Dialoghi degli Dei/2

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2. Amore e Giove

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Luciano di Samosata - Dialoghi degli Dei (Antichità)
Traduzione dal greco di Luigi Settembrini (1862)
2. Amore e Giove
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Amore.
Se ho errato in qualche cosa, o Giove, perdonami, che i’ sono ancora un fanciullo e senza giudizio.
Giove.
Tu fanciullo, o Amore, che sei più antico assai di Giapeto? Forse perchè non hai barba e capelli bianchi, però vuoi passare per bimbo, vecchio e malizioso che sei?
Amore.
E che grande offesa t’ha fatto questo vecchio, come tu di’, che vuoi incatenarmi?
Giove.
Vedi, o furfante, se è piccola offesa: ti fai giuoco di me, non c’è cosa che non mi hai fatto divenire, satiro, toro, cigno, oro, aquila: di me non hai fatto innamorar mai alcuna, non mi sono mai accorto di piacere a nessuna donna: ma mi è forza usare astuzie con esse, e nascondermi: ed esse amano il toro o il cigno, ma se vedesser me, morrebbono di paura.
Amore.
Con ragione: chè elle sono mortali, e non sostengono la tua vista.
Giove.
E come va che Apollo è amato da Branco e da Jacinto?
Amore.
Ma Dafne lo fuggiva, quantunque bel giovane, con bella chioma, e sbarbatello. Se vuoi essere amato non iscuoter l’egida, non portare la folgore, acconciati il viso più dolce che puoi, fa di parer delicato e leggiadro; spártiti in su la fronte i ricciuti capelli, e su ponvi la mitra, vèstiti di porpora, mettiti scarpette ricamate d’oro, componi i passi a suono di flauto e di timpani, e vedrai che verranno dietro a te più donne, che non Menadi a Bacco.
Giove.
Bah! non vorrei far questo per essere amato.
Amore.
Dunque, o Giove, lascia d’amare: questo è più facile.
Giove.
No; voglio amare, ma senza tante brighe. A questo patto ti lascio un’altra volta.