Ben Hur/Libro Quarto/Capitolo XI

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Capitolo XI

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CAPITOLO XI.


All’ora in cui due terzi della popolazione d’Antiochia riposava dalle fatiche del giorno, godendosi, sui terrazzi delle case, l’aria rinfrescata dalla brezza serale, Simonide, adagiato nel seggiolone ormai diventatogli indispensabile, stava contemplando dal proprio terrazzo il fiume, ed i navigli che vi erano ancorati. La muraglia che ergevasi dietro di lui proiettava la sua ombra sull’acqua fino a raggiungere la sponda opposta, ed al disopra continuava il solito rumore dell’andirivieni sul ponte. Ester, presso al padre, gli teneva dinanzi un piatto contenente la sua cena frugale, composta di focaccie leggiere come ostie, un po’ di miele ed una tazza di latte nella quale Simonide immergeva le focaccie dopo averle spalmate di miele.

— «Malluch ritarda questa sera» — mormorò egli scoprendo così il pensiero che lo preoccupava.

— «Credi tu ch’egli verrà?» — chiese Ester.

— «A meno ch’egli non abbia dovuto prendere la via del mare o del deserto, verrà.» —

Simonide parlava tranquillamente da uomo sicuro del fatto suo.

— «Potrebbe invece scrivere.» — suggerì timidamente la ragazza.

— «No, Ester. Egli mi avrebbe già avvertito con lettera se si fosse accorto di non poter ritornare e poichè non m’ha avvertito sono certo che verrà.

— «Speriamolo» — sospirò la giovine.

V’era un non so che nel tono col quale ella si lasciò sfugire questa parola, che colpì il vecchio. Il più piccolo uccellino non può posarsi sopra un ramoscello senza comunicare una vibrazione, per quanto leggiera, a tutte le fibre dell’albero, e l’organismo umano non è meno sensibile qualche volta alle più insignificanti parole.

— «Tu desideri ch’egli ritorni, Ester?» —

— «Sì, rispose ella» — guardandolo negli occhi.

— «Perchè? potresti dirmelo?» — persistette il padre.

— «Perchè...» — essa sostò, poi riprese: — «perchè il giovane è...» — e qui di nuovo si fermò.

— «Il nostro padrone, tu vuoi dire.» —

[p. 222 modifica]— «Sì.» —

— «E tu sei sempre d’avviso ch’io non dovrei lasciarlo partire senza dirgli che, se egli vuole, può prendere possesso di noi e di tutto — capisci Ester? di tutto — delle merci, dei denari, delle navi, degli schiavi e del credito potente, che è un mantello d’oro e d’argento tessuto per me da quella Divinità tanto adorata dagli uomini, il Successo!» —

Essa non rispose.

— «Non te ne commovi affatto?» — insistè egli, non senza una tinta d’amarezza. — «Sta bene, Ester. Ho sempre trovato che per quanto terribile sia la realtà essa non è mai insopportabile una volta squarciate le nere nubi attraverso le quali essa ci atterriva dapprima — no, mai, neppure la tortura. Suppongo che sarà così anche della morte. Alla stregua di questa filosofia è presumibile che la schiavitù cui andiamo incontro finisca per esserci dolce. Mi è grato sin d’ora il pensare alla felicità del nostro padrone. Le ricchezze non gli saranno costate nulla, non un momento d’angoscia, non una stilla di sudore, neppure un pensiero! Esse gli cadranno in grembo mentr’egli è nel fior degli anni senza averle nemmeno sognate. E, perdona questo piccolo sfogo alla mia vanità, Ester, se aggiungo ch’egli andrà inoltre al possesso di ciò che tutto l’oro del mondo non potrebbe dargli; parlo di te, mio tesoro, mio adorato fiorellino germogliato dalla tomba della mia perduta Rachele.» —

L’attirò amorosamente a sè e la baciò due volte; un bacio per lei, uno per la povera morta.

— «Non parlar così» — disse la ragazza allorchè il vecchio ritrasse la mano che le aveva accarezzato il collo, — «quel giovane merita una migliore opinione; egli pure ha sofferto, e ci renderà liberi.» —

— «Ah, Ester, tu sei di nobili istinti e sai com’io ad essi mi affidi ogniqualvolta mi trovo perplesso nel giudicare del carattere di qualcuno, ma» — e qui la sua voce si fece più vibrata — «ma non sono solo queste povere membra, questo corpo lacerato e straziato fino a non aver più forma umana, che gli darò. Io gli arrecherò un’anima che ha saputo trionfare dei tormenti e della malignità Romana, più crudele degli stessi tormenti; io gli porterò una mente che sa scoprire l’oro ad una distanza maggiore di quella cui arrivarono le navi di Salomone, una mente esercitata nel concepire vari disegni» — qui sorrise di compiacenza, poi continuò sempre più animandosi: — «ma [p. 223 modifica]non sai, Ester, che prima ancora che la nuova luna entri nel prossimo quarto io potrei scuotere il mondo così da farne sussultare lo stesso Cesare? Poichè tu devi sapere, figliuola, ch’io posseggo quella facoltà più preziosa d’un corpo perfetto, più preziosa del coraggio, della volontà, dell’esperienza, quella facoltà divina che neppure i grandi sanno abbastanza apprezzare, mentre il volgo non la conosce affatto, la facoltà d’aggiogare gli uomini ai miei propositi e di mantenerveli fino al loro compimento, di modo che la mia persona si moltiplica in legioni di centinaia e di migliaia di persone. E così i capitani delle mie navi attraversano i mari e mi portano il premio d’oneste fatiche; così Malluch segue quel giovane nostro padrone e mi porterà...» — qui il rumore di passi avvicinantisi alla terrazza lo interruppe.» — Ah, Ester, non te lo dissi? eccolo qui, ed ora avremo notizie. Per te, mia dolcissima figliuola, mio candido giglio, prego Iddio, il quale non ha dimenticato il ramingo gregge d’Israele, ch’esse siano confortanti.» —

Malluch si presentò.

— «La pace sia con te, mio buon padrone» — disse inchinandosi — «ed anche a te, Ester, la più virtuosa delle figlie.» —

Egli stava loro davanti in atto rispettoso. Col contegno suo, umile come quello d’un servo, faceva contrasto la famigliare cordialità delle sue parole onde sarebbe stato difficile il determinare di qual natura fossero i suoi rapporti cogli altri due.

Simonide, da uomo pratico, appena ricambiato il saluto, entrò subito in argomento.

— «Che cosa mi riferisci intorno a quel giovane, Malluch?» —

I particolari della giornata vennero narrati tranquillamente e con tutta semplicità, senza interruzione da parte del vecchio, la cui immobilità non fu scossa un solo istante.

— «Grazie, buon Malluch» — esclamò poscia, quando questi ebbe finito. — «Nessuno avrebbe potuto far meglio di te. Che hai da dirmi sulla nazionalità del giovane?» —

— «Egli è Israelita, mio buon padrone, e della tribù di Giuda.» —

— «Ne sei sicuro?» —

— «Certissimo.» —

— «Eppure pare ch’egli non t’abbia narrato gran che della sua vita.» —

— «Ha imparato ad esser prudente, vorrei anzi dire [p. 224 modifica]diffidente. Egli eluse tutti i miei tentativi per farlo parlare finchè partimmo dalla fontana di Castalia pel villaggio di Dafne.» —

— «Un luogo abbominevole! perchè vi andò?» —

— «Direi per curiosità, come si può dire della maggior parte di chi vi si reca per la prima volta; ma ciò che è strano si è ch’egli non s’interessò a quanto vide. Per esempio non si curò di visitare il tempio, e chiese solamente s’esso era Greco. A dirti il vero quel giovane ha un dolore ch’egli vorrebbe nascondere ed andò al Bosco di Dafne per dimenticarlo.» —

— «Se fosse così sarebbe bene» — mormorò Simonide, poi soggiunse più forte: — «Malluch, la maledizione dei nostri tempi è la prodigalità; — i poveri s’impoveriscono di più per scimmiottare i ricchi, ed i ricchi s’atteggiano a principi. Scorgesti tu traccie di una tale debolezza nel giovane? Ostentò egli possesso di dovizie sfoggiando monete di Roma o d’Israele?» —

— «Nulla affatto.» —

— «Eppure, Malluch, in un luogo simile, ove abbondano gl’incentivi alle gozzoviglie, egli non può a meno d’averti fatto qualche offerta di generoso trattamento, giustificabile, del resto, dalla sua gioventù.» —

— «Egli non mangiò nè bevette in mia compagnia.» —

— «Dalle sue parole potesti tu scoprire quale fosse l’idea dominante in lui? Come tu sai noi non parliamo, non operiamo e non decidiamo alcuna questione grave che ci riguarda, senza obbedire ad un movente. Che cosa puoi dirmi in proposito?» —

— «Riguardo a ciò, Messer Simonide, posso rispondere con perfetta sicurezza. Egli in primo luogo è spinto dal desiderio di ritrovare sua madre e sua sorella; — poi v’è della ruggine fra lui e Roma e, siccome vi ha gran parte, quel Messala di cui ti parlai, il suo scopo presente è di umiliarlo. L’incontro alla fontana gliene porse l’occasione ma non volle approfittarne perchè non sufficientemente pubblica.» —

— «Quel Messala è influente» — osservò gravemente Simonide.» —

— «Sì, ma il loro prossimo incontro sarà nel circo.» —

— «Ebbene?» —

— «Il figlio d’Arrio vincerà.» —

— «Come lo sai tu?» —

Malluch sorrise.

[p. 225 modifica]— «Giudico dalle sue parole,» —

— «Da null’altro?» —

— «Lo giudico anche da ciò che vale assai più, dallo spirito che lo anima».

— «Sta bene; ma dimmi, Malluch, questa sua idea di vendetta a che tende essa? Ha egli di mira solo i pochi che lo offesero o comprende egli anche la massa? — e poi non sarebbe questo desiderio di vendetta il sogno transitorio d’un ragazzo sensibile anzichè il fermo proposito d’una irremovibile volontà? Sai bene, Malluch, che l’idea di vendetta, se è un semplice parto del pensiero, altro non è che una bolla di sapone, mentre, la vera passione, è una malattia del cuore, che da quello sale sino al cervello, e che dell’uno e dell’altro si nutre.» —

Fu qui che per la prima volta Simonide diede segni di agitazione, parlando rapidamente e colla vivacità che doma la convinzione.

— «Mio buon padrone,» — rispose Malluch, — «una delle ragioni che mi convinsero essere il giovane un Ebreo, fu precisamente l’intensità del suo odio. M’accorsi ch’egli stava in guardia, il che è naturale, visto ch’egli visse tanto tempo in un ambiente così sospettoso come il Romano, ma, malgrado la sua prudenza, due volte quell’odio gli trasparì dagli occhi; la prima quando volle conoscere i sentimenti d’Ilderim riguardo a Roma, poi, quando, raccontandogli la storia dello sceicco e dell’uomo saggio, venni a dire della domanda — «ov’è colui che è nato Re dei Giudei?» —

Simonide trasalì e chiese avidamente:

— «Buon Malluch, ripetemi le sue parole, le precise sue parole, ond’io possa giudicare dell’impressione che quel mistero fece su di lui.» —

— «Insistette per conoscere esattamente i termini in cui era formulata la domanda, se cioè «essere» o «nato per essere». Pareva colpito da un’apparente differenza nelle due espressioni.» —

Simonide riprese la sua calma e continuò ad ascoltare attentamente.

— «Allora,» — proseguì Malluch, — «gli spiegai il parere d’Ilderim, e cioè che il Re edificherebbe il suo trono sopra le rovine di Roma, ed il volto del giovane si fece di bragia mentre con voce concitata mi domandò — «Chi mai se non un Erode può essere Re finchè dura il dominio di Roma?» —

— «Che voleva egli dire?» —

[p. 226 modifica]— «Che l’impero dev’essere distrutto prima che vi possa essere un nuovo regno.» —

Simonide lasciò vagare per qualche tempo lo sguardo sulle navi galleggianti; poco dopo congedò Malluch con queste parole: — «Basta, Malluch, va a mangiare ed a prepararti a far ritorno all’orto delle Palme. Devi aiutare il giovane nella lotta alla quale egli si accinge. Vieni da me domattina e ti darò una lettera per Ilderim,» — poscia soggiunse come parlando a se stesso, — » può darsi ch’io pure mi rechi al Circo.» —

Dopo che Malluch, scambiate le benedizioni d’uso, se ne fu andato, Simonide trangugiò un buon sorso di latte e ne parve ristorato. Voltosi poi ad Ester, le dichiarò che non gli occorreva altro, e l’invitò a riprendere il solito suo posto vicino alla seggiola.

— «Il Signore è buono con me, molto buono» — prese egli a dire con fervore; — «E’ suo costume avvolgere i proprii atti nel mistero, ma qualche volta egli li lascia però intravvedere. Io son vecchio, cara, e dovrò andarmene; ma, mentre l’ultima ora si avvicina, e la mia speranza incominciava a svanire, egli mi manda questo suo messaggero per infondermi nuova fiducia. Io vedo spianarsi la via ad una cosa così grande che il mondo intero ne emergerà come rinato a nuova vita. Sì, sì, ben veggo ora per quale ragione speciale io fui favorito di tante ricchezze, e quale è lo scopo cui esse sono destinate. In verità, figliuola mia, un nuovo soffio di vita è entrato in me.» —

Ester gli si strinse più dappresso come per frenare quel divagamento della mente.

— «Il Re è nato» — continuò egli, — «ed a quest’ora deve aver raggiunto il fiore della virilità. Balthasar disse ch’egli era un bambino in grembo alla madre quand’egli lo vide, lo adorò e lo colmò di doni. — Ilderim afferma che nel mese di Dicembre erano trascorsi ventisette anni dacchè Balthasar ed i suoi compagni vennero a rifugiarsi nella sua tenda per salvarsi da Erode; per cui l’avvento non può di molto tardare; questa stessa notte, — forse domani. — Santi padri d’Israele, quale felicità al solo pensarvi! Farmi di udire il fragore delle mura crollanti e lo strepito dell’universale rovina — sì, e il gaudio degli uomini acclamanti lo spalancarsi della terra per inghiottirvi Roma, il riso ed i canti delle masse accoglienti la stupefacente novella che Roma non è più», — qui s’arrestò per l’eccesso [p. 227 modifica]della gioia esultante e che terminò in uno scroscio di risa — poi riprese rivolto alla figlia — «Che ti pare di me. Ester? devo proprio essere invaso dalla passione dei cantori e dai fremiti di Miriam e di Davide! Nella mia mente di lavoratore, che solo dovrebbe accogliere cifre e fatti, regna in questo momento un frastuono di cimbali, d’arpe e di grida di gente affollata attorno ad un trono. Basta, voglio provarmi a non pensarci più per ora, però senti, cara mia, quando il Re verrà egli avrà bisogno di denari e di uomini, perchè, come nato da donna, egli è al postutto un uomo, e pertanto obbligato a seguire vie umane, come te e come me. Pel denaro gli occorreranno procuratori e custodi e per gli uomini avrà d’uopo di duci. Non vedi tu quale orizzonte si schiude a me ed al giovane nostro padrone, qual messe di gloria e di vendetta ci attende, e poi, e poi....» — qui s’arrestò come colpito dall’egoismo d’una visione nella quale la sua diletta figlia non aveva parte alcuna, e concluse baciandola — «e poi, qual messe di felicità per la figlia di tua madre!» —

Essa non disse una parola. Allora il vecchio si risovvenne della diversità della loro natura e della legge per la quale ciò che è causa di gioia o di timore per gli uni non sempre lo è per gli altri. — La sua compagna non era che una fanciulla.

— «A che pensi Ester?» — le chiese riprendendo il tono di voce che gli era abituale. — «Qualunque sia il tuo desiderio, dimmelo finchè è ancora in mia facoltà di appagarlo — il potere nostro lo sai, è incostante. Domani può essere troppo tardi.» —

Essa gli rispose con ingenuità quasi infantile:

— «Mandalo a chiamare, padre. Manda questa stessa notte, non lasciarlo andare al Circo!» —

— «Ah!» — sospirò il padre, e di nuovo percorse collo sguardo il fiume ormai debolmente rischiarato dalle stelle, essendosi la luna nascosta dietro il monte Sulpio.

Dobbiamo dirlo, lettore? Un’acre gelosia rodeva Simonide. Ch’essa già amasse il giovane padrone? no, ciò non poteva essere, ell’era troppo giovane! Ciononostante non gli riusciva di liberarsi da quell’idea che continuava a pungerlo. La ragazza aveva sedici anni. Egli lo ricordava bene. L’ultimo anniversario della sua nascita erasi recato con lei nel quartiere ov’era una nave da varare; la bandiera gialla della nuova nave portava il nome di Ester, e così avevano assieme festeggiato quel giorno. [p. 228 modifica]Eppure in questo momento il ricordo dell’età lo sorprese come una rivelazione. Vi sono delle realtà che si affacciano producendo, in noi un senso di tristezza come, per esempio, il fatto che andiamo invecchiando, e, più terribile ancora, l’idea che dobbiamo morire. Fu appunto una riflessione di questo genere che gli penetrò nel cuore e gli strappò un sospiro, quasi un lamento. Non bastava che quella sua idolatrata creatura, nel fiore della primavera, facesse il sacrificio della propria libertà, ma persino il suo cuore, di cui egli conosceva l’infinita tenerezza, doveva diventare proprietà del giovane padrone! Il demone che ha il compito di torturarci con timori ed angustie, ben di rado s’accontenta di fare le cose per metà. Nell’amarezza del momento, il coraggioso vecchio si scordò dei suoi vasti disegni e del suo Re miracoloso; riuscendo peraltro a dominare se stesso chiese con calma apparente:

— «Non lasciarlo andare al Circo, Ester! e perchè?» —

— «Perchè non è quello il luogo per un figlio d’Israele, padre.» —

— «Oh, mia religiosa Ester! e per nessun altro motivo?» —

Il tono indagatore della domanda penetrò profondamente nel cuore della fanciulla e ne accelerò i battiti, così che ella ammutolì: si sentì indignata e nello stesso tempo invasa da una strana sensazione di benessere.» —

— «Quel giovane deve avere le ricchezze» — fece Simonide prendendole la mano parlandole con crescente tenerezza — «egli deve avere le navi, i denari, tutto, tutto, mia Ester. Eppure, vedi, mi parve che non sarei rimasto povero abbandonandogli tutto, perchè mi restava il tuo affetto, che tanto mi rammenta quello della morta mia Rachele. Dimmi, figlia mia, dovrà egli avere anche quello?» —

Essa si chinò su di lui e tacque.

— «Parla, Ester. Sono forte sai. Parla, è meglio ch’io lo sappia.» —

Essa allora rialzò il capo e pronunciò solennemente queste parole: «Padre, confortati. Io non ti abbandonerò mai; quand’anche io avessi ad amarlo, sarò sempre, come ora, la tua ancella.» —

E chinandosi sopra di lui, lo baciò.

— «Sì» — ella continuò. — «Egli parve bello ai miei occhi; la sua voce supplichevole toccò la mia pietà; ed io fremo quando penso che un pericolo lo minaccia. Lo [p. 229 modifica]rivedrei volentieri. Ma, padre, l’amore che non è corrisposto non è amore perfetto, e quindi attenderò con pazienza, ricordandomi ch’io sono figlia tua e di mia madre.» —

— «Una benedizione del Signore, sei tu, Ester! Una benedizione che mi renderebbe ricco, quand’anche tutta la mia fortuna andasse perduta. Iddio ti protegga o mia figlia.» —

Un po’ più tardi, dietro suo ordine, un domestico spinse la sua poltrona nuovamente nella stanza, dov’egli restò a lungo nella penombra crepuscolare pensando all’avvento del Re, mentre essa si ritirò nella sua camera a dormirvi il sonno degli innocenti.