Cenni sulla costituzione della Repubblica Ambrosiana

Da Wikisource.
Jump to navigation Jump to search
Anonimo

1853 C saggi letteratura Cenni sulla costituzione della Repubblica Ambrosiana Intestazione 12 settembre 2008 75% saggi

EPUB silk icon.svg EPUB  Mobi icon.svg MOBI  Pdf by mimooh.svg PDF  Farm-Fresh file extension rtf.png RTF  Text-txt.svg TXT
REPUBBLICA AMBROSIANA
1447-1450

Dopo la morte di Filippo Maria i Milanesi, essendosi costituiti in repubblica, elessero Francesco Sforza a loro capitano per battere i Veneti; ma egli patteggiò con loro ed usurpò il ducato. La città di Milano era circondata dai soldati dello Sforza, e con tanta diligenza custodita, ch'era impossibile agli abitanti di ricevere alimento veruno. Un moggio di grano si vendeva 20 zecchini; s'eran vendute e mangiate pubblicamente le carni dei cavalli, degli asini, dei cani, dei gatti e persino dei sorci; alcuni cittadini morirono di fame sulle pubbliche strade. I Milanesi difesero la loro libertà fino agli estremi e diedero esempio di tale amor patrio, da paragonarlo a quello degli antichi.
Ecco come era costituita la repubblica Ambrosiana.
L'autorità sovrana e legislatrice era nel popolo, rappresentato dal consiglio de' novecento; vi erano inoltre i consigli speciali di ciascuna porta, ma non sappiamo se fossero le frazioni di 150 per porta, che unite formavano il consiglio generale, o se fosse composto con un'altra elezione. E però è notabile che la rappresentanza nazionale non fosse stata eletta dal popolo direttamente, ma da' suoi delegati; vale a dire ogni parrocchia sceglieva i suoi deputati che si riunivano porta per porta, e par che costoro nominassero quelli che si chiamavano i sindaci di porta, che poi eleggevano i compromissarj o sapienti. Ad ogni modo sappiamo che ciascuna porta si elesse quattro sapienti, i quali congiunti col vicario e coi dodici delle provvisioni e probabilmente con alcuni del collegio de' giureconsulti, nominarono i 900 del consiglio; di maniera che il corpo elettorale si riduceva a 40, o tutt'al più 50 persone.
Quello che noi chiamiamo il potere esecutivo e governativo fu affidato ai 24 capitani e difensori della libertà del comune, e i primi ac: occupare questa carica furono i seguenti:

PORTA ORIENTALE.

Giovanni Marliani.
Giovanni Moresini.
Rolando od Oldrado Lampugnani; quel medesimo che nel 1425 fece prigione a tradimento Cabrino Fondulo signor di Cremona.
Giovanni Olgiati.

PORTA ROMANA.

Bartolomeo Visconti, forse il vescovo di Novara.
Giovanni Omodei, giureconsulto, e probabilmente suocero di Giorgio
Lampugnano che aveva sposata una Giovannina Omodei. Giacomello Trivulzio.
Antonio Visconti, forse Antonio Trivulzi.

PORTA TICINESE.

Giorgio Piatti, giureconsulto di molta fama, e che conservò la franchezza repubblicana anche sotto il dominio di Francesco Sforza, essendo stato il solo che si opponesse alla riedificazione del castello. Giovanni Crotti.
Ambrogio Lomazzo.
Giovanni Caimi.

PORTA VERCELLINA.

Conte Vitaliano Borromeo, già tesoriere o camerlingo del duca Filippo Maria.
Guarnerio Castiglione, conte e cavaliere aureato, primo professore di ritto canonico a Pavia, consigliere e senatore sotto Filippo Maria; fu poi ribelle alla repubblica e largamente premiato dallo Sforza.
Giacomo Corio.
Simone Meraviglia.

PORTA COMASINA.

Giacomo Dugnani, giureconsulto.
Giorgio Lampugnani, giureconsulto e professore di diritto pubblico a Pavia.
Luisino o Luigi Bossi, che deve aver ceduto il posto a suo fratello Teodoro, per esser egli eletto fra i conservatori e sindaci della libertà.
Francesco Casati, castellano della cittadella di Pavia.

PORTA NUOVA.

Bartolomeo Morone, giureconsulto.
Pietro Cotta.
Dionigi Biglia.
Galeotto Toscani.

Questi capitani nei successivi bimestri da 24 furono ridotti a 12, e così si mantennero finché durò la Repubblica; si sceglievano un priore ed un vice priore, i quali, da quel che sembra, giravano per turno, e duravano in carica una settimana o poco più. I capitani e difensori della libertà erano stati sostituiti al consiglio secreto del duca. Non conosco l'atto in cui si contenevano le loro attribuzioni: e quelle accennate nel giuramento che prestavano, sono assai vaghe. Si obbligavano a difendere il Comune e la libertà; a non proporre ne' consigli, se non cose utili alla libertà medesima; ad adempire il loro incarico con fedeltà e zelo; ad essere imparziali con chicchessia; a proteggere le vedove. i pupilli ed i poveri; a non abbandonare il loro ufficio prima del termine, ed a rassegnarlo a' successori senza contrasto. In massima però era posto nelle loro mani tutto l'indirizzo del governo, ma dipendevano dal consiglio generale a cui nelle cose appena di qualche importanza dovevano riferire e farsi autorizzare da esso.

Come ad ogni porta vi era un consiglio che rappresentava in piccolo quello che era in grande il consiglio dei 900, così eranvi pure 24 fra governatori e consiglieri, ossia un governatore con tre consiglieri per ciascuna porta che rappresentavano il governo nel rispettivo loro quartiere. Dapprima s'intitolarono governatori e consiglieri della libertà del comune, poi conservatori e sindaci della libertà, e pare che fossero bimestrali come i capitani; in ultimo in luogo di 24 furono 36, e si chiamarono i sei aggiunti per porta, e prorogarono la loro carica ad un anno. Oltre all'ingerenza speciale nella loro porta, essi avevano parte anche nel governo insieme coi capitani e difensori, e deliberavano in comune.
Furono istituiti anche i dodici della Balìa di pace e di guerra, che duravano in carica un anno, e che sopraintendevano alla direzione della guerra. Ve n'erano due per porta, e convien credere che fosse un ministero molto importante perché vediamo che persone ragguardevoli lo preferivano a quello di capitani e difensori. Vi erano pure 6 censori, 6 consiglieri di giustizia, 6 sapienti e governatori, 6 sindaci, uno per porta; i primi restavano in ufficio un anno, li altri sei mesi. I consiglieri di giustizia erano senza dubbio quei medesimi che sotto i duchi rappresentavano il supremo potere giudiziario: forse i censori esercitavano una specie di tribunato su tutti i corpi dello stato, e sulla esecuzione delle leggi; e i sapienti e governatori erano forse giudici od altro magistrato civile di ciascuna porta.
Furono conservati quei che erano prima, il vicario e dodici delle provvisioni, il podestà, il capitano di giustizia, i maestri delle entrate ordinarie e straordinarie, ed altri uffici. Ai consoli de' mercanti, come anco agli abati o capi delle arti, fu restituita la facoltà che avevano anticamente di giudicare sopra le materie spettanti alla rispettiva loro corporazione. Pare altresì che i due distinti magistrati sulle entrate ordinarie e sulle straordinarie sul finir dell'ottobre 1419, siano stati, per economia di salari, dal consiglio generale ridotti in un solo. Tale era l'ordinamento della nuova repubblica, desunto in gran parte dalle vecchie consuetudini: nel consiglio generale vi erano senza dubbio persone di ogni ceto; ma i nobili si erano pressoché esclusivamente appropriati i ministeri speciali, e l'azion del governo, del che non sembra che il popolo si dolesse, sia che fosse avvezzo da lungo tempo a veder primeggiare le classi aristocratiche, o sia che mancasse ne' ceti popolari quella intelligenza e quella capacità e dicasi eziandio quell'ozio che sono necessarj per vacare ai pubblici offici, e che si dovevano cercare altrove. Ad ogni modo, si era riservata al popolo un'ingerenza, che non è per certo la migliore e più sana, quella cioè di tumultuare per le piazze e di strepitare e di far paura colle grida e le dimostrazioni minacciose alle pubbliche autorità, e violentarle nelle deliberazioni; nelle quali faccende il popolo si crede di essere una gran cosa, e non è che un istromento nelle mani degli agitatori. Del rimanente, prima cura de' capitani e de' magistrati fu di ristabilire l'ordine interno, di reprimere le fazioni e le violenze, di vietare le delazioni delle armi che ciascuno si faceva lecito, e le unioni armate che davano luogo a tumulti; di riabilitare le leggi sui dazj violate impunemente in que' primi licenziosi giorni, di provvedere al ricovero e alla wssistenza di molti infelici contadini, che la guerra aveva discacciati dalle loro sedi, e che mendicando o consumando d'inedia, vagavano per le vie, e di assicurare insomma la quiete e l'ordine interno. Queste considerazioni sullo stato di Milano dopo Filippo Maria, come eziandio sull'ordinamento della repubblica Ambrosiana le ho estratte da un'opera di celebre autore, pubblicata pochi anni fa.