Della imitazione di Cristo (Cesari)/Libro III/CAPO XXII

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XXII. Della ricordanza de’ molteplici benefizi di Dio.

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Tommaso da Kempis - Della imitazione di Cristo (1815)
Traduzione dal latino di Antonio Cesari (1815)
XXII. Della ricordanza de’ molteplici benefizi di Dio.
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CAPO XXII.


Della ricordanza de’ molteplici benefizi di Dio.


1. Apri, o Signore, alla tua legge il mio cuore, e insegnami camminare ne’ tuoi precetti. Dammi ch’io sappia conoscere la tua volontà, e con somma riverenza, e sottile [p. 171 modifica]meditazione recarmi a mente i tuoi benefizi così generali, come particolari, sicchè io possa d’ora innanzi renderne a te grazie. ÈFonte/commento: 1815b vero, ed io il so, e ’l confesso, ch’io non posso nè pure per la menoma parte rispondere a te del dovuto ringraziamento. Io son da meno di tutti i benefizi, che io ho avuti da te; e mentre pure riguardo alla tua liberalità, sì grande la veggo, che ne vien meno il mio spirito.

2. Tutto quello che noi nell’anima abbiamo, o nel corpo, e ciocchè di dentro, o di fuori per naturale, o per soprannatural modo noi possediamo, tutto è tuo dono; e te predicano benefico, te buono, te pio, dal quale abbiamo ricevuto ogni bene. E sebben altri più, altri manco n’ha avuto, tutti nondimeno son tuoi; e nè il più picciolo si può avere, se non da te. Qualunque n’ha avuto più, non può gloriarsi in alcun merito proprio, nè sopra gli altri levarsi, nè insultare al minore: essendo che quegli è il maggiore e ’l migliore, che meno ascrive a se stesso di bene, ed a ringraziare è più umile, e più divoto. E chi si giudica il più vile, e [p. 172 modifica]tiensi per lo più indegno colui è più atto a ricevere grazie maggiori.

3. Quegli che n’ebbe meno, non dee rattristarsene, nè indegnare, ovvero portare invidia a colui che n’ha più; ma piuttosto riguardare a te, e la tua bontà altissimamente lodare, che sì trabocchevolmente, tanto graziosamente, e sì di buon cuore, senza accettazion di persone largisci i tuoi doni. Tutte le cose sono da te, e pertanto in tutte sei da lodare. Tu sai quello che sia utile donare a ciascuno: e perchè questi meno, e quegli abbia più, a noi non istà; ma sì a te di sapere, appresso del quale son definiti i meriti di ciascheduno.

4. Per la qual cosa, Signore Iddio, io mi reputo a gran benefizio il non averne di troppi, onde secondo l’appariscenza degli uomini, lode e gloria me ne debba seguire. perchè l’uomo considerata la propria sua povertà e viltà, non pur non dee di ciò sentir noja, o tristezza, nè abbattimento, ma consolazione piuttosto, e grande allegrezza: conciossiachè tu, Iddio, i poveri e gli umili, dispregiati dal mondo, t’hai scelto a domestici, e familiari. Testimoni [p. 173 modifica]ne sono i tuoi medesimi Apostoli, i quali tu hai constituiti principi sopra tutta la terra. Eglino però ci vissero senza querela, cotanto umili e semplici, così sceveri d’ogni malizia ed inganno, che godeano eziandio di sofferir contumelie per lo tuo nome; e quelle cose che il mondo abborre, abbracciavano con grande amore.

5. Niente dunque dee così rallegrare il tuo amatore, e ’l conoscitore de’ tuoi benefizi, siccome l’adempimento della tua volontà in sè, e ’l beneplacito della tua eterna disposizione: della quale egli dee esser così contento, e così consolarsene, che tanto volentieri voglia essere il minimo, come altri vorrebbe essere il massimo; e così quieto e pago dell’ultimo luogo, come del primo; e così di buon animo dispregevole e vile, e di nessun nome nè fama, siccome maggiore, e più onorevole degli altri nel mondo. Imperocchè la tua volontà, e l’amore della tua gloria dee tener luogo sopra tutte le cose, e più dargli consolazione e piacere, che non tutti i benefizi a lui conceduti, o che qui li volesti concedere.