Ben Hur/Libro Terzo/Capitolo I

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Capitolo I

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CAPITOLO I.


La città di Miseno corona il promontorio dello stesso nome alcune miglia a sud-est di Napoli. Oggi non rimangono che poche rovine ad attestarne l’esistenza, ma nell’anno di grazia 24, al quale trasportiamo ora il lettore, era uno dei porti più importanti del litorale occidentale d’Italia.

Il viaggiatore che si fosse recato al promontorio per godere la vista che esso offriva, avrebbe dovuto salire sopra un muro, e, volgendo le spalle alla città, avrebbe spaziato con gli occhi sulla baia di Napoli, bella allora come oggi; avrebbe ammirata la linea impareggiabile della costa, avrebbe veduto il cono fumante del monte, l’azzurro dolcissimo e profondo del cielo e del mare; ma, abbassandoli verso il mare sottostante, avrebbe osservato uno spettacolo ignoto al turista moderno; metà della flotta Romana di riserva, ancorata ai suoi piedi. Considerata da questo punto, Miseno non sembrava un teatro indegno per l’incontro dei tre padroni di Roma, intenti a spartirsi il dominio del mondo.

In quei tempi il muro era interrotto ad un certo punto in faccia al mare, formando una specie di passaggio cui [p. 126 modifica]metteva capo una via, la quale, quindi, a forma di un grande molo, si stendeva per parecchi stadii nel mare.

La sentinella di guardia a questo passaggio, fu destata dal suo riposo una fresca mattina di settembre da una compagnia che discendeva, conversando animatamente e rumorosamente, la piccola via. La degnò di uno sguardo e quindi ritornò ai suoi sogni interrotti.

Era una ventina di persone, la maggior parte costituita da schiavi, con torcie che illuminavano poco, ma, in compenso, fumavano molto, e che lasciavano nell’aria un acre profumo di nardo Indiano. I padroni li precedevano tenendosi a braccetto. Uno di essi, dall’apparente età di cinquanta anni, alquanto calvo, e portante fra i radi capelli una corona d’alloro, sembrava, dalle attenzioni prodigategli, l’oggetto di qualche affuettosa cerimonia. Portavano tutti ampie toghe di lana bianca con larghe balze di porpora. Uno sguardo era bastato alla sentinella. Conobbe, senza domandare, che erano personaggi di alta condizione che scortavano un loro amico al porto, dopo una notte festevolmente trascorsa. Spiegazioni più ampie potremo trovare seguendo i loro discorsi.

— «No, mio Quinto» — disse uno, parlando all’uomo dalla corona d’alloro — «è crudele la Fortuna che ti strappa così presto da noi. Solo ora tornasti dai mari oltre le Colonne. Non hai neppure avuto il tempo di abituarti alla terra ferma.» —

— «Per Castore! — se un uomo può adoperare la bestemmia di una donna!» — esclamò un altro, alquanto alticcio — «Non lamentiamoci. Il nostro Quinto va a ricuperare nel mare ciò che ha perduto in terra ieri sera. Giuocare a dadi sopra una nave che rulla, è qualche cosa di diverso dai dadi giuocati qui. Non è vero Quinto?» —

— «Non ingiuriare la Fortuna!» — esclamò un terzo. — «Essa non è nè cieca nè incostante. Ad Anzio quando il nostro Arrio la interroga, gli risponde annuendo, e sul mare lo accompagna, dirigendo il timone della sua nave. Essa lo strappa dalle nostre braccia, è vero, ma non ce lo riconduce poi sempre ricco di nuovi allori?» —

— «Sono i Greci che lo portano via» — interruppe un altro. — «Accusiamo loro, non gli Dei. Con l’apprender l’arte del commercio, dimenticarono quella del combattere.» —

Con queste parole, la brigata attraversò il passaggio, e giunse al molo prolungantesi innanzi a loro nella baia [p. 127 modifica]bellissima, che l’alba incominciava a illuminare. Per le orecchie del vecchio marinaio la risacca delle onde era come il saluto dell’amico. Respirò a lungo, come per riempire i polmoni del profumo delle acque, ed alzò la mano:

— «I miei doni io li ebbi a Preneste, non ad Anzio, — ma vedete! spira vento di ponente. Io ti ringrazio, o Fortuna, mia madre!» — egli disse con riverenza.

Gli amici ripeterono l’esclamazione, e gli schiavi agitarono le torcie.

— «Eccola, viene!» — continuò, indicando una galera che si moveva dall’estremità del molo. Un marinaio non ha bisogno di altra amante. La tua Lucrezia è forse più graziosa, mio Caio?» —

Osservò la nave, che avanzava, con uno sguardo pieno di giustificato orgoglio. All’albero più basso era fissata una sola vela, e i remi si tuffavano, si alzavano, scintillavano un istante, immobili nell’aria, poi si immergevano nuovamente, come le ali di un uccello, con ritmo perfetto.

— «Sì, rispettate gli Dei» — egli disse con gli occhi rivolti alla nave — «essi ci mandano buone occasioni. Nostra è la colpa se le trascuriamo. Quanto ai Greci, tu dimentichi, o mio Lentulo, che i pirati che vado a punire sono Greci. Una vittoria sopra di essi ne vale cento sugli Africani.» —

— «Allora ti rechi nell’Egeo?» —

Il marinaio non aveva occhi che per la nave.

— «Che grazia, che venustà! un cigno non si muoverebbe più maestoso sulle onde. Guardate!» — Ma tosto aggiunse: «Perdonami Lentulo. Io vado nell’Egeo; e siccome la mia partenza è ormai vicina, ve ne dirò la ragione — soltanto tenetela segreta. Io non vorrei che incontrando il mio buon amico il duumviro gliene faceste una colpa. Voi sapete che il commercio fra la Grecia ed Alessandria non è inferiore a quello fra Alessandria e Roma. Il popolo in quelle parti del mondo si è dimenticato di celebrare le feste Cereali, e Trittolemo li ha puniti con un miserabile raccolto. Ad ogni modo il commercio è così cresciuto da non arrestarsi per un sol giorno. Avrete anche sentito parlare dei pirati del Chersoneso, che si annidano nell’Eusino; gente audace, per le Baccanti! Giorni fa arrivò la notizia a Roma che, riunitisi in una flotta numerosa, avevano disceso il Bosforo, affondate le galere davanti a Bisanzio e a Calcedonia, invasa la Propontide, occupato l’Egeo. I mercanti di grano che hanno navi nel Mediterraneo sono spaventati. [p. 128 modifica]Ottennero udienza dall’Imperatore medesimo, ed oggi da Ravenna partono cento galere, e da Miseno — fece una breve pausa, come per pungere maggiormente la curiosità degli amici — una.» —

— «Beato Quinto! Le nostre congratulazioni!» —

— «Bene auguriamo per questa scelta. Ti salutiamo sin d’ora duumviro.» —

— «Quinto Arrio duumviro, suona meglio di Quinto Arrio tribuno.» —

Con queste parole si strinsero festosamente intorno a lui.

— «Io mi rallegro insieme agli altri» — disse l’amico avvinazzato — «mi rallegro assai. Ma voglio essere pratico, o mio duumviro, e finchè io non vedrò che la promozione ti abbia valso una maggior conoscenza delle tesserae riservo il mio giudizio sulla tua fortuna, in questo... in questo affare.» —

— «Vi ringrazio tutti!» — disse Arrio rivolgendosi collettivamente ad essi — «se aveste delle lanterne, direi che siete auguri. Farò di più. Vi mostrerò che avete colpito nel segno. Qui, leggete.» —

Dalle pieghe della sua toga estrasse un rotolo di carta e lo porse a loro, dicendo: — «L’ho ricevuto ieri mentre ero a tavola, da Seiano.» —

Questo nome era già grande nel mondo Romano; grande e non ancora così infame come divenne di poi.

— «Seiano!» — esclamarono in coro, stringendosi attorno a chi leggeva la lettera. Ecco il tenore di essa:

          Seiano a C. Cecilio Rufo, Duumviro,

Roma, XIX Kal. Sept.


Cesare conosce l’abilità di Quinto Arrio, tribuno, e, specialmente, ha udito esaltare il coraggio manifestato da lui nei mari d’occidente. E’ sua volontà che il detto Arrio sia sull’istante trasferito in Oriente. E’ ancora volontà di Cesare che raduniate cento triremi di prima classe, perfettamente allestite, e le spediate senza indugio contro i pirati dell’Egeo, e che Quinto sia posto al comando di tale flotta.

I dettagli sono tua cura, mio Cecilio.

Il momento è urgente, come vedrai dalle relazioni che accludo per te, e pel nominato Quinto.

Seiano.


[p. 129 modifica]Arrio non badò alla lettura. A mano a mano che la nave si avvicinava crebbe il fascino che essa esercitava sopra di lui. Ne seguiva i movimenti con l’occhio di un innamorato; Finalmente agitò le falde della sua toga; in risposta al segnale, sopra l’aplustre, arnese in forma di ventaglio sulla poppa della nave, sventolò una bandiera scarlatta; nel mentre parecchi marinai apparvero sul ponte, si arrampicarono rapidamente sulle corde fino all’antenna, ed ammainarono la vela. La prua fu girata, e la velocità dei remi crebbe di mezzo tempo, cosicchè la nave si avvicinò al molo con la rapidità di un uccello.

Egli osservò la manovra con gli occhi scintillanti. La pronta risposta al timone, la docilità e fermezza con cui la nave teneva la sua rotta, sarebbero state qualità di grande importanza in battaglia.

— «Per le Ninfe!» — disse uno degli amici, restituendo la lettera. — «Non possiamo più dire che l’amico sarà grande; egli lo è già. Il nostro amore deve esser contemperato di rispetto. Che altro hai da dirci?» —

— «Null’altro!» — replicò Arrio. — «Ciò che voi avete appreso oggi è già roba vecchia a Roma, specialmente nel palazzo di Cesare e nel foro. Il duumviro è un uomo discreto. Le mie istruzioni, la località dove dovrò incontrare la flotta, si trovano a bordo in un plico suggellato. Se però questa sera sacrificate agli altari, non dimenticate di innalzare una preghiera per un amico che i remi e il vento sospingono alla volta di Sicilia. Ma ecco la nave che sta per approdare. I suoi ufficiali mi interessano, poichè dovrò combattere e viaggiare con essi. Non è cosa facile approdare con una nave di questa mole ad una spiaggia come questa. Lasciatemi giudicare la loro disciplina e la loro abilità.

— «Come, ti è nuova la nave?» —

— «Non l’ho mai veduta prima d’oggi, e non so ancora se vi troverò un solo amico.» —

— «E’ bene questo?» —

— «Non importa. Noi uomini del mare facciamo presto conoscenza. Il nostro amore e i nostri odii nascono nei comuni pericoli.» —

La nave apparteneva alla classe chiamata naves liburnicae, lunghe, strette, basse ai lati, e foggiate per velocità di corso e rapidità di manovra. I suoi fianchi eran stupendi. Un doppio getto d’acqua saliva spumeggiando, dinanzi ad essa, e spruzzando le curve audaci della prora, i [p. 130 modifica]lati della quale erano adorni di figure di Tritoni soffianti in conchiglie marine.

Sotto la prua, infissa nella chiglia e spingentesi infuori, sotto il livello del mare, era il rostrum, ordigno di legno rinforzato ed armato di ferro, che in battaglia adoperavasi come un ariete.

Una poderosa cornice, artisticamente scolpita partendo dalla prua abbracciava tutta la lunghezza della nave, e, sorpassando la coperta, serviva di baluardo. Sotto la cornice correva un triplice ordine di vani, ciascuno protetto da uno scudo di cuoio, dai quali si scorgevano i remi, sessanta per ciascun lato. La prora torreggiante era inoltre ornata di caducei, mentre due corde, raccolte ai fianchi, segnavano il numero delle ancore assicurate sul ponte di trinchetto.

La semplicità dell’attrezzatura rivelava che la nave si affidava principalmente al lavoro dei remi. L’albero, piantato bene innanzi, era assicurato da spranghe e gomene agli anelli fissi alle pareti interne del baluardo. Il sartiame era quello strettamente necessario per manovrare l’unica grande vela rettangolare e l’antenna da cui dipendeva.

Eccettuati i marinai, che erano saliti per ammainare la vela ed indugiavano ancora fra le sartie, un sol uomo era visibile sul ponte, presso la prora, completamente armato, con elmo, spada e scudo.

Le centoventi lame di quercia, che le onde e le frequenti puliture di pomice avevan rese bianche e lucenti, si alzavano e cadevano come mosse da una mano sola, e spingevano innanzi il battello con la velocità di un vapore moderno.

Così rapido, e, apparentemente, così temerario, era il corso della nave, che gli amici del tribuno se ne spaventarono. Improvvisamente l’uomo a prua tese la mano con un gesto speciale; tosto tutti i remi si alzarono, si librarono un istante nell’aria, poi caddero verticalmente.

L’acqua si agitò spumeggiando intorno ad essi, e la galera ebbe un tremito, e s’arrestò come atterrita. Un altro gesto della mano, e i remi si alzarono di nuovo, ma, questa volta, quelli di destra, spinsero avanti, mentre i remi di sinistra, avanzando verso la prua, lavorarono contr’acqua. Tre volte i remi ripeterono questa manovra. La nave girò come su un cardine; poi, favorita dal vento, approdò dolcemente al molo.

Una tale mossa mise in vista la poppa, con tutti i suoi ornamenti. V’erano dei tritoni come quelli di prua; [p. 131 modifica]il nome era scritto in lettere cubitali in rilievo; il timone, la piattaforma elevata su cui sedeva il timoniere, maestosa figura ricoperta da un’armatura, la mano sulle corde del timone; e l’aplustre, alto, dorato, scolpito, che si curvava sopra il timoniere come una grande foglia arabescata.

Si udì lo squillo acuto di una tromba, e, dai boccaporti si riversarono sul ponte i soldati, tutti superbamente armati, con elmi di bronzo, scudi e giavellotti scintillanti. Mentre essi si schieravano sul ponte in ordine di battaglia, i marinai si arrampicarono sulle sartie e si allinearono lungo l’antenna.

Gli ufficiali e i suonatori di tromba occuparono i loro posti senza confusione e senza rumore. Quando i remi toccarono il molo, una passerella fu abbassata dal ponte del timoniere.

Il tribuno si volse ai compagni e con una gravità dapprima non dimostrata, disse:

— «Ora mi attende il dovere, o miei amici!» —

Si tolse la corona dal capo e la porse al giuocatore di dadi.

— «Prendi questo mirto, o favorito dalle tesserae! — esclamò. Se ritorno, verrò a riprendere i miei sesterzii: se la vittoria non m’arride, non ritornerò. Appendi la corona nel tuo atrio.» —

Spalancò le braccia agli amici, ed essi vennero ad uno a ricevere l’abbraccio dell’addio.

— «Gli Dei ti accompagnino, o Quinto!» — esclamarono.

— «Salvete!» rispose. —

Salutò con la mano gli schiavi, che agitarono le torcie; poi si volse alla nave, bellissima per l’ordine perfetto del suo equipaggio, in ranghi serrati, coi cimieri che ondeggiavano e gli scudi e le lancie scintillanti. Quando mise il piede sul ponte, le trombe squillarono, e sopra l’aplustre sventolò il vexillum purpureum, bandiera dell’ammiraglio della flotta.