Della architettura della pittura e della statua/Della architettura/Libro settimo – Cap. XIII

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Libro settimo – Cap. XIII

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De lo Altare, Lumi, et Candellieri.

cap. xiii.


DOpo questo sarà bene, quanto a le cose de Tempii, collocare lo Altare sopra il quale si hanno a fare i sacrificii, in luogo molto degno; et starà molto bene in mezo a la Tribuna. Gli Antichi feciono lo Altare alto sei piedi, et largo dodici, sopra il quale collocavano le statue: ma se egli è bene che in uno Tempio sieno più Altari per fare i sacrificii, ò non, lascieremo giudicare ad altri. Appresso a nostri Antichi in quei primi principii de la nostra religione gli huomini da bene, et buoni convenivano insieme a la cena, non per empiere il corpo di vivande, ma perche pigliando insieme tutti quel cibo, diventassino più mansueti, et più benigni, et empiendo gli animi di buoni ammaestramenti, se ne tornassino a casa accesi, et infiammati del desiderio de la virtù. In questo luogo adunque gustate più tosto che mangiate quelle cose, che moderatamente erano ordinate per la cena, si leggeva, et si havevano ragionamenti de le cose divine. Ardeva ciascuno di zelo di carità verso l’altro per la salute comune, et per il culto divino. Finalmente ognuno secondo la possibilità sua, metteva a comune quasi come un censo dovuto a la pietade, la roba per stipendio di coloro, che veramente meritavano; et dal sommo Sacerdote erano tali cose distribuite a coloro, che ne havevano bisogno. Tutte le cose adunque in questo modo erano infra di loro comuni, come infra fratelli amatissimi. Dopo questo tempo poi, che i Principi acconsentirono che ciò si facesse publicamente, deviarono certo non molto da lo antico costume, ma concorrendovi maggiore numero di popoli, usarono più sobriamente cenare. Et que’ sermoni, che in quei Tempii facevano i dotti Vescovi, si possono ancora vedere ne gli scritti de nostri antichi Padri. Si che havevano un solo Altare in quei Tempii, dove si ragunavano a fare un solo sacrificio per giorno. Successono dipoi questi Tempii, ne’ quali volesse Dio che si levasse suso alcuno huomo di gravità (et sia con pace de Pontefici) che giudicasse che fusse bene di emendarli: i quali Pontefici per mantenersi una certa loro reputatione, si lasciano affatica vedere dal popolo una volta l’anno, et hanno talmente ripieno ogni cosa di Altari, et alcuna volta: hor su io vo star cheto. Ma dico bene questo, che e’ non si truova cosa alcuna appresso de’ mortali, nè si può imaginare, che sia più santa, o più degna del sacrificio, et io non credo che si truovi nessun savio che voglia che le cose tanto degne si avilischino con farne troppa abondantia. Sonci alcune altre sorte di adornamenti non stabili, con i quali si adorna et honora il sacrificio. Soncene ancora di quelli con i quali si adorna ancora il Tempio, l’ordine de’ quali si appartiene a l’Architettore. Et si cerca qual sia più bella cosa di tutte queste, o un luogo dove concorrino molte strade, pieno di una scherzante gioventù, o un Mare pieno di Navilii, o una campagna piena di Soldati armati, et di insegne vincitrici, o una piazza piena di vecchi Padri togati, et simili, o un Tempio lieto per la quantità et allegrezza di molti lumi. Ma io certo vorrei che nel Tempio i lumi havessino una certa maiestà, la quale in quelle piccole scintille de lumi, che hoggidì noi usiamo, non si ritruova. Haranno certo gran leggiadria, io non lo niego, se si accommoderanno con qualche ordine di linee, se le lampane si distenderanno secondo gli ordini de le cornici. Ma a me piacevano assai gli Antichi, [p. 181 modifica]che sopra i candellieri mettevano alcune baccinelle alquanto grandotte piene di odorifere fiamme. Dividevano in sette parti la lunghezza de candellieri, due de le quali ne assegnavano a la basa, et era la basa triangolare più lunga che larga * et da piede era più larga che da capo * Il fuso del candelliere si rizza in alto con vasi strozzati nel collo, posti l’uno sopra l’altro, et in cima vi si metteva una tazza concava piena di gomme et di legni odoriferi. Trovasi scritto quanto balsamo per ordine del Principe si ardesse per ciascun giorno solenne in Roma ne le Chiese principali a spese del pubblico, che furono libre cinquecento ottanta. Et questo basti de candellieri. Hora vegniamo a le altre cose, con le quali si adorna eccellentemente il Tempio. Io ho letto che Gige donò al Tempio d’Apolline Pithio sei tazze d’oro massiccio, che pesavano libre trentamila; et appresso a Delfo essere stati vasi d’oro massiccio et d’argento, ciascun de quali teneva sei anfore: et vi furono alcuni, che stimarono più l’inventione, et la fattura, che non stimarono l’oro. Appresso a Samii nel Tempio di Iunone dicono che vi fu una tazza, intagliatovi all’intorno certe figurette di ferro, la quale già gli Spartani haveano mandata a presentare a Creso, tanto grande, che teneva trecento anfore, cioè 13500. libre. Ho trovato ancora che i Samii mandarono già a donare a Delfo un vaso di ferro, nel quale erano intagliate con artificio grandissimo certe teste d’animali, il quale era retto da certe statue alte sette cubiti, cioè braccia cinque et un quarto, che ginocchioni lo sostenevano. Maraviglioso certo fu quel che fece il Sannitico Egittio al Tempio del Dio Api, ornatissimo di varie colonne, et di varie statue, nel quale era la immagine del Dio Api, che continovamente si volgeva a sguardare verso il Sole: et quella ancora fu cosa maravigliosa, che la freccia di Cupido nel Tempio di Diana in Efeso, stava sospesa senza essere legata in alcuno luogo con legame alcuno. Ne so io che mi dire di si fatte cose, se non che elle si debbono porre in luoghi condecenti, di maniera che elle sieno guardate con maraviglia, et con reverentia.