Della imitazione di Cristo (Cesari)/Libro IV/CAPO VII

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VII. Del disaminare la propria coscienza, e del proposito dell’emenda.

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Tommaso da Kempis - Della imitazione di Cristo (1815)
Traduzione dal latino di Antonio Cesari (1815)
VII. Del disaminare la propria coscienza, e del proposito dell’emenda.
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CAPO VII.


Del disaminare la propria coscienza,

e del proposito dell’emenda.


PAROLE DEL DILETTO.


1. Sopra tutte le cose, con umiltà somma di cuore, e riverenza di supplichevole, con piena fede, e pia intenzione dell’onore di Dio fa d’uopo che il Sacerdote si faccia a celebrare, trattare, e ricevere un tal Sacramento. Disamina sottilmente la tua coscienza; e secondo tue forze, con vera contrizione ed umile confessione la monda, e la rabbellisci; in guisa che di nessuna grave colpa, che tu sappia, rimordati la coscienza, e ti vieti il venirci liberamente. Abbi dolore di tutti i peccati tuoi in generale, e de’ quotidiani difetti più spezialmente t’incresca, e ne piangi. E, se il tempo il comporta, confessa a Dio nel secreto del tuo cuore le tue passioni, ed infermità. [p. 304 modifica]

2. Piangi, e ti duoli, che tu sei ancora così carnale e mondano, tanto immortificato delle passioni; così solleticato dagli stimoli della concupiscenza; così mal guardato de’ sensi esteriori; così spesso impacciato in molte vane immaginazioni; cotanto inchinevole alle cose di fuori, in quelle dell’anima sì trascurato; così leggére al riso ed al dissipamento, al pianto ed alla compunzione sì duro; alle agiatezze sì pronto, ed alle comodità della carne, all’austerità, ed al fervor così lento; così vago d’udir novelle, e di ciò che è bello a vedere; così malagevole agli uffici bassi ed abbietti; così cupido d’aver molte cose, nel darne sì avaro; in ritener sì tenace; tanto inconsiderato nelle parole; del silenzio così intollerante; così scostumato ne’ reggimenti, negli atti così affannoso, nel mangiare sì stemperato, così sordo alla parola di Dio; al riposo così veloce, alla fatica sì tardo; così vegghiante alle favole, alle sacre vigilie sì sonnacchioso; così sollecito del finire, nell’attendere così svagato; al debito dell’offizio sì negligente; così tiepido in celebrare, così arido nel [p. 305 modifica]comunicarti; sì di leggieri distratto, così di rado tutto in te stesso raccolto; così subito all’ira; così facile a far noja altrui; a giudicar così presto, così fiero in riprendere, ne’ prosperi casi sì lieto, ne’ sinistri sì vile; sì spesso promettitore di molto bene, e di sì poco per opera osservatore.

3. Or come tu abbia questi, ed altri tuoi difetti con dolore e grande rincrescimento della tua propria fiacchezza, confessati, e piantili, così fa saldo proponimento d’emendare in ciascun dì la tua vita, e in meglio avanzarti. Appresso, con perfetto abbandonamento, e con tutta la volontà sacrifica te medesimo in onor del mio nome nell’altar del tuo cuore in perpetuo olocausto, il corpo e l’anima tua fedelmente in me rimettendo; e sì ti sarà conceduto di offerir degnamente a Dio sacrifizio, e prendere così il Sacramento del mio corpo, che bene ti faccia.

4. Imperciocchè non ci ha al mondo sacrifizio più degno, nè soddisfazion che più vaglia a cancellare i peccati, dell’offerire puramente e interamente se stesso a Dio insieme con l’oblazione del corpo di Cristo nella [p. 306 modifica]Messa, o nella Comunione. Se l’uomo faccia quello ch’è in sè, e pentasi in verità; quante volte per aver grazia e perdono ne verrà a me, vivo io (dice il Signore); il quale non voglio la morte del peccatore, ma sì ch’egli torni a penitenza e che viva; de’ suoi peccati non ricorderommi più avanti, ma tutti gli saranno rimessi.