Edizione completa degli scritti di Agricoltura, Arti e Commercio/Lettera VII
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LETTERA VII.
Quali,e quanti fossero gli avanzamenti, che fece in Napoli il negozio della seta, VV. SS. Illustriss. lo videro nelle precedenti mie. Ora vedranno, come a questo regno gravissimo pregiudizio recato abbia una gravezza inopportunamente imposta da un vicerè, il quale temendo di cadere in disgrazia del suo sovrano, volle con un aspetto falso di benemerenza appresso di lui sostenersi.
Essendo stato dalla corte di Spagna mandato nel regno di Napoli vicerè Innico di Mendozza marchese di Mondegar, avvenne, ch’egli, per aver molti gravi disordini, e violenze commesse fu richiamato in Ispagna, prima che giunto fosse al termine della sua reggenza. Questi, per coprire, il meglio che sapea, i commessi errori, procuro di vantaggiare l’erario regio coll’imporre nuove gravezze; e specialmente sopra la seta: e da questo suo mal pensamento n’avenne, quel disordine, che vien riferito da Filippo Onorio nella sua relazione di Napoli[1] da me qui rapportata, con le sue medesime parole per non togliere punto di fede alla verità.
„Si pate ora incredibilmente, pagandosi, come ho detto, le cose a prezzo straordinario; ed essendosi anche rallentato ilmolto lavorare, che faceva l’arte della seta, colla quale s’intrattenevano quattro quinti di questo popolo; conciossiachè avendo il vicerè imposta una nuova gravezza a quest arte; cioè, che tutta la seta, che si caverà dal regno di Napoli lavorata, e da lavorarsi, paghi un carlino per libbra[2], ed essendo che questa gravezza appresso l’altre, che sono pure nella medesima estrazione di robba fa, che i mercanti forestieri non si servono più tanto di questa città, potendone aver altrove con minore imposizione; i mercanti Napolitani non fanno più fabbricare tanti panni di seta, quanti facevano: e stanno in forse di potergli smaltire: dalla qual sospensione di lavori non correndo il danaro, come soleva, si pate anche, come ho detto, gravissimamente; e perciò l’anno passato vogliono, che fosse negato a S. M. un sussidio, che domandava per le cose di Fiandra di duecento mila scudi.”
Accenna l’autore alcune violenze, che cagionarono in Napoli diversi tumulti pericolosi; indi ripiglia:
„Ma se ha perduto di riputazione, (il vicerè) in questo ha poi accresciute l’entrate di S. M. colla nuova gabella della seta, che importa circa centomila scudi l’anno; e con quella delle carte da giuoco, che s’affitta scudi ventimila, se però colle conseguenze, che si sono considerate di sopra, questo accrescimento d’entrata, massime della seta, può aversi per accrescimento tale, che non sia forse per apportare diminuzione”.
In tal guisa gl’indiretti fini d’un ministro, ricoperti col nome di vantaggi del re, fecero gravissimo pregiudizio alle speranze, ed agli studj dello stesso re, il quale cogli occhi suoi proprj a guisa di padre guardava il bene de’ sudditi suoi: ed ecco distrutta l’opera, e l’attenzione di secoli.
Permettano V. S. Illustrissime ch’io qui rapporti una lettera scrittami l’anno passato da un nostro concittadino, dalla quale raccoglieranno, in quale stato di languidezza ritrovisi ancora il commercio della seta in quel vastissimo e fecondissimo regno.
1762.
„Fra i ricchi prodotti del regno di Napoli ricchissimo è quello della seta, calcolandosi, che l’annuale raccolta ascenda alla somma di circa novecentomila libbre.
„Le provincie più doviziose di questa preziosa merce sono le due Calabrie, e la provincia di Terra di Lavoro, chiamata anticamente per la sua fecondità, la Campagna Felice, ricavandosi da’ registri, che queste tre provincie rendano un anno per l’altro circa ottocentomila libbre di seta. E vie maggiore altresì esser potrebbe la copia di cotale prodotto, se qui si pensasse alla miglior coltura de’ gelsi, e se i villici animati fossero con qualche esenzione all’ingrandimento di questo commercio. Al qual proposito è da riflettersi, che gravi e assai pesanti sono i dazj; calcolandosi ch’ogni libbra di seta prima di esser convertita in manifatture, paghi l’aggravio esorbitante di sei carlini [3]. „Tutta questa gran seta, trattane piccola porzione, che qui si consuma in lavori di non molta conseguenza per uso della capitale, e delle provincie, se ne va fuori grezza, e la maggior parte viene comperata da’ Francesi [4], da’ quali poi convertita che sia in drappi e stoffe di specie differenti viene qui ricomprata con aumento grande di prezzo, e con danno sensibile dello stato, il quale spende e spande, per ottener dagli altri ciò, che potrebbe avere in casa propria, con manifesto vantaggio de’ sudditi e del regio erario.
„In fatti grande è l’indolenza degli abitanti, o per meglio dire, del governo nella coltura di questo prodotto. Abbonda il regno d’acque, e di tutto ciò che può essere necessario per la costruzione degli edificj, i quali potrebbono servire ad utile trattenimento a moltissima gente che sta oziosa e scioperata, nè si pensa, nè si è pensato mai a procurare un’industria cotanto importante. In tutto il regno non si trova un edificio che vada ad acqua, e pochissimi sono quelli che girano a mano per il lavoro delle sete, che qui s’impiegano,, in manifatture; giacchè, come s’è detto, tutta la seta che avanza, esce fuori del regno grezza.
„Scarsi però sono i lavori che qui si fanno, e que’ pochi si smaltiscono nel regno; nè per questo conto vi è commercio colle piazze forestiere. Il grau consumo, che qui si fa, è delle manifatture forestiere, come di Francia e di Toscana; per le quali esce annualmente molto denaro; lo che fa, che in bilancia di commercio va sempre al disotto lo stato; dal che poi ne nascono le alterazioni ne’ cambj con tutte le altre conseguenze, che si comprendono agevolmente da chi sa, che cosa sia il vero sistema d’un governo economico. Ed ecco in poche parole ristretto il tutto che può aver relazione allo stato, in cui di presente si vede l’industria della seta in questo regno. Sono ec.
Erano già state portate all’eccesso queste gravezze sopra la seta anco in questo nostro stato di quà dal Mincio; e rendute di troppo grave peso a’ contadini: era vicino a perdersi ed a perire questo prodotto, unica nostra speranza, se non accorreva la mano pietosa del principe a preservarcelo colla diminuzione di due terzi della gravezza. Egli è veramente cosa da farne le più alte maraviglie, che tra noi siensi ritrovate molte persone di credito, le quali fecero ogni sforzo, perchè continuassero anche con sì grave pericolo le stesse gravissime imposizioni. Accennerò soltanto, che dopo la riforma del dazio, che segui l’anno 1736, s’è ogni anno moltiplicato il prodotto, a quest’ora quasi duplicato; e che per fortunate combinazioni è accresciuto il valor delle sete, e la riputazione delle nostre: e dall’anno suddetto (epoca memorabile) a questo, sono venuti nel Friuli in danaro contante, e nelle più nobili valute più di otto milioni di ducati correnti; della maggior parte de’ quali la nostra patria sarebbe stata defraudata, se prevaluto avessero i voti degli oppositori. A qual estrema miseria sarebbero ridotti buona parte de’ villani e della plebe? Quanto minore sarebbe stato il prezzo delle biade, de’ vini, e degli altri prodotti? Di quanti comodi, e piaceri della vita anco più innocenti avremmo dovuto privarci, se un tale soccorso ci fosse mancato? Non attribuisco però a malizia degli oppositori un errore sì grave, di cui n’avrebbero ancor essi portata la loro parte di pena; ma Ger tamente ci hanno posti in sì pericolosa contingenza, per non avere le molte e necessarie cognizioni, per formare un retto giudicio sopra un affare che interessa ogni classe di persone, e decide della sorte della nostra patria.
Ottimo consiglio, cred’io, sarebbe, che volendo un principe imporre un novello dazio, oltre agli altri esami facesse ancora minutamente, e colle più mature e giuste riflessioni pesare, e ventilare l’effetto, che quindi fosse per nascere nel tempo avvenire; imperciocchè accade tal volta, che per una parte una gabella nuova apporti all’anno un centinajo, e per l’altra poi un migliajo si perda.
S’egli però talvolta accadesse, che con proibizioni, gabelle, o altra somigliante cosa si fosse danneggiato il commercio; ottimo consiglio sarebbe il seguire l’esempio Enrico IV. già tante volte ricordato, nè mai abbastanza lodato.
Avea egli nel 1599 con un editto vietate le manifatture straniere, tanto di semplice seta, quanto di seta con oro ed argento ad istanza de’ mercatanti di Tours, dove le prime manifatture fiorirono. Aveano costoro una pretensione di poterne tante fabbricare, quante sufficienti fossero al provvedimento di tutto il regno; ma essendosi osservato, che tal qualità di stabilimenti giovavano solamente a quelli che n’erano i padroni, e sturbavano ed incomodavano tutti gli altri, fu in breve riconosciuto, che quello avrebbe distrutta la città di Lione, e ridotte a nulla le fiere d’una piazza, chiamata, pel suo ricco commercio di seta, porta dorata della Francia. Vennero tali considerazioni rappresentate a quel savissimo re, il quale, dice lo Storico, non s’ostinava mai a far valere la sua autorità assoluta sopra le chiare ed evidenti ragioni: onde in grazia de’ mercanti di Lione rivocò il fatto decreto.
Il più orribile ed esecrabile degli assassini tolse la vita a quest’ottimo re, e troncò ad un tempo le sue più belle speranze alla Francia; le quali qualche tempo restaron sepolte, è vero, ma germogliarono più vigorose sotto il di lui pronipote Lodovico XIV. Colla morte d’Enrico mancò quella mente, che animava e diriggeva un’impresa, che mai non riuscì grande, se non quando un intrinseco affetto de’ principi, delle comunità, e de’ magistrati la coltivo.
Pare perciò, che dopo la morte di lui l’affare della seta venisse grandemente in Francia trascurato; poichè monsignor Hardouin[5] afferma, che chi dopo la morte del re Enrico avesse avuto cura di mantenere gli ordini stabiliti da lui, e gli avesse fatti promulgare per le altre provincie, avrebbe risparmiato alla Francia più di cinque milioni[6], ch’essa spendeva a’ suoi tempi ciascun anno fuori del regno, per provvedersi di drappi di seta: indi soggiugne, che si sarebbe fatto guadagnare di che vivere ad un milione di persone inutili ad altre faccende, quali sono i vecchi, i fanciulli, e le fanciulle; e si sarebbe dato il modo a quel popolo di pagare più facilmente le imposte, e le taglie con quell’utilità, che di tale industria si fosse ricavata.
Si trattengano per un poco VV. SS. Illustriss. a riflettere, come questo chiarissimo prelato conoscendo quanto bene il commercio della seta conciliava l’interesse del re con quello de’ sudditi suoi, cercò d’instillare queste belle massime nell’animo del suo alunno Lodovico XIV. per cui instruzione scrisse la vita del di lui grand’avo. Vedremo appresso, quanto bene profittò di questa lezione.
Il P. Weber[7] che da lungi udiva quelle numerose piantagioni di mori, che il re Enrico faceva fare per la Francia, credette che ciò fosse per un capriccioso amore, che quel re avesse per quest’albero. Imperciocchè, per fare che i di lui sudditi meglio a questa pianta s’affezionassero [8] volle, che alcuni viali nello stesso giardino delle Tuillerie di Parigi ne fossero piantati, i quali per lungo tempo si conservarono, e tutte le case di Parigi, che avevano luogo comodo a ciò fare, un qualche moro, come pianta pellegrina, sin nella passata età nodrirono [9].
Cinque anni dopo la morte del Re [10], Antonio di Montchretien sig. di Vateville presentò al re ed alla regina madre un trattato d’economia politica, nel quale con ogni suo studio cercò di risvegliare nella regina, e suggellare nel cuore e nella mente del giovanetlo re Lodovico XIII. le massime del padre. Di tutto esso trattato io riferirà qui solamente quella parte, che al mio argomento appartiene.
„Dopo la drapperia di lana (dic’egli) seguita quella della seta, o per meglio dire, essa l’avanza nel prezzo, nella rarità, e negli usi pel nostro lusso. A confessare la verità, essa porge agli uomini un grande ornamento, e degna è di grande stato; anzi lo stesso regno di Salomone qualche stima ne prese. Fa essa altresì risplendere lo spirito, e la ricchezza d’un popolo; ma questo principalmente avviene, quando egli la deve alla sua propria cura, ed industria, senza trarla a forza di danaro dalle mani straniere; imperciocchè in questo caso il costo gliene dovrebbe far perdere il piacere. Tuttavia egli è tutto il contrario in riguardo a noi; perchè ci serve dessa, ed, è un allettamento alla nostra curiosità. Noi abbiamo opinione d’essere i meglio vestiti, quando lo siamo a maggior prezzo. Crederei, che questo errore non potesse giammai vincersi in noi, se non avessimo l’esempio del nostro re Enrico II. che indusse tutta la sua corte in meno di due anni, ed in conseguenza la Nobiltà del suo regno, al primo uso del panno, la qual verità è da questo verso provata:
Comunement la sujete province
Forme ses moeurs au moule de son prince.
„La modestia è una bella virtù dell’uomo, ed è il testimonio esteriore di un’anima ben formata al di dentro. È vero, ch’essa non dipende sempre dalla semplicità dell’abito, e che i più vivi raggi sfavillano dalle nostre parole, e risplendono ne’ nostri costumi. Il pudore, guardia fedele della virtù, risplende così bene sotto la seta, come farebbe sotto un grossolano abito di lana. L’abito meschino e sordido mostra un certo che di villania; ed è senza dubbio cura degna d’un principe eccellente il provedere all’onestà, e gentilezza delle vestimenta de’ suoi sudditi: ad esempio d’Augusto il quale, dopo aver posto in pace l’impero, vedendo i senatori nel grado loro troppo meschinamente vestiti, fece loro prendere una più conveniente proprietà, una magnificenza onesta, e degna della romana grandezza. Così il nostro grande Enrico, principe d’immortale memoria, dopo d’aver col valore della sua spada innalzato l’onore di questo stato, rimessa la pace dappertutto, e ristabilito l’ordine delle provincie, prese molto a cuore il disegno di far abbondare la seta in questo regno, acciocchè i sudditi suoi se ne potessero abbellire con maggiori ornamenti, ma con spesa minore, che per lo passato: la qual cosa sarebbe senza verun dubbio a sua consolazione riuscita, e pel bene ed onore del suo popolo, se coloro, sopra i quali la maestà sua riposava circa la condotta di quest’affare, l’avessero secondato con un giudicio uguale al suo affetto. Tutto quello, che in bene ci è ridondato, si è il desiderio, ch’egli fece nascere in molti di procurarsi il profitto delle sete, il quale ha prodotto il frutto, che al presente ne deriva alla Provenza, Linguadoca, Delfinato, Turena, Lionese, e a diversi altri luoghi della Francia, di sopra quattro o cinque cento mila libbre; il che è una chiarissima prova, che la Francia può produrre seta da sè, e della migliore del mondo, senza comperarla a così caro prezzo dagli stranieri; mentre quanto alla fabbrica appartiene, non è forse noto a ciascheduno, che da lungo tempo noi l’abbiamo a Lione ed a Tours? Sì grata e dolce aria hanno quelle città, e cotanto ingegnosi sono que’ popoli, e delicati nel maneggiare la seta, e sì atti a nodrire i vermicelli; il territorio è sì abbondante nel produrre i mori, che si può benissimo giudicare, quanto potrebbe farsi di più; e senza dubbio, se la regia mano avesse potuto spargere la sua nube d’oro, da tale inaffiamento essa avrebbe fatto nascere de’ boschi di seta.
„Ricercansi molte osservazioni allo stabilimento di qualunque arte in qualsivoglia luogo, e molti esami vi si desiderano. Se una ne manca, e un disegno cominciato bene a tristo fine riesce, non è biasimevole l’impresa, ma la condotta. Il buon cultore de’ campi, prima di affidare la sua semente alla terra, ricerca egli medesimo, e studia la qualità di quella, per sapere qual sorta di grano le sia meglio conveniente; poichè non ogni grano dappertutto riesce bene. Così coloro, che vogliono piantare alberi, formano giudicio del suolo, e di quelle piante, ch’esso spontaneamente produce; imperciocchè per l’ordinario i meli, i peri, gli abeti, i faggi, e gli olmi non amano lo stesso fondo, e tutti i tralci delle viti non fruttificavo egualmente nella vigna medesima. Alessandro il Grande amava l’edera a cagione del Dio Bacco, di cui voleva con affettazione essere imitatore. Ma per qualunque cura vi mettesse, non potè mai farla nascere in Babilonia. Egli è cosa difficile lo sforzare il genio d’un luogo, ma facile il riconoscerlo; poichè produce da sè certi germi, e dà in si breve tempo le naturali testimonianze della sua fecondità, che il buon economo, secondandolo coll’industria sua, ne cava alcuna volta un frutto, che supera le sue speranze.
„Se noi non perdessimo così tosto il coraggio nei nostri disegni, qualunque sia la difficoltà che incontriamo; e se avessimo altrettanto senno nell’operare, e perseveranza nelle dovute circospezioni per que’ buoni artefici, che noi abbiamo alle mani, come gli hanno i nostri più prossimi vicini; o finalmente se l’esempio di essi potesse in noi quanto deve, è lungo tempo, che noi l’avremmo già fatto comparire in questo proposito senza verun dubbio. Che se avessero essi quella comodità, che noi abbiamo pel clima, e per la gente, ora ci somministrarebbero seta in tale abbondanza, che l’Italia non ne farebbe più nulla. Ma noi siamo tali, quali vogliamo essere; e se volessimo, saremmo diversi. A che serve, che tutto l’oro, e l’argento del Perú, e del Messico venga a spargersi nella Francia, se questa pompa nel vuota, ed altrove sel porta? Tocca alle MM. VV, a mettervi provvedimento. Hanno due mezzi nelle mani, l’uno è il vietare il troppo frequente uso delle sete in questo regno, l’altro comandare intanto, e disporre l’intera fabbrica. In questo tempo i sudditi loro coglieranno il tempo d’impiegare l’industria, ch’essi hanno, e di prevalersene in guisa, che la seta nata, e nodrita, e ridotta in manifatture appresso di noi, diverrà più abbondante della lana, del canape, della tela e del panno.
„È soverchio, ch’io dica, quante perso» De d’ogni sesso ed età avranno ad esercitarsi, e a trarne profitto. Immaginerà ciò facilmente, chi conosce i varj appetiti del lusso, a cui la nostra nazione è soggetta; e con quanta passione sia trasportata per le cose belle, e decorose. Appartengono propriamente alla Francia tutti gli artificj, che debbono passare per molte e diverse mani; mentre essendo il paese degli uomini, e degli uomini laboriosi, essi possono con maggiore facilità venire all’esecuzion d’ogni cosa, quanto in qualsivoglia altro paese. La sperienza ne farà fede, quando piaccia alle MM. VV. mettersi una volta in cuore il desiderio di vederne la prova. Di tale inclinazione il primo lume, che si vedrà, sarà la metà dell’opera: lungo tempo è almeno, che siamo fuori delle difficoltà de’ principi, ed altro non occorre, fuorchè seguire il lavoro, per accrescerlo a proporzione della necessità dei luoghi, ne’ quali ha cominciato; e lo vedremo con questo mezzo pervenuto prestissimo al punto, a cui si desidera. Questo è uno de’ maggiori colpi, che voi possiate battere pel bene, e per l’utilità di questo stato. Imperciocchè riterrete in tal forma alquanti milioni, che ciascun anno sono trasportati fuori della Francia; e così tant’oro ed argento, ch’esce dalle mani de’ vostri sudditi, vi rientrerà; trattenendo una medesima acqua perpetuamente il corso di questa fontana di Hierone. Grande artificio al buon Politico, che cerca soprattutto, e dappertutto il profitto, e la ricchezza del suo popolo.
„Quanto io dico della fabbrica de’ velluti, rasi, e taffetà, comprende quella delle calze di seta per le stesse ragioni. Non è altro, che una curiosità soverchia, e nociva allo stato, che ci fa ricorrere agli stranieri. Quelle, che si lavorano in Francia, debbono i Francesi appagare; e cosi gl’Inglesi quelle, che in Inghilterra si fanno. Le MM. VV. ordinando ciò, recheranno un gran risparmio a’ sudditi loro, ed insieme un profitto grande; mentre si dice, che per questa merce escono ciascun anno più d’un milione di scudi. Questa eccessiva somma non cagionerà stupore veruno a coloro che getteranno gli occhi sopra tante gambe che di seta si vestono, e per le quali spesso cosi gran numero ne occorre. Non andava cosi la bisogna al tempo de’ nostri buoni vecchi padri, quando i principi e i gran signori usavanle di rado. Ora che i tempi, e il mondo si sono cambiati, io non intendo di biasimarne l’uso purchè il profitto ci resti; altrimenti esso troppo ci costa caro. Che poi la Francia possa da sè provvedersi, questo si conosce abbastanza dall’artificio di farle con desterità, e con quella prestezza che si pratica nella città di Roano”.
Ora, perchè ho cosi a lungo riferito il parere di questo autore, non vi sia, Illustriss. Sig., discaro il trattenervi in alcune osservazioni sopra questo ben fondato discorso, il quale, se non ottenne il desideralo effetto sotto il regno di Lodovico XIII., a cui venne indirizzato, l’ottenne però, superando ogni aspettazione, sotto Lodovico XIV figliuolo di lui.
Notisi in primo luogo, quanto deboli fossero i primi avanzamenti delle disposizioni d’Enrico; poichè non solamente non fuvvi chi l’assecondasse, ma lo stesso ministro, e gli altri del suo partito avranno certamente screditati i disegni del re nell’animo del popolo. Egli è noto, quanta il regno usi superiorità sull’opinione, e la tenga, per così dire, in ceppi, massime presso quelle persone, che sono in grado eminente, e che vogliono comparire infallibili, ed in certo modo rendersi singolari, e superiori alla umana condizione.
Per quanto ragionevole, e giudicioso fosse il discorso del Montchretien, e vigorosi gli argomenti suoi, non ritrovarono disposizione a ricevere l’ottimo suo consiglio degli animi d’una regina interamente occupata ne’ pensieri della reggenza, e d’un re parte ancora fanciullo, e parte intralciato sempre in gravi affari interni ed esterni.
Dimostra egli, che l’uso della seta, quando essa é produzione del proprio paese, non dee condannarsi come lusso; non essendo veramente tale. Lusso significa superfluità; nè superfluità si può dire il valersi delle produzioni, che il nostro paese a noi somministra. In Vienna ed in Madrid è lusso riserbato solamente alle mense de’ più splendidi e doviziosi signori il salamone fresco; ed in Inghilterra, dove se ne fa la pescagione, vengono obbligati i servi a mangiarne alcuni giorni la settimana. Vestesi nella China di seta anche il popolo; ed all’incontro le stoffe di lana d’Inghilterra, le quali in Europa sono anche dagli artefici usate, quivi riserbansi all’uso de’ mandarini. Quanto a me, non sono di parere, che la moderazione delle passate età in alcune cose sia lodevole, quant’altri pensano. Usavasi dagli uomini italiani comunemente l’abito chiamato in terraferma di Città, ed in Venezia Cappa. Quantunque la seta fosse produzione naturale, e valesse la metà di quello che si paga oggi, e i drappi, che si facevano senza risparmio di seta, fossero di lunga durata; pure le persone civili e benestanti, uomini e donne preferivano le Lille, ch’ebbero il nome da Lilla città di Fiandra, dove si fabbricavano: drappo di seta e lana fragilissimo, e d’altro costo; e così gli altri drappi di lana tutti da forestieri comperavano. Egli è vero, quanto viene dal soprallegato autore affermato, che la modestia non consiste nella semplicità de’ vestiti, e molto meno nella sordidezza; ed è vero altresì, quanto dice Mr. Mellon, che molti ci sono, i quali con rimbrotti e sentenze, vogliono abbattere il lusso, cianciando fuor di proposito; ma più per malignità d’animo lo fanno, che per correggere, e per avere una giusta idea e cognizione della vera moda. Altri ci sono, che coperti di sozzi e vilissimi panni cercano con maschera ed ipocrisia di moderazione di nascondere la miseria dell’avaro lor cuore, ed odiano a morte chi gli fa scomparire colla comparazione d’una decenza maggiore. Può bene la modestia vera anche nelle parole apparire; ma con più sincerità, e maggiore evidenza ne’ costumi si scuopre; e ciò tanto sotto gli abiti di seta, quanto sotto quelli di lana.
Due propositi avea nell’animo suo Enrico formati nell’introdurre e moltiplicare la seta negli stati suoi. Il primo di ritenere quelle larghe somme di denaro che dal suo regno uscivano; l’altro di trasportarne nel regno da’ paesi stranieri.
Duolsi l’autore, che il re non venisse nelle sue intenzioni secondato, e ch’ altro beneficio non ne fosse nato alla Francia, fuorchè il buon desiderio destato nelle provincie d’introdurre la seta, il quale avevaprodotto il frutto di scudi diecimila in circa. Ma in parte egli s’inganna; imperciocchè andando più oltre, vedremo, che non fu trascurata nell’isola di Francia, di cui la capitale è Parigi, ma per necessità abbandonata la coltura per que’ motivi che diremo dappoi. Ma col favore del clima più felicemente si propagò e moltiplicò nelle provincie meridionali.
Il clima di Lione, un grado circa più meridionale del nostro, è veramente favorevole alla qualità delle sete, le quali al più possono essere eguali alle nostre; ma non può il clima stesso contribuire alle manifatture, le quali veggiamo al presente già sparse per tutta la Germania; e se ne vanno tuttavia introducendo sino nel Nord. In Olanda ed Inghilterra si lavorano eccellentemente drappi con argento ed oro, e fino per l’invenzione de’ disegni combattono gl’ingegni inglesi cogl’ingegni francesi; e la sorte dell’armi deciderà forse anco di quella delle mode. Ma nello spaccio saranno sempre superiori i Francesi nelle loro manifatture; perchè più fecondi nelle invenzioni, più agili nel lavoro, e più discreti nel prezzo delle fatture.
La nazione francese, coraggiosa e perseverante in tutte le sue imprese, vinse ogni difficoltà; e superò perfino le speranze del nostro autore, e credo ancora i di lui desiderj.
Intende egli per i più prossimi vicini, i Fiaminghi; popolo che fu sempre, e si conserva ancora, quale il dipinse Giulio Cesare[11]: Est summae genus solertiae, atque ad omnia imitanda quae a quoque traduntur, aptissimum. Dice, che se i Fiaminghi avessero clima favorevole alla seta, sono cotanto industriosi, e tanto saprebbero moltiplicarla colla loro diligenza ed ingegno nelle manifatture, che in breve abbasserebbero gl’Italiani.
Ma oggidì molto diverso è l’affare da quello ch’era a’ tempi dell’autore. Ora è tanto disteso, e renduto veramente comune l’uso della seta, che quantunque maravigliosamente moltiplicata in Europa, non è sufficiente alle manifatture Europee, alla cui mancanza suppliscono quelle della China, di Bengala, di Persia, dell’Asia minore, di Cipro, e di tutta la Turchia Europea; consumandone di queste la sola città di Venezia forse cento mila libbre: e le manifatture di seta di questa città dominante con quelle dell’altre città d’Italia, della Francia, Inghilterra ed Olanda, passano in tutto il dominio Ottomano tanto nell’Europa, che nell’Asia, e nell’Africa; e somme immense (a riserva de’ Veneziani, che dovrebbero, e potrebbero aver la prima mano in questo commercio col mezzo degli Spagnuoli e de’ Portoghesi) tutte le accennate nazioni ne consumano in tutte l’Indie Occidentali. Ottimamente per altro il Montchretien ragiona; ma egli non avea tutte le bisognevoli cognizioni, nè potea con ispirito profetico prevedere, a qual ampiezza dovesse questo commercio allargarsi.
Confortiamoci, Illustrissimi Signori, cogli altri italiani, che nè i Francesi, nè alcun’altra nazione può soperchiarci, o renderci inutile il nostro prezioso prodotto; come colle seguenti mie avrò motivo di nuovamente dimostrare colle prove di ragione e di fatto le più convincenti. A’ Francesi è già noto, quanto gl’Italiani saprebbero fare.
Pochi anni sono fu proposto nel consiglio del re, di fare una piantagione generale di mori in tutte le provincie meridionali del regno, per avere il bisogno di sete per le loro manifatture, e risparmiare il danaro, con cui comprano le sete d’Italia. Per quanto bella e lusinghiera fosse questa proposizione, volle il re, prima d’eseguirla, aver il parere de’ mercanti di Lione. Dimostrarono questi non essere utile nè alla M. S., nè a’ suoi sudditi lasciar incagliare le sete in mano degli italiani, a’ quali mancando l’esito, ridotti alla necessità di farne uso ne’ lavori, riuscirebbe di diventar emoli nelle manifatture de’ Francesi con loro gravissimo nocumento; quando comprando questi le sete dagl’Italiani traevano largo utile nel ridurle in manifatture, rivendendole buona parte agl’Italiani medesimi. Tutte queste con siderazioni vennero nel consiglio reale approvate.
„A che serve (dice l’autore) che tutto l’oro e l’argento del Perù, e del Messico venga a spargersi nella Francia, se questa pompa nel vuota, ed altrove sel porta?"
Ecco, qual felice cambiamento ha fatto la fortuna de’ Francesi. Ricevono essi tuttavia l’oro e l’argento dal Perù e dal Messico; ma nel regno il ritengono, e colle manifatture di seta traggono inoltre nuove grossissime somme dal restante mondo: e non vietando ad essi una sagace politica i forestieri lavori, ma lasciandone aperto e libero l’ingresso, acciocchè siano in continua guardia per non essere superati dalle straniere nazioni, sono già pervenuti a tal punto di vantaggio, che vanno a contendere il pregio alle manifatture forestiere perfino nella casa lor propria; dove se ne fabbricano di così eccellenti, che possono senza dubbio reggere al paragone. Ma poichè sono a’ Francesi favorevoli le calde fantasie degli uomini, essi a noi saranno sempre superiori, finattantochè o il proprio interesse, o la necessità, o (il che Dio non voglia che avvenga un dì) la mancanza de’ mezzi, da così nocevoli, o piuttosto rovinose maniere di pensare ci risani. Conosceva l’autore, quanto sia pronta la francese nazione a secondare ciecamente il desiderio del suo sovrano; onde per togliere dall’animo del re e della regina ogni dubbio, che aver potessero di proseguire l’impresa da Enrico incominciata, dice, che al primo segno del manifesto lor desiderio sarebbe stata fatta la metà dell’opera. Questi sono que’ vantaggi che vagliono grandemente alla Francia, e che nessuno ad essa può contrastare. „Se Enrico IV. (dice Ioshua Gee) non avesse fondate le manifatture di lana e di seta, la Francia non goderebbe ora de’ vantaggi, ch’esse le procurano, nè si vedrebbe signora d’una cosi gran parte del commercio e dell’oro e dell’argento dell’Indie Occidentali. Sono con tutto l’ossequio".
- ↑ Philip. Honorii The. Polit. T. I. pag. 293, Relaz. di Napoli 1579.
- ↑ Soldi 16 Veneti.
- ↑ Lire 4:16 circa, a moneta Veneta.
- ↑ Le sete napolitane servono solo per trame ai Francesi.
- ↑ Hist. du Roy Henry le Grand, pag. 339.
- ↑ Circa un milione e mezzo di ducati correnti.
- ↑ Ars conversandi.
- ↑ Savary T. II. lett. M. pag. 1328.
- ↑ Collone Hist. Nat. T. IV. pag. 227.
- ↑ L’anno 1615.
- ↑ Comment. lib. 7.