Così parlò Zarathustra/Parte quarta/Il canto della melanconia

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Il canto della melanconia

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Friedrich Nietzsche - Così parlò Zarathustra (1885)
Traduzione dal tedesco di Renato Giani (1915)
Il canto della melanconia
Parte quarta - Dell’uomo superiore Parte quarta - Della scienza
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Il canto della melanconia.


1.

Così parlava Zarathustra sul limitare della sua caverna; poi, com’ebbe profferite le ultime parole, lasciò i suoi ospiti, e uscì per poco all’aperto.

«O puri effluvi che mi circondate», esclamò, «o beato silenzio intorno a me! Ma dove sono i miei animali? A me, a me, aquila mia, mio serpente!

Ditemi dunque, miei animali: questi uomini superiori tutti insieme forse odorano male? Oh puri effluvi a me d’intorno! Ora soltanto so quanto vi ami, o miei animali».

— E Zarathustra ripetè ancora: «io vi amo, miei animali!». E l’aquila e il serpe gli si strinsero da presso guardando in alto verso di lui. E così tutti e tre se ne stavan tranquilli insieme, assaporando l’aria balsamica. Giacchè l’aria era migliore all’aperto, che non tra gli uomini superiori.


2.

Ma non sì tosto Zarathustra era uscito dalla sua caverna che il vecchio mago s’alzò, guardò intorno a sè con aria scaltra e disse: «Egli se n’è andato!».

«E già, o uomini superiori, — voglio adularvi con questo epiteto lusingatore, come faccio con lui — già mi assale il mio [p. 284 modifica]spirito maligno e ingannatore, il dèmone della melanconia — il quale è cordialmente nemico di Zarathustra; perdonateglielo! Ora egli vuole far incantesimi dinanzi a voi, ed è questa appunto la sua ora; invano io lotto col mio spirito maligno.

A voi tutti, quali si siano gli onori che voi vi attribuite con le parole, e sia che vi piaccia chiamarvi «gli spiriti liberi» o «i veridici», o «i penitenti dello spirito» o «i ribelli», o «i grandi annunziatori»; — a voi tutti, che al pari di me soffrite della grande nausea, a voi per i quali il vecchio Dio è morto e nessun Dio nuovo si agita ancora nella culla e tra le fasce — a voi tutti è amico il mio spirito maligno, il mio demonio incantatore.

Io conosco voi, uomini superiori, io conosco lui, e anche conosco quel mostro che amo a malincuore — Zarathustra: egli stesso mi appare talvolta simile a una bella maschera di santo.

Quale un nuovo travestimento, di cui si compiaccia il mio spirito maligno — il dèmone della malinconia — così io amo Zarathustra; ed egli tale sembra a quel mio spirito alcuna volta.

Ma già questo spirito, questo dèmone del crepuscolo, m’assale e mi violenta! e in verità, o uomini superiori, esso arde di desiderio!

— Aprite bene gli occhi: esso arde di mostrarsi nudo, se in forma di maschio o di femmina ancora non so: ma certo egli giunge, mi fa violenza, ah! tendete bene tutti i vostri sensi!

E giorno declina; l’ombra della sera avvolge tutte le cose, anche le migliori; udite e guardate, o uomini superiori, qual dèmone, se maschio o femmina, sia questo spirito della malinconia vespertina!».

Così parlò il vecchio mago, guardando con scaltri occhi intorno a sè; poi diè di piglio alla sua arpa.

Or che il cielo è di perla, e la leggera
     rugiada in terra scende,
     gentile messaggera;
     e non la vede alcun, nè alcun l’intende,
     chè fatati calzari allacciò ai piè;
     ricordi quale di celesti lagrime
     desiderio, o mio cuore, t’assaliva,

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poi che affranto ed arso eri,
     quando l’occidua lucè fuggitiva
     sovra i gialli sentieri
     scherzava, di tra i rami dei cupi alberi,
     fatta d’oro e di fiamma, in torno a te?

Vuoi tu sposar la verità? — malvagia
     dicea la luce, e ti schernìa così —
     Tu non sei che un poeta, una randagia
     avida astuta fiera, in odio al dì.
     Preda a te stesso, muti ad ora ad ora
     fogge ed abiti e modi. La tua veste
     de le tinte più varie si colora.
     Appari nelle feste
     come un pagliaccio; veli
     il tuo volto di maschere mutevoli:
     sei un folle poeta: sotto cieli
     falsi cammini, su ponti ingannevoli
     di parole cavalchi,
     e arcobaleni di menzogne calchi.

E vuoi sposar la Verità? pur tu
     freddo e inerte non sei come l’imagine
     taciturna del nume innanzi al tempio;
     ma, d’ogni ardita indagine
     amante in vece sprezzi la virtù;
     e ti piace esser empio.
     A Dio ribelle
     schivi le chiese, vago de le selve.
     Agile al balzo, ami inseguir le belve
     da la gajetta pelle.
     Com’esse screziato,
     tu crudele e gioivo predatore,
     bello come il peccato,
     cerchi sangue ed amore.

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O pur somigli all’aquila che, fissi
     a lungo gli occhi ne’ remoti abissi,
     si libra a voi ne l’alto;
     poi ratta piomba su l’agnel, lo strazia
     in un sùbito assalto,
     e di sangue si sazia.

Così, simile all’aquila, o poeta,
     è la tua brama, e simile alla fiera.
     Se ben muti la maschera, la meta
     non cangi nè la salda anima altera,
     Talora l’uom ti parve un dio, talora
     una pecora sciocca;
     ma la pecora e il nume ad ora ad ora
     lacerò la tua bocca.
     Rider beffardo e straziare a morte
     tale, o folle poeta, è la tua sorte.

Come allor che oltre i monti il sol si ascose,
     se la livida falce de la luna
     tra le porpore e gli ori
     invidiosa striscia, ad una ad una
     languono le rose,
     fin che, mancando gli ultimi splendori,
     cadon pallide, rotte,
     ne la profonda notte;
     così, così, pur io
     dall’ardente desìo
     de la luce e del ver — o folle cuore,
     rammenti la tua sete acre infinita? —
     agognando il fulgore
     precipitai nell’ombra arso ed affranto.
     Or ho da me la verità bandita:
     voglio pazzo e poeta esser soltanto.