Della generazione de' mostri/Capo primo

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Capo primo

../Dedica ../Capo secondo IncludiIntestazione 7 ottobre 2008 50% letteratura

Dedica Capo secondo
Che siano, dove si trovino, di quante maniere si facciano e per quanti modi avvengano i Mostri

Questo termine mostro ha, sì come tutti gli altri vocaboli, due diffinizioni, una del nome, la quale appartiene al gramatico, l’altra della cosa, la quale s’aspetta al filosofo. Quanto alla diffinizione della voce Mostro è detto dal mostrare, ciò è significare, quasi che egli dimotri, significhi ed annunzi alcuna cosa futura o buona o rea che ella sia. Onde in questo medesimo significato usavano gli antichi per le medesime cagioni ostento, portento e prodigio, ancora che fra loro, favellando propiamente, si trovi alcuna differenza e si piglino per lo più in cattiva parte. Onde tutte quelle cose, che si crede, che predicano ed annunzino alcuno effetto, o avvenimento futuro, si possono chiamare Mostri in questa significazione gramaticale. Quanto alla diffinizione della cosa, Mostro, pigliandolo generalmente, e nella sua più larga significazione, si chiamano tutte quelle cose, le quali avvengono fuori dell’ordine consueto e usuato corso della Natura, in qualunque modo avvengano e per qualunque cagione. E a questo modo non solamente i ciechi nati, i sordi, i mutoli, i zoppi o altramente stroppiati, ed attratti di natività, si possono chiamare Mostri, e similmente i nani, i gobbi o altramente contraffatti da natura; ma ancora posto, che siano veri, tutti quelli che racconta Plinio nel sesto libro ai trenta capitoli ed in altri luoghi della sua Storia Naturale, come i Cinocefali, ciò è uomini, che hanno il capo di cane, gli Arimaspi che hanno un occhio solo nel mezzo della fronte, gli Astomi non lunge dal fonte del Gange, i quali non hanno bocca e vivono d’odori di pomi selvatici, onde il Petrarca disse:

L'un vive, ecco, d'odor là sul gran fiume.1

i Monoscelli, che hanno una gamba sola e corrono a salti velocissimamente, i quali si chiamano ancora Sciopodi, perchè nel maggior caldo, come è oggi a noi, stando rovesci in terra, si fanno ombra colla pianta del piè. Racconta ancora d’alcuni, i quali sono senza naso ed hanno il viso tutto piano: alcuni senza il labbro di sopra: alcuni senza lingua: alcuni hanno ben la bocca, ma appiccata insieme con un buco solamente, per lo quale succiano il cibo, e beono con un filo di vena: alcuni che hanno i piedi volti di dietro con otto dita per piedi e corrono maravigliosamente: alcuni, che hanno gli occhi gialli e veggono meglio la notte, che di giorno, i quali diventano canuti nella prima fanciullezza loro: alcuni i quali mancano del collo ed hanno gli occhi nelle spalle: alcuni, che hanno si grandi orecchi, che se ne coprono tutti: alcuni finalmente che hanno la coda; per non istare a raccontarli tutti quanti; de’ quali favella medesimamente Aulo Gellio nel quarto capo del nono libro delle sue Notti Ateniesi. E Santo Agostino nel nono capo del sedicesimo libro della Città di Dio, dice, procedendo cautamente, che simili mostri o non sono in verità o che, se pur sono, non sono uomini e che seppure sono uomini, dovemo credere che siano nati e discesi dal seme d’Adamo. L’opinione nostra è, parlando filosoficamente, che per la maggior parte cotali mostri siano cose favolose perchè nè la ragione li persuade, nè li mostra il senso; conciosia che in tutto ’l mondo scoperto nuovamente a’ tempi nostri non se ne sono trovate vestigia alcune, salvo che di quegli ultimi, ciò è uomini con alquanto di coda; e quando pure se ne trovassero, sì per non essersi ancora cercato il tutto e sì massimamente per lo essere la natura poco meno che onnipotente, non crederei che fossero uomini, come diremo di sotto de’ pigmei ed altre così fatte generazioni. Ed in questo significato potemo dire, che una grandissima o lunghissime e continua pioggia (come è avvenuto questo anno) sia mostruosa, non che un diluvio, del quale disse non meno leggiadramente, che con dottrina Orazio nella seconda Ode:

Terruit gentes, grave ne rediret
Saeculum Pyrrhae, nova monstra questae.

Così quando sono o venti eccessivi, o caldi straordinari e finalmente tutte quelle cose, che non sono solite di venire, se non di rado e fuori del corso naturale, si chiamano mostri in questa prima e larghissima significazione.

Mostri, nella seconda e più stretta significazione, si chiamano tutte quelle generazioni, le quali si fanno oltra il volere e fuori dell’intendimento di chi le fa. Onde qualunque volta alcuno agente intende di conseguire alcun fine, e nollo consegue, quello propiamente si chiama mostro. E si trovano cotali mostri non solo nelle cose animate, come sono gli uomini, gli animali e le piante, ma ancora in quelle che mancano d’anima, come si vede molte volte nelle pietre, nei metalli ed in tutti gli altri minerali e misti e perfetti, e non meno nelle cose artifiziali che nelle naturali; perchè ogni volta che alcuno artefice, verbicausa, un medico, dà una medicina a un malato per guarirlo ed ella l’ammazza o nollo guarisce, quello è mostro; e così se un pittore volendo ritrarre alcuno, non sa somigliarlo, o un fabbro volendo fare un pugnale, facesse un coltello, e di tutti gli altri nel medesimo modo. Ma noi, volendo favellare solamente de’ mostri naturali e di quelli massimamente che si fanno negli animali e spezialmente negli uomini, diciamo, che mostri si chiamano tutti quei parti, i quali si generano fuori dell’intendimento della natura, e per conseguenza sono diversi in alcuna parte o dissomiglianti dal producente. Dove noteremo primieramente che essendo, come dichiarammo altra volta, due nature, una universale, ciò è Dio, e l’altra particolare, in questo luogo non s’intende della natura universale e divina: perchè fuori dell’intendimento di lei non si fece mai, nè mai si farà cosa nessuna: ma della particolare ed umana, la quale consegue bene il più delle volte il suo fine, ma qualche volta ancora impedita non può arrivarvi. Onde niuno mostro di niuna sorte può farsi nelle cose celesti, essendo tutte necessarie, ma solo in queste inferiori; il che proveremo colle parole stesse d’Aristotile medesimo nel quarto capo del quarto libro della Generazione degli animali, le quali sono queste secondo la traduzione di Teodoro Gaza2: Monstrum est enim res praeter naturam, sed praeter eam, quae magna ex parte sit: nam praeter eam, quae semper et necessario est, nihil fit. Verum in rebus iis, quae magna quidem ex parte ita fiunt, sed aliter etiam possunt fieri, evenit, quod praeter naturam consistant.

Secondariamente noteremo, che si fanno di due ragioni mostri: perciocchè alcuni sono mostri veri ed alcuni quasi mostri. Quasi mostri si chiamano le femmine e tutti quei figliuoli, che non somigliano i padri loro; perciocchè se bene la donna è della medesima spezie dell’uomo, come dice Aristotile, è nondimeno dissimile al generante, desiderando ciascuno di generare cosa somigliante a sè, e conseguentemente sempre maschio e non mai femmina. Bene è vero, che simili mostri sono necessari: il che non avviene degli altri, se non per accidente. E che quanto avemo detto sia vero, lo provano queste parole d’Aristotile nel principio del terzo capo del quarto libro della Generazione degli animali: Qui enim suis parentibus similis non est, monstrum quodammodo est; discessit enim in eo quodammodo natura ex proprio genere, coepitque degenerare; sed initium primum degenerandi est foeminam generari, non marem, verum hoc necessarium est naturae; genus enim servan oportet eorum, quae foemina et mare distinguuntur.

I mostri veri sono di due ragioni: perciocchè alcuni sono mostri dell’animo ed alcuni mostri del corpo. I mostri dell’animo sono tutti coloro, i quali dal nascimento ebbero o impediti o offesi o uno o più de’ sentimenti interiori che sono quattro, come s’è detto più volte: il senso comune, l’immaginativa o vero la fantasia, la memoria e la cogitativa. Onde vedemo alcuni, quali naturalmente non discorrono, o male : alcuni che non si ricordano: alcuni che non immaginano: alcuni che non distinguono. Chiamatisi ancora mostri dell’animo tutti coloro, i quali eccedono tanto e sopravanzano gli altri nelle opere loro o di mano o d’ingegno che vincono quasi la natura, ciò è fanno quello che non è solito a farsi ordinariamente dagli altri. Ed in questo significato diciamo che il Bembo fu, e Michelagnolo è un mostro della natura; e per questa cagione disse M. Francesco a Madonna Laura non meno dottamente che con leggiadria:

O delle Donne altero, e raro mostro.3

E chi vuol vedere un altero e raro mostro tra’ principi, che regnano oggi, non bisogna, che vada molto lontano. Ma volesse Dio, che così spesso si trovassero di questi mostri buoni, come se ne trovano per tutto de’ rei, i quali eccedono tanto in malizia gli altri e malvagità, che trapassano l’ordinario della natura! E benchè non ci manchino (e così non ci avanzassero!) degli esempi moderni, allegheremo però più volentieri gli antichi; come quando M.Tullio chiamò Pisone, immanissimum, et foedissimum monstrum. E di Catilina disse: Nulla jam pernicies monstro ilio atque prodigio, moenibns ipsis intra moenia comparabitur. Ed Orazio favellando d’Augusto e di Cleopatra, disse:

Daret ut catenis
Fatale Monstrum.

E Virgilio chiamò mostro orrendo non meno la Fama, che Polifemo. Ma quai maggiori mostri e più perniziosi, che Nerone, Caligola, Massimino, e tanti altri più tosto pesti pubbliche, e rovine del mondo, che imperadori?

I mostri del corpo sono medesimamente di due maniere, perciocchè, alcuni sono mostri imperfetti, per dir così, ed alcuni perfetti. Mostri imperfetti chiamiamo quelli che sono talmente deformi, o confusi, che non si conosce quello che siano: mostri perfetti, per lo contrario, quelli, i quali sono in modo effigiati, che si conoscono; il che affine, che meglio s’intenda, dovemo notare, che il generante, come a dir Socrate, è non solamente individuo, ciò è Socrate, ma ancora spezie, ciò è uomo, e di più genere, ciò è animale. Onde quando egli genera, si corrompe alcuna volta, e perde del tutto l’operazione per più e diverse cagioni, e così non si produce cosa nessuna. Alcuna volta si concepe alcuna cosa nella matrice, e diventa viva, ma non arriva al sentimento, onde e animale; come è quella, che i medici, ed i filosofi chiamano mola. Alcuna volta il parto aggiugue al genere, ciò è diventa animale e sente, ma non perviene alla spezie. Alcuna volta perviene alla spezie, ciò è ha la forma umana, e l’anima razionale, ed in somma è uomo, ma dissimile però al producente; e questi nominiamo mostri perfetti, i quali sono anch’essi di due maniere. Alcuni chiamiamo intrinseci, ciò è di dentro: alcuni estrinseci, ciò è di fuori; e qual sia l’una di questo maniere, può avvenire in tre modi: per abbondanza, per mancamento, e per trasposizione, o vero trasmutamento. Per abbondanza nei nostri estrinseci, quando nasce un parto con più membri estrinseci dell’ordinario, come due capi, quattro braccia, sei dita, tre testicoli, o vero granelli, come dicono che aveva il Filelfo, ed altre disformità, ed inconvenienze cotali: nei membri intrinseci, come due milze, due fegati, due cuori. Per mancamento, quando per l’opposito nasce un parto con manco membra o estrinseche, o intrinseche, che non debbe, come con un braccio solo, o senza milza, o senza una delle rene, o senza fiele, o senza alcuna parte del fegato, perchè senza tutto non s’è mai trovato, dice Aristotile, come senza cuore non nacque mai animale nessuno. Per trasposizione, quando i membri sono mutati de’ luoghi loro, come se gli occhi non fossero nella testa, e le orecchie nelle tempie, o il fegato si trovasse nel lato destro, e la milza nel ritto. A questi potemo aggiugnere un altro modo, il quale lascieremo innominato, per non sapere, che nome dovemo porgli, e questo è, quando i parti nascono con alcuno di quei segni in alcuna parte del corpo, che noi Fiorentini chiamiamo voglie, tra i quali porremo ancora quelli, che di padre e madre bianchi nascono ghezzi: perciocchè possono venire dalla medesima cagione, come vedremo nel capo seguente.

Note

  1. Canz. XVI, Stanza V, Parte I.
  2. Teodoro Gaza, nato in Tessalonica, venuto in Italia circa il 1439, fu scolare in Mantova del celebre Vittorino da Feltro: insegnò in più Studii la lingua greca, ne scrisse le Instituzioni gramaticali, molte opere tradusse in latino dal greco, e qualcune anche in greco dal latino: tenne sempre per Aristotile, di cui traslatò varie opere: uomo di rara acutezza d’ingegno e di ottimo costume. Morì circa il 1478. MAURI.
  3. Son. LXXV, Parte V.