Della architettura della pittura e della statua/Della architettura/Libro settimo – Cap. XI

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Libro settimo – Cap. XI

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Perche cagione è bene che i tetti de Tempii sieno in volta.

cap. xi.


IO vorrei che i Tempii si perche si arrecano dietro maggior dignità, si ancora perche sono più durabili, et eterni, fussino quasi tutti in volta; et non sò veramente d’onde si proceda, che e’ non si truova quasi alcun Tempio celebrato, che non sia caduto nella calamità del fuoco. Io ho letto che Cambise abbruciò tutti quanti i Tempii di Egitto, et che ei ne portò l’oro et gli addornamenti a Persepoli. Eusebio racconta che lo Oracolo di Delpho fu tre volte abbruciato da Tracii: il medesimo truovo io appresso di Erodoto essendo un’altra volta da per se abbrucciato, che fu da Amaso restaurato. Altrove hò letto che ei fu abbrucciato da Flegias in quel tempo nel quale Fenice aggiunse alcuni caratteri di lettere per i suoi cittadini; et arse di nuovo un’altra volta regnando Ciro, pochi anni dopo la morte di Servio Tullio Re de Romani, et è chiaro che egli arse ancora un’altra volta intorno a quelli anni, che nacquero quei chiarissimi lumi d’ingegno, Catullo, Salustio, et Varrone. Il Tempio Efesio fu abbruciato da le Amazone regnando Silvio Postumio, et di nuovo fu abbruciato nel tempo che Socrate in Athene bevè il veleno. Et appresso de gli Argivi capitò male per il fuoco il Tempio, in quello anno che Platone nacque in Athene, regnando in Roma Tarquino. Che dirò io de sacri portici di Hierosolima? che del Tempio di Minerva a Milesio? che del Tempio di Serapio in Alessandria? che in Roma de la Ritonda? et del Tempio de la Dea Vesta? et di quello di Apolline? nel quale dicono che abbrucciarono i versi de la Sibilla? Tutti gli altri Tempii quasi dicono che sono caduti in simile calamità. Diodoro scrive che solamente quello, che era dedicato a Venere ne la Città di Erice in Sicilia, si era mantenuto illeso da tal calamità sino a tempi suoi. Et Cesare scrive che Alessandria non arse per essere ella in volta, pigliandola egli per forza. Hanno certamente le volte i loro adornamenti. Usarono gli Antichi di trasferire ne le cupole tutti, quelli adornamenti, che gli Orefici facevano [p. 177 modifica]ne le tazze de sacrificii; et quelli, che si usavano ne le coltre che si tengono su per le letta, gli trasportarono ne le volte a spigoli, et in quelle a botte, et però si veggono scompartimenti di quattro, et di otto facce, et simili tirati per la volta con angoli uguali, et con linee equidistanti, et con diritture di linee, et con cerchi, scompartite tanto bene, che e’ non è possibile aggiugnerci cosa alcuna per farle più gratiate. Et faccia questo a nostro proposito, che gli addornamenti de le volte senza dubbio sono cosa dignissima, si quelli, che in molti altri luoghi quasi per tutto si veggono, si quelli massimo, che sono ne la Ritonda fatti di sfondati, i quali in che modo se li facessino, non si truova scritto. Io gli ho usato di fare in questo modo con poca fatica, et con poca spesa: Io disegno i lineamenti de le forme, che io voglio sopra l’armadura de la volta, di quattro, di sei, o d’otto facce, et dove io voglio che le volte sfondino, alzo insino a quella determinata altezza di mattoni crudi murati con terra in scambio di calcina: si che murate queste cose, come monticeli sopra il dorso de la armadura, vi getto poi sopra la volta di mezane cotte, et di calcina, usando diligentia, che dove sarà la volta più sottile, mediante questi sfondati ella si congiunga bene, et si meni legata con le parti de la volta più grosse, et più gagliarde. Fatto che la volta ha poi la presa, et che e’ si lievano le armadure, io cavo del saldo de la volta quei monticelli di loto, et di mattoni crudi, che io vi haveva da prima accommodati, et in questo modo mi riescono le forme de gli sfondati in quella maniera che io havevo disegnato. Torniamo hora al proposito nostro. A me piacerebbe grandemente quel che scrive Varrone, che ne la volta fusse dipinta la forma del Cielo, et una stella mobile, che con la sua lancetta dimostrasse, qual hora fusse del giorno, et che vento ancora tirasse dal lato di fuora: certo che si fatte cose mi piacciono grandissimamente. Dicono che i frontispicii arrecano tanto di grandezza a le fabbriche, che le celesti case del gran Giove, se bene la sù non piove mai, non possono star bene senza il frontispicio. Volendo mantenersi una certa grandezza, i frontispicii si pongono sopra le volte in questo modo: pigliasi non più che la quarta parte, nè meno che la quinta, de la larghezza de la facciata dove è il tuo cornicione, et questa ti serve per il più alto punto del mezo, dal quale habbino a pendere le grondaie del frontispicio: Et sopra quella sommità si pongono certi zoccoli per mettervi sopra statue. Quei zoccoli, che si hanno a porre a le fini de le grondaie, sieno alti quanto il fregio, et la cornice: ma quello, che ha a stare sopra la punta del mezo, sia l’ottava parte più alto che quelli de gli lati. Dicono che Buccide fu il primo che usasse di por le statue sopra i frontispicii per adornamento, et che egli le fece di terra cotta rossa, et dipoi si usò di mettervele di marmo con tutte le tegole et l’altre cose di marmo.