Contro Wagner/Nietzsche contro Wagner/Come mi distaccai da Wagner

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Friedrich Nietzsche - Contro Wagner (1889)
Traduzione dal tedesco di Anonimo (1914)
Nietzsche contro Wagner - Come mi distaccai da Wagner
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COME MI DISTACCAI DA WAGNER.

1.


Già durante l’estate del 1876, nel periodo stesso delle prime Feste di Bayreuth, io mi congedai da Wagner. Non sopporto nulla che sia eguivoco: da quando Wagner era in Germania, a poco a poco, andava condiscendendo a tutto ciò ch’io disprezzo — finanche all’antisemitismo. E nel fatto, era veramente tempo di congedarsi: ne ebbi subito la prova Riccardo Wagner, il più vittorioso in apparenza, in realtà un decadente, caduco e disperato, si mostrò d’un tratto, irrimediabilmente annientato innanzi la san ta croce...

Nessun tedesco ebbe allora occhi per [p. 87 modifica]vedere, e pietà nella conscienza per deplorare quell’orribile spettacolo? E dunque io sono stato il solo ch’egli abbia fatto soffrire? Non importa: l’inatteso avvenimento proiettò una subitanea luce, per me, sul luogo che avevo allora lasciato, — ed anche mi dette quel fremito di terrore che si sente dopo aver corso inconsapevolmente un immenso pericolo. Quando da solo io proseguii pel mio cammino mi misi a tremare. Poco dopo fui malato, più che malato, stanco, — stanco per la continua delusione a riguardo di tutto ciò che ancora entusiasmava noi altri uomini moderni: della forza, del lavoro, della speranza, della giovinezza, dell’amore, inutilmente prodigati, per ovunque; stanco pel disgusto di tutto questa bugiarderia idealista e di questo rammollimento della conscienza che ancora una volta aveano vinto uno dei più bravi; stanco infine — e non fu la minore delle mie stanchezze — per la tristezza d’un implacabile sospetto: il presentimento di dover esser condannato oramai a diffidare ancora più, a disprezzare più profondamente, a essere più assolutamente solo che non mai. Poichè non altri aveva avuto che Riccardo Wagner... Fui sempre condannato a gente tedesca. [p. 88 modifica]

2.


Solitario oramai e pur diffidente di me io presi allora partito, e non senza collera, contro me stesso e per tutto ciò che giustamente mi faceva male e m* era di pena: e così ch’io ho ritrovato il cammino di quel pessimismo intrepido ch’è il contrario di tutte le gonfiature idealistiche, ed anche come a me sembra, il cammino verso me stesso, — il cammino della mia mèta... Quel non so che d’occulto e dominante che resta a lungo senza nome per noi fin quando ci è dato discoprire che quivi è la nostra mèta — quel tiranno prende una terribile rivincita in noi ad ogni tentativo che facciamo per evitarlo e per sfuggirlo, ad ogni decisione prematura, ad ogni prova di assimiazione con coloro cui siamo estranei, ogni volta che ci diamo ad un’occupazione la quale, per quanto laudabile, ci devia dal nostro scopo principale, — ed anche si vendica di ciascuna delle nostre virtù che vorrebbe proteggerci contro la durezza della nostra più intima responsabilità.

La malattia è sempre il contraccolpo dei nostri dubbi, quando il nostro diritto e il nostro compito ci paiono incerti, quando noi cominciamo a rilasciarci un poco. Cosa strana [p. 89 modifica]e terribile nello stesso tempo! Sono i nostri alleggerimenti che ci tocca espiare con maggior durezza! E se più tardi noi vogliam tornare alla salute non abbiamo da scegliere: ci è necessità portare pesi maggior che per l’innanzi....