Carlo Darwin/VI

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V VII


A chi si chiegga per qual motivo abbiano le opere di Carlo Darwin prodotto attorno a sé quel fervido movimento, che cominciato dopo la comparsa del libro sull’Origine delle specie dura ancora oggigiorno ed andrà sempre più aumentando in avvenire, non parrà, io credo, di dovere ricercare la risposta a tale domanda solo nelle condizioni particolari in cui versavano le discipline biologiche quando il Darwin intraprese lo studio delle leggi del mondo vivente. Senza dubbio, le condizioni della scienza e lo stato degli animi giovarono alla diffusione ed al trionfo delle teorie evoluzionistiche, e queste avrebbero forse finito coll’imporsi anche senza il rumore destato dai libri del Darwin: ma sarebbe ingiusto negare che questi libri non abbiano in modo imprevisto e straordinario affrettata la vittoria su tutto il dominio vastissimo della biologia a quelle dottrine, che lo Spencer veniva introducendo da qualche anno con somma difficoltà della filosofia. Carlo Darwin ed Erberto Spencer possono invero riguardarsi come i fondatori del moderno evoluzionismo: sono ambedue profondi pensatori, ma mentre nel primo predomina lo spirito analitico dello scienziato, il secondo invece è tratto dalle doti naturali della sua mente ai concetti sintetici del filosofo. Ma né il Darwin né lo Spencer ci apparirebbero così grandi, se l’opera dell’uno non fosse stata illuminata e spiegata dall’opera dell’altro. Sotto tutti i loro aspetti i due celebri scrittori inglesi si completano a vicenda e sono come un Giano terribile dalle due faccie: in essi si incarna, per così dire, e si individualizza il moderno indirizzo del pensiero umano, che è di risalire alle formule generali (sintesi) solo mercè l’esame dei fatti particolari e la scoperta delle loro leggi (analisi). Però non si va lungi dal vero sostenendo che l’evoluzionismo ha vinto, almeno per ciò che si riferisce alla immensa maggioranza dei pensatori e scienziati, molto più in grazia del metodo pazientemente analitico cui s’informa il libro sull’Origin of species, che in virtù delle vaste concezioni sintetiche sparse a larga mano nei First Principles.

Noi abbiam visto che il concetto di trasformismo già esisteva nella scienza: possiamo aggiungere che i suoi principii fondamentali non vennero inventati dal Darwin. L’evoluzione era stata sostenuta da una folla di filosofi e scienziati, da Empedocle a Hegel e a Spencer, da Buffon a Lamarck e a Wallace: il principio della lotta per l’esistenza appartiene al Malthus; finalmente la selezione artificiale era praticata da secoli per ottenere le razze domestiche di animali e vegetali. Ma nessuno intanto aveva saputo scoprire ancora i rapporti fra queste leggi cardinali del mondo vivente. Il colpo di genio del Darwin è appunto quello di averle cementate per la prima volta assieme, facendone uscire il grande principio della selezione naturale. Però la dottrina trasformistica darwiniana sarebbe passata forse senza rumore o tutto al più avrebbe svegliata una discussione solo nelle fredde aule cattedratiche, se il Darwin non l’avesse saputa trattare con un metodo naturale e con prove intellegibili a tutti. Per limitare il nostro confronto agli evoluzionisti contemporanei basti citare Herbert Spencer. Il grande filosofo era giunto pure al concetto dell’evoluzione indipendentemente dal Darwin, ma le sue argomentazioni erano filosofiche, astratte, poco simpatiche alla maggioranza dei naturalisti. Per discendere sul terreno positivo, lo Spencer non trovava miglior prova del suo famoso confronto delle sezioni coniche, che passano insensibilmente dalla forma elittica alla parabolica ed all’iperbolica: confronto per tutti troppo astratto, per molti persino assurdo.

La vita del Darwin può dividersi in due periodi: nel primo egli raccolse le prove fondamentali o necessarie della sua dottrina, che formulò in modo serrato e conciso nel libro sull’Origin of species; nel secondo ne fornì invece, con opere speciali, le prove complementari od accessorie. Queste opere, a chi ben le guardi, non hanno un grande valore letterario ed estetico per le ineguaglianze dello stile, per le ripetizioni, per le incertezze dell’esposizione, per la rapidità dei trapassi, e insino per la negletta divisione delle parti: la storia del pensiero umano ne annovera altre dove il pregio della forma meglio corrisponde al merito del contenuto. Il libro sull’Origine delle specie ha, per esempio, non lievi difetti, e il Darwin stesso lo sapeva; tuttavia questi difetti erano, per così dire, logici, inerenti alla qualità del metodo. «Il mio lavoro, scriveva egli in fronte alla prima edizione del 1859, è quasi finito, ma siccome occorrerebbero molti anni per completarlo e la mia salute non è troppo ferma (egli era allora nel suo cinquantesimo anno), così fui indotto a pubblicarne il presente estratto. L’estratto è necessariamente incompleto: io sono costretto a esporvi le mie idee senza appoggiarlo con molti fatti, ma io non posso produrre che le conclusioni generali alle quali sono arrivato, con alcuni esempi, che tuttavia basteranno, a mio avviso, nella pluralità dei casi. Niuno è penetrato più di me (egli continuava) della necessità di pubblicare più tardi tutti i fatti che servono di base alle mie conclusioni, e spero di farlo in un’opera futura». La fretta con cui fu scritto il libro, per le cause che già accennai, si rende evidente in più punti, e il Darwin si vide costretto a ritornare negli altri suoi libri posteriori su alcune sue affermazioni, che a prima vista non parevano abbastanza convalidate dai fatti (variabilità allo stato domestico, elezione sessuale, leggi dell’eredità). Nel tutt’assieme l’opera del Darwin (non diciamo le sue opere) non presenta proporzione nelle parti: alcuni soggetti vennero da lui trattati profondamente, altri appena accennati; così l’embriologia, che l’Haeckel e il Gegenbaur seppero rendere tanto proficua all’evoluzionismo, è ricordata da lui in modo troppo breve. Ma l’ampiezza che assunsero i pochi subbietti personalmente cari al Darwin dimostra in qual modo egli intendeva che dovesse essere svolta e provata la sua teoria, e si capisce, come scrive il Vogt, che nessuna vita d’uomo sarebbe tale da permettere neppure la metà dell’immane lavoro. Ora nelle parole succitate del Darwin è già contenuta la ragione del metodo che egli volle adottare: «nessuna conclusione generale, egli scrive, senza la prova di molti fatti». L’esempio della lotta inutilmente sostenuta dal suo grande predecessore, il Lamarck, e perduta appunto in causa della insufficienza del metodo e della scarsità e poca evidenza delle prove, doveva dirigere quasi inconsciamente il Darwin nella scelta di un processo dimostrativo forse meno brillante, ma in realtà più sicuro e scientifico.

Le analogie che si sono volute trovare fra il Lamarck ed il Darwin (ommetto a bella posta tutti gli altri «precursori» del celebre naturalista, cui egli a dritto e a rovescio fu paragonato) esistono solo per rispetto al concetto generico dell’evoluzione; diminuiscono e forse cessano del tutto se si considera l’indirizzo diverso che essi dettero alla teoria del trasformismo e più specialmente se si guarda alla differenza del metodo. Il Lamarck è sistematico: dotato di un ingegno altamente filosofico, egli si lascia sovente trascinare dalle proprie convinzioni, anche quando le prove gli mancano, e convien ricordare che in sui primi del secolo le conoscenze biologiche erano assai più ristrette che non lo fossero nel 1859. Qua e là si notano nelle opere del grande naturalista francese le tracce dell’influenza della metafisica, per esempio quando a proposito della costituzione dell’universo ammette una materia inerte e delle forze produttrici di tutti i fenomeni, e quando con soverchia arditezza si prova a risolvere il problema dell’origine della vita per mezzo della generazione spontanea. Altra menda del Lamarck è di non accorgersi della relativa insufficienza dei dati scientifici, e di presentare le sue ipotesi con un tono dogmatico, che mal s’accorda colla poca sicurezza d’alcune sue premesse. Né ai fatti che potrebbero confermare le sue concezioni teoriche sembra che egli dia molta importanza: alcuni esempi di possibili trasformazioni animali, che prestano facile appiglio all’ironia, rivelano nel Lamarck anche più forte il contrasto fra l’arditezza della sintesi e la insufficienza dell’analisi.

Carlo Darwin procede in modo del tutto opposto, e secondo le esigenze del pensiero moderno. Vero è ben che quando egli intraprese lo studio del problema del trasformismo, la scienza si trovava assai più avanzata che non ai tempi del Lamarck, e che egli ha potuto far tesoro di tutto l’immenso materiale descrittivo raccolto dalla scuola dei naturalisti sistematici: ma la superiorità del Darwin sta appunto nell’aver compreso che le prove erano oramai tanto numerose e sì forti da poter costituire per sé sole la base più salda delle dottrine evoluzionistiche anche senza alcun passo sul terreno vacillante della filosofia. Nel Lamarck si scorge adunque il filosofo della natura e l’ardito formulatore di concetti generali; nel Darwin lo scienziato e il paziente analizzatore dei fatti speciali.

Il Darwin non si gettò mai nelle speculazioni, e pur avendo fornito all’evoluzionismo la prova positiva tanto desiderata colla sua elezione naturale, egli rimase, nota giustamente il Brunetière, del tutto estraneo alla formazione del monismo filosofico, cui invece portarono cotanto tributo le opere dei suoi discepoli ed ammiratori, specialmente tedeschi. Il confronto delle opere del Darwin con quelle dell’Haeckel sarebbe assai istruttivo, ma non è qui luogo di farlo; mi basti averlo indicato. Checchè ne dicano alcuni, i quali delle opere del Darwin non videro più in là del titolo, non v’ha in esse un solo concetto metafisico o tale da potere sfuggire al saggio delle prove di fatto: o per ripugnanza naturale, o per ponderazione cosciente il Darwin non volle oltrepassare mai i limiti della scienza pura di osservazione. Invero per comprendere la vittoria dell’evoluzionismo convien considerare che il metodo introdottovi dall’insigne naturalista inglese è quello stesso che Bacone e Cartesio vollero iniziare nella filosofia, e che Galileo Galilei adoperò nella scoperta delle leggi fisiche. Osservare i fatti quali ci si offrono spontaneamente dalla natura (osservazione) o provocandoli ad arte (esperimento): annotare e riunire quelli che hanno fra loro più stretta analogia: spogliarli di quanto essi hanno di accessorio, per trovare, quasi direi, il nucleo centrale dei fenomeni: indurre da questo esame una formula generale, che tutti li comprenda e che diverrà la «legge» di quel dato gruppo di fatti: infine da leggi sempre più comprensive ascendere alle leggi generali; tale è il procedimento naturale dello spirito moderno e tale fu quello di Carlo Darwin. La copia dei fatti che egli raccolse durante i quarantatre anni della sua esistenza solitaria è veramente prodigiosa: e nei suoi scritti ciò che colpisce di più è la moltitudine degli esempi, la ricchezza e varietà delle prove.

Quando si è letto un capitolo del Darwin si resta meravigliati che il principio generale, cui egli arriva per induzione in mezzo a tanti fatti, sia passato inosservato non solo agli altri naturalisti, ma a noi stessi, tanta è la naturalezza e per così dire logicità delle conclusioni, una volta accettate quelle premesse. Ora, le premesse presentando sempre una saldezza incomparabile in quanto al numero ed alla perfezione delle prove addottevi, ne viene che il lettore è indotto a concludere quasi automaticamente, senza sospettare che ci si lascia invece guidare dal genio lucido e sereno dell’autore. Una induzione del Darwin deriva sempre da un’altra più semplice, e si sale così di induzione in induzione e di legge in legge sino ai concetti più generali della teoria, ciascun dei quali si congiunge e si rannoda coi vicini, coi soprastanti e cogli inferiori. La prova che il darwinismo ha dato delle dottrine evoluzionistiche sta appunto in questo concatenarsi e succedersi quasi fatale di fatti e di leggi: l’union fait sa force.

La varietà delle cognizioni scientifiche del Darwin ha in sé qualche cosa di eccezionale e, starei per dire, di formidabile. Non v’ha parte della biologia dov’ei non abbia gettato il suo sguardo scrutatore, scoprendo tesori immensi là dove altri supponeva d’aver tutto mietuto. Numerosissimi fatti oscuri, insignificanti, negletti da tutti, ma illuminati da lui, ingigantirono di improvviso, e con sbigottimento delle scuole ortodosse: in una teoria, che doveva comprendere e spiegare fenomeni così complessi come quelli del mondo vivente, nessun fatto particolare poteva essere dimenticato, né lo fu. Argomenti che i naturalisti seri riguardavano quasi con disprezzo, presero d’allora in poi il primo posto: così per i costumi degli animali e delle piante abbandonati prima ai dilettanti od ai viaggiatori; così per le ricerche fisiologiche, subordinate per l’addietro alle osservazioni morfologiche; così per lo studio delle varietà, che sorpassò in valore, se non soppresse, quello sistematico delle specie.

Le doti precipue nel genio del Darwin sono due e rifulgono splendidissime nel suo metodo: un profondo spirito di osservazione congiunto ad una potenza straordinaria nell’indurre, ed una perseveranza invincibile e serena. Che il Darwin sapesse scrutare per entro ai fenomeni della natura e distinguere in ogni fatto la parte fondamentale da ciò che è solamente accessorio, o, per dirla colle scuole filosofiche e sotto un significato puramente relativo, la sostanza dalla modalità, è provato dall’ampiezza delle sue indagini non mai raggiunta da alcun altro pensatore, se ne togli forse Aristotele fra gli antichi, e dalla novità delle sue investigazioni originali. Questa superiorità del Darwin come osservatore e come interprete dei fenomeni naturali si palesa in particolar modo in quei territori della scienza che egli ebbe agio di percorrere più a lungo, e dove ogni suo passo lasciò orme imperiture, facendo sgorgare quasi per miracolo dal suolo, che pareva arido od esausto, una quantità strabocchevole di fatti e di leggi nuove. Io non dirò dei rapporti che il suo genio seppe scoprire fra i fatti già posseduti dalla scienza: la teoria dell’elezione ci stupisce, appunto per ciò che essa si è fabbricata con materiali vecchi, che tutti avevano sotto mano senza comprenderne il valore. Per quanto le scoperte originali del Darwin siano molte, massime nel dominio della biologia botanica, pure convien riconoscere che la grandissima maggioranza delle prove fu da lui desunta dagli scritti e sui lavori altrui; ma il mirabile si è che neppure queglino donde egli attinse l’immensa moltitudine dei suoi esempi ebbero mai il sentimento chiaro della loro importanza teorica. E si capisce il perché: per apprezzare convenientemente tutti questi fatti, per vederne e indovinarne i mutui rapporti, per costituirli in gruppi e subordinarli a leggi generali, occorreva avere, come il Darwin, tanta potenza di mente da levarsi in alto e da considerare nello stesso momento e sotto lo stesso punto di luce tutti i fatti più diversi ed all’apparenza meno omogenei. Chi guarda dintorno a sé può ben distinguere le cose vicine e scoprirne tutte le minuzie; ma solo chi guarda dall’alto abbraccia la vastità dell’orizzonte e trova le grandi linee che la natura percorre nel produrre l’incessante succedersi dei fenomeni. Però questa tendenza altamente sintetica del Darwin non gli ha impedito di rivelarsi analizzatore paziente e minuto, come ne fan fede le sue esperienze personali, con questo di caratteristico e di tutto suo, che anche nei lavori speciali egli si manifesta sempre superiore a quanti altri ebbero fra mano quegli argomenti. Si è detto che il Darwin non fu sperimentatore, forse perché non praticò la vivisezione e si contentò di difenderla contro le leggi inglesi colla grande autorità del suo nome: ma alla sua gloria anche sotto questo aspetto basterebbero le indagini sulla fecondazione incrociata, sul movimento nei vegetali, sulle piante carnivore, sulla espressione delle emozioni nei fanciulli, sull’azione dei vermi terrestri, per non citare che le ricerche degli ultimi suoi dieci anni, quando cioè il trionfo del trasformismo l’avrebbe potuto indurre a lasciare ad altri il compito di portare nuove prove obbiettive ai suoi concetti teorici.

Della singolare perseveranza colla quale il Darwin si preparò alla trattazione del grande problema, è primo indizio quel suo lungo silenzio di venticinque anni rotto solo per consiglio e quasi per ingiunzione d’amici. Ma altra prova ci vien pòrta dalla successione cronologica delle sue opere. Una prima opera espone in modo conciso l’intera teoria del trasformismo e ne adduce le testimonianze più evidenti e generali: una seconda reca gli argomenti a favore del principio schiettamente darwiniano dell’elezione: una terza ci presenta un primo saggio di applicazione della teoria, e trattando dell’uomo, accenna alle sue conseguenze ultime: una quarta, una quinta, una sesta approfondiscono date categorie di prove favorevoli e distruggono obbiezioni giudicate da altri come insuperabili: parecchie sono vincolate da una certa analogia di subbiètto e indicano la via che resta da percorrete, secondo il Darwin, a quanti vogliono seguire l’indirizzo da lui dato alla biologia. Tutti questi libri sono il frutto di studii lunghissimi e pazienti, la di cui tenacia quasi atterrisce: mal si comprende come in mezzo alla tendenza vertiginosa e febbrile che domina nell’attività scientifica odierna, vi sia stato un uomo capace di studiare per undici anni centocinquanta varietà diverse di piccioni domestici o di osservare durante due quinti di secolo ciò che i lombrichi terrestri riportano triturato e rammollito coi loro succhi digestivi alla superficie del suolo. Ma questa pazienza era necessaria ed era quasi connaturata nell’ingegno del Darwin: nel quale la coscienza di trovarsi nel vero e di dover vincere era così intima e profonda, che senza alcuna amarezza ei si sarebbe lasciato avanzare dal Wallace purché l’evoluzionismo avesse avuto il sopravvento.

I processi materiali che il Darwin adoperò per applicare il suo metodo meritano anch’essi l’esame più attento. Non dirò dello stile, che salvo i difetti accennati, è in generale intellegibile, piano, semplice, evidente, tutto nervi e polpa, privo di imagini azzardose e fantastiche, ma per contrario ricco talora di vera eloquenza e di elevatissime considerazioni. Forse nessun altro pensatore manifestò mai tanto rispetto per le ricerche altrui, né ebbe una sì profonda conoscenza della letteratura antica e moderna: l’erudizione del Darwin sarebbe grande per chiunque, ma in lui, che visse quasi sempre alla campagna e lontano dai grandi centri scientifici, essa ci stupisce. Nessun argomento egli trattò, di cui non sapesse a fondo la storia, e ciò gli giovò non tanto per accumulare il maggior numero di fatti conosciuti, quanto per accennare a quel che restava ancora di ignoto. Dove l’autorità altrui pareva sospetta, il Darwin operava una scelta, e con tali criterii che i fatti registrati nelle sue opere restano per sempre accertati nel patrimonio della scienza. Ma quante cose non avrà questo solitario pensatore dovuto raccogliere e studiare che poi gli riuscirono inutili! Una osservazione buona gli sarà costata il sagrifizio di molte osservazioni mediocri e cattive, e chi sa in quali torture e in quali incertezze s’è trovato durante il laborioso periodo in cui i primi germi della teoria balenavano davanti alla sua mente! Ma dove non gli serviva l’autorità altrui o l’esperienza propria, il Darwin si sentiva indotto alle divinazioni proprie del genio: molte leggi biologiche egli divinò prima della scoperta dei fatti, e moltissime idee nascevano nel suo cervello per una sublime e talora incosciente associazione, che già intuitivamente pareva verosimile e l’osservazione e l’esperimento trovavano poi vera.

Da un numero straordinario di corrispondenti e da tutte le regioni del mondo incivilito, il Darwin riceveva di continuo interessanti notizie e relazioni di fatti nuovi o poco noti: si può dire che alla grande opera darwiniana cooperarono la stessa potenza e ricchezza britannica, con ciò che dalle innumeri e svariatissime colonie inglesi affluivano alla modesta biblioteca di Down-House tutti i risultati del lavoro di centinaia e centinaia d’osservatori zelanti e disinteressati. Un mezzo pratico che non disdegnò il Darwin fu quello delle inchieste, delle quali redigeva egli medesimo i questionari talvolta assai particolareggiati: mi basti ricordare la bellissima inchiesta sull’espressione delle emozioni nelle varie razze umane, e l’altra accompagnata dall’invio di esemplari sopra i piccioni e i conigli domestici di tutto il mondo. Tutto questo immenso materiale, raccolto con pazientissimi studii ed infinite ricerche, veniva disposto secondo un ordine prestabilito. Nella biblioteca del Darwin e presso il suo tavolo da studio, un ampio scaffale diviso in scompartimenti conteneva la collezione delle prove del trasformismo, e queste prove s’andavano a mano a mano accumulando così da formare dopo un certo tempo lo scheletro dei capitoli di libri futuri. Questo sistema, che facilita assai il lavoro e permette di non affidarsi alla sola memoria, non è certo elegante, ma è scientifico, e rammenta quella virtù dell’ordine che il Franklin e lo Smiles vogliono inseparabile dall’uomo di carattere.