Così parlò Zarathustra/Parte quarta/Dell’uomo superiore

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Dell’uomo superiore

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Friedrich Nietzsche - Così parlò Zarathustra (1885)
Traduzione dal tedesco di Renato Giani (1915)
Dell’uomo superiore
Parte quarta - La cena Parte quarta - Il canto della melanconia
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Dell’uomo superiore.


1.

Quando giunsi per la prima volta tra gli uomini, feci scioccamente ciò che soglion fare i solitari: m’appostai sul mercato.

E mentre io discorrevo con tutti, non parlavo particolarmente a nessuno. E la sera, m’eran compagni i funamboli e i cadaveri; e poco men d’un cadavere era io stesso. [p. 273 modifica]

Ma la nuova aurora mi recò una verità nuova: essa m’insegnò a dire: «Che importa a me del mercato e della plebe, e del frastuono della plebe, e delle lunghe orecchie della plebe?».

O voi uomini superiori, questo imparate da me: sul mercato non è chi creda negli uomini superiori. E se volete parlame, la plebe ammicca come per dirvi: «noi siamo tutti eguali».

Voi vi chiamate uomini superiori: — cosi ammicca la plebe — ma se non esistono gli uomini superiori! noi siamo tutti eguali: l’uomo è uomo; dinanzi a Dio tutti siamo eguali!

Dinanzi a Dio! — Ma oramai questo Dio è morto. E dinanzi alla plebe noi non vogliamo essere uguali. O uomini superiori, allontanatevi dal mercato!


2.

Dinanzi a Dio! — Ma oramai Dio è morto! O uomini superiori, quel Dio era il vostro pericolo più grave.

Soltanto ora ch’egli giace nel suo sepolcro, voi potete dirvi resuscitati. Ora è vicino il grande meriggio: ora soltanto l'uomo superiore diventa padrone!

Comprendete voi queste parole, o fratelli? Voi siete atterriti: v’incolse forse la vertigine? L’abisso vi si apre forse dinanzi spalancato? Forse il cane infernale abbaia contro di voi?

Ebbene! Orsù! O uomini superiori! Ora soltanto la montagna dell’avvenire umano s’agita nelle doglie del parto. Dio morì: ora noi vogliamo che viva il superuomo.


3.

I più perplessi domandano oggi: come si conserverà l’uomo? Zarathustra, unico e primo, domanda: «come sarà superato l’uomo?».

Il superuomo mi sta a cuore: questo è il mio solo pensiero: — non l’uomo, non il prossimo, non il più povero, non il più sofferente, non il più buono. [p. 274 modifica]

O miei fratelli, questo solo mi piace nell’uomo: ch’egli è una transizione e un tramonto. E anche in voi sono molte cose che m’incuorano ad amare e a sperare.

Il disprezzo che voi manifestate, o uomini superiori: ecco quello che mi dà animo a sperare. Poi che i grandi sprezzatori sono i grandi veneratori.

Ancora: voi avete disperato, e ciò pure è degno di lode. Giacché voi non cercaste d’imparare il modo d’arrendervi, e avete sempre fastidito le anguste cautele.

Oggi son signori gli uomini piccoli; i quali predicano — concordi — la rassegnazione, la modestia, la prudenza, i riguardi e la lunga teoria delle piccole virtù.

Chi è di natura feminea, chi procede da una stirpe di schiavi (e particolarmente il fango plebeo), vuol esser padrone dei destini umani. Oh nausea! Oh schifo, schifo!

Tutta questa vil gente domanda e domanda e non si stanca di domandare: «In quale miglior modo l’uomo può conservarsi? cioè più a lungo e più piacevolmente?». E con ciò — essi sono i dominatori dell’oggi.

Cacciateli, questi signori dell’oggi, o miei fratelli: essi sono il più gran pericolo che minacci il superuomo!

Cacciate, o uomini superiori, anche le piccole virtù, le piccole prudenze, i riguardi pel granello di sabbia e per il brulicare delle formiche, per la miserabile contentezza, per la «felicità dei più!».

E, anziché arrendervi, disperate. Non per altro io vi amo, se non perchè voi sentite di non poter vivere nell’oggi; così, solitari, o uomini superiori, voi vivete nel miglior modo!


4.


Avete coraggio, o miei fratelli? Siete animosi? Non già vi parlo del coraggio dinanzi ai testimoni, ma di quel coraggio che conviene ai solitari: il coraggio dell’aquila, che non sente nemmeno il bisogno d’un Dio che lo veda?

Le anime fredde: i muli, i ciechi, gli ubbriachi, per me non sono coraggiosi. Ha coraggio colui che conosce la paura, [p. 275 modifica]ma sa tenerla in freno; colui che guarda in fondo all’abisso, ma superbamente.

Chi vede l’abisso con occhi aquilini, chi con l’artiglio dell’aquila sa aggrapparsi all’abisso — quegli solo è coraggioso.

5.

«L’uomo è cattivo» — così mi dissero, per confortarmi, tutti i saggi. Ah! fosse vero! Poi che la malvagità è la miglior forza dell’uomo.

«L’uomo deve diventare migliore e anche più malvagio»: — questo io insegno. Un maggior grado di malvagità, e necessario perchè prosperi il superuomo.

Forse quel predicatore della gente piccola amò soffrire e soccombere per le colpe dell’uomo. Io ho gioja invece della grande colpa come se essa fosse il mio più grande conforto. —

Ma queste parole non sono dedicate alle orecchie lunghe. Giacchè non ogni parola conviene a ogni bocca. Sono cose remote e delicate: e le unghie delle pecore non devono tentar d’afferrarle!

6.

E voi, uomini superiori, credete forse ch’io mi sia qui, per riparare al male che avete fatto?

O forse credete ch’io voglia preparare un più molle giaciglio ai sofferenti? O additar nuovi sentieri agli irrequieti, agli smarriti, agli straziati?

No! No! Tre volte no! Conviene che gli uomini della vostra sorte periscano in sempre maggior numero; e che soccombano fra voi anche i migliori, giacchè la vita, vi sarà resa sempre peggiore e più dura. Così — così soltanto s’innalza l’uomo alle regioni del fulmine che colpisce ed atterra: s’innalza pel fulmine!

Poche cose, e lunghe e lontane, io desidero e penso: che m’importa della vostra miseria piccina, molteplice e breve? [p. 276 modifica]

Voi per me non soffrite ancora abbastanza! Giacchè voi soffrite di ciò che siete, ma non di ciò ch’è l’uomo. Voi mentireste, affermando altra cosa! Voi tutti non soffrite in causa di ciò per cui io ho soffèrto!

7.

A me non basta che la folgore non arrechi danno. Io non voglio deviarla; essa deve apprendere ad operare per me.

La mia saggezza da lungo tempo va addensandosi come una nube, e si fa sempre più silenziosa e più cupa. Così suol fare ogni saggezza che voglia generare il fùlmine.

Per gli uomini dell’oggi io non voglio esser luce; nè tale voglio esser chiamato. Voglio abbagliarli, costoro: fulmine della mia saggezza, accecali!

8.

La vostra volontà non trascenda mai il vostro potere; si cela un’invidia maligna nel volere oltre le proprie forze.

Specialmente quando taluni aspirano alle grandi cose. Poi che destano diffidenza verso le cose grandi quei falsificatori di monete e quei giocolieri così scaltriti che diventano falsi dinanzi a sè stessi, guerci, simili a sepolcri imbiancati, ammantati di parole altisonanti, di verità che abbarbagliano, di opere che scintillano come orpelli.

Siate ben cauti intorno a ciò, o uomini superiori! Nessuna cosa è oggi per me più rara e preziosa della franchezza.

L’oggi non appartiene forse alla plebe? Ma la plebe non sa che sia grande e diritto e schietto: la plebe, senza sua colpa, è sempre storpia, sempre menzognera.

9.

Sappiate essere diffidenti oggi, o voi uomini superiori, o voi coraggiosi, o voi sinceri! [p. 277 modifica]

E tenete nascoste le vostre ragioni! Giacchè l’oggi è in poter della plebe.

Se la plebe imparò a credere senza una sola ragione, chi potrebbe con le ragioni abbattere la sua fede?

E sul mercato si è soliti a persuadere coi gesti; ma delle ragioni la plebe diffida.

E se talvolta la verità ha trionfato, domandate con scettica ostinazione: «Quale errore stava in favore di essa?».

Guardatevi dai dotti! Essi vi odiano: poi che sono infecondi!

Ai loro occhi aridi ogni uccello apparisce spennato!

Alcuni si vantano di non aver mai mentito: ma l’impotenza a mentire non è ancora amore della verità! Guardatevi da loro!

La mancanza di febbre non è ancora la saggezza! Negli spiriti freddi io non ho fede. Chi non è capace di mentire non sa che cosa sia la verità.


10.

Se volete salir molto in alto, adoperate le vostre proprie gambe! Non permettete che altri vi porti; non salite sui dossi e sulle teste degli estranei!

Ma tu sei montato a cavallo? E ora galoppi rapidamente verso la tua meta? Ebbene, amico mio, il tuo piede storpio è a cavallo con te!

Quando avrai raggiunto la tua meta, quando balzerai di sella, quando proprio ti troverai sul tuo culmine, o uomo superiore, tu incespicherai!


11.

O voi che create, o uomini superiori, non si è gravidi che d’un proprio figlio.

Non lasciatevi persuadere, non lasciatevi illudere! Ma chi è mai il vostro prossimo? E quand’anco voi operaste «per il prossimo» — voi non creerete già per lui! [p. 278 modifica]

Disimparate questa cura dell’intento, o creatori: la vostra stessa virtù vuole appunto che nulla voi facciate per un fine o per una ragione. Voi dovete turare gli orecchi a queste false e piccole parole.

La virtù «per il prossimo» non è propria che della gente piccina: essa insegna che tutti sono uguali, che una mano lava l’altra: — ma la gente piccina non ha nè il diritto nè la forza del vostro egoismo!

Nel vostro egoismo, o creatori, si cela la previdenza e la provvidenza del parto.

Ciò che nessuno ha ancora veduto — il frutto — è difeso e nutrito da tutto il vostro amore.

Là dove converge tutto il vostro amore — nella vostra creatura — ricercate la vostra virtù! L’opera vostra, la vostra volontà, ecco il «prossimo» vostro: non lasciatevi ingannare da falsi valori.


12.

O voi che create, o uomini superiori! Chi deve partorire è ammalato; ma chi ha partorito è impuro.

Chiedetene alle donne: non già per provar piacere esse partoriscono. Il dolore fa gridar le galline e i poeti.

O voi che create, in voi molte cose sono impure. Gli è che voi doveste esser madri.

Un nuovo figlio; ahimè, quanta nuova sozzura con lui venne al mondo! Scostatevene! Chi ha partorito deve purificare la sua anima.


13.

Non siate virtuosi oltre le vostre forze! E non chiedete a voi stessi cosa che non sia compresa.

Vi sia norma la virtù dei vostri padri! Come potreste ascendere se la volontà dei vostri padri non salisse con voi? [p. 279 modifica]

Ma chi vuol essere il primogenito badi che non divenga l’ultimogenito! Non dovete voler apparir puri in ciò che formò i vizi dei vostri padri!

Chi è nato da padre ch’era incline alle donne, ai vini generosi e ai cinghiali, come mai potrebbe pretendere d’esser casto?

Sarebbe una follia! È già molto per costui, se s’accontenta d’esser il marito d’una o di due o di tre donne.

E quand’anco fondasse monasteri e facesse incidere sulle porte: «questa è la via della santità», — io gli direi: ma perchè far ciò? questa è una nuova follia!

Egli costridrebbe a sè stesso un rifugio e una prigione. Buon pro gli faccia. Ma non per questo io gli crederei.

Nella solitudine s’afforza ogni cosa: anche l’interna bestia. E per questo appunto a molti è bene sconsigliare la solitudine.

La terra ebbe finora alcunchè di più sudicio d’un santo del deserto? Intorno a costui si scapricciava non soltanto il demonio, ma anche il maiale.


14.

Paurosi, vergognosi, inetti, simili alla tigre cui fallì il salto, io vi vidi talora strisciare all’ombra del muro. Il gioco v’era fallito.

Ma, a voi giuocatori di dadi, che importa di ciò? Voi non imparaste a giocare e a schernire come si conviene! Forse non stiamo noi tutti sempre seduti intorno a una tavola dove si schernisce e si gioca?

E se le grandi cose vi fallirono, dovete forse inferirne che ancor voi avete errato? E quand’anco voi aveste errato, è forse detto con ciò che debba esser riuscito a male anche l’uomo? Ma sia pure riuscito a male anche l’uomo: e che perciò? Su via!


15.

Quanto la specie è più elevata, tanto più è difficile ch’ella riesca a bene. Voi uomini superiori, che qui vi trovate, non siete forse tutti andati a male? [p. 280 modifica]

State di buon animo; che importa? Quante cose sono ancora possibili! Imparate a rider di voi stessi così come si conviene!

Gran meraviglia che siate falliti o riusciti solo per metà, o voi semispezzati! Forse non s’agita e non si dibatte in voi l’avvenire umano?

Ciò che più è remoto, profondo, prossimo alle stelle nell’ uomo — la sua forza smisurata — non ribolle forse nella vostra pentola?

Gran meraviglia che qualche pentola si spezzi!

Imparate a rider di voi come si conviene! O voi uomini superiori, quante cose sono ancora possibili?

E per vero, quante cose sono già riuscite a bene! Quanto ricca è la nostra terra di piccole cose perfette!

Circondatevi di piccole cose perfette, o uomini superiori! Coi loro anelli d’oro esse vi guariranno il cuore. La perfezione insegna a sperare.


16.

Quale fu sin qui sulla terra il maggior dei peccati? Non forse la parola di chi disse: «Guai a coloro che su questa terra rideranno?». Ma non trovò costui su la terra almeno qualche argomento di riso? No? Segno è dunque che egli aveva creato male. Anche un bambino ne saprebbe trovare.

Non amava abbastanza; altrimenti avrebbe amato anche noi che amiamo il riso! Ma egli ci odiava e ci dileggiava, riserbando a noi grida di dolore e stridor di denti.

È proprio necessario che chi non può amare maledica? Ciò mi pare di cattivo gusto. Ma così fece colui, quell’intollerante. Egli era sôrto dalla plebe.

Non amava abbastanza; altrimenti del non sapersi amato non avrebbe tanto sofferto. Il vero e grande amore non pretende amor soltanto; — vuole di più.

Tenetevi lontani da tutti questi intolleranti. La loro condotta è quella degli ammalati e del volgo: essi guardano torvi questa vita, essi gettano il malocchio su la nostra terra. [p. 281 modifica]

Tenetevi lontani da costoro! Essi hanno il piede pesante e il cuore arido; essi non conoscono la danza! Come potrebbe la terra esser leggiera per costoro?


17.

Anche per vie torte le cose buone giungono alla loro meta. Simili a gatti esse s’aggomitolano facendo le fusa all’idea d’una prossima felicità. — Tutte le cose buone ridono.

Dallo stesso incedere si scorge se alcuno cammina già sulla propria via; guardate me quando cammino! Chi è vicino alla sua meta, si mette a danzare.

E per vero, io non divenni una statua: io non me ne sto rigido, freddo, duro come una colonna; io amo correre.

E se pur su la terra v’hanno paludi e gravi tristezze, chi ha il piede leggiero corre e danza anche sul fango, come su ghiaccio polito.

Innalzate i vostri cuori, o fratelli: in alto, più in alto! E non dimenticate le gambe! Alzate anche le vostre gambe, o danzatori: o meglio ancora, provatevi a reggervi su la testa!


18.

Con questa corona di riso, di vive rose intrecciata, ho incoronato me stesso; io stesso ho gridato sacro il mio riso. Nè altri conobbi sin qui, cui bastasse l’animo di far questo.

Io, Zarathustra il danzatore, Zarathustra il leggiero, che agita le trepide ali, sempre pronto al volo, e accenna a tutti gli uccelli, agile e leggero, e della propria leggerezza beato; io, Zarathustra l’indovino, che ridendo insegna la verità; e non un impaziente, nè un intollerante, ma uno che ama i salti e le

capriole; io, da me stesso, mi recinsi il capo con questa corona! [p. 282 modifica]

19.

In alto i cuori, o fratelli: più in alto, sempre più in alto!

E anzitutto non dimenticate le gambe! In alto le gambe, o voi leggeri danzatori: meglio ancora, danzate sul vostro capo!

Anche tra i felici v’hanno animali pesanti, dai piedi tondi sin dalla nascita. Ciascun d’essi si dà gran pena, simile a un elefante che tenti di reggersi sul proprio capo.

Ma meglio è mostrarsi folli nella propria felicità, che nella sventura; meglio ballare goffamente, che zoppicare. Vi sia esempio la mia saggezza: anche la peggiore delle cose ha due buoni rovesci di medaglia, — anche la peggiore delle cose ha buone gambe per danzare: imparate dunque anzitutto, anche voi, uomini superiori, a star saldi su le vostre gambe. E smettete di suonare su la tromba dell’afflizione tutte le malinconie della plebe! Oh quanto tristi m’appaiono oggi i pagliacci della plebe! Ma l’oggi appartiene al volgo!

20.

Danzate come il vento quando si slancia fuor dai suoi antri montani; egli vuol ballare al suono della propria siringa, e i mari tremano e balzano sotto i colpi del suo piede.

Lode a quel valido, a quell’indomabile spirito che dà agli asini le ali, che munge le leonesse, e spazzerà via come un uragano l’ora presente e la plebe!

Lode a quel libero, feroce, invincibile spirito d’uragano che odia e abbatte le teste dei cardi, le foglie vizze, e tutte l’erbe cattive; che intreccia danze su le paludi e su le tristezze, come se fosser prati; che ha in fastidio i cani tisici della plebe e la trista razza dei contraffatti; che irride e acceca con la sua polvere tutti gli afflitti e i corrotti!

O uomini superiori, ecco ciò che in voi è peggiore: voi non avete appreso a danzare come si conviene, — a danzare oltre voi stessi! Saltate dunque più in alto di voi! Che importa se vi fallì la meta? [p. 283 modifica]

Tutto è ancora possibile! Apprendete dunque a ridere di voi stessi! In alto i cuori, o danzatori leggieri, sempre più in alto! E sopra tutto, non dimenticate il riso, il buon riso!

Questa corona del riso, questa gioconda corona di rose a voi io la getto, o miei fratelli! Il riso, io l’ho gridato sacro: uomini superiori, apprendete dunque a ridere!