Discorsi sopra la prima Deca di Tito Livio (1824)/Libro primo/Capitolo 9

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Libro primo

Capitolo 9

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CAPITOLO IX


Come egli è necessario essere solo a volere ordinare una Repubblica di nuovo, o al tutto fuori degli antichi suoi ordini riformarla.


E’ parrà forse ad alcuno che io sia troppo trascorso dentro nella Istoria romana, non avendo fatto alcuna menzione ancora degli ordinatori di quella Repubblica, nè di quelli ordini che o alla Religione o alla milizia riguardassero. E però non volendo tenere più sospesi gli animi di coloro, che sopra queste parti volessero intendere alcune cose, dico, come molti per avventura giudicheranno di cattivo esempio, che un fondatore d’un vivere civile, quale fu Romolo, abbia prima morto un suo fratello, dipoi consentito alla morte di Tito Tazio Sabino, eletto da lui compagno nel regno; giudicando per questo, che i suoi cittadini potessero con l’autorità del loro Principe, per ambizione e desiderio di comandare, offendere quelli che alla loro autorità si opponessero. La quale opinione sarebbe vera, quando non si considerasse che fine l’avesse indotto a fare tal omicidio. E debbesi pigliare questo per una regola generale, che non mai, o di rado, occorre ch’alcuna Repubblica o Regno sia da principio ordinato bene, o al tutto di nuovo fuori degli ordini vecchi riformato, se non è ordinato da uno; anzi è necessario che un solo sia quello che [p. 50 modifica]dia il modo, e dalla cui mente dipenda qualunque simile ordinazione. Però un prudente ordinatore d’una Repubblica, e che abbia questo animo di volere giovare, non a sè, ma al bene comune, non alla sua propria successione, ma alla comune patria, debbe ingegnarsi d’avere l’autorità solo; nè mai uno ingegno savio riprenderà alcuno d’alcuna azione straordinaria, che per ordinare un Regno, o costituire una Republica usasse. Conviene bene, che accusandolo il fatto, l’effetto lo scusi; e quando sia buono, come quello di Romolo, sempre lo scuserà: perchè colui che è violento per guastare, non quello che è per racconciare, si debbe riprendere. Debbe bene intanto essere prudente e virtuoso, che quella autorità, che si ha presa, non la lasci ereditaria ad un altro: perchè essendo gli uomini più pronti al male ch’al bene, potrebbe il suo successore usare ambiziosamente quello, che da lui virtuosamente fusse stato usato. Oltre di questo, se uno è atto a ordinare, non è la cosa ordinata per durare molto, quando la rimanga sopra le spalle d’uno; ma sì bene quando la rimane alla cura di molti, e che a molti stia il mantenerla. Perchè così come molti non sono atti ad ordinare una cosa, per non conoscere il bene di quella, causato dalle diverse opinioni che sono fra loro, così conosciuto che l’hanno, non si accordano a lasciarlo. E che Romolo fusse di quelli che nella morte del fratello e del compagno meritasse scusa, e che quello che fece, fusse per il bene [p. 51 modifica]bene comune, e non per ambizione propria, lo dimostra lo avere quello subito ordinato un Senato, con il quale si consigliasse, e secondo l’opinione del quale si deliberasse. E chi considera bene l’autorità che Romolo si riserbò, vedrà non se ne essere riserbata alcun’altra che comandare agli eserciti quando si era deliberata la guerra, e di ragunare il Senato. Il che si vide poi, quando Roma divenne libera per la cacciata de’ Tarquinj, dove da’ Romani non fu innovato alcun ordine dello antico, se non che in luogo d’uno Re perpetuo, fossero duoi Consoli annuali. Il che testifica tutti gli ordini primi di quella città essere stati più conformi ad uno vivere civile e libero, che ad uno assoluto e tirannico. Potrebbesi dare in corroborazione delle cose sopraddette infiniti esempj, come Moisè, Licurgo, Solone, ed altri fondatori di Regni e di Repubbliche, i quali poterono, per aversi attribuito un’autorità, formare leggi a proposito del bene comune; ma gli voglio lasciare indietro, come cosa nota. Addurronne solamente uno, non sì celebre, ma da considerarsi per coloro che desiderassero essere di buone leggi ordinatori; il quale è, che desiderando Agide Re di Sparta ridurre gli Spartani tra quelli termini, che le leggi di Licurgo gli avessero rinchiusi, parendogli che per esserne in parte deviati, la sua città avesse perduto assai di quella antica virtù, e per conseguente di forze e d’imperio, fu ne’ suoi primi principj ammazzato dagli Efori spartani, come uomo che volesse [p. 52 modifica]occupare la tirannide. Ma succedendo dopo lui nel Regno Cleomene, e nascendogli il medesimo desiderio, per li ricordi e scritti ch’egli aveva trovati di Agide, dove si vedeva quale era la mente e intenzione sua, conobbe non potere fare questo bene alla sua patria se non diventava solo di autorità; parendogli per l’ambizione degli uomini non potere fare utile a molti, contro alla voglia di pochi: e presa occasione conveniente, fece ammazzare tutti gli Efori, e qualunque altro gli potesse contrastare; dipoi rinnovò in tutto le leggi di Licurgo. La quale deliberazione era atta a fare resuscitare Sparta, e dare a Cleomene quella riputazione ch’ebbe Licurgo, se non fusse stato la potenza de’ Macedoni, e la debolezza delle altre Repubbliche greche. Perchè essendo dopo tale ordine assaltato dai Macedoni, e trovandosi per sè stesso inferiore di forze, e non avendo a chi rifuggire, fu vinto; e restò quel suo disegno, quantunque giusto e laudabile, imperfetto. Considerato adunque tutte queste cose, conchiudo, come a ordinare una Repubblica è necessario essere solo, e Romolo per la morte di Remo e di Tazio, meritare scusa, e non biasimo.