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Edizione completa degli scritti di Agricoltura, Arti e Commercio/Lettera IX

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Lettera VIII Lettera X
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LETTERA IX.



Veduto abbiamo finora con quali studj ed ajuti le manifatture di seta s’introdussero nella Francia; convien di presente dire, per quali avvenimenti vennero trasferite nella Fiandra, donde poi passarono a stabilirsi nell’Olanda, e, valicando il mare, anche nell’Inghilterra ebber ricetto.

Avvenne, che circa l’anno 1566 si spense il commercio della città di Bruges[1], la quale con esso perdette le ricchezze ed il nome; e di cui fin nella passata età si nominavano in Italia alcune manifatture[2]. In una delle sue piazze, che piazza Borsa chiamavasi dal cognome d’una cospicua famiglia, chè in essa avea la sua abitazione, raccoglievansi tutti i mercanti a trattare le loro faccende; i quali trasferitisi poi col tem[p. 183 modifica]po, quali in Anversa, e quali nell’Olanda e dell’Inghilterra, diedero in ogni luogo il nome di Borsa a que’ siti, dove si ragunavano a parlare de’ loro affari.

L’amplissimo traffico che si faceva in Bruges [3], aveva tratti a quella città infiniti artefici, che sempre più lo rendevano splendido e famoso; onde, essendo colà andata l’anno 1301 la regina di Francia, moglie di Filippo il Bello, ritrovò quelle cittadine così superbamente vestite, che non potè trattenersi di dire con indignazione: Io credeva d’essere qui la sola regina; ma più di seicento ne veggio. E non è punto da maravigliarsi, che le cittadine di Bruges potessero co’ vestimenti loro la regina di Francia uguagliare, e forse ancora nelle gioje; poiché a que’ tempi così povera era la Francia, che la soprallegata regina non aveva altro assegnamento che settecento Tornesi, che sono lire mille quattrocento venete per i suoi minuti piaceri, pel suo mantenimento, e della sua famiglia: valeva lo zecchino a que’ tempi circa lire 4:10, onde quest’assegnamento può calcolarsi a zecchini 300 circa. Io non ardirei affermar questo, se non avessi per pro[p. 184 modifica]va una recente testimonianza, stampata nel la stessa città di Parigi l’anno 1743[4].

L’anno 1566 [5] fu trasferita nella città d’Anversa quella fiera, che solea farsi a Bruges, dove concorsero colle loro ricchezze di drappi di seta i mercanti Italiani; essendosi oggimai cotesti lavori renduti comuni a tutta l’Europa.

La nazione Fiaminga (della cui inimitabile industria in una delle precedenti mie ho dato qualche cenno ) introdusse le manifatture di seta nelle sue città; ma afflitta, e battuta la Fiandra dalle lunghe guerre, e dall’assedio posto ad Anversa nel 1584, da Alessandro Farnese; e trovandosi nel commercio gravemente pregiudicata, avvenne, che il terzo de’ suoi operaj [6], e de’ mercanti, che quivi fabbricavano, e negoziavano di drappi, e calze di seta, andarono parte a stabilirsi nell’Olanda, ed alcuni passarono nel regno d’Inghilterra, dove per l’innanzi non vi era stato mai nè l’uso, nè illavoro delle manifatture di seta. Il signor Mun, inglese, afferma [7], (circa l’anno 1670) [p. 185 modifica]che ottimo reggimento e consiglio sarebbe stato, perchè l’Inghilterra grande utile ne ritraesse, il permettere, che ciascheduno, senza pagare verun dazio, trasportar potesse fuori del paese quelle manifatture, che si fanno colle merci straniere; quali sono i velluti, e molte sorta di drappi di seta: la qual cosa avrebbe giovato a dare a tutti i poverelli di che lavorare; avrebbe destato gli stranieri a portare le merci loro in maggior copia di prima; e grandissimo accrescimento ricevuto avrebbero le rendite del re. E per formar prova de’ detti suoi, riferisce, che pochi anni avanti non v’erano altro, che trecento persone della città e borghi di Londra, le quali di seta lavorassero; laddove nel tempo, in cui egli scriveva, erano applicate quotidianamente in così fatti lavori più di quattordici mila persone, le quali tuttavia debbono oggidì essere grandemente moltiplicate; come si può conghietturare dalle immense somme di seta, che compera l’Inghilterra da tutta l’Italia, dalla Sicilia, dalla Spagna, dall’Indie, e dalla China. Il Parlamento, nelle cui mani sta la direzione dell’importantissimo affare del commercio, non solamente accolse, ed approvò la massima del lasciar uscire libere da ogni dazio le manifatture di [p. 186 modifica]seta, ma ora si restituisce a chi le trasporta, tutto il dazio, che la seta pagò anche nell’ingresso; il che importa circa lire 4 per libbra.

Guido Pancirolo [8], il quale mori nel 1591 dice, che a’ tempi suoi cotanto s’erano aumentate le arti della seta, che il solo Dominio Veneziano ne traeva ogni anno ducati cinquecento mila d’oro: suppongo, che per ducati d’oro intenda zecchini; onde posso con fondamento asserire, che quest’introito, computato il valore del prodotto, e delle manifatture della dominante, e dello stato, s’è duplicato. Aggiunge, che Reggio, sua patria, ritraeva centomila ducati d’oro, e molto più la Sicilia. Soggiunge di poi, che per dire in una parola ogni cosa, era quest’arte l’unico nerbo de’ negozianti, e degli operaj certissimo sostentamento.

Fra tutti gli altri popoli dell’Italia gli ultimi a coltivare la seta furono i Piemontesi, quantunque la terra, ed il clima, quella dell’istessa indole, questo paralello al nostro, sieno attissimi a tale prodotto. Ma que’ sovrani hanno la gloria intera d’averlo in un breve corso d’anni ridotto ad una incredibile moltiplicazione; e nello stesso tempo insegnato a noi il vero modo di lavorare la seta. [p. 187 modifica]

Quanto trascurato fosse nell’età passate questo negozio da’ Piemontesi, si potrà comprendere dalla relazione del nobil uomo E. Girolamo Lippamano, ambasciatore per la serenissima repubblica a quel sovrano.

[9]La gente del Piemonte (dic’egli) non è già vile; perchè vi sono de’ buoni soldati tra loro; ma all’incontro, parlando generalmente, pochissime sono le arti meccaniche; e non solamente queste non hanno, ma d’averne non se ne curano, bastando loro di poter vivere; il che dal popolano, e dalla gente plebea vien fatto ad imitazione de’ gentiluomini, i quali non hanno alcuna sorte di commercio; comecchè col comodo del Po potessero farsi diversi traffici, e per lo stato di Milano, e per tante principali città che sono sopra esso, e per questa città ancora; ma questi non se ne curano, e lasciano che i forestieri col mezzo di tele di canape, lane, ed alcune poche sete arricchiscano in modo, che si può dire, che quanto i mercanti guadagnano per tal via, tanto sia liberamente donato loro da’ Piemontesi; potendo eglino medesimi, quando il volessero, gua[p. 188 modifica]dagnarlo. Nè in fatti hanno altro pensiere che d’aver la caneva ben munita, e d’attendere al mangiare e bere, ed a’ piaceri; e credami la sublimità Vostra, che non è artefice tanto basso, che non voglia man giare selvaticina, ed ogni altra preziosa vivanda; che tanto vale a dire: che quanto hanno e possono avere, spendono nel vivere, ne’ piaceri, e nelle feste; cosa così contraria alla grandezza dell’animo del duca, ch’egli stesso si duole alcuna volta, che non sieno più industriosi; non mancando di metter loro innanzi ogni sorta di mercanzia e di partito: fa cavare acquedotti, ed usa ogni opera per risvegliarli”.

Sarebbe tuttavia nella stessa meschinità, e nel medesimo avvilimento si giacerebbe nel Piemonte il negozio della seta, e seguirebbero i Piemontesi nel loro mal costume di que’ tempi, se il loro glorioso Sovrano Vittorio Amadeo non gli avesse finalmente costretti a vivere, ed a pensare diversamente.

A qual parte di mondo non sono già noti i maravigliosi talenti suoi nell’arti della pace e della guerra? Conoscendo egli que’ larghi vantaggi, che potean trarsi per sè, e per i sudditi suoi dalla produzione della seta; incominciò nell’anno pri[p. 189 modifica]ino della sua reggenza ad impedire il fortivo trasporto de’ bozzoli, ed a procurarne la moltiplicazione: nel che avendo veduto, che vana gli sarebbe riuscita ogni sua attenzione senza la moltiplicazione de’ mori, che sono il fondamento di tal produzione, cominciò ad allettare a ciò l’animo de’ sudditi suoi: e perchè con maggior vigore si movessero а secondare i suoi disegni, aggravò con doppia imposizione que’ campi, che non erano piantati di mori, e dichiarò liberi quelli, che n’erano piantati. Nè questo ancora bastandogli, tutto l’animo suo impiegò, tutti i suoi studj, accompagnandoli colle sperienze, ed osservazioni, che può fare ogni più industrioso mercante; per modo che non v’ha sì perito professore, di cui egli non potesse essere maestro.

Fin da quel tempo in cui venne quest’arte nella nostra Italia introdotta, mai non vi fu chi meglio di lui, e più minutamente l’intendesse; la qual cosa (se avrò tempo) dimostrerà in un ragionamento, che sono per dettare intorno al metodo da lui inventato, col quale fece salire alla maggior perfezione il lavoro della seta, recando con ciò anche grandissimo utile, ed universale a tutti quegli artefici, che in tali manifatture [p. 190 modifica]s’impiegano. Formò leggi, stabili utilissime costituzioni per l’intera arte, fece fare modelli di fornelli, e di tutti gli stromenti da lavorare la seta; e tenendo in buona osservanza esse leggi, gli orsoj turinesi hanno acquistato principalissimo concetto appresso tutte le nazioni.

Fra gli altri suoi nobili divisamenti stabili egli un consiglio di commercio composto di mercanti, di cui egli volle esser capo: delegò poi con titolo di presidente il suo primo ministro; ed egli co’ successori suoi fu deputato superiore.

Joshua-Gee, inglese, formò nel suo animo così nobile, ed alta idea de’ vantaggi recati allo stesso re di Sardegna dal prodotto della seta e dalle manifatture di essa, che a questa sola pare, ch’egli attribuisca l’accrescimento della potenza di questo re.

„È cosa certa (dice questo scrittore [10]) che que’ principi, i quali con attenzione vanno in traccia di persone atte a regolare il commercio nel proprio stato, agli altri principi lo toglieranno, i quali o lo sdegnano, o lo trascurano. Il duca di Savoja altro non possiede, che un piccolo [p. 191 modifica]territorio, nè questo altro produce di conseguenza, che seta; e ci toccò tuttavia vedere questo principe pieno d’ingegno e di penetrazione aumentare a tal segno le rendite sue, che può oggidì facilmente mantenere un’armata di trenta mila uomini, quando in altri tempi a grandissima fatica potea mantenerne diecimila“. Ed in altro luogo[11]: „Quella seta, che noi dall’Italia caviamo, è torta in gran parte, e serve all’orditura delle nostre stoffe. Quasi tutta ci viene dal Piemonte, principato che non è cosi esteso quanto il minore contado d’Inghilterra. Intanto si crede che il re di Sardegna tiri da noi almeno dugentomila lire sterline ogn’anno[12], tutto in danaro contante ". E finalmente ripete[13]: „Le grandi ricchezze de’ Chinesi provano sufficientemente i vantaggi della seta; ed i tesori che il duca di Savoja cava dalla seta del suo piccolo principato del Piemonte, ne sono ancora una prova; poichè se l’Inghilterra sola gli paga dugento mila lire sterline ogn’anno, possia[p. 192 modifica]mo formar giudicio, di quanto egli cavi ogni anno dall’Olanda, e dalle altre parti dove sono cotanto floride queste manifatture.“

Proveremo con un’illustre testimonianza, quanto conghiettura l’autor Inglese, riferendo l’elogio fatto a quel gran principe dal marchese Maffei; il quale avendone goduta l’intima grazia, ed essendo stato di sua confidenza onorato, ebbe più che qualsivoglia altra persona l’opportunità di conoscere le vere cagioni, che aumentarono la sua potenza, e lo colmarono finalmente di gloria col la dignità regia. Cosi adunque lasciò scritto il Maffei [14]: „Ma s’egli è manifesto, che salì assai più alto a’ giorni nostri, che in tutte le passate età per potenza, e per valor d’armi la gloria del nome di Savoja, e de’ soggetti popoli; non è men chiaro, che nello stesso tempo, e per virtù della stessa mente, sopra quello che giammai fosse, vede fiorire in essi l’industria dell’arti, la nobiltà delle opere, e la perfezione de’ lavori. Le manifatture introdotte de’ panni, drappi, stoffe e cristalli non hanno invidia a quelle di qualunque par[p. 193 modifica]te. Questo rifiorire dell’arte terrà luogo di quella miniera d’oro, che fu altre volte in Piemonte, cioè nel contorno di Vercelli, come attesta Strabone, e sì ricca, che narra Plinio, essersi vietato da’ censori con legge, d’impiegare più di cinque mille uomini in tal lavoro“.

Nel numero di que’ principi grandi, che hanno considerato la produzione della seta essere utilissima ed atta ad accrescere l’opulenza e potenza dello stato loro, si dee certamente riporre Schach-Abas il Grande, re di Persia, morto nell’anno 1692, dopo un glorioso regno d’anni 44 [15]. Avendo questo monarca acquistata l’Armenia, trasportò quindi nella Persia ventimila famiglie; le stabilì nella provincia di Ghilan posta fra li gradi 35, 36 di latitudine settentrionale, che produce le più belle sete della Persia; e per averne in maggior copia, nodrisce e coltiva de boschi interi di mori. In questa trasmigrazione (che fa epoca nel commercio dell’Europa, secondo l’autorevole opinione del sig. Savary, come più avanti vedremo) non ebbe Schach-Abas altra intenzione fuor quel[p. 194 modifica]la d’arricchir gli stati suoi. Conobbe, che ciò mettere in esecuzione non si poteva, se non col mezzo del commercio; per la qual cosa rivolse le sue mire alla seta, come la più preziosa merce: ed avendo giudicato gli Armeni, come i più atti a portarla a vendere fuori del regno, in breve (dice il signor Savary) ridusse questi popoli, che prima erano coltivatori di terra, ad essere mercanti; alcuni de’ quali (non tutti, come vuol far credere il signor Savary) sono i più avveduti e destri negozianti che girino per l’Europa.

Questo savissimo principe, quando volle aprire così fatto commercio, incominciò dall’affidare molte balle di seta ad alcuni abitanti di Giulfa, colonia d’Armenia, vicina ad Ispahan (a cui diede questo nome, perchè era quello d’una delle città grandi d’Armenia), acciocchè mandate fossero colle carovane ne’ paesi stranieri, e principalmente in Europa; a condizione però, ch’essi medesimi andassero accompagnandole, e che ritornati, le pagassero a quel prezzo, che prima della loro partenza stabilito si fosse da uomini intelligenti ed onesti; lasciando a chi le aveva trasportate quell’utile, che colle loro fatiche ed industrie s’avevano procacciato. [p. 195 modifica]Rispose ottimamente alla speranza l’effetto, e consegui il suo fine l’aspettazione del principe e de’ mercanti, finattantochè, essendosi vigorosamente fondato il commercio degli Armeni, i re di Persia cessarono d’ingerirsi in esso. Il sopraccitato autore in tal forma conchiude: „Schach-Abas fece in certo modo cambiare l’aspetto al commercio del mondo; e gli Armeni colle ricchezze de’ loro viaggi, dopo d’aver portate in Occidente le merci più belle dell’Oriente, fecero all’Oriente vedere ciò, che di più curioso, e più prezioso l’Occidente possiede".

Scritta ho finora colla possibile brevità la storia d’un prodotto, d’un arte, e d’un commercio inventati, avanzati, e perfezionati mercè gli studj, e le personali applicazioni de’ principi più gloriosi che per lo spazio di quattromila e più anni in Asia, ed in Europa regnarono.

Ma se molto ho detto di que’ principi, i quali vi riuscirono felicemente, molto ancora mi rimane a dire di quelli che inutilmente tentarono, e tentano tuttavia d’arricchire gli stati loro con questo prezioso prodotto. Dimostrerò colla sperienza, e con le più forti ragioni, che tutti i loro sforzi riusciranno vani. [p. 196 modifica]Sarà questo l’argomento che tratterà colle seguenti mie lettere; il quale sarà per noi un valido motivo per animarci a promuovere nello stesso tempo la moltiplicazione, e la perfezione di questo nostro speciale prodotto. Intanto ho l’onore di confermarmi con tutto l’ossequio.


  1. Philip. Honorii Thes. Polit. T. 11. c. 261.
  2. Chereau Hist. du Monde.
  3. Memoires sur le comerce des Hollandoid.
  4. Estrenes Mignones curienses et utiles.
  5. Philip. Honor. Thes. Polit. pag. 262.
  6. Memoires sur le comerce de Hollande. p. 16
  7. Le Tresor du comerce pag. 34.
  8. Nova reperta Tit. XXIV.
  9. Philip.. Honorii Thes. Polit. T. II. p. 414.
  10. Consider. sur le Comerce et Navigat. de la G. B. Pref. pag. 17.
  11. Cap. XXX. pag. 127. 128.
  12. Un milione, e quattrocento mila ducati correnti in circa.
  13. Pag. 131.
  14. Ist. Diplom. Prefaz.
  15. Savary Diction. Univ. de Com. T. 21. l. A. pag. 182.