Della architettura della pittura e della statua/Della architettura/Libro settimo – Cap. XII

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Libro settimo – Cap. XII

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De vani de Tempii, delle finestre, porte, usci; et de membri, et ornamenti loro.

cap. xii.


IVani de le finestre ne Tempii è di bisogno che sieno piccoli et alti, per i quali tu non possa riguardare altro che il Cielo; accioche et quelli, che sacrificano, et quelli, che intorno al sacrificio stanno attenti, non si svaghino per esse punto con la mente. Quello horrore, che da la molta ombra è eccitato, accresce di sua natura ne gli animi de gli huomini una certa veneratione, et la austerità in gran parte è congiunta con la maiestà: oltre a che gli accesi fuochi, che ne Tempii sono necessarii, de’ quali non hai cosa alcuna più degna per honore et ornamento de la religione, ne la troppa luce perdono assai. Et perciò non è maraviglia se gli Antichi alcuna volta si contentarono d’una sola apertura de la porta. Ma io certo loderò grandemente che [p. 178 modifica]l’entrata del Tempio sia per quanto si può chiara et ornata, et che il didentro dove si passeggia non sia maninconico. Ma il luogo dove si ha a collocare l’Altare, vorrei io che havesse più tosto maiestà, che leggiadria. Torno hora a vani de’ lumi: e’ bisogna ricordarsi di quel che altrove dicemmo, che i vani son fatti del voto de gli stipiti, et del cardinale: gli Antichi non messono mai nè porte, nè finestre se non quadrangolari: ma tratteremo prima de le porte. Tutti i migliori Architettori o Dorici, o Ionici, o Corinthii, fecion sempre le porte più strette da capo che da piede la quattordicesima parte di se stessa. Al cardinale diedero quella grossezza, la quale eglino trovarono in testa de lo stipite, et feciono le linee de loro adornamenti uguali, et simili a l’uno et l’altro, et le congiunsono insieme augnate, et l’ultima cornice, che stà sopra il cardinale de la porta, vollono che andasse alta insino al pari del disopra de capitelli che sono ne’ Portici: Si che in queste cose tutti osservarono quel che noi habbiamo detto: ma ne le altre cose furono molto differenti l’uno da l’altro. Percioche i Dorici divisono tutta questa altezza, cioè dal piano del pavimento sino al palco, in sedici parti, de le quali ne assegnarono a la altezza del vano, da gli Antichi chiamata il lume, dieci parti, et cinque a la larghezza, et uno a gli stipiti: in questo modo gli scompartirono i Dorici. Ma gli Ionici divisono quella prima maggiore altezza, ch’è insino al disopra de capitelli de le colonne, in diciannove parti, de le quali ne assegnarono dodici a la altezza del lume, et sei a la larghezza, et a lo stipite una. Ma i Corinthii le divisono in ventiuna parte, sette de le quali ne assegnarono a la larghezza del vano, et per la lunghezza raddoppiarono detta larghezza, et la larghezza de lo stipite su per la settima parte de la larghezza del voto: in qual si voglia di queste porte gli stipiti furono architravi. Et se io non m’inganno, gli Ionici si dilettarono d’adornare i loro stipiti di tre fasce, come gli architravi, et i Dorici ne levarono i regoletti et i chiodi; et tutti poi per fare le porte più adorne, aggiunsono sopra il cardinale la maggior parte quasi di tutte le leggiadrie de le loro cornici. Ma i Dorici non messono sopra l’architrave i Glifi: ma in quello scambio un fregio largo quanto gli stipiti de l’uscio, et sopra il fregio aggiunsono una cimasa, una goletta, et sopra questa un regolo stietto, cioè dentello, et sopra dipoi gli vuovoli, dipoi i mensoloni coperti con i loro aggetti, et con la loro cimasa, et ne l’ultimo luogo una ondetta, havendo osservate in queste parti le misure secondo quell’ordine di quelle cose, che noi dicemmo ne le architravate de Dorici. Gli Ionici per il contrario non vi messon fregio, come ne l’altre loro architravate; ma in cambio di fregio vi messono un festone di verdi frondi gonfiato, legato con certe fasce di grossezza il terzo manco che l’architrave, sopra del quale posono una cimasa, et un dentello, et gli vuovoli et i mensoloni grossi, coperti con una fascia, ne la fronte, et la sua cimasa, et poi di sopra ne l’ultimo una ondetta. In oltre posono a qual si è l’una de le teste fuor de gli stipiti sotto il gocciolatoio (per chiamarli cosi) certi orecchi, chiamati cosi da begli orecchi de cani, cioè mensole, et su il disegno di questi orecchi simile a una S. maiuscula lunga, che si accartoccia ne le sue teste in questo modo S. et la grossezza di questi orecchi da capo su quanto il festone de le frondi, et da piede più sottile il quarto: la lunghezza di detti orecchi arrivò sino al principio del voto. I Corinthii ne le loro porte trasportarono tutti gli adornamenti de colonnati. Adornansi ancora le porte, et massimo in quei luoghi dove esse hanno a stare a lo scoperto, per non havere a ridire più queste cose altrove, con un portichetto attaccato nel muro in questo modo. Posti che tu harai gli stipiti, et il cardinale, metterai da amendue le bande una colonna tutta tonda, o alcuna volta una meza, le base de le quali stieno discosto l’una da l’altra tanto che gli stipiti infra l’una et l’altra possino stare agiatamente: la lunghezza de le colonne con i capitelli ha da essere apunto tanto, quanto è dal canto de la basa destra, [p. 179 modifica]al canto ultimo de la basa sinistra. Sopra queste colonne si pone l’architrave, il fregio, il cornicione et il frontispicio, con quelle regole che dicemmo ne portici, de le quali trattammo a luogo loro. Furono alcuni che messono da gli lati de le porte, in cambio di stipiti, ornamenti di cornici, per il che feciono il vano de la porta più aperto, lavoro certo più conveniente a le dilicatezze de gli edificii de privati, et massimo de le finestre, che a le porte de Tempii. Ne Tempi grandi, in quelle porte massimo dove non sono altri vani, si divide l’altezza del vano in tre parti, l’una di sopra de le quali si lascia per finestra et vi si fa la ferrata, et il restante rimane per la porta. Le porte ancora hanno lor diversi modi et lor diverse parti. Infra queste parti la principale è il cardinale che si fa in duoi modi. Percioche o a canto a gli stipiti si mettono arpioni di ferro, overo da cantoni de le imposte da capo, et da piede escono certi perni, sopra la punta de quali si bilicano gli usci, et si aprono et serrano. Le porte de Tempii, che per durare quasi sempre si fanno di bronzo, et di peso grandissimo, più sicuramente si voltano sù bilichi, che sù gli arpioni. Io non starò quì a raccontare le porte, che appresso gli historici, et appresso i poeti io ho letto vestite d’oro, d’avorio, et di statue tanto gravi, che non si potevano aprire senza una gran moltitudine d’huomini, et con lo strepito loro mettevano altrui spavento. Io certo in questo lodo la facilità de lo aprirle, et del serrarle. Sotto la punta adunque del perno, o bilico si metterà una ralla fatta di bronzo, et di stagno, et questa ralla si scaverà bene a dentro; scaverassi ancora la punta del bilico, che regge la imposta a guisa di catino, talmente che infra il bilico et la ralla stringhino insieme una palla di ferro ben tonda, et ben pulita; ma quanto al bilico di sopra, ch’è in testa a la imposta, bisogna che sia nel cardinale impiombata una spranga di ferro che habbia un’anello molto pulito, et molto liscio, nel quale entrando esso bilico muova, et cosi avverrà che la porta non farà mai resistentia nel moversi, et con ogni poco di spinta andrà dove tu vorrai. Ad ogni porta siano due imposte, che una si apra verso uno lato, et l’altra verso l’altro. Sieno queste imposte grosse la duodecima parte de la loro larghezza: adornansi con scorniciature, che poste sopra l’imposte accerchiano atorno la grandezza di quella, et mettesene quante tu vuoi, o due, o tre l’una sopra l’altra, o pur una sola semplice, et se queste scorniciature saranno due, messe a giacere quasi come scaglioni l’una sopra l’altra, fa che fra tutte due piglino de la larghezza de la porta non più che il quarto, nè meno che il sesto, et questa ultima che è posta a stare sopra l’altra più eminente, fa che ella sia il quinto più larga che quella di sotto: ma se elle saranno tre scorniciature, osserverai in esse le misure de gli architravi Ionici: ma se atorno vi andrà una sola scorniciatura, facciasi non più de la quinta, nè meno de la settima parte. Sfonderanno le scorniciature a lo indentro con una goletta. La lunghezza de le imposte si debbe dividere con le scorniciature per il traverso di maniera che gli spatii da alto occupino i duoi quinti di tutta l’altezza de’ vani de gli usci. Ne Tempii si adornano le finestre non altrimenti che le porte; ma i vani di quelle, perche egli occupano vicino al cielo de la volta la più alta parte de le mura, et con i loro angoli terminano nel tondo Cielo de le cupole, per questo si fanno tonde al contrario de le porte, percioche elle sono il doppio più larghe che alte: et questa loro larghezza dividono con due colonnette, postevi con quella regola, che si mettono ne le logge: ma queste colonnette sono la maggior parte quadrate. I disegni de le zane, ne le quali si hanno a collocare o tavole dipinte, o statue, si fanno secondo il disegno de le porte, et con l’altezza loro occupano il terzo del loro muro. A le finestre de’ Tempii usavano porre in cambio di invetriate, tavole di alabastro trasparenti, che fussino gagliarde contro a le brinate, et contro a venti, overo uno ingraticolato di bronzo, o di marmo, et i vani [p. 180 modifica]di tali ingraticolati riempievano non di fragil vetro, ma di Pietra trasparente cavata di Seguenza castello in Ispagna, o di Bologna di Piccardia. Queste piastre rare volte sono più larghe d’un piede, di gesso trasparente, et lucidissimo, al quale la natura ha dato un dono particolare, cioè, che ei non invecchia mai.