Confessioni d'un scettico/XI

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XI

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XI.


2 aprile 18....


«Mi dai dunque, a nome della scienza, un mondo senza Dio, un gruppo di moti senza finalità, una vita senza avvenire, una coscienza senza legge, una virtù senza premio? tu mi collochi il sogno in mezzo alle cose e vuoi ch’io adori quel sogno superstite a tanti naufragi, e ch’io ringrazi la natura d’avermelo concesso e non mi ribelli se me lo spegne d’un colpo riattuffandomi nelle circolazioni eterne della materia? È questo il verbo del nuovo Dio che risorge sulle ruine dell’antico ? Oh! non ti pare [p. 60 modifica]che la verità scientifica sia ben triste se tutte ci disfoglia le benedette speranze che inghirlandavano la nostra cuna d’ infanzia? A che dunque il dovere se non è l’effetto d’una volontà trascendente ma forma del mio cervello che lo partorisce nel tempo, destinata a dissolversi con lui? a che il sagrificio se le mie lacrime non son numerate da qualche Dio che le serbi nel suo grembo per cangiarmele in gaudio? a che la vita se non mi si rende eterna? a che la scienza quando mi snuda gli abissi dell’universo inconscio delle mie pene, e mi vi sospinge solo, naufrago, esterrefatto, come in un mar senza porti? Ahime! l’ ideale di cui mi parli è la visione fantastica del tuo cervello, ma non corrisponde alle cose. Prodigherò dunque il mio sangue migliore ad un sogno? Non potrò dunque ricollocare un nuovo Dio nell’universo vedovo di tanti Dei tramontati per sempre? Un ideale che non si trasmette nelle cose e non vi partecipa mi pare l’ironia di sè stesso.» [p. 61 modifica]Ciò che mi domandi io me lo domandai tante volte nelle notti affannose del dubbio, e mi fissai con lo spirito contristato su quel concetto scientifico del mondo che mi toglieva ad una ad una le più dolci speranze. Anch’io lagrimai di dolore quando sentii declinare Dio dalla ragione, e misurai più d’una volta la feroce solitudine a cui mi condannava la scoperta del vero. Ma la scienza risuscita un continente nuovo sulle ruine del vecchio, risana le cicatrici dello spirito dubitante dischiudendogli la via dell’infinito. Lamenti un Dio caduto dal mondo, e non vedi quel Dio che vi ricircola per ogni vena, lo illumina e lo feconda di sè? Non è fuori dalle cose ma dentro di loro, Dio nascosto, ch’è tutto in tutti, e che portiamo ciascuno nel nostro cervello.

Non vedi che ciascheduno di noi riceve da mille secoli l’eredità della vita? credi tu che ciò che vive e sente e crea nel tuo cervello sia destinato a perire? Oh! quanto t’inganneresti se lo credessi! La vita non [p. 62 modifica]è tua ma di tutti; non si ferma in te solo ma va pellegrina nel tempo echeggiando di cervello in cervello, si trasmette moltiplicata negli organi, e si fa eterna rivelandosi nell’ ideale ch’è la forma più vera della vita stessa. In quell’ideale che ti pare un sogno tu ripensi te stessa, ti comprendi, ti esalti, t’infuturi. Lì si raccoglie l’esperienza umana, e prima di convertirsi in idea di sè le convenne attraversare disastri immensi, patire ecclissi dolorose, ed insanguinare la sua via di martiri uccisi per conquistarsela.

Che è mai verso l’avvenire che ti si dischiude nel proprio cervello la fantastica fede dell’oltretomba? Qui è l’egoismo dei vili che si deifica in un mondo superstite, là è il sagrificio dei forti che si propaga in mezzo di noi, ci si fa consanguineo di spirito, e crea nelle coscienze la legge congiungendole fra loro nell’unità della vita ereditata da tutti. È qui il vincolo sacro che l’uomo si fabbrica in sè stesso come legge dell’esperienza. L’eredità della vita è dunque l’ [p. 63 modifica]eredità del bene, il quale, presto o tardi, si fa via degli ostacoli trionfando sugli istinti degli organi. È qui la virtù che non domanda altro premio che di rivelarsi a sè stessa, di promoverne negli altri le attività sempre crescenti e sempre nûove del pensiero e del sentimento. La virtù non può coronarsi per altro modo, il suo paradiso è con essa.

Tu vuoi che l’ideale non si fermi nel tuo cervello, si trasfonda nelle cose e partecipi della vita di tutti; ma che altro è mai l’ ideale se non la vita di tutti che si trasmette nel tuo cervello, commovendolo ed esaltandolo fuori di se? quell’ideale che ti sembra un’ironia di sè stesso, è la forma più vera e più divina della natura che in lui e per lui si comprende e si compie. Addio.




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