Della imitazione di Cristo (Cesari)/Libro I/CAPO XII

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XII. Dell’utile delle avversità.

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Tommaso da Kempis - Della imitazione di Cristo (1815)
Traduzione dal latino di Antonio Cesari (1815)
XII. Dell’utile delle avversità.
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CAPO XII.


Dell’utile delle avversità.


1. Egli è bene per noi, che alcuna volta sostegnamo qualche travaglio, e contrarietà; perchè spesso fanno ritornar l’uomo al cuore, ed accorgere ch’egli è in uno esiglio, nè riporre la sua speranza in cosa del mondo. Ci torna pur bene di patire talvolta contraddizioni, e che altri reamente e sinistramente senta di noi, benchè il nostro operare, e la intenzione sia buona. Ciò soventi volte giova a tenerci in umiltà, e dalla vanagloria ci guarda. Imperciocchè allora è che meglio noi addomandiamo Dio testimonio di dentro, quando di fuori siamo vilipesi dagli uomini, e non troviamo presso lor troppa fede.

2. Pertanto dovrebbe l’uomo in tal guisa fermare se stesso in Dio, che non gli facesse bisogno di cercare molte consolazioni dagli uomini. Quando l’uomo dabbene è afflitto, o tentato, o da cattive immaginazioni nojato, allora conosce d’essere più bisognoso [p. 24 modifica]di Dio, senza il quale sente egli di non poter nessun bene. Allora pure s’attrista, geme, ed ora per le miserie che soffre. allora gli pesa di più avanti vivere, e brama che venga la morte, che lo sciolga dal corpo, e il faccia viver con Cristo. allora s’avvede anche bene, che sicurezza perfetta e compiuta pace nel mondo non si può dare.