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Edizione completa degli scritti di Agricoltura, Arti e Commercio/Lettera VIII

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Lettera VII Lettera IX
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LETTERA VIII.



Debole materia sembrerà forse ad alcuno, ch’io inviti VV. SS. Illustriss. a riflettere, qual progresso abbia fatto quasi per tutta l’Europa la manifattura delle calze di seta. Tale però non parrà certamente a chiunque vorrà considerare, esser questo un capo nel commercio, che porta ciascun anno a’ Genovesi, ed a’ Francesi alcuni milioni; e che la Francia sola provedendosene da sè, risparmia un milione di scudi, ch’ equivagliono a’ nostri ducati correnti, ch’essa spendeva, quando le calze di seta non venivano usate da altri, che da’ principali personaggi, e da’ più ricchi. Quanto più non ispenderà al presente, che l’uso è divenuto cotanto universale, che se ne vestono gli stessi servidori ed i lacchè? Considerate, ch’essa ne manda gran quantità fuori del regno, e se le fa pagar molto bene da tutte le nazioni, [p. 170 modifica]a cui ne spedisce: e benchè dappertutto sieno introdotti i telai, supera ogni credenza la copia, che ne consumano gli Spagnuoli, ed i Portoghesi coi paesi dell’Indie, che da essi dipendono, la maggior parte proveduti da’ Francesi e da’ Genovesi.

Prima di cercare l’origine del telajo da calze, debbo, Illustrissimi Signori, farvi osservare, che neppure gl’investigatori più curiosi delle invenzioni ed usi degli antichi, come furono Polidoro, Virgilio, ed il chiarissimo Muratori, non hanno saputo ritrovare l’invenzione delle calze lavorate ad aguglia, cioè col mezzo di alcuni aghi ben lunghi di ferro liscio, o d’ottone, co’ quali si fa un intreccio d’inumerabili gruppi, che maglie son detti.

Gli antichi Romani coprivano le gambe con de’ panni grossi, che dalla bassa plebe eran detti Chiffones[1], da cui derivò al nostro dialetto Scuffons. Usavano altri diverse altre qualità di drappi, che cucivano, per adattarli alle gambe; ed anche le fasciavano. Nude portavan le coscie abborrendo le brache, perchè usate da’ barbari, che per derisione bracati chiamavano [2]. [p. 171 modifica]

[3]Gl’Inglesi, ch’ebbero i primi lavori ad aguglia dalla Scozia, ne attribuirono agli Scozzesi l’invenzione, il che pur fecero i Francesi[4], perchè le prime opere ad aguglia ebberle essi pure dalla Scozia; e perchè la compagnia de’ lavoratori ad aguglia, stabilita a Parigi l’anno 1527, prese per suo protettore S. Fiacre figlio d’un re di Scozia.

Io cercandone per conghiettura l’origine Italiana, parmi ritrovarla nella cotta di maglia, armatura difensiva degli antichi (da cui forse derivò anche il nome della cotta, di cui si cuoprono i preti). Le manifatture ad aguglia, di cui oggi si fanno anche degli abiti interi, tanto da uomo, quanto da donna, sono un composto d’innumerabili maglie, ridotto a facilissimo lavoro per la flessibilità de’ fili di lino, di seta, o d’altre materie, di cui si fanno questi lavori. Le maglie, di cui sono composte le cotte di maglia, sono d’acciajo rotonde, e saldate. Maglie chiamansi anche i vani delle reti, e dialtre opere lavorate a guisa di rete, le quali sono o più o manco larghe, ma sempre più larghe di quelle delle calze. Perchè però [p. 172 modifica]non si confondano nelle reti i vani, onde si renderebbero inutili così quelle per l’uccellaggione, come quelle per la pesca, fermasi ogni maglia con un gruppo: e quindi derivò il proverbio, che usiamo quando si stabilisce un affare, e sul fatto stesso s’eseguisce: far gruppo, e maglia. Questa mia conghiettura però resti soggettata, siccome intendo che resti ogn’altro mio pensamento, alle savie decisioni di VV. SS. Illustrissime. Ma ritorniamo a ricercare l’origine, ed utilità del telajo da calze.

Narrasi, che l’ingegnoso Amore, primo inventore della pittura, lo fosse anche di questa macchina. Imperciocchè, andando un signor Inglese innamorato a visitar talvolta la giovane da lui amata, ritrovolla un giorno tutta applicata al lavoro d’una calzetta ad aguglia. Per la qual cosa non prestando essa, come pur solea fare, quel giorno attenzione alle sue parole, egli gravemente sdegnato di ciò, le strappò di mano il lavoro, e tutto glielo disfece; il che cagionò tanta collera nell’animo della giovane, che da sè discacciandolo gli fece giuramento di non volerlo più vedere, nè ammetterlo alla sua presenza, s’egli prima colle sue proprie mani non le avesse tutto quel lavoro rifatto. La passione [p. 173 modifica]amorosa dunque, che in lui grandemente potea, tanto gli aguzzò l’intelletto, che per riacquistare l’amata, inventò questa macchina, il cui artificio non si potrebbe mai abbastanza ammirare, nè commendare, come difficilmente si può comprendere anche tenendola sotto gli occhi; anzi è sì difficile, e cotanto intralciato, che impossibile cosa è il descriverlo o con parole o con qualche piano disegno.

Quantunque io abbia infino a qui parlato di cosa, che nel principio potea credersi soverchia; credo tuttavia, che sebbene quanti leggeranno questi fogli, avranno sempre fatto uso di calze di seta, non saranno però mai stati mossi dalla curiosità di sapere, in qual forma esse vengano lavorate. Nè punto è da maravigliarsi di ciò, poichè non è questa sola quella cognizione, che dagli uomini non sia ricercata. A migliaja ve ne sono, e tutte utilissime, e degne d’ammirazione, le quali essendoci sotto gli occhi continuamente, non sono da noi per mancanza d’esame conosciute.

[5] „È una gran maraviglia (dice il signor Fontenelle) a dire, quante cose ab[p. 174 modifica]biamo noi sotto agli occhi nostri senza punto esaminarle. Invenzione ed ingegno risplendono delle botteghe degli artigiani, e tuttavia non attraggono gli sguardi nostri: agli stromenti, ed alle maniere lor d’operare utilissime, e molto ingegnosamente immaginate, mancano gli spettatori. A chi sapesse stupirsi con senno, quali cose potrebbero esservi più maravigliose?

Il signor Loke[6] qualche cosa sapea, quasi di tutto quello, che può esser utile al genere umano: la qual cognizione aveva egli acquistata, compiacendosi d’intrattenersi ragionando colle persone di quelle faccende, ch’esse intendevano il meglio. D’erbe e di fiori col giardiniere favellava, col giojelliere di pietre preziose, e col chimico della chimica: la qual piacevolezza e bella maniera legava l’animo di quelle persone, le quali appena sanno per l’ordinario d’altre cose formar parola fuori del loro mestiere. Vedendo esse dunque, ch’egli facea conto delle loro occupazioni, trovavansi dall’allettamento dell’amor proprio invitate a fargli conoscere la loro abilita: ed egli della loro conversazione traeva utile, dicendo che la conoscenza delle [p. 175 modifica]arti in sè conteneva più verace filosofia di certe belle e scientifiche proposizioni, che non avendo attenenza veruna alla natura delle cose, ad altro finalmente non vagliono, che a far perdere il tempo, per inventarle e per comprenderle.

Avveniva dunque, che interrogando gli artefici del loro mestiere, trovava quel segreto delle lor arti, ch’essi medesimi non avevano ancora inteso, ed all’incontro dava a quelli spesso suggerimenti di nuove invenzioni, che alle arti, red agli artefici recavano giovamento.

Ma per tornare donde ci siamo partiti, dee sapersi, che i Francesi contrastano agl’Inglesi l’invenzione del telajo da calze. Sembra tuttavia, che il comun parere degli uomini lo riconosca dagl’Inglesi; ma non si potrebbe dare definitiva sentenza, senza udirne le ragioni degli uni, e degli altri: nè io potrò in ciò altro fare, che riferire quanto il Savary lasciò scritto [7].

Asserisce egli dunque, che avendo un francese inventata questa non meno ammirabile che utile macchina (che tale egli la chiama; nè v’è esagerazione) incontrò qualche difficoltà nell’ottenere un privilegio esclusivo da [p. 176 modifica]lui dimandato, per ristabilirsi in Parigi. Per la qual cosa passò in Inghilterra, dove ritrovò, che la sua macchina venne grandemente ammirata, ed egli come inventore n’ebbe larghissimo premio.

Ebbero gl’Inglesi gelosia tale di questa nuova invenzione, ed in guisa la custodirono, che per lungo tempo fu a pena di vita vietato il trasportarla fuori di quell’isola e il dare di essa modello veruno agli stranieri.

Non ostante questa gelosa custodia riuscì al N. U. Antonio Correr, cavaliere [8], nel suo ritorno dall’ambasciata d’Inghilterra l’anno 1614, di seco condurre due artefici con tutti gli strumenti necessarj a lavorare così fatti telaj, e così nobili macchine, che prima non s’erano vedute in Italia. Fece indi allevar quattro giovani nella professione, e fabbricare altrettanti telaj con molta spesa. Quegli che riuscì valente sopra tutti fu Augelo Morgola qu. Cesare Trivigiano. Poi regalati e rispediti alla patria loro gl’Inglesi a spese del Kav. Correr, consegnò ad essi un giovane, che poi ritornò del tutto perito del mestiere, e che indi a poco tem[p. 177 modifica]po rimasto solo, avanzò di molto la sua fortuna, ed era da tutti desiderato.

Essendo stato Francese quegli, che aveva colla sua invenzione introdotta quest’arte cotanto utile in Inghilterra; un Francese quegli fu, che alla sua patria la rendette. Conciossiachè trasferitosi a Londra, gli riuscì di penetrare, dove si custodivano queste macchine, e mercè il suo raro talento, avendone compreso tutto l’ordine meccanico, così per uno sforzo di maravigliosa memoria, fabbricò in Parigi dopo il suo ritorno, l’anno 1656, il primo telajo, che servì poi di modello a tutti gli altri, che si fecero dappoi nella Francia, nell’Olanda ed in altri paesi.

Non posso io qui defraudare della meritata lode, nè lasciar d’onorare, e trasmettere alla posterità la memoria di Giambattista Carli di Gemona, fabbro eccellente, quanto altri mai fosse; il quale in ogni genere di lavoro, e di qualunque metallo, e principalmente di acciajo, non solo squisitamente imitò i più fini lavori dell’Inghilterra; ma venuto giovane in Venezia, e veduto uno di questi telaj, ritornato a casa sua, uno ne fece perfettissimo in tutte le sue parti. Comperollo il signor Francesco Alpruni nostro [p. 178 modifica]concittadino, il quale con decreto dell’eccellentissimo senato ottenuta aveva la licenza di farlo lavorare; ma la gelosia degli artefici di Venezia in modo s’adoperò, che fu vietato al Carli l’edificarne di nuovi; ed ottenne, che per que’ telaj, che per l’Alpruni si fabbricavano ne fosse sospeso il lavoro. Fu pertanto trasportata da quegli artefici di Udine l’arte a Gradisca; e laddove prima gli Austriaci confinanti venivano a provedersi di calzelte in Udine, passarono gli Udinesi a provedersi a Gradisca. Ma la pubblica sapienza, cambiato consiglio, rivocò la proibizione; poco avanzamento però fece quest’arte, la quale solamente da’ confinanti potea trarre qualche utile.

La prima manifattura dunque di calze ai telajo, che in Francia fosse veduta, fu nell’anno 1656, stabilita nel castello di Madrid (di cui abbiamo altrove parlato), sotto la direzione di Giovanni Hindret.

Ebbe questo primo stabilimento un maraviglioso progresso. Per la qual cosa l’Hindret formò nel 1666 una compagnia sotto la protezione reale, e perfezionò in maniera la manifattura delle calze, che nel 1672 s’eresse a favore degli operaj una confraternita di maestri operaj di calze di seta; i cui [p. 179 modifica]statuti, decreti, regolamenti generali, interpretazioni, aggiunte formerebbero un volume la metà di quello dello statuto della nostra patria.

Veniva riserbato il compimento delle grandi idee sopra la produzione, e le manifatture di seta d’Enrico il Grande, a Luigi il Grande suo pronipote, il quale non meno del primo volle che queste meritassero luogo fra’ suoi ampj e sublimi pensieri [9]. Attese egli fin dagli anni suoi giovanili a far coltivare e moltiplicare i mori, vedendo, che col crescere di questi, s’accresceva altresì la ricchezza del suo regno; e conosciuta l’abilità de’ Francesi per le manifatture, la fecondità per le invenzioni, la vivacità del loro ingegno, e l’industria singolare pel traffico, cercò di determinarli stabilmente a tale esercizio, a cui per altro non erano per natura inclinati. Gli venne fatto di muoverli a cambiare pensiero ed intenzione, facendo loro conoscere, che con uguale vantaggio poteano ingrandire colla gloria dell’armi le loro famiglie, e far nello stesso tempo le proprie fortune rifiorir col commercio. A tal fine [p. 180 modifica]una legge pubblicò a vantaggio della mercatura; dichiarando, che l’esercizio di questa non recava pregiudizio veruno alla nobiltà di coloro che la professassero; e che sarebbero degli officj dello stato capaci. Tolse via in tal forma il più gagliardo ostacolo, che distornar poteva gli spiriti più generosi dal trafficare; e conoscendo l’umore della nazione signoreggiata da lui, del tutto inclinata ad imitare l’esempio de’ suoi re, gl’invitò, e scortò coll’esempio suo. Un re di Francia (dice il Sig. di Voltaire) non ha che a volere una cosa: e i Francesi fanno quanto si vuole[10]. Ecco il fondamento di tutta la potenza e felicità della Francia, che quando il vuole il re, tutta è guerriera, e quando a lui giova, è tutta data al commercio.

Volendo il re Luigi con tutto il suo potere rinvigorire nel suo regno il commercio, ed accrescerlo e sostenerlo, somministrò fondi a pro di quello; ma vedendo che la maggior utilità veniva da quello della seta, propose d’entrare egli medesimo a parte delle diligenze, de’ frutti, e de’ rischi di questo per la qual cosa determinò un consiglio di [p. 181 modifica]commercio, che in sua presenza raunavasi; ed avendo stabilite in Parigi nuove manifatture di drappi di seta, e broccati d’oro, (che furono poi tutte trasferite a Lione) andava egli stesso a visitarle più volte, per acquistare notizia degli avanzamenti che gli operaj vi facevano, e del vantaggio che ne traevano le arti.

Tale utilità ebbe la Francia per gli studj, e le attenzioni del re, che le manifatture de’ Francesi, o quelle ch’essi dagli stranieri presero ad imitare, giunsero all’ultimo grado della perfezione per i saggi regolamenti, e per la cura de’ magistrati che li fanno puntualmente eseguire. Quindi avvenne, che la Francia si rendette, per così dire, tributario il lusso, ed il capriccio di tutte le nazioni; poiché Parigi e Lione forniscono al bisogno, alla pompa, ed alla gala di tutte le corti, e di tutti i signori dell’Europa. Mi confermo a’ loro stimatissimi comandi, e con tutto l’ossequio passo a segnarmi.

  1. Chiffones calceamenla vilissima. Dufresne Gloss. T. 2. pag. 534.
  2. Persius Sat. III. v. 53.
  3. Chambers Dizion. Univ. T. II. pag. 182.
  4. Savary. T. 1. pag. 319.
  5. L’esprit de Fontenelle.
  6. Lettres serieuses, et badines lett. 12. pag. 209.
  7. T. I. pag. 319.
  8. Notizia tratta da alcune memorie che si conservano nella preziosa, e copiosa raccolta di mss. di S. E. Pietro Gradenigo.
  9. Casoni Istit. di Luigi XIV. Pár. I. a car. 278. 279.
  10. Savary Diction. Univ. de Comer, Preface pag. 11.