Della moneta (1788)/Capitolo XV

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Capitolo XV - Titolo delle monete

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Capitolo XV - Titolo delle monete
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CAP. XV.

Titolo delle Monete.


LA moneta ha due usi; come metallo può servire di materia a tutti gli artefatti metallici, come moneta serve a rappresentare tutti i generi in commercio. Se consideriamo questo secondo uso della moneta, sembra cosa assai indifferente il titolo della medesima. Sia fino, sia mescolato con più o meno di lega l’oro o l’argento monetato, sarà atto egualmente a rappresentare qualunque genere dovunque è riconosciuto ed approvato l’impronto della [p. 76 modifica]moneta. Il rame nelle picciole monete non ha meno virtù rappresentativa che l’argento nelle nobili. Però alcune cagioni estrinseche possono determinarci a preferire le monete di miglior titolo. Vi sono delle Nazioni dove l’opinione preferisce le monete più fine, e si ama più nelle monete un marco d’argento fino, che la composizione d’un marco d’argento e mezz’oncia di lega. Vi sono delle Nazioni ancora, che bandiscono le monete di basso titolo. Ciò posto avranno tanto più facile corso presso tutte le Nazioni quelle monete che faranno di titolo più fino, e potranno forse acquistare dal credito un accrescimento di valore vantaggioso a chi le avrà fabbricate.

Considerando poi le monete come metallo, suppongo in primo luogo che il valore metallico è una parte essenziale del valore della moneta. Le lettere di cambio, le polizze, i biglietti, tutte in somma le monete di carta, se rappresentano i valori dei generi, ciò è perchè tali carte sono nelle mani di chi le possiede una sicurezza d’avere a suo piacere il denaro corrispondente. Ma quando le carte hanno ecceduto la somma reale del denaro, quando si è promesso più di quel che si aveva a dare, le carte sono andate in discredito e i banchi hanno fallito. Quelli che hanno [p. 77 modifica]vietato indifferentemente la fusione delle monete, hanno tentato di privare la moneta del suo valore principale, rendendola inetta agli usi fabrili, come abbiamo osservato di sopra. Ma la natura stessa della moneta, che ripugna a tal giogo, ha sempre rese vane tutte queste leggi e sempre sono state liquefatte le monete dagli artisti. Dovendosi adunque considerare moltissimo nella moneta il valor del metallo, ci resta a vedere quali monete sotto quello aspetto siano preferibili, le fine o le basse. Confrontiamo il valore d’un marco d’argento fino col valore d’un pezzo di metallo composto d’un marco d’argento, e mezz’oncia di lega. L’artista credo che preferirà il marco d’argento puro alla composizione, quantunque anche in questa si trovi un marco intiero d’argento. La ragione si è, perchè a lui nulla serve quella mezz’oncia di più di metallo vile, che nella raffinazione dell’argento dovrà consumarsi, e avrà a suo carico la spesa della raffinazione medesima. Dunque sarà maggiore anche in moneta il valore d’un marco d’argento fino, che il valore della composizione suddetta. Ma supponiamo che l’artefice prenda ad egual prezzo il marco d’argento fino, e la detta composizione. Sarà però maggiore la spesa della monetazione volendo frammischiare al marco d’argento la [p. 78 modifica]mezz’oncia di lega, che risparmiandola; perchè questa mezz’oncia costa alla Zecca qualche cosa, e non può nella moneta accrescere il valore del marco d’argento, cui si frammischia.

Però due cose si devono in questo proposito considerare, una è che il raffinamento estremo dell’oro e dell’argento potrebb’essere troppo dispendioso alla Zecca, l’altra che se entrasse una picciola quantità di lega in tutti o quasi tutti gli artefatti d’oro e d’argento, può essere che gli artefici non si curassero tanto, quanto abbiamo supposto, di comprar l’oro di ventiquattro caratti, e l’argento di dodici denari. Sarà dunque un affare di calcolo dopo avere esaminate le spese del raffinamento, e prese le più giuste notizie intorno ai valori che hanno in commercio i metalli nobili di qualunque titolo, il determinare qual titolo si debba assegnare alle monete. Io sarei inclinato a credere che non si correrebbe alcun rischio, e che sarebbe il migliore partito, se si fabbricassero le monete di quel titolo, di cui sogliono essere i più fini artefatti d’oro e d’argento1. [p. 79 modifica]

I medesimi principj onde risulta non doversi mischiar molta lega nelle monete nobili, mostrano insieme che non conviene mischiare una picciola quantità d’argento a molto rame per formarne monete d’un metallo più nobile che il puro rame. Il rame in pasta consuma nella fusione il cinque per cento: la fusione medesima, a cagione della durezza del rame, ne è più dispendiosa che degli altri metalli. La spesa della monetazione relativamente al valore del metallo è enormemente maggiore nelle monete di rame che in quelle d’argento. Da tutti questi capi risulta che il valore del metallo, in confronto del valore totale della moneta, è di gran lunga minore nelle monete di rame, che nelle nobili. Questo male necessario non si dovrà accrescere con inutili e pregiudizievoli operazioni di Zecca. Ora ciò succede ogni qualvolta si fabbricano delle monete erose, in cui a una quantità di rame si frammischia una picciola quantità d’argento. La spesa della separazione dell’argento dal rame in queste tali monete ne assorbirebbe tutto il profitto, o almeno la maggior parte. Dunque l’argento frammischiato in queste monete è d’un valore tutto o quasi tutto perduto per gli usi fabrili. Dunque le monete erose fatte di simili composizioni contengono un valore metallico più [p. 80 modifica]sproporzionato al valore totale che non le monete di puro rame. Un’altra ragione rinforza l’avviso d’astenersi dal fabbricar monete di tali composizioni, ed è che le monete erose si accettano comunemente nel minuto commercio sulla sola fede dell’impronto senza mai esplorarne il peso o il titolo. Saranno dunque invitati facilmente i monetarj falsi da un lucro sicuro e facilmente impune, a fabbricarne delle simili di titolo inferiore. Non v’è diligenza che possa impedire la fabbricazione clandestina delle monete nel proprio paese, e molto meno ne’ paesi stranieri. Una sol volta che riesca una forte distribuzione di monete adulterate dai monetarj falsi, è posto in iscompiglio tutto il sistema della monetazione, e ne divengono difficili e dispendiosi i rimedj. Il miglior partito è di fabbricar tali monete, che i monetarj falsi non abbiano alcuno interesse ad imitarle. Facendo dunque le monete di puro rame non vi sarà più alcuno che possa sperare profitto nell’adulterazione delle medesime.

Si credono necessarie le monete di metallo composto per fare una gradazione fra le monete d’argento e quelle di rame. Sembra che una grossa moneta di rame abbia un peso ed un volume troppo incomodo nel commercio, e che una picciolissima moneta d’argento sia troppo facile a perdersi e a [p. 81 modifica]consumarsi. Se così fosse converrebbe certamente fabbricare almeno una specie di monete di metallo composto passando sopra agl’inconvenienti sopra esposti. Ma io son d’avviso, che si possa fare il passaggio immediato dal rame all’argento senza incomodo del commercio. I bajocchi romani sono grossi pezzi di rame, che però non sono poi tanto imbarazzanti. Quando s’abbia abbondanza d’ogni specie di monete non vi sarà bisogno di cambiare uno Zecchino in tanti bajocchi, e chi ne abbia solo per un quarto di paolo (che è la minima moneta d’argento romana) non ne avrà che due e mezzo. Quindi vedesi che le marajuole (moneta di due bajocchi) usate nello Stato Papalino sono superflue avendosi in poco minor mole il quarto di paolo. Altronde il peso e volume delle monete di rame diviene imbarazzante per chi ne raccoglie una quantità, e questo è bene, perchè così sarà più difficile il traffico sulle monete, onde nascono poi gli sbilancj nei veri valori, i monopolj, le carestie di certe specie, le monete false ec. Per chi poi adopra le monete di rame solo pelle proprie minute spese non avrà mai bisogno d’averne una tal quantità che il peso ed il volume debba essergliene incomodo.

Note

  1. Non intendo qui solamente gli artefatti nazionali, ma gli artefatti in generale di qualunque paese, che circolano in commercio.