Decameron/Giornata terza/Introduzione

Da Wikisource.
Jump to navigation Jump to search
../

../Novella prima IncludiIntestazione 20 dicembre 2008 75% Novelle

Giornata terza Giornata terza - Novella prima
[p. 183 modifica]

L’aurora giá di vermiglia cominciava, appressandosi il sole, a divenir rancia, quando, la domenica, la reina levata e fatta tutta la sua compagnia levare, ed avendo giá il siniscalco gran pezza davanti mandato al luogo dove andar doveano assai delle cose opportune e chi quivi preparasse quello che bisognava, veggendo giá la reina in cammino, prestamente fatta ogni altra cosa caricare, quasi quindi il campo levato, con la salmeria n’andò e con la famiglia rimasa appresso delle donne e de’ signori. La reina adunque con lento passo, accompagnata e seguita dalle sue donne e dai tre giovani, alla guida del canto di forse venti usignuoli ed altri uccelli, per una vietta non troppo usata, ma piena di verdi erbette e di fiori li quali per lo sopravvegnente sole tutti s’incominciavano ad aprire, prese il cammino verso l’occidente, e cianciando e motteggiando e ridendo con la sua brigata, senza essere andata oltre a dumilia passi, assai avanti che mezza terza fosse, ad un bellissimo e ricco palagio, il quale alquanto rilevato dal piano sopra un poggetto era posto, gli ebbe condotti. Nel quale entrati e per tutto andati, ed avendo vedute le gran sale, le pulite ed ornate camere compiutamente ripiene di ciò che a camera s’appartiene, sommamente il commendarono, e magnifico reputarono il signor di quello; poi, abbasso discesi, e veduta l’ampissima e lieta corte di quello, le vòlte piene d’ottimi vini e la freddissima acqua ed in gran copia che quivi surgea, piú ancora il lodarono. Quindi, quasi di riposo vaghi, sopra una loggia che la corte tutta signoreggiava, essendo ogni cosa piena di quei fiori che concedeva il tempo e di frondi, postesi a sedere, [p. 184 modifica]venne il discreto siniscalco, e loro con preziosissimi confetti ed ottimi vini ricevette e riconfortò. Appresso la qual cosa, fattosi aprire un giardino che di costa era al palagio, in quello, che tutto era da torno murato, se n’entrarono; e parendo loro nella prima entrata di maravigliosa bellezza tutto insieme, piú attentamente le parti di quello cominciarono a riguardare. Esso avea dintorno da sé e per lo mezzo in assai parti vie ampissime, tutte diritte come strale e coperte di pergolati di viti, le quali facevano gran vista di dovere quello anno assai uve fare: e tutte allora fiorite sí grande odore per lo giardin rendevano, che, mescolato insieme con quello di molte altre cose che per lo giardino olivano, pareva loro essere tra tutta la spezieria che mai nacque in Oriente. Le latora delle quali vie tutte di rosai bianchi e vermigli e di gelsomini erano quasi chiuse; per le quali cose, non che la mattina, ma qualora il sole era piú alto, sotto odorifera e dilettevole ombra, senza esser tócco da quello, vi si poteva per tutto andare. Quante e quali e come ordinate poste fossero le piante che erano in quel luogo, lungo sarebbe a raccontare: ma niuna n’è laudevole la quale il nostro aere patisca, di che quivi non sia abbondevolemente. Nel mezzo del quale; quello che non è meno commendabile che altra cosa che vi fosse, ma molto piú; era un prato di minutissima erba e verde tanto, che quasi nera parea, dipinto tutto forse di mille varietá di fiori, chiuso dintorno di verdissimi e vivi aranci e di cedri, li quali, avendo i vecchi frutti ed i nuovi ed i fiori ancora, non solamente piacevole ombra agli occhi, ma ancora all’odorato facevan piacere. Nel mezzo del qual prato era una fonte di marmo bianchissimo e con maravigliosi intagli iv’entro, la quale, non so se da natural vena o da artificiosa, per una figura che sopra una colonna nel mezzo di quella diritta era, gittava tanta acqua e sí alta verso il cielo, che poi non senza dilettevol suono nella fonte chiarissima ricadea, che di meno avria macinato un mulino. La qual poi; quella dico, che soprabbondava al pieno della fonte; per occulta via del pratello usciva, e per canaletti assai belli ed artificiosamente fatti fuor di quello divenuta palese, tutto lo ’ntorniava: e quindi per [p. 185 modifica]canaletti simili quasi per ogni parte del giardin discorrea, raccogliendosi ultimamente in una parte dalla quale del bel giardino avea l’uscita, e quindi verso il pian discendendo chiarissima, avanti che a quel divenisse, con grandissima forza e con non piccola utilitá del signore due mulina volgea. Il veder questo giardino, il suo bello ordine, le piante e la fontana co’ ruscelletti procedenti da quella tanto piacque a ciascuna donna ed a’ tre giovani, che tutti cominciarono ad affermare che, se paradiso si potesse in terra fare, non sapevano conoscere che altra forma che quella di quel giardino gli si potesse dare, né pensare, oltre a questo, qual bellezza gli si potesse aggiugnere. Andando adunque contentissimi dintorno per quello, faccendosi di vari rami d’alberi ghirlande bellissime, tuttavia udendo forse venti maniere di canti d’uccelli quasi a pruova l’un dell’altro cantare, s’accorsero d’una dilettevol bellezza della quale, dall’altre soprappresi, non s’erano ancora accorti: ché essi videro il giardin pieno forse di cento varietá di belli animali, e l’uno all’altro mostrandolo, d’una parte uscir conigli, d’altra parte correr lepri, e dove giacer cavriuoli, ed in alcuna cerbiatti giovani andar pascendo, ed oltre a questi, altre piú maniere di non nocivi animali, ciascuno a suo diletto, quasi dimestichi andarsi a sollazzo; le quali cose, oltre agli altri piaceri, un vie maggior piacere aggiunsero. Ma poi che assai, or questa cosa or quella veggendo, andati furono, fatto dintorno alla bella fonte metter le tavole, e quivi prima sei canzonette cantate ed alquanti balli fatti, come alla reina piacque, andarono a mangiare, e con grandissimo e bello e riposato ordine serviti, e di buone e dilicate vivande, divenuti piú lieti sú si levarono, ed a’ suoni ed a’ canti ed a’ balli da capo si dierono infino che alla reina, per lo caldo sopravvegnente, parve ora che, a cui piacesse, s’andasse a dormire. De’ quali chi v’andò e chi, vinto dalla bellezza del luogo, andar non vi volle: ma quivi dimoratisi, chi a legger romanzi, chi a giucare a scacchi e chi a tavole, mentre gli altri dormiron, si diede. Ma poi che, passato la nona, levato si fu, ed il viso con la fresca acqua rinfrescato s’ebbero, nel prato, sí come alla reina piacque, vicini alla fontana venutine, ed in quello secondo [p. 186 modifica]il modo usato postisi a sedere, ad aspettar cominciarono di dover novellare sopra la materia dalla reina proposta. De’ quali il primo a cui la reina tal carico impose fu Filostrato, il quale cominciò in questa guisa: