Del riordinamento amministrativo del Regno (Carpi)/VI

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VI.

Nell’ordine politico l’attuale ministero è, ed è sempre stato, a mio avviso, all’altezza degli avvenimenti.

Ma dubiterei se esso non lasciasse a desiderare nell’ordine economico-amministrativo, e attribuirei ad una incerta e mal sicura azione in [p. 28 modifica]questo ramo della pubblica amministrazione quelle oscillazioni di sfiducia, quel mormorio, che io non dirò di malcontento, ma di desiderii incompiuti, che agitavano le popolazioni delle nuove provincie prima che la tromba di guerra ci chiamasse di nuovo ad un solo e supremo pensiero.

Ma i tempi grossi faran luogo alla calma, e se non otterremo subito una stabile pace, avremo presto delle tregue.

Egli è perciò che fia mestieri al Governo di essere parato a tenere deste nelle masse l’affetto, l’interesse, e dirò anche lo slancio pel nuovo ordine di cose applicando quell’ardito e vigoroso procedere ch’egli adopra nell’ordine politico, anche alle bisogne economico-amministrative, di guisa che la maggiore possibile soddisfazione delle popolazioni nei loro più vitali interessi le distolga dalle egoistiche velleità di parziali autonomie.

Al quale oggetto uopo è che — lasciate la squadra e il compasso pei giorni di sonnifera calma — egli tenga nelle sue mani, consenziente il Parlamento, la più gran somma di potere possibile, concilievolmente alle libere istituzioni che ci reggono, le quali anzi, a mio avviso, si prestano a meraviglia a fecondare i più grandi concetti.

In tutte le grandi epoche istoriche paragonabili alla nostra, i grandi uomini che reggevano i destini dei popoli furono solleciti a far rispondere al trionfo di una grande idea politica, grandi fatti nell’ordine economico-amministrativo, i quali toccando più da vicino il benessere delle masse, valgono potentemente a legare ed a rendere partecipi tutte le classi della società agli alti [p. 29 modifica]concetti del governo, non che a nobilitare ed a temprare a grandi cose l’individuo che si reputa, si fa, e si trova gigante in mezzo a gigantesche imprese.

A rendere chiare le mie idee citerò l’esempio — lasciandone altri insigni più o meno antichi — dei regni di Enrico IV e di Luigi XIV in Francia, del Governo di Cromwell e di Guglielmo d’Orange in Inghilterra, del De Witt in Olanda, e quello di Napoleone I in mezza Europa.

Fatta ragione dei tempi, delle idee, delle dottrine e delle istituzioni, Sully e Colbert in mezzo ad imponenti sconvolgimenti politici fecero fiorire in Francia, con opere ed azioni stupende, l’agricoltura e l’industria. Cromwell, tra le forche caudine di una rivoluzione politico-religiosa delle più imponenti, portò all’apice della potenza la marina ed il commercio inglese in virtù specialmente, o malgrado secondo la mente di alcuni, dell’atto di navigazione. Napoleone I lasciò dovunque, in mezzo all’Europa in fiamme, gigantesche traccie del suo genio organizzatore in opere d’arte portentose, ed in istituzioni civili imperiture.

Le classi colte preferiscono anche al benessere la libertà; le masse invece preferiscono in generale alla libertà il benessere.

Senza lunga e severa educazione nazionale raramente un popolo intero giunge ad apprezzare innanzi tutto la libertà, ed a sapere temprare il libero arbitrio colla responsabilità individuale, la libertà coll’ordine, i diritti coi doveri. In guisa chè il primo sentimento che si ridesta con insolita vivacità nelle popolazioni che furono di lunga mano oppresse, e precisamente nelle classi meno agiate e lavoratrici, allorquando la fortuna [p. 30 modifica]offre loro libere istituzioni, si è la bramosìa del benessere materiale. Se lasciate che possano temere che l’agiatezza non consegua al libero svolgimento delle forze individuali, e veggano mancarsi il concorso effettivo e diretto dei poteri sociali, se non si faranno turbolenti cadranno per lo meno prostrate come l’egro viaggiatore del deserto che perso l’astrolabio, e frustrato dallo ingannevole miraggio, si accascia sfiduciato, imprecando al creato ed al creatore.

Se non volete dunque fabbricare sull’arena concedete ed allargate le libertà locali gradatamente, via via che se ne sviluppa il desiderio generale, e largite intanto educazione e benessere con tutti i mezzi che rispondano all’uopo, mentre osserva a ragione Molroguier1 che il popolo «si attacca alle istituzioni pei vantaggi che ne ritrae, per quelli che spera, per quelli che gradatamente ottiene.»

Volete presto convincere le masse dell’eccellenza delle nuove istituzioni, dei vantaggi della indipendenza e della libertà?

Erigete grandi opere d’arti, aprite canali, porti, e grandi opifizi, asciugate paludi, rendete facile con ottime leggi il credito agrario, date energico impulso a tutto ciò che si riferisce alla agricoltura, fate prestante opera affinchè sia completa la sicurezza personale, non che quella delle proprietà urbane e rurali; ed incontrerete per tal modo nel loro genio più assai che se offriste loro di un tratto larghissime franchigie locali, le quali per lunga pezza resterebbero per esse, nella più gran parte del territorio, lettera morta.

Vi sono paesi in Europa ed in America, nei [p. 31 modifica]quali tutto questo si ottiene ad onta di un vasto sistema di scentralizzazione, e l’azione governativa si rende cooperativa soltanto in pochi casi eccezionali. Da noi ciò non è attendibile per ora in niun modo, e qualora il governo avesse addossata la somma degli affari economico-amministrativi alle Regioni, dato che venisse sanzionato il malaugurato divisamento, per egoismo o per impotenza appena è se si proseguisse nella vita monotona del passato. Per citare un esempio: potrebbe la Regione della Sardegna sopperire alle spese d’immense opere pubbliche e semi-pubbliche che verrebbero ad essa deferite come ad ogni altra Regione del Regno? E chi vorrà dire che queste grandi opere non interessano che date speciali Regioni anzichè aver tratto alla ricchezza ed alla potenza di tutta la nazione?

Senza illuderci il nostro popolo ama ripetere il vigore, l’energia e l’iniziativa da chi governa, e solo il tempo e l’educazione potranno cangiarne l’indole.

Per tal modo si attendono opere gigantesche che facciano l’ammirazione dello straniero e la ricchezza nostra porgendo nuovi elementi e nuove forze per produrre e produrre molto affine di poter pagare e pagar molto, come ben disse il conte di Cavour, per compiere l’opera grandiosa dell’indipendenza e dell’unificazione d’Italia. Abbiamo fra le tante grandi cose che sono da farsi, paludi da prosciugare o bonificare, e fra queste le Valli di Comacchio; il bacino fra il Panaro, la Secchia ed il Po; le Maremme toscane; gli Stagni del Lucchese; le immense Valli, dirò anche, che per 25 o 30 miglia fanno desolante corona alle foci del Garigliano e del Volturno nella bella regione della Campania [p. 32 modifica]felice. Abbiamo in tutto il Regno, se ne togli l’alta Lombardia e parte del Piemonte, da aprire canali d’irrigazione, di navigazione e di bonificazione, come al Po di Volano; un canale fra il Lago di Garda e l’Oglio d’imponente utilità agraria, commerciale e strategica; un canale dal Crostolo al Panaro, e mille altri lavori di pari mole, di immediata utilità. Per l’agricoltura poi, per quest’arte che è fra noi la meno incoraggiata di tutte le arti, resta da invocarsi dal Ministero d’agricoltura un’azione viva, intelligente e continuata, ed una ingerenza che può prendere le forme e l’indole di quella che funziona in uno dei paesi più liberi d’Europa, voglio dire nel Belgio, ove il Ministero dell’agricoltura fu la provvidenza incarnata per quel popolo industre ed agricolo.

A me parrebbe a mo’ d’esempio per noi di sommo vantaggio l’annua riunione alla capitale di un Consiglio elettivo di agricoltura, con voto consultivo, il quale lasciasse poscia in permanenza presso il Ministro d’agricoltura una Commissione di Consultori agrari, come hanno rispettivamente i loro Consultori, o Consiglieri che si vogliano dire, i Ministri delle Finanze, dei Lavori pubblici, dell’Istruzione ecc. ecc. A questi Consultori dovrebbero far capo tutte le proposte e tutti i reclami che avessero per iscopo il progresso generale dell’agricoltura ed il benessere delle classi agricole, ed in mezzo a molti inutili rapporti, a molti bizzarri progetti, a molti strani proponimenti che verrebbero da ogni parte del Regno, si troverebbero pure i germi di grandi, utili ed attendibili cose, si potrebbero coordinare preziose notizie statistiche, e soprattutto si avrebbero elementi uniti per fare un criterio [p. 33 modifica]complesso della condizione dell’agricoltura, della condizione e delle aspirazioni degli agricoltori.

Il Commercio e l’industria dei grandi centri, sia per effetto dell’intelligenza e dell’istruzione; sia per l’abitudine, connaturale in quelle classi, d’iniziativa, di associazione e di persistenza ostinata; sia per la facilità di porsi d’accordo; sia in fine per le loro cospicue relazioni, esercitano, quando occorre, potente ed efficace pressione in loro favore sui poteri dello Stato. Di grazia mi saprebbe taluno dire quale influenza effettiva e diretta vi esercitano in generale gli agricoltori disseminati sopra tutta la superficie del Regno? Nello scrivere queste considerazioni generali mi pongo innanzi al pensiero tutta intera l’Italia, e non soltanto alcuni paesi più fortunati per coltura, per istituzioni, per progresso civile ed economico. Mi pongo innanzi più specialmente la condizione peculiare di milioni d’uomini dediti all’agricoltura, alla piccola industria, al piccolo commercio ed a mille altre inavvertite occupazioni che formano, se così è permesso esprimersi, gli strati inferiori della società, vero semenzaio di elementi preziosi di ordine e di vita perenne. Elementi che pochi uomini di Stato tengono in pregio come il dovrebbero, e che raramente arrivano a conoscere, avvegnachè si tengano troppo sovente in una cerchia limitata d’intime relazioni, cerchia artificiale che rende loro le vedute meno ample, e meno complete.

Chi sia stato cortese di seguirmi in queste mie considerazioni, se ama inferire dalle mie parole il più retto loro senso, si compiaccia por mente a quante varietà di costumi, d’indole, di educazione, s’incontrino dalle Marche, dalle Umbrie, dalla Sabina, dalla Comarca scendendo [p. 34 modifica]infino allo estremo Lilibeo; e a quante altre ben diverse si veggano dall’Emilia e dalla Toscana salendo sino al Monteviso, al Montebianco, alle Alpi Retiche, alle Carniche, alle Giulie.

Note

  1. Du Regime Municipal pag. 241.