Decameron/Giornata seconda/Conclusione

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Giornata seconda - Novella decima Giornata terza

[p. 177 modifica]Questa novella die’ tanto che ridere a tutta la compagnia, che niuna ve n’era a cui non dolessero le mascelle: e di pari consentimento tutte le donne dissero che Dioneo diceva vero e che Bernabò era stato una bestia. Ma poi che la novella fu finita e le risa ristate, avendo la reina riguardato che l’ora era omai tarda e che tutti avean novellato, e la fine della sua signoria era venuta, secondo il cominciato ordine, trattasi la ghirlanda di capo, sopra la testa la pose di Neifile, con lieto viso dicendo: — Omai, cara compagna, di questo piccol popolo il governo sia tuo — ed a seder si ripose. Neifile del ricevuto onore un poco arrossò, e tal nel viso divenne qual fresca rosa d’aprile o di maggio in su lo schiarir del giorno si mostra, con gli occhi, vaghi e scintillanti non altramenti che matutina stella, un poco bassi. Ma poi che l’onesto romor de’ circostanti, nel quale il favor loro verso la reina lietamente mostravano, si fu riposato ed ella ebbe ripreso l’animo, alquanto piú alta che usata non era sedendo, disse:

Poi che cosí è che io vostra reina sono, non dilungandomi dalla maniera tenuta per quelle che davanti a me sono state, il cui reggimento voi ubidendo commendato avete, il parer mio in poche parole vi farò manifesto; il quale se dal vostro consiglio sará commendato, quel seguiremo. Come voi sapete, domane è venerdí ed il seguente di sabato, giorni, per le vivande le quali s’usano in quegli, alquanto tediosi alle piú genti: senza che, il venerdí, avendo riguardo che in esso Colui che per la nostra vita morí, sostenne passione, è degno di reverenza; per che giusta cosa e molto onesta reputerei che, ad onor di Dio, piú tosto ad orazioni che a novelle vacassimo. Ed il sabato appresso usanza è delle donne di lavarsi la testa e di tôr via ogni polvere ed ogni sucidume che per la fatica di tutta la passata settimana sopravvenuta fosse: e soglion similmente assai, a reverenza della Vergine madre del Figliuolo di Dio, digiunare, [p. 178 modifica]e da indi in avanti, per onor della sopravvegnente domenica, da ciascuna opera riposarsi; per che, non potendo cosí appieno in quel di l’ordine da noi preso nel vivere seguitare, similmente estimo sia ben fatto, quel di delle novelle ci posiamo. Appresso, per ciò che noi qui quattro di dimorate saremo, se noi vogliam tôr via che gente nuova non ci sopravvenga, reputo opportuno di mutarci di qui ed andarne altrove: ed il dove io ho giá pensato e provveduto. Quivi quando noi saremo domenica appresso dormire adunati, voglio, avendo noi oggi avuto assai largo spazio da discorrere ragionando, sì perché piú tempo da pensare avrete e sí perché sará ancora piú bello che un poco si ristringa del novellare la licenza, che sopra un de’ molti fatti della fortuna si dica: ed ho pensato che questo sará di chi alcuna cosa molto disiderata con industria acquistasse o la perduta recuperasse. Sopra che ciascun pensi di dire alcuna cosa che alla brigata esser possa utile o almeno dilettevole, salvo sempre il privilegio di Dioneo. — Ciascuno commendò il parlare ed il diviso della reina: e cosí statuiron che fosse. La quale, appresso questo, fattosi chiamare il suo siniscalco, dove metter dovesse la sera le tavole, e quello appresso che far dovesse in tutto il tempo della sua signoria pienamente gli divisò; e cosí fatto, in piè dirizzata con la sua brigata, a far quello che piú piacesse a ciascuno gli licenziò. Presero adunque le donne e gli uomini inverso un giardinetto la via, e quivi poi che alquanto diportati si furono, l’ora della cena venuta, con festa e con piacer cenarono; e da quella levati, come alla reina piacque, menando Emilia la carola, la seguente canzone da Pampinea, rispondendo l’altre, fu cantata:

     Qual donna canterá, s’io non canto io,
che son contenta d’ogni mio disio?
     Vien’ dunque, Amor, cagion d’ogni mio bene,
d’ogni speranza e d’ogni lieto effetto;
cantiamo insieme un poco,
non de’ sospir né delle amare pene
ch’or piú dolce mi fanno il tuo diletto,
ma sol del chiaro foco

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nel quale ardendo in festa vivo e ’n gioco,
te adorando come un mio iddio.
     Tu mi ponesti innanzi agli occhi, Amore,
il primo di ch’io nel tuo foco entrai,
un giovanetto tale,
che di biltá, d’ardir né di valore
non se ne troverebbe un maggior mai,
né pure a lui equale;
di lui m’accesi tanto, che aguale
lieta ne canto teco, signor mio.
     E quel che ’n questo m’è sommo piacere
è ch’io gli piaccio quanto egli a me piace,
Amor, la tua merzede;
per che in questo mondo il mio volere
posseggo, e spero nell’altro aver pace,
per quella intera fede
che io gli porto: Iddio, che questo vede,
del regno suo ancor ne sará pio.

Appresso questa, piú altre se ne cantarono, e piú danze si fecero e sonarono diversi suoni: ma estimando la reina tempo essere di doversi andare a posare, co’ torchi avanti ciascuno alla sua camera se n’andò, e li due dí seguenti a quelle cose vacando che prima la reina avea ragionate, con disidèro aspettarono la domenica.