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Edizione completa degli scritti di Agricoltura, Arti e Commercio/Lettera VI

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Lettera V Lettera VII
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LETTERA VI.



Colla precedente mia avranno VV. SS. Illustrissime veduto, quanto si lusingava Enrico il Grande di ristorare, ed arricchire il suo regno coll’introduzione della seta; ma gravissimi contrasti, e non leggiere controversie trovarono i suoi savj pensamenti. Imperciocchè l’interesse de’ privati ha sempre la sua fazione che il favorisce e difende; laddove pochi sono i difensori, e fautori del bene universale. Per la qual cosa il re nelle sue idee disturbato, ebbe che fare, e che dire ad opporsi alle fantasie de’ particolari uomini, ed ai gareggiamenti de’ suoi proprj sudditi.

I mercanti di Lione[1], che sulle sete da loro nell’Italia provvedute si prendevano molto vantaggiosi arbitrj, affermavano, che [p. 121 modifica]vane sarebbero state le fatiche e le spese del re; essendo nella Francia nemico il cielo, e la terra a tal produzione. Le mire però di questi mercatanti nel dire il sentimento loro intorno al prodotto della seta da introdursi nel regno di Francia, non erano solo dirette all’interesse particolare delle loro manifatture, ma erano estese a quel maggiore vantaggio che traevano essi dalle sete d’Italia. E perchè non siavi chi sospettar possa della verità di questa mia asserzione, permettetemi che io qui vi riferisca quanto in questo proposito lasciò scritto Mr. Deon de Beaumont nelle sue memorie per servire alla storia generale delle finanze[2]; poichè quindi raccoglierete che non a’ soli tempi del grand’Enrico, ma in altri ancora, e singolarmente sotto la Reggenza del duca di Orleans furono i mercanti di Lione di questo parere, per le ragioni da noi accennate di sopra. Così adunque scrive il citato autore: „Ma la principale attenzione del re,[3] e del suo saggio ministro[4] fu di rendere il danaro più abbondante nel regno. Il commercio pertanto, ch’ è quel nervo [p. 122 modifica]de’ beni, e quella miniera inesausta di ricchezze, più preziose di quelle del Potosi, la cui funesta abbondanza ha devastato la Spagna, ed ha fatto quasi un diserto di una delle contrade le più fertili d’Europa, e le più popolate, il commercio, dico, parve che tutte meritasse le cure di Enrico.

„Essendo allora troppo deboli le cose della marina per promettere grandi vantaggi dalla navigazione, rivolse egli le sue mire sopra lo stabilimento delle manifatture nell'interno del regno, e ne stabilì di più sorta: come tappezzerie di lana e di seta, cuoi dorati, mulini per lavorare il ferro, veli, tele chiare, majoliche, fabbriche di cristalli ad imitazione di quelle di Venezia, manifatture di panni, ed altri drappi di lana e di seta, tele d’oro e d’argento; ma le manifatture di seta eran quelle che più gli stavano a cuore: ed a tal effetto fece piantare intorno alla città di Parigi molti semenzaj di gelsi bianchi, i quali, felicemente, non ebbero molto successo.“

Parve al N. A. così avanzata, e decisiva quest’espressione, che si credette obbligato a renderne ragione con la lunga nota seguente.

„Ciò ch’io qui dico deve passare dap[p. 123 modifica]principio come un paradosso; ma esaminando le cose ben addentro, siamo costretti a confessare, che la coltura de’ mori sarebbe una disgrazia per la Francia. Qual fola di ragioni vengono a nascere, per così dire, sotto alla mia penna! Io non esporronne che una sola; ed è, che nel tempo in cui si proponeva questo specioso stabilimento, che avea l’entusiasmo già canonizzato, fu esposto al duca d’Orleans, reggente del regno, da uno de’ più abili negozianti di Lione, fatto espressamente venire da questo principe a Parigi per chiedergli consiglio (ed io seppi questo da lui medesimo ), che le nostre stoffe sono composte di due sorta di sete essenziali alla loro fabbrica; cioè degli orsoi di Piemonte, e delle sete di Spagna: le une più forti servono a tramare, e le altre più dilicate compongono l’ordito delle stoffe. Il più che ci possiam promettere dal fisico del nostro clima, è una seta mezzana tra le dette due specie. Se noi lasciamo al Piemonte, ed alla Spagna le sete, che formano la miglior parte del loro commercio, e della loro industria, non è egli evidente cosa, che noi gli riduciamo alla necessità d’impiegarle appresso di loro, e che ne forme[p. 124 modifica]ranno delle manifatture, per poterne fare la vendita? Ora non è meglio che i nostri fabbricatori comperino le produzioni di que’ climi, e le impieghino con quell’arte sempre nuova, la quale è solo propria della nostra nazione? Dodici milioni[5] di seta cruda comperata dagli stranieri, presso noi ne varrebbe quaranta [6] per la manifattura. Noi rivenderemo ad essi assai bene ciò che ci hanno prestato. Eglino saranno nostri fattori, e nostri tributarj. Le condizioni dell’ingresso, e della uscita di Lione sono una convincente prova d'un così semplice ragionamento”.

Conviene ben essere altrettanto semplici per non profittare di così belle riflessioni; convertendo a nostro vantaggio le lezioni ch’essi ci danno, per non continuare ad essere i loro fattori, ed i lor tributarj. Il fatto però ci dimostra che nè il Grande Enrico, nè dopo di lui il duca di Orleans curarono punto queste ragioni, che sì forti pareano a’ mercanti di Lione.

Ma il maggiore ostacolo che si facesse incontro ad Enrico, venne a lui dal suo in[p. 125 modifica]trinseco, e favorito ministro Rosny [7], la cui fede, ed abilità in tutti gli affari avea egli tante volte sperimentata. Essendo a questo ministro noto, più che a verun altro, di quanto abbisognasse il re, e come vuoti fossero gli erarj di lui; e non abbracciando l’intelletto suo così larghe, e giuste vedute, come quello del re, andava mormorando di quelle tante spese che si facevano per promuovere la nuova impresa; della cui riuscita non pareagli di avere certezza alcuna; onde ad ogni sua possa cercò di attraversare i disegni del suo Signore. Vennero l’uno, e l’altro a ragionamento insieme nel 1603, in cui andato il re a ritrovarlo nell’arsenale, dicesi, che in tal guisa gli favellasse.

[8]„Io non so bene, o Rosny, quale fantasia vi prenda, onde vogliate, siccome vienmi affermato, opporvi a quello, che io cerco di stabilire per mia particolar contentezza, dovizia, ed abbellimento del mio» regno, e per togliere dal grembo della pigrizia i miei popoli. [p. 126 modifica]

„Sire (gli rispose il Rosny) per quello che spetta al vostro piacere, io avrei gran rincrescimento nell’oppormi ad esso, quantunque anche grandissimo dispendio occorresse. Voi siete fino a qui per mezzo a tanti travagli, e sì gravi e lunghe fatiche passato, e pericoli, cominciando dal vostro nascimento, ch’essendo lo stato vostro in dolce riposo, e da ogni lato ristorandosi, e rifiorendo; egli è di dovere, che voi ancora abbiate qualche alleviamento d’animo e qualche conforto. Egli è però vero che, se soverchia fosse la spesa, io non potrei lasciar di mettervi sotto agli occhi che ciò non conviensi molto bene a quel disegno, che voi mi avete fatto proporre, come da me stesso al re d’Inghilterra. E quand’io mi fossi ingegnato di farlovi comprendere, tacerei di buona voglia, e vi presterei una cieca obbedienza. Ma perchè voi affermate, che col diletto vostro si congiungono l’agio, e l’abbellimento, e la ricchezza del vostro reame, e de’ popoli di esso, io nol posso così bene intendere, come vorreste. E se la Maestà vostra si compiacesse di sofferire, che io le spiegassi le mie ragioni, son certo (sì a me è nota la vivacità del vostro spirito, e la solidità del giudicio vo[p. 127 modifica]tro) son certo, dico, che voi medesimo sareste del mio parere.

„D’udir le vostre ragioni (replicò il re) io sono contentissimo, e lo sarò; ma a condizione, che dopo ascoltiate le mie ancora, le quali io sono sicuro, essere di maggior peso delle vostre.

„Se io avessi creduto, Sire (disse il Rosny) che aveste avuto tanto concetto delle opinioni de’ Burgi, e de’ Cumani, io mi sarei astenuto dal parlarvi delle mie, le quali non avranno mai altro fondamento, che la vostra volontà. Ma giacchè piace alla M. V. l’intenderle, in modo gliele esporrò, che s’ella le dispregia presentemente, io spero, che un dì le dispiaccia di non averle qualche poco di più apprezzate. In primo luogo dunque dee la M. V. considerare, che, quanti vi sono climi, regioni e contrade, sembra essere piacciuto a Dio, che abbondanti sieno diversamente di cert proprietà d’agi, derrate, meccaniche arti, e speciali mestieri, i quali non sono tutte le parti del mondo comuni, o per lo meno di tal bontà in tutti i luoghi ugualmente non sono. E ciò volle, cred’io, la divina providenza che fosse; acciocchè dal traffico e commercio di quelle cose, di cui [p. 128 modifica]gli uni abbondano, e gli altri no, fosse la frequenza, la convenienza fra gli uomini, anzi l’umana società mantenuta fra le nazioni, per quanto disgiunte sieno le une dall’altre, e lontane; siccome i maravigliosi e lunghi viaggi all’Indie orientali, ed occidentali ci fanno prova bastante.

„Conviene in secondo luogo esaminare, se questo regno abbia un clima, una situazione, una elevazione di sole, un temperamento di aria, una qualità di terreno, ed una inclinazione naturale di popoli, che sieno contrarj a’ disegni della M. V. In terzo luogo, se il sito della provincia sia soverchiamente freddo, e cotanto umido, che non solo possano svilupparsi, e vivere i vermicelli da seta; ma s’egli v’abbia modo inoltre di avere sufficiente copia di foglie di moro, per nutricarli; e ciò fra quattro, o cinque anni usando anche ogni diligenza nel seminare e piantare. E qui convien esaminare, se i sudditi vostri impiegati in tal qualità di vita più presto meditativa, ed oziosa, che attiva, potranno divezzarsi da quella operativa, penosa e laboriosa, in cui abbisognano di essere esercitati, quando vogliasi trarne ottime genti da guerra. Io ho più volte già udi[p. 129 modifica]ta la M. V. dire, che fra questa gente indurata nelle fatiche, e ne’ lavori, si trovano i migliori soldati: essere la Francia generalmente proveduta di territorj fecondissimi più di qualunque regno del mondo, trattone l’Egitto: grandissime esserci le rendite de’ grani, legumi, oglio, sale, lino, canape, lane, drappi, e di ogni qualità di bestiame: essere queste cose la cagione, per cui entra nella Francia tant'oro ed argento; e per conseguenza valer più al regno vostro tali occupazioni de’ Francesi, che agli altri non vagliono quante sete, e quante manifatture ci vengono dalla Sicilia, dalla Spagna, dall’Italia tutta. Tanto essere lontano, che gli stabilimenti di queste rare e ricche stoffe e derate giovino a’ popoli della Francia, e il vostro stato arricchiscano; che anzi si daranno le genti vostre al lusso, all’infingardaggine, e ad una spesa smisurata: cose, che furono sempre cagione principale della rovina de’ regni, e delle repubbliche; privandoli di leali, valorosi e laboriosi soldati, de’ quali la M. V. ha bisogno molto più, che di tutte queste civette di corte, e della città coperta d’oro e di porpora.

„ Quanto poi al trasportare l’oro e l’ar[p. 130 modifica]gento fuori del vostro regno, cosa tante volte allegata, e dibattuta da coloro, che propongono lo stabilimento di queste stoffe straniere, ricche e care; nulla v’ha di più facile che il vietarlo, senza che danno veruno a qualsivoglia persona ne nasca. Vietisi ogni sontuosità e superfluità, e riducapsi tutte le persone di ogni genere, uomini, donne, fanciulli, ad una giusta moderazione, rispetto al vestirsi: mobili, edificj ed alloggiamenti, piantagioni, giardini, gioje, argenterie, cavalli, carrozze, equipaggi, freni, dorature, pitture, intagli, matrimonj di figliuoli, compere di officj, feste, banchetti, profumi, ed altre cose soverchie ritornino a quella mediocrità usata ne’ tempi dei re Luigi XI. Carlo VIII., e Luigi XII. soprattutto in ciò che riguarda le persone destinate a render giustizia, ed al governo, i finanzieri, gli scrivani, ed i cittadini, che sono quelli che più di tutti oggidì al lusso si danno. Durante i regni suddetti si videro i cancellieri, i primi presidenti, i segretarj d’affari, ed i finanzieri più ragguardevoli non aver altro, che mezzani alloggiamenti senza pietre fine, senza intagli, dorature, o pitture: i più ricchi drappi di seta che avevano in [p. 131 modifica]dosso, eran di quella specie, che Manto volgarmente appelliamo, ed alcune delle mogli di essi aveano solo il cappuccio di drappo. Non avevano allora tapezzerie di gran prezzo, non letti di seta, non vasellami d’argento da cucina, e neppure da tavola; non davano che scarsissime doti alle figliuole, nè convitavano alcun parente o alcun amico, se a condizione che ciascun di loro alla mensa del convitatore recasse la parte sua. In tutte queste cose si consuma eccessivamente oggidì dieci volte più oro ed argento, di tutto quello che viene così ampiamente esaggerato sopra il trasporto di essi per le manifatture de’ paesi stranieri.

„Oh! (disse il re) sono queste quelle solide ragioni, e que’ begli espedienti che dovevate allegarmi? Quanto sono migliori i miei! Io sono già determinato a fare le sperienze di quelle proposizioni, che mi ne sono state fatte. Sceglierei piuttosto di combattere col re di Spagna in tre battaglie ordinate, che con tutte quelle persone di giustizia, di finanze, di pena, e delle città; e sopra tutto colle mogli loro e figliuole, colle quali mi mettereste alle mani con tante strane riformazioni, ch’io por[p. 132 modifica]to opinione di volere ad altro tempo rimettere.

„Dappoichè tale (soggiunse il ministro) si è la vostra volontà risoluta, io più oltre non ne ragiono. Il tempo e l’uso vi dimostreranno, la Francia non essere atta in modo veruno a tali minuzie; ma per quelle fabbriche, che voi intendete di fare alle Tuillerie pegli artefici vostri, vorrei almeno che aveste eletto altro luogo, poichè avea disegnato di fare una fabbrica delle più magnifiche di Parigi, e forse ancora di tutta l’Europa, senza che verun dispendio vi costi; anzi sono io certo, che quando ne vedrete condotti al termine i tre lati, per lasciar perfezionare il quarto, farete voi medesimo abbattere, quanto si sarà pegli artefici edificato“.

Varj intanto erano i giudicj degli uomini intorno alle imprese di Enrico, nelle quali aveano interesse tutte le classi de’ sudditi suoi. Imperciocchè non v’ha al mondo ramo veruno di commercio, che tutta abbracci la società, quanto quello della seta, come dopo vedremo.

A noi piace tuttavia di riferire, quanto un commendazione de’ pensamenti di Enrico [p. 133 modifica]riferisce uno Storico contemporaneo [9]; a vendo già l’effetto dimostrato, quanto i biasimi fossero a torto, e ragionevoli le lodi.

„Da un atto della giustizia del re Enrico IV. passeremo ad un altro della sua provvidenza, e dell’economia del suo regno; non meno lodevole, che tutte le altre doti di lui, degne di un principe, il quale desiderava d’innalzare la Francia al più alto grado di felicità; e far conoscere» a tutto il mondo, che ciò ch’egli ha disgnato di fare non vuole attendere che altri il faccia. E benchè l’azione, in apparenza grande non sia; utilissima n’è però la ricordanza, piacevole la curiosità, e l’effetto sì ricco e memorabile, che la storia non dee sdegnare di farne passare alla posterità la memoria.

„Molte cose, che piccole e deboli appariscono nell’origine loro, e quando nasco no, diventano grandi nell’avanzare di età; e appunto compariscono grandi, per essere così picciole state già dapprincipio; per modo che i secoli che ad esse succedono [p. 134 modifica]soffrono con rincrescimento l’ignominia dell’origine loro. Abbiamo noi l’uso d’infinite cose belle ed eccellenti, che pure non sappiamo come, o da chi venissero introdotte. Perduta abbiamo la conoscenza di altre invenzioni; e siamo costretti a confessare in ciò la nostra ignoranza; accusando la poca cura degli antichi nel lasciarcene almeno la descrizione. Coloro, i quali sostengono, che noi abbiamo lusso, e dissolutezza maggiore ne’ vestimenti nostri, di quello che gli antichi aver solevano, non considerano, che possedevano questi pure de’ rarissimi drappi, e di prezzo grande, da noi oggidì non conosciuti; e che coloro, i quali sdegnavano di servirsi del cuojo, del pelo, o della lana degli animali, s’abbigliavano del lino, o della lana degli alberi, o de’ filati de’ vermicelli. Stimata fu cosi rara invenzione quella del lino, che Minerva, quantunque uscita dal cervello di Giove, disputò di quest’opera con Aracne; e per collera il lavoro di lei lacerò, e la converti in ragnatelo.

„Non poteva il presente secolo aprirsi con pulizia più utile, nè più fruttuosa. I popoli della Linguadoca, della Provenza, e del Delfinato hanno ritrovato, la loro [p. 135 modifica]fatica intorno alle sete essere di tale riuscita, che la rendita sola di essa reca oggidì maggiore copia di danaro in queste provincie, di quello che vi apportino i grani, e gli altri prodotti onde sono abbondantissime. Ha già avuto in ciò così prospero principio anche Lione, che se in tal guisa rispondono i progressi suoi, non sarà essa città per le sete men riputata di Tiro, e [10] Bullri per la porpora”.

Tale successo ebbe in somma sì fatta impresa nella Francia che venne abbastanza giustificato il re Enrico de’ suoi retti disegni, e nobili, e giusti pensamenti; imperciocchè veggiamo per modo essersi verificata la predizione dell’allegato Storico, che oggidì non è meno conosciuta e celebrata la città di Lione pel mondo tutto a cagione della preziosità, e ingegnose invenzioni delle sue stoffe, di quello che fosse anticamente Tiro ne’ suoi ricchissimi traffici.

Non senza frutto de’ leggitori saranno questi episodj, s’eglino si faranno intrinsecamente a considerare qual frutto trarre si possa dalle disputazioni, che passarono fra Enrico, e il ministro di lui. Si può di fatto quindi [p. 136 modifica]raccogliere singolarmente quanto sia cosa nociva, e di pericolo il rimettere alla decisione di una, o poche persone l’affare importantissimo del commercio; ch’è quanto dire la fortuna, e l’interesse di uno stato intero. A gran torto avviene, che molte fiate si querelano i popoli di certe ordinazioni, che derivano dalla fonte de' principi, e de’ magistrati, contro i quali sono per lo più le mormorazioni indirizzate; ma non son già noti a ciascuno quegl’inevitabili imbrogli, da’ quali circondati sono tutti coloro, che dalla divina provvidenza i furono al governo delle genti eletti. Quando vorrebbono essi deliberare, trovansi quasi in intralciato labirinto impacciati, fra le controversie, e le opinioni de’ ministri, e de’ mercanti; gli uni, e gli altri guidati da interessi del tutto opposti, e che spesso col nome del pubblico bene, il privato lor utile rivestono falsamente. Presentasi bene tal volta ad un principe colui, che dà un buon consiglio, ma se qualche opposizione ritrova, di buon grado si ritira. All’incontro colui che solo ha posto l’animo all’utile suo privato, anche con danno del pubblico, e del comune interesse degli altri privati; ostinatissimo insiste con poche parole e maneggi, e con tutti que’ mezzi, [p. 137 modifica]che anche mutoli sono eloquentissimi sopra gli altri, a tal che finalmente al termine desiderato i suoi pessimi disegni conduce, e vede i suoi consigli trionfare. Imperciocchè di rado falla quell’antico detto: Chi la dura la vince. Ma che può fare in tali circostanze un magistrato, ed un principe? L’umana prudenza sa ad ogni difetto ritrovare il rimedio; e un bene illuminato intelletto distingue quelle persone che possono dare un buono e retto consiglio. In ogni condizione di genti si trovano uomini, ne’ quali alla rettitudine e bontà dell’animo, la conoscenza delle cose va congiunta; ed alla sincerità, principalissima dote, una penetrativa mente. Paragonati pertanto questi cogli altri uomini ad essi contrarj può un principe trarre dalle diverse loro opinioni lumi utilissimi. Uguale pericolo poi si è in tali materie così il prestare orecchio solamente a coloro, che v’hanno dentro interesse, come il non volerne pure un solo ascoltare. Ma il miglior consiglio per un principe e per un magistrato si è, ch’egli esamini le materie e cerchi la verità da sè medesimo. Diceva l’imperadore Massimiliano, i ministri essere gli occhiali del principe. Io dico infelicissimo essere quel principe, che non può ve[p. 138 modifica]dere da sè senza gli occhiali. Sieno abili, quanto si voglia, e fedeli i ministri, non è possibile, che possano aver cognizion d’ogni cosa. Io qui ragiono solamente degli affari del commercio, che richieggono intrinseche cognizioni, e soprattutto sperienza. Imperciocchè ogni genere di cose, che sia considerabile nel commercio, e specialmente il negozio della seta, non vuol essere con debole e corta vista guardato; ma necessarj sono, per così dire, i telescopi, che passino sino all’estreme parti del Settentrione, e nel Levante, e nell’America. Vedemmo già in altra parte, coll’esempio del gran ministro Colbert, qual pericolo corra il commercio appoggiato al ministro delle finanze; il quale non potrà mai recare al traffico veruna utilità per quanto la sua abilità e la sua grande accortezza si estenda: di che sembra essere chiarissima la ragione. Da nessun’altra fonte si traggono più preste ricchezze, che dalle finanze, e ad esse ricorso si fa, quando strigne il bisogno, e la fretta. Cerca il ministro allora i mezzi più pronti, e più facili per accumulare danari sollecitamente; e tali mezzi, più che da ogni altra cosa, gli vengono dal commercio offeriti. Se il ministro avrà piena autorità di valersene, senza dubi[p. 139 modifica]bio gli porrà in opera, senza punto pensare, quali conseguenze sieno per nascere nel tempo avvenire, solo curando le presenti premure; e riponendo tutta la gloria sua nel servire a’ repentini bisogni del suo signore. Il principe però, che de’ popoli è il vero padre pensa bensì al presente, ma non tralascia di contemplar l’avvenire: siccome il buon padre di famiglia, che contempla e provede alla prosperità della sua successione, non tralascia di piantar alberi anche tardi a fruttificare; benchè sia certo che a lui non toccherà di raccoglier utile da’ suoi pensieri e dalle sue fatiche. Vero padre del popolo fu Enrico; e già sono piene le storie de’ suoi affettuosi sentimenti verso i sudditi suoi, e di quanto per essi operò. Pensava egli nell’introduzione della seta, non solo a’ vantaggi presenti, ma facea provvedimento ancora di quelle maggiori e più nobili utilità, che dal tempo dovevano al suo reame derivare.

Fra quanti ministri ebbe mai la Francia fedeli, e di fervore ripieni, uno fu il Rosny; e degnissimo era, ch’Enrico di tutta la confidenza sua l'onorasse, come fece pel corso intero della sua vita. Non ebbe egli mai altra occupazione, fuorchè il bene del suo signore, e la felicità de’ di lui sudditi; ed [p. 140 modifica]ogni cognizione ed industria possedeva per rispetto all’economia, ed alle finanze. Ma oltre che tali cose sono colle notizie del commercio incompatibili, egli non potea sapere di più intorno al commercio; poichè in Francia le idee di questo non si erano ancora destate. Vedesi, ch’egli non avea punto nè poco tolto ad esaminare la produzione della seta; e che privo d’ogni buon fondamento s’opponeva a’ voleri del suo monarca. E se il re, accettati avesse i consigli di lui, ciò avrebbe recato indugio per qualche tempo a quelle utilità, che il reame indi trasse dal prodotto della seta; e introducendo la prammatica ne’ vestimenti, e nel resto del trattamento de parigini, avrebbe renduta sterile quella gran capitale di tante invenzioni, mercè le quali guadagnano dalle altre nazioni al presente alcuni milioni.

Rammentatevi, Illustriss. Sigg., le gravissime opposizioni ritrovate da Elisabetta regina d’Inghilterra nell’introduzione delle manifatture di lana. Essa non ebbe però a contrastare, come Enrico, con un ministro docile, e rassegnato in un gabinetto: ma ebbe a fare con un ministro ardito, che le tese insidia con sediziose scritture. Riverendole con tutto l’ossequio mi protesto con piena stima.

  1. Julii Caesaris Boulengeri Hist. lib. X. pag. 323.
  2. Tom. I.pag. 152. segg.
  3. Enrico IV.
  4. Il Duca di Sullì.
  5. Circa quattro milioni di ducati correnti.
  6. Circa tredici milioni di duc. cor.
  7. Massimiliano di Bethune Bar. di Rosny, creato poscia da Enrico Duca di Sulli.
  8. Memoires des sages ac Royales Oeconomies d’Etat ec. d’Henry le Grand. Tom. II. Cap. 25. pag. 182.
  9. Histoire de France, et des choses memorables advenues avec les provinces etrangeres etc. T. II. lib. VI. pag.453.
    A Paris chez Mettoyer e M. Guillemont 1696.
  10. Bullri città della Macedonia.