’Amore ed il Piacere».

— «In tutto ciò spirava l’antica follia!» — gridò il Greco, con moto istintivo.

L’Egiziano s’inchinò e procedette:

— «Ancora qualche parola, o fratelli: gli annali mostrano come Mizraim abbia trovato il Nilo in possesso degli Etiopi, un popolo di genio e di fantasia, totalmente dato all’adorazione della natura. Il poetico Persiano, sacrificò al Sole come l’imagine più perfetta di Ormuzd, suo Dio. I devoti figli del lontano Oriente, intagliarono nel legno e nell’avorio le loro divinità; ma l’Etiopia, senza scritture, senza libri, si abbassava al culto degli animali, degli uccelli, e degli insetti, tenendo il gatto sacro per il Re, il toro per Iris, lo scarabeo per lo Phtah. Così nacque la religione del nuovo impero. Allora s’innalzarono i magnifici monumenti che ingombrano la spiaggia del fiume ed il deserto: l’obelisco, il labirinto, la piramide e la tomba del re, confusa con la tomba del coccodrillo.

In tale profondo avvilimento, o fratelli, erano caduti i figli di Ario!»

Qui per la prima volta la calma abbandonò l’Egiziano; [p. 28 modifica]sebbene il suo aspetto fosse tranquillo la sua voce lo tradiva.

— «Non disperate troppo, o miei amici — ricominciò — non tutti dimenticarono Dio. Poco fa dissi, forse vi ricorderete, che ai papiri confidammo tutti i segreti della nostra religione, meno uno: di quello parlerò adesso. Una volta avemmo per Re un certo Faraone che si prestava ad ogni genere di riforme e di innovazioni. Per stabilire il nuovo sistema cercò di far dimenticare intieramente quello vecchio.

Gli Ebrei allora abitarono con noi come schiavi. Si ostinarono ad adorare il loro Dio, e quando la persecuzione divenne intollerabile, furono liberati in un modo che mai si potrà dimenticare. Mosè, anch’egli un Ebreo, venne al palazzo e domandò il permesso che gli schiavi, milioni di numero, lasciassero il paese. La domanda veniva a nome del Dio d’Israele. Faraone si rifiutò. Sentite ciò che ne seguì.

Prima, tutta l’acqua, tanto quella dei laghi e dei fiumi come quella nei pozzi e nei recipienti si cambiò in sangue. Ancora il monarca si rifiutò. Allora nacquero delle rane che coprirono tutta la terra. L’altro si mantenne sempre ostinato. Allora Mosè gettò un pugno di cenere nell’aria e la peste prese gli Egiziani.

Poi tutto il bestiame tranne quello degli Ebrei venne a morire. Le locuste divorarono quanto di verde era nella valle. A mezzodì il giorno si mutò in un’oscurità così profonda che le lampade non facevano luce. Finalmente durante la notte tutti i primogeniti degli Egiziani morirono; neppur quello di Faraone si salvò. Allora egli cedette. Ma quando gli Ebrei se ne andarono egli li inseguì col suo esercito.

All’ultimo momento il mare si divise, cosicchè i fuggitivi poterono scampare.

Quando i persecutori vollero imitarli le onde si precipitarono loro addosso e travolsero cavalli, cocchieri e Re. Voi avete parlato di rivelazioni, o mio Gaspare...» —

Gli occhi celesti del Greco brillarono.

— «Io appresi qual’era la storia degli Ebrei — gridò egli — voi la confermate, o Balthasar!» —

— «Sì, ma per bocca mia parla l’Egitto, non Mosè. Io interpreto i marmi. I sacerdoti di quell’epoca scrivevano alla loro maniera ciò di cui eran testimoni.

Così vengo al segreto non riferito dagli annali. Al nostro paese abbiamo sempre avuto, dai tempi di quello sfortunato [p. 29 modifica]Faraone due religioni, una privata, l’altra pubblica; una di Dei innumerevoli adottata dal popolo; l’altra di un Dio solo adorato dal clero.

Rallegratevi con me, o fratelli! Tutti i flagelli inventati dai tiranni, furono vani. La verità gloriosa è vissuta; e proprio questo è il suo giorno!» —

Il corpo deperito dell’Indiano si curvò in segno di gioia ed il Greco gridò forte:

— «Mi sembra di sentire il deserto stesso cantare.» —

Da un vicino ruscelletto d’acqua l’Egiziano bevve un sorso e procedette:

— «Io nacqui ad Alessandria, principe e sacerdote, ed ebbi un’educazione adatta alla mia classe. Ben presto però mi disgustai. Parte della fede imposta, era che dopo la morte, oltre la distruzione del corpo, l’anima cominciasse la sua lenta ascensione sino alla più alta ed ultima esistenza; e questo indipendentemente dalla vita vissuta in terra.

Quando udii del Regno della Luce del Persiano, del suo paradiso attraverso il ponte Chinevat, ove vanno solo i buoni, il pensiero mi tormentò, ed in tale modo che tanto di giorno come di notte fantasticai sulle idee della transmigrazione Eterna.

Se, come m’insegnò il mio maestro, Dio era giusto, perchè non v’era alcuna distinzione tra i buoni e i cattivi? Finalmente venni alla conclusione che la morte fosse soltanto il punto di separazione fra i cattivi, che venivano abbandonati e puniti, e i fedeli che venivano innalzati ad una vita più nobile; non il ricovero di Budda nè il riposo negativo di Brahma, o Melchiorre; nè il soggiorno agli Elisi, ch’è tutto ciò che il Cielo permette secondo la fede olimpica, o Gaspare; ma vita — vita attiva, allegra, eterna. Vita assieme a Dio! — La scoperta mi trascinò ad un’altra’inchiesta. Perchè deve la verità esser tenuta come un segreto a conforto egoista del clero?

Il motivo per tale segreto non v’era più. La filosofia ci aveva almeno data la tolleranza. In Egitto avevamo Roma invece di Rameses. Un giorno nel Bruccheio, il quartiere più bello e più abitato di Alessandria, predicai. L’Oriente e l’Occidente mi diedero uditori. Studenti che frequentavano la Biblioteca, sacerdoti del Serapeo, oziosi del Museo, patroni dello stadio, paesani del Rhacotis, una folla, insomma, si fermò per sentirmi.

Predicai su Dio, sull’anima, sul giusto e l’ingiusto e sul Cielo, ricompensa alle vite virtuose. Voi, o Melchiorre, [p. 30 modifica]foste preso a sassate: i miei uditori dapprima furono sorpresi, poi risero.

Parlai di nuovo ed essi mi fecero bersaglio di epigrammi, coprirono il mio Dio di ridicolo ed offuscarono il mio paradiso collo scherno. Per non dilungarmi troppo, io cedetti dinanzi a loro.» —

L’Indiano sospirò dicendo: — «L’uomo è nemico dell’uomo, o fratelli!» — Balthasar riprese: «Io pensai a lungo intorno alla ragione dell’insuccesso dell’impresa.

Rimontando il fiume, ad una giornata di viaggio dalla città, si trova un villaggio di pastori e di orticultori; presi un battello e mi vi ci recai. Sul far della sera chiamai a raccolta la popolazione, uomini e donne, i poveri tra i poveri; tenni loro il medesimo discorso che avevo tenuto nel Bruccheio: essi non risero.

Alla terza riunione venne formata una società religiosa. Allora tornai in città.

Andando alla riva dei fiume, sotto le stelle che mi sembravano così brillanti e vicine, mi venne quest’idea:

D’incominciare una riforma, di non andare nei palazzi dei grandi e dei ricchi, bensì nei tuguri dei poveri e degli umili. Mi proposi di sacrificare la mia vita. Come primo passo affittai le mie vaste proprietà affinchè il reddito fosse certo aiuto ai sofferenti. Da quel dì, o fratelli, peregrinai lungo il Nilo, nei villaggi, e presso tutte le tribù, predicando un Dio, una vita retta, e la ricompensa in Cielo. Feci del gran bene; non sta a me il dirlo. Io pure so che una parte del mondo è pronta per ricevere Colui che noi andiamo a cercare.» —

Un rossore si diffuse sulle guancie abbronzate dell’oratore, ma passato che fu, egli riprese:

— «Gli anni trascorsi così, o fratelli miei, furon tormentati da un solo pensiero. Qualora morissi che diverrebbe, della causa da me iniziata? Finirebbe con me? Avevo sognato tante volte di un’organizzazione come della meta conveniente a coronare il mio lavoro. Per non nascondervi nulla vi dirò che avevo provato a metterla ad effetto, ma fallii. Fratelli, il mondo è ora in tali condizioni che per ristorare la fede Mizraimica il riformatore deve avere di più dell’umana sanzione; non deve venire solamente in nome di Dio, egli deve avere le prove soggette alla sua parola; egli deve dimostrare tutto ciò che dice, perfino Iddio. Così preoccupata è la mente di miti e di sistemi, è tale [p. 31 modifica]l’affluire ovunque di false divinità in terra, nell’aria, nel cielo, che il ritorno alla prima religione non può compiersi che attraverso vie sanguinose, attraverso campi di persecuzione; cioè come dire che i convertiti devono essere disposti a morire piuttosto che disdirsi.

E chi, in quest’epoca, può portare la fede degli uomini a tal punto se non Dio medesimo?

Per redimere la razza, non intendo dire di distruggerla; per redimerla, Egli deve manifestarsi ancora una volta: Egli deve venire in persona.» —

Un’emozione intensa s’impadronì di tutti e tre.

— «Non andiamo noi forse a cercarlo?» esclamò il Greco.

— «Voi comprenderete perchè fallii nell’impresa d’organizzare — disse l’Egiziano allorchè l’emozione fu passata. — Io non avevo l’approvazione divina. Il sapere che il mio lavoro si sarebbe perduto mi rendeva estremamente infelice. Io credevo nella preghiera, e, per rendere le mie orazioni pure e forti, come voi, fratelli miei, mi ritirai dal mondo abitato e cercai conforto nella solitudine.

Andai al di là della quinta cataratta, al di là dell’incontro dei fiumi in Sennar, al di là di Bahr el Abiad, nella parte più sconosciuta dell’Africa. In quei luoghi, una montagna celeste come il cielo, getta una fresc’ombra su tutta la parte occidentale del deserto, e, con le sue cascate di neve disciolta alimenta un vasto lago formatosi all’est della sua base. Il lago è la sorgente del gran fiume.

Per più di un anno la montagna mi diede ricetto. I datteri mi nutrirono: le preghiere sollevarono il mio spirito. Una sera andai nell’orto vicino al lago e pregai così: — «Il mondo sta per morire. Quando verrai? Perchè non potrò io vedere la Redenzione, o mio Dio?» — L’acqua cristallina brillava al riflesso delle stelle. Una di esse parve abbandonare il suo posto e innalzarsi alla superficie dove diventò di uno splendore tale da abbagliare gli occhi. Poi si mosse verso di me e si fermò sopra il mio capo, apparentemente a portata di mano. Caddi a terra e mi coprii il viso. Una voce che non era terrena mi disse: — «Le tue fatiche hanno vinto. Che tu sia benedetto, o figlio di Mizraim! La Redenzione verrà. Con due altri, venuti dalle estreme parti del mondo, tu vedrai il Salvatore. Di buon mattino alzati e va ad incontrarli e quando sarete giunti tutti alla città santa di Gerusalemme, chiedete al popolo: «Dov’è colui ch’è nato Re degli Ebrei? Poichè noi abbiamo veduto la [p. 32 modifica]sua stella sorgere dall’Est e siamo inviati qui per adorarlo». — Poni tutta la tua fiducia nello Spirito che ti guiderà». —

E la luce divenne per me una Rivelazione indubitabile e rimase mia unica inspiratrice ed unica guida.

Essa mi condusse per la via del fiume a Memfi dove mi preparai ad attraversare il deserto. Comperai il mio cammello e venni qua senza riposarmi dalla via di Suez e Kufileh attraverso le pianure di Moab ed Ammon. Iddio è con noi, o fratelli.» —

Egli fece una pausa; poi con prontezza insolita si alzarono tutti e si guardarono.

— «Dissi che v’era un motivo che c’inspirava a dire in un certo modo dei nostri popoli e delle loro tradizioni — proseguì — Colui che noi andiamo a cercare era chiamato Re degli Ebrei; con quel nome noi dobbiamo chiedere di lui. Ma ora che ci siamo incontrati, che ci siamo uditi, possiamo conoscerlo come Redentore, non solo degli Ebrei, ma di tutte le nazioni della terra. Il Patriarca, che sopravvisse al Diluvio, aveva seco tre figli, e le loro famiglie, dalle quali il mondo fu ripopolato. Nella vecchia Ariana Vaējo, la conosciutissima regione di Siria nel cuor dell’Asia, essi si divisero. L’India e il lontano Oriente ricevettero i figli del primo figlio; i discendenti del minore, dal Nord, sbarcarono in Europa; quelli del secondo (attraverso i deserti vicino al mar Rosso), passarono in Africa: e, sebbene perla massima parte abitino ancora in tende nomadi, alcuni di essi divennero edificatori di case lungo il Nilo.» —

I tre unirono le palme mossi da un medesimo impulso.

— «Potrebbe esservi alcunchè di meglio ordinato? di più chiaramente divino?» — esclamarono ad una voce.

Balthasar continuò:

— «Quando avremo trovato il Signore, o fratelli, tutte le generazioni venture s’inginocchieranno a lui in segno di omaggio, imitandoci. E quando ci divideremo, per andar ognuno per la nostra via, il mondo avrà imparato una nuova dottrina — e cioè che il Paradiso può esser meritato non solo colla spada, non solo colla saggezza umana, ma bensì colla Fede, coll’Amore, colle Opere Buone». —

Vi fu un silenzio interrotto da sospiri e santificato con lagrime poichè la gioia che li riempiva tutti era ineffabile.

Le loro mani si disgiunsero ed insieme si protesero fuor della tenda. Il deserto era calmo come il cielo. Il sole tramontava rapidamente. I cammelli dormivano. Poco dopo la tenda [p. 33 modifica]fu levata, e gli avanzi dei viveri rimessi nelle casse; gli amici montarono in sella e s’avviarono in fila diretti dall’Egiziano. Il loro cammino nella rigida notte era rivolto all’occidente. I cammelli camminavano a trotto sicuro mantenendo le distanze e la linea retta così esattamente che quelli che seguivano parevano camminare sulle orme del capo. I cavalieri non parlarono una sol volta durante il tragitto.

A poco a poco spuntò la luna. E mentre le tre bianche ed alte figure avanzavano a passo silenzioso, sembravano, alla luce d’opale, spettri in fuga dinanzi ad ombre odiose. Tutto ad un tratto, nell’aria, avanti a loro, sulla cima di una bianca collina, scintillò una fiamma sottile; mentre la guardavano l’apparizione si mutò in un fuoco di un immenso splendore. I loro cuori batterono forte; le loro anime fremettero; essi gridarono ad una voce sola:

— «La stella! La stella! Iddio è con noi!» —