Ben Hur/Libro Quarto/Capitolo VII

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Capitolo VII

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CAPITOLO VII.


Giunse ad una foresta di cipressi alti e diritti come colonne, da cui procedevano le note gaie d’una cornetta. Sdraiato sull’erba, all’ombra di un albero, vide quel tale a lui incognito nel quale s’era imbattuto poc’anzi.

Lo sconosciuto si alzò e gli venne incontro.

— «Di nuovo la pace sia con voi.» — disse in tono cordiale.

— «Vi ringrazio» — rispose Ben Hur — «facciamo forse la stessa strada?» —

— «Io sono diretto allo stadio, e voi?» —

— «Lo stadio? —

— «Sì; la cornetta che avete udito poc’anzi è un appello pei competitori.» —

— «Amico» — fece Ben Hur — «Confesso la mia ignoranza, e se vorrete servirmi da guida, vi sarò grato.» —

— «Volentieri. — Ascoltate! — Mi par di udire il rumore dei cocchi. Stanno per entrare nella pista.» —

Ben Hur stette in ascolto un momento; poi riprese la presentazione interrotta al crocicchio innanzi ai templi:

— «Io sono figlio del duumviro Arrio — e tu?» —

— «Io mi chiamo Malluch, negoziante di Antiochia.» —

— «Ebbene, buon Malluch; il corno, lo strepito delle ruote; la prospettiva di uno spettacolo hanno destato la mia curiosità. Ho qualche cognizione di quegli esercizi e non sono sconosciuto nelle palestre di Roma. Andiamo alla gara.» —

Malluch lo guardò stupito: — «Il duumviro era Romano; pure vedo suo figlio vestito da Ebreo.» —

— «L’illustre Arrio era mio padre adottivo.» — spiegò Ben Hur.

— «Ah, comprendo! Perdonate.» —

Uscendo dalla foresta la quale formava come il bordo di una [p. 198 modifica]vasta radura si trovarono davanti a uno stadio. La pista era di terra compressa e bagnata, ed il tracciato n’era segnato da corde appese negligentemente fra lancie confitte nel suolo. Per gli spettatori si erano eretti dei podia riparati da fitte tende e forniti di sedili degradanti.

Sopra uno di quei podia i due nuovi arrivati si sedettero. Ben Hur contò i cocchi mentre sfilavano — erano nove.

— «Mi piacciono!» — esclamò, — «Credeva che qui in Oriente non si aspirasse oltre la biga, ma vedo che si è ambiziosi e che ci si esercita anche colle quadrighe. Osserviamoli bene!» —

Otto quadrighe passarono, alcune al trotto, altre al passo e tutte guidate in modo ineccepibile; la nona venne al galoppo ed al suo apparire Ben Hur non potè trattenere la propria ammirazione.

— «Sono stato nelle stalle dell’Imperatore, Malluch, ma, pel nostro padre Abramo, di benedetta memoria, non ho mai veduto cavalli più belli.» —

I quattro cavalli si trovavano proprio di fronte al podio dei due ebrei, quando, tutto ad un tratto, si scompigliarono. Un grido acuto pani da uno degli spettatori sul podio e Ben Hur vide un vecchio alzarsi a metà dal suo sedile, stringere i pugni, mandar lampi inferociti dagli occhi, mentre il tremolìo della lunga barba bianca tradiva l’agitazione di tutta la sua persona. — Alcuni vicini incominciarono a ridere.

— «Dovrebbero rispettare almeno le sue canizie. Chi è costui?» — chiese Ben Hur.

— «Un potente del deserto, dimorante oltre il Moab, proprietario di mandre di cammelli e di cavalli, e discendente, si afferma, dai cavalieri del primo Faraone — lo sceicco Ilderim.» — rispose Malluch.

L’auriga frattanto faceva vani sforzi per domare i cavalli ed ogni tentativo esacerbava sempre più lo sceicco.

— «Che Abaddon se lo pigli!» — urlò l’infuriato patriarca. «correte! volate, figli miei!» l’ordine veniva dato ad alcuni servi, appartenenti evidentemente alla sua tribù. «Ma non avete capito? Essi son figli del deserto come voi. Animo, afferrateli subito!» —

Frattanto lo scompiglio andava aumentando.

— «Maledetto romano!» — continuò lo sceicco protendendo il pugno verso l’auriga. — «Non mi ha egli giurato che saprebbe guidarli — sì, giurato per tutti gli Dei bastardi del suo paese? Eh, dico, giù le mani! — [p. 199 modifica]Mi ha assicurato ch’essi correrebbero colla velocità dell’aquila e colla docilità delle pecore! Ch’egli sia maledetto e con lui quella madre di menzogne di cui è figlio! Guardateli, che splendidi animali! Ch’egli si permetta di solo toccarli colla frusta e....» e le sue parole terminarono in un digrignar di denti. «Si metta alla loro testa, uno di voi, e parli con essi: una sola parola nel linguaggio del deserto basta ad acquetarli. Pazzo, pazzo che fui nell’affidarmi ad un romano!» —

Alcuni fra i più accorti del suo seguito si cacciarono fra lui ed i suoi cavalli mentre un violento colpo di tosse troncò la voce del vecchio.

Ben Hur che credette di comprendere lo sceicco, si sentì attratto verso di lui — più che l’orgoglio della proprietà più che il timore pel risultato della gara, scorgeva nel patriarca un’infinita tenerezza pei suoi cavalli.

Erano tutti bai, senza una macchia, perfettamente accoppiati e di splendide proporzioni. Delicatissime le orecchie e piccole le teste; i musi larghi; le narici, quando s’arricciavano, mostravano la membrana di un rosso vivo fiammante; arcati i colli e fregiati d’una criniera così abbondante da coprirne le spalle ed il petto. Dalle ginocchia in giù le gambe erano sottili e diritte, ma, al disopra, esse si arrotondavano per lo sviluppo di forti muscoli, quali si richiedevano per sopportare la bella e complessa corporatura superiore: gli zoccoli splendevano come coppe di lucente agata; nell’impennarsi e nel ricalcitrare i nobili corsieri sferzavano l’aria e qualche volta la terra colle lunghe code. Lo sceicco li aveva chiamati splendidi, ed aveva detto bene.

Un secondo e più attento esame dei cavalli rivelò a Ben Hur qual fosse la ragione dell’affetto del loro padrone per essi: erano cresciuti sotto i suoi occhi, oggetto delle sue cure durante il giorno, sogno delle sue notti, sotto i padiglioni nel deserto, quasi fratelli coi membri della sua famiglia, e da lui amati quali figli. Perchè essi gli offrissero campo di riportare una vittoria sull’odiato romano, quel vecchio li aveva condotti in città, non dubitando del loro successo purchè guidati da mano esperta; ma qui stava la difficoltà, poichè occorreva, oltre l’ordinaria esperienza, un intuito speciale, una corrente di intima simpatia fra l’auriga e le bestie. Alla calda natura dello sceicco non era possibile l’uniformarsi al costume dei freddi abitatori d’occidente, di protestare cioè senz’altro l’auriga e [p. 200 modifica]tranquillamente licenziarlo; come arabo e come sceicco gli era forza dar clamoroso sfogo al suo risentimento e riempir l’aria d’improperii.

Prima ancora che il patriarca avesse vuotato il sacco d’ingiurie di cui era ben fornito, una dozzina di mani aveva afferrati i cavalli pel morso, e la quiete si era ristabilita. Nello stesso istante un nuovo cocchio comparve sulla pista presentando un aspetto diverso dagli altri in quanto che, cocchio, guidatore e corsieri, erano addobbati come nel giorno della gara finale. Per una ragione, che apparirà in seguito, fa d’uopo descrivere alquanto minutamente il nuovo arrivato. Il veicolo apparteneva alla classica e ormai nota categoria di bighe romane: Basse le ruote e unite da una sala larga, su cui poggiava un cassone aperto di dietro. Tale era il modello primitivo delle bighe: il genio artistico dei Greci e di Romani riuscì col tempo a dare al rozzo veicolo quella forma elegante, che raggiunse la sua più perfetta estrinsecazione, nella raffigurazione plastica del cocchio dell’Aurora. I guidatori antichi, non meno accorti ed ambiziosi dei moderni, solevano chiamare il loro più umile attacco una biga ed il più signorile un quadriga; con quest’ultima essi concorrevano alle solennità dei giuochi olimpici e ad altre gare sorte ad imitazione di quelle.

Essi poi preferivano guidare i quattro cavalli allineati di fronte, e per distinguerli solevano chiamare i due immediatamente vicini al timone cavalli da giogo e gli altri cavalli da tiro. Era pure loro avviso che col lasciare la massima libertà d’azione si ottenesse la massima velocità, per cui i finimenti in uso erano d’una notevole semplicità; essi si riducevano infatti ad un collare, ad un tirante che teneva il collare alla cavezza, ed alle redini. Volendo attaccare i cavalli si assicurava un giogo di legno all’estremità del timone mediante cinghie passate entro appositi anelli. I tiranti dei cavalli da giogo venivano assicurati alla sala, quelli degli altri alla sporgenza superiore del telaio. In quanto alle redini esse venivano raccolte da un’anello all’estremità del timone, donde si partivano in forma di ventaglio in modo da terminare al morso di ogni cavallo. Il lettore potrà facilmente rilevare ulteriori particolari in proposito seguendo gl’incidenti che siamo sul punto di narrare.

I primi competitori erano stati accolti in silenzio, ma il nuovo arrivato ebbe maggior fortuna. Il suo avanzarsi verso il podio dal quale noi assistiamo alla scena, fu [p. 201 modifica]salutato da clamorose acclamazioni che attirarono su di lui gli sguardi di tutti. I cavalli di mezzo erano neri, quelli ai lati bianchi come la neve. In conformità alle esigenze della moda romana, le loro code erano state tosate, mentre le mozze criniere erano divise in treccie fregiate di nastri rossi e gialli.

Giunto ad un punto ove il cocchio si offriva tutto intiero alla vista degli spettatori sul podio, questi dovettero convenire che le grida d’ammirazione erano pienamente giustificate. Le ruote erano di meravigliosa costruzione: robuste fascie di bronzo brunito ne rinforzavano i perni leggerissimi; i raggi erano costituiti da zanne d’avorio montate colla loro naturale curvatura all’esterno, onde ottenere la maggior perfezione di concavità, considerata sin d’allora cosa importantissima; i cerchi erano d’ebano colla lastra esterna in bronzo; la sala, in armonia colle ruote, aveva alle estremità una testa di tigre, e, tutta la parte superiore del cocchio era di vimini dorati. L’arrivo di questo splendido equipaggio indusse Ben Hur a guardare con qualche interesse l’auriga. Chi era egli? Mentre facevasi questa domanda non poteva ancora vedergli il volto, e nemmeno l’intiera figura, eppure qualche cosa nel suo aspetto generale e nelle sue movenze non gli pareva nuovo. — Chi poteva mai essere? I cavalli si avvicinavano al trotto. Dallo splendore dell’equipaggio e dal clamore ch’esso sollevava era lecito supporre si trattasse di qualche gran dignitario o di un principe illustre. La presenza di un magnate in quel posto non sarebbe stata in contraddizione alcuna con la sua condizione sociale: è noto come più tardi Nerone e Commodo guidassero i loro cocchi nel circo. Ben Hur si alzò e si fece strada fra la folla fino ad arrivare davanti alla cancellata che divideva il podio dalla pista, il suo volto esprimeva serietà e i suoi movimenti tradivano l’impazienza. Il cocchio passò davanti al cancello: su di esso erano due persone; l’auriga e un compagno, il Mirtilo, come classicamente solevano chiamarli i gran signori appassionati per le corse; ma Ben Hur non aveva occhi che per il primo, ritto in piedi, colle redini avvolte attorno al copo formoso, solo in parte coperto da una tunica di panno rosso-chiaro. Nella destra stringeva una frusta, nell’altra mano, leggermente sollevata e protesa, le quattro redini. Piena di grazia e di forza era la posa. Gli applausi non avevano la virtù di scuoterne l’impassibilità. Ben Hur provò una fitta al cuore; il suo istinto e la sua memoria non l’avevano ingannato — l’auriga era Messala!

[p. 202 modifica]La rara bellezza dei cavalli, la magnificenza del cocchio, l’atteggiamento altiero della persona, ma sopratutto la fredda espressione del volto, le fattezze marcate ed aquiline, caratteristiche della razza dominatrice, proclamavano a chiare note che il tempo non aveva in nulla modificato il carattere sprezzante, audace, cinico, ed ambizioso del giovanetto Romano.