Della architettura della pittura e della statua/Della architettura/Libro primo – Cap. XII

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Libro primo – Cap. XII

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De vani de gli edificii, cioè finestre, porte, et degli sltri che non pigliano tutta la grossezza della mura, et del numero, et della grandezza loro.

cap. xii.


REstaci a dire de vani: i vani sono di due sorti, percioche altri servono a lumi, et a Venti, et altri allo entrare et uscire delli habitatori, et di tutte le cose necessarie per tutto lo edificio. A lumi servono le finestre, alle cose le porte, le scale, et gli spatii tra le colonne: et quelli ancora, onde le acque, et i fumi se ne vanno, come pozzi, fogne, o per dir cosi, gole di cammini, bocche di forni, et truogoli, et acquai, si chiamano ancora vani. Et debbe ogni stanza dello edificio havere finestre, onde l’aria rinchiusa se ne posa uscir via, et per a tempo rinovarsi, perche altrimenti si corromperebbe, et farebbe cattiva. Racconta Capitolino historico, che in Babilonia nel Tempio di Apolline fu trovata una Cassettina d’oro antichissima, nel rompere della quale, ne uscì un fragore di aria corrotta per la lunghezza del tempo, et talmente velenosa, che spandendosi, non solamente ammazzò quelli, che erano quivi vicini, ma corroppe di crudelissima peste tutta l’Asia insino a Parti. In Ammiano Marcellino historico habbiamo letto, che ne’ tempi di Marco Antonio, et Vero; In Seleucia dopo che fu spogliato, et rubato il Tempio, et transportata in Roma la Immagine del Conico Apolline, esservi stato ritrovato da Soldati uno piccolo buco, suto prima riturato da Sacerdoti Caldei. Il quale poi aperto da detti Soldati, come avidi di prede, gittò un fragore tanto pestifero, et tanto crudele, et tanto detestabile, che da i confini di Persia insino in Francia ogni cosa divenne infetta di crudele, et miserabil morbo. Tutte le stanze adunque debbono havere finestre. Et quelle, si per haver i lumi, si perche vi si rinuovi l’aria, et debbono veramente essere accommodate secondo il bisogno, et secondo la grossezza delle mura; accioche le non ricevino nè più, nè meno lume, nè sieno più spesse, o più rare che il bisogno, ò l’uso non ricerchi. Oltra di questo si debbe procurare, a che Venti esse finestre debbino esser volte; percioche e’ ne sarà lecito fare quelle, che guarderanno in verso aure salutifere molto aperte per ogni verso. Et gioveracci di aprirle talmente, che il fiato del vento vadia intorno a corpi de gli habitatori; et questo si farà facilmente, se le sponde delle finestre si lasceranno tanto basse, che e’ si possi et esser veduto, et vedere coloro, che passano per le strade. Ma quelle finestre che saranno, volte inverso i Venti, di Regioni non cosi del tutto sane, si debbono fare in modo, che le ricevino i lumi non minori, che convenienti; ma ne anco tanto grandi, che e’ si potesse fare con minori, et queste si debbono porre alte, accio che il muro da rincontro rompa i Venti, prima che e’ tocchino i corpi: Percioche a questo modo si haveranno i Venti, mediante i quali l’aria vi si rinnoverà, ma interrotti; et però non al tutto mal sani. Debbesi ancora avertire quai Soli debbino entrare dentro nelle case, et secondo diverse commodità, far le finestre più larghe, o più strette. Nelle stanze per la state se le finestre si porranno verso tramontana, elleno debbono farsi per ogni verso grandi, et se le si porranno verso i Soli di mezo dì, sarà utile fare le finestre basse et [p. 24 modifica]piccole; conciosia che quelle sono più spedite à ricevere le aure; Et queste saranno offese da minore quantità di raggi solari, et harà assai di lume quel luogo per il continuo aggirarsigli intorno del Sole; nel quale gli huomini si raguneranno più per havervi ombra, che lume. Ma per il contrario nelle stanze da verno, riceveranno meglio la spera del Sole, se le faranno grandi, ma non riceveranno cosi i Venti, se le si porranno su alto, et per ciò i Venti non offenderanno di prima giunta gli habitatori, che vi stanno dentro. Finalmente havendo à pigliar lumi da qual si voglia luogo, e’ bisogna pigliargli in modo, che e’ si vegga liberamente il Cielo. Et tutti quei vani che si lasciano per ricevere i lumi, non è lecito in modo alcuno di lasciarli bassi: Percioche, i lumi sono veduti da gli occhi, et non da i piedi; oltre che in simili luoghi accade, che interponendosi uno huomo a uno altro, si interrompono i lumi; et tutto il resto del luogo diventa poi buio, la quale scommodità non accade se i lumi vengono da alto. Le porte debbono imitare le finestre, cioè sieno maggiori, o minori, più, o manco secondo la frequentia, et il bisogno del luogo. Ma io veggo che gli Antichi osservaron di lasciare ne gli edificii publici assaissimi vani, simili a questi, d’amendue le sorti. Di ciò ci fan fede i Teatri, i quali se noi bene esaminiamo, son tutti pieni di vani, si di scale, si ancora di finestre, et di porte. Et questi vani si debbon collocare talmente, che in mura grossissime non si lascin vani piccolissimi, et nelle facciate piccole delle mura, non si lascin maggiori del bisogno. In queste sorti di vani, altri, altri disegni hanno lodati, ma i buoni Architettori non gli hanno usati, se non quadri, et di linee diritte. Tutti finalmente s’accordano a questo, che secondo la grandezza, et forma dello edificio, si accommodino, et siano eglino come si vogliono. Appresso e’ dicono che i vani delle porte, debbono essere sempre più alti che larghi; et di questi, i più alti sien quelli, che ricevino duoi cerchi l’un sopra l’altro, et i più bassi habbino l’altezza della schianciana di quel quadrato che si farebbe della lunghezza della soglia. Et è conveniente porre le porte in quei lati, che ne conduchino più che sia possibile commodamente in tutte le parti delli edificii. Et bisogna usar ancora diligenza in dar gratia a simili vani, con fare che da destra, et da sinistra si correspondino con le medesime grandezze. Usarono di lasciare le finestre, et le porte in caffo, ma talmente che le parti dalle bande si correspondessero par pari, et quelle del mezo fussero alquanto maggiori. Et procurarono grandissimamente di haver rispetto alla gagliardia de gli edificii. La onde lasciavano i vani discosto da canti, et dalle colonne ne luoghi delle mura più deboli, ma non però tanto deboli, che non fussero bastanti a reggere il peso. Et avertivano che quante più parti delle mura si potesse, andassero diritte a piombo, et quasi d’un pezzo senza alcuno interrompimento, da i fondamenti per insino al tetto. Egli è una certa sorte quasi di vani, che con la forma, et con il sito imitano le porte, et le finestre, ma non penetrano tutta la grossezza del muro, ma come zane lasciano belli et commodi spatii, et luoghi da statue, et da pitture. Ma in che luogo queste, et quanto spesse, et quanto grandi si debbino lasciare, lo diremo più distintamente, allora che noi tratteremo de gli ornamenti de gli edificii: et giovano non dimanco cosi allo spendere poco, come alla gratia dell’opera: Percioche nel murare si consuma manco pietre, et manco calcina. Questa sia la sostantia, che nel lasciare queste zane bisogna lasciarle di numero commode, non di troppa grandezza, et di forma ragionevole: Acciò che con l’ordine loro imitino le finestre. Et sieno questi tai vani come si vogliono. Io ho considerato nelle opere de gli Antichi che e’ non usarono mai lasciargli maggiori, che eglino occupassino più che la settima parte della facciata. Ma ne anche minori, che ne occupassero meno che la nona. I vani tra le colonne, sono da essere connumerati infra i primi vani, et debbonsi lasciare varii fecondo la varietà de gli edificii. Ma parleremo di questi più distintamente a [p. 25 modifica]lor luogo, et massimamente quando noi ragioneremo del fare gli edificii sacri. Sia in questo luogo abastanza haverne avertito, che questi vani si debbono lasciare in modo, che si habbia quanto più diligentemente si può rispetto alle colonne che si debbono porre a sostenere le coperture: et primieramente che non sieno dette colonne troppo più sottili, et troppo più rare, che elle non possino reggere, et commodamente il peso; et ne più grosse, o più spesse che non lascino talmente nello spazo del piano, aditi, et vie a lo uso delle cose, secondo i tempi aperte, et accommodate. Finalmente altri saranno i vani, quando le colonne saranno spesse, et altri quando le saranno rade, percioche sopra le colonne spesse si pongono le travi; et sopra le colonne rade si pongono gli archi. Ma in tutti quei vani, sopra i quali si pongano gli archi, si debbe procurare, che quello arco non sia minore del mezo cerchio, aggiuntavi la settima parte del mezo diametro. Percioche i più essercitati hanno trovato che questo arco solo è più di tutti gli altri commodissimo a durare quasi eterno. Et pensano che tutti gli altri archi sieno a sostenere il peso più deboli, et pronti, et esposti al rovinare. Pensasi oltra di questo, che il mezo cerchio sia quello solo, che non habbi bisogno nè di catena, nè di alcun altro afforzificamento. Et tutti gli altri se tu non gli incatenerai, o non li porrai pesi allo incontro che gli contrapesino, si vede che per il peso loro, si pelano, et si rovinano. Io non lascerò quì indietro quel che io ho notato appresso de gli antichi, cosa certo eccellente, et degna di lode. I buoni Architettori posono simili vani, et gli archi delle volte ne tempii, talmente che se tu levassi loro di sotto tutte le colonne da basso, restarebbono niente di manco i vani de gli archi, et le volte delle coperture, et non rovinerebbono, per esser tirati gli archi sopra i quali stanno le volte insino in terra con artificio maraviglioso, et conosciuto da pochi che l’opera si regge da per se, posatasi solamente sopra de gli archi: percioche havendo questi archi per loro catena il saldissimo terreno, non è maraviglia che gli stieno da per loro saldissimi.