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Edizione completa degli scritti di Agricoltura, Arti e Commercio/Lettera V

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Lettera IV Lettera VI
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LETTERA V.



Le manifatture della seta furono, Illustrissimi Signori, le prime arti novelle, che nacquero in Italia[1]; dappoichè per molti secoli i barbari di tante varie nazioni inondandola, e colle armi per ogni lato trascorrendo estinsero tutte le antiche[2], e tuttavia furono sufficienti le nuove a rifondere nel seno dell’Italia nuove perenni ricchezze, e ad aumentare la fortuna di molti.

Primi di tutti gl’Italiani ne profittarono i Lucchesi[3], i quali trassero da queste continue ed abbondanti ricchezze, a tal che varie famiglie di là uscite piene di fortune, e di averi in tali manifatture acquistati, si tras[p. 96 modifica]ferirono in varie città dell’Europa splendide pel traffico; onde ebbe a dire Aonio Paleario, famoso oratore[4], che quantunque ristretti sieno i confini delle mura di Lucca, essa però ampiamente si allarga fin colà, dove hanno i suoi cittadini tante colonie condotte.

I Fiorentini emularono i Lucchesi in queste manifatture, e posero tutti i loro studj ne’ lavori semplici che sparsero, è spargono tuttavia per tutte le quattro parti del mondo con tanto vantaggio non solo della città loro, ma anche del loro territorio, che Carlo Antonio Broggia Napoletano, autore molto versato nel commercio pronunciò questo giudicio[5]: „Egli è più di profitto, e porta seco più conseguenze di soda utilità all’essenziale della Toscana un canton di Firenze colle sue perfette manifatture di seta, e coll’industria della seta stessa in pregio appo la gente più colta, che non sono più Livorni”.

All’accrescimento de’ lavori della seta, e delle sue manifatture contribui molto l’in[p. 97 modifica]venzione di quella macchina, con cui si torcono le sete a due fili, che orsoj reali alla bolognese si chiamano, ed Organzini dagli Oltramontani. Filatoj, edifizj e mulini da seta vengono dette tali macchine dagl’Italiani; e si note sono, che tempo perduto sarebbeil fermarsi a farne in questo luogo la descrizione. Diremo solamente come ser Borghesano, mercante da seta e cittadino Lucchese, il primo fu, che, venuto in Bologna l’anno 1272 [6], trovò con la sua industria, e fece fare il filatojo, e n’ebbe, in mercede di sua invenzione, la cittadinanza bolognese; rimavendogli poi sempre il soprannome di Borghesano della seta. Riusci ai Bolognesi di poter nel circuito delle loro mura ritener questa nobilissima macchina, e soli possederla sino all’anno 1538 [7], quando Cesare Bolzini, lavoratore di seta, e Vincenzo Fardini, falegname, in altra città l’artifizio del filatojo trasportarono; onde li 11 di Giugno vennero, come traditori della patria, per un piede impiccati. Portollo poscia Ugolino in Modena ed in altre città; onde ne venne impiccata l’effigie di lui, la quale, quando è dal tempo consumata, rinnovasi in cospicuo [p. 98 modifica]luogo sopra le mura delle prigioni. E ben aveano di che dolersi i Bolognesi giustamente, poichè nella città loro si occupavano a lavorare circa trentamila persone di ogni età, e di ogni sesso; ed ebbe quest’arte larghissimi privilegi da Sisto V. e da Paolo V., accennati in un memoriale de’ Bolognesi, che, unito al Motu proprio di papa Benedetto XIV. a favore della nobil arte della seta, rassegnerò in fine di questo tomo a VV. SS. Illustriss., onde abbiano ancor elleno argomento di onorarla de’ loro studj e della loro protezione; imitando così illustri esempli, e dandone alcuno di riconoscenza e gradimento almeno verso gli eredi indigenti di que’ benemeriti cittadini che l’introdussero tra noi: il che servirà d’incoraggiamento ad altri, che pensassero a dilatare le già introdotte, o ad introdurne di nuove. Di queste pubbliche largizioni potrei recarvi molti esempi; bastandomene per ora due, l’uno del Parlamento di Londra, che non molti anni sono donò al Kav. Lomb quattordicimila lire sterline, che sono circa novant’ottomila ducati correnti, per aver introdotto nel regno d’Inghilterra un edifizio d’orsoj alla bolognese; l’altro accordato dall’eccellentiss. Senato con suo venerato decreto 24 marzo prossimo pas[p. 99 modifica]sato sopra li miei umilissimi suggerimenti, come vedrano dalla copia del decreto stesso, che sta impresso in fine di questo tomo. Ma tempo è di ripigliare il filo della nostra storia.

Verso il dodicesimo secolo furono da’ monaci Umiliati promosse le manifatture della lana; e poscia da loro inventate quelle dei drappi d’oro e d’argento, ma solo per uso de paramenti e arredi sacri [8].

Non vi sarà discaro, illustriss. Signori, che io qualche cosa dica prima dell’origine di questi monaci Umiliati, i quali, come coloro che nobili uomini furono fin dal principio della loro instituzione, con solenni invenzioni e notabili industrie beneficarono i popoli.

Essendosi dunque Milano, Pavia, ed altre città della Lombardia ribellate contro l’imperador s. Enrico, venne questi in Italia; e dappoichè l’ebbe di nuovo alla sua signoria assoggettate, seco prigionieri in Alemagna condusse tutti coloro ch’erano della ribellione stati gli autori, e che capi erano di quelle città, e principali. Vedendogli il Beato Guido, il quale fra loro aveva acquistata grandissima riputazione, di così lunga [p. 100 modifica]e penosa servitù già stanchi, gli esortò a volgere in bene e profitto la propria disavventura, richiedendo prima la pace a Dio, avendo le vanità del mondo in dispregio, ed esercitandosi nell’uso delle virtù. Ricevettero que’ gentiluomini il consiglio di lui, e nel 1017 vestironsi di un abito di panno grosso cenerino, con cintola, berretta, e mantello dello stesso panno. Giunse all’imperadore la fama degli esercizj di carità, pietà e mortificazione, ch’essi facevano; onde fattigli venir a sè, gli si presentarono colle lagrime agli occhi, e gli si gettarono a’ piedi. Per la qual cosa il principe dicendo loro: Voi siete finalmente umiliati, della passata ribellione gli rimproverò; ma finalmente affidatosi alle promesse, che gli fecero di fedeltà, e di continuare nella vita che avevano cominciata, diede loro la libertà di ritornarsene alla patria. Quando dunque furono in Lombardia pervenuti, imitati vennero dalle mogli loro, nell’esercitare gli atti pii, e nell’uso delle virtù non solamente, ma vestironsi esse ancora dello stesso colore; ed avendo i mariti introdotte le fabbriche e manifatture, che già accennammo, elleno ponendo l’opera loro nel filare la lana, contribuivano all’avanzamento di esse, per quanto [p. 101 modifica]potevano. Intanto essendo venuto s. Bernardo in Milano, pregaronlo gli Umiliati, ch’egli ordinasse, e stabilisse loro una regola; il quale gli consigliò, che dalle mogli disgiugnendosi, in una religiosa comunanza vivessero: ed essi scompartendo tra infiniti poveri artigiani il lavoro, e mettendosi essi medesimi a tessere i panni, di quello traevano con che vivere per sè stessi; e quanto n’avanzava, davano a’ bisognosi per elemosina.

Veduta gli uomini cotanta pietà, ed animi delle altrui miserie tanto compassionevoli, facevano a prova nel dare, e lasciar loro ricchezze, sperando che da quelle mani, a gloria del Signor Iddio, e pel soccorso del prossimo fossero distribuite. Ma queste col progresso del tempo ne’ degenerati animi amore dell’ozio produssero, e tale sregolatezza, che s. Carlo Borromeo protettore di essi, ritrovatala giunta all’eccesso si pensò di riformarla. Godevansi i superiori col titolo di Prevosti, come se stati fossero semplici benefizj, tutte quelle rendite, a tal che in 40 monasterj non vi erano più che 170 monaci: per la qual cosa, quando il santo Prelato col solito suo fervore cominciò ad affaticarsi per questa riforma, tutti gliel contrastarono i Prevosti; ed andò si oltre il ran[p. 102 modifica]core di questi, nel vederlo saldo nel proposito suo, che tre di loro congiurarono con un prete, il quale addì 26 ottobre 1569 sparò un’archibugiata nella schiena a s. Carlo, mentre nel suo domestico oratorio faceva orazione. Volle però la bontà di Dio, che il suo buon servo fosse da quell’orribilità salvo conservato; e s. Pio V. volle, che l’ordine degli Umiliati fosse abolito, con tutto che s. Carlo del contrario ne lo pregasse; il quale desiderava che i colpevoli fossero corretti, ma non estinti del tutto.

Prima del secolo decimoquarto ritrovasi memoria, che alcune manifatture di seta fossero in Venezia introdotte; ma l’epoca più certa, e più memorabile, e da autentiche memorie autorizzata, è l’anno 1309. Imperciocchè essendo stati in quel tempo da Castruccio Castracani tiranno di Lucca discacciati que’ Lucchesi, che tenevano parte Guelfa; costoro fuggiti, e dispersi per diverse città dell’Italia, a quelle portarono l’arte della seta [9]. Quattro furono quelle famiglie Guelfe, che allora in Venezia si rifuggirono, dove avendo lieta, ed onesta accoglienza ricevuta, e spargendosi di ciò la fama, vennero [p. 103 modifica]da 37 altre famiglie imitate, le quali lasciata la Toscana, dove avevano cercato asilo, vennero ad abitare in questa dominante, e trecento operaj vi condussero, nel filare e tignere la seta periti. Ebbero questi uomini dalla repubblica larghi, e notabili privilegi. Imperciocchè la cittadinanza originaria venne lor conceduta, e licenza di poter navigare, e di comperare stabili, cioè case, in Venezia; cosa a quei dì a’ forestieri vietata: e finalmente ottennero fra essi una corte, che rendesse ragione, e amministrasse giustizia nelle cose del loro mestiere.

Ferdinando re di Napoli [10], avendo in molti modi illustrato il suo regno, come quegli, che provido principe fu, e molto amatore de’ sudditi suoi, procurò loro abbondanza e ricchezze coll’agevolare al suo stato il commercio in tutte le parti dell’Oriente, e dell’Occidente. Ma il maggior obbligo che ad esso professino i Napoletani, e quel che considerano essere stato una delle cagioni maggiori della loro grandezza, dell’accrescimento della popolazione e delle ricchezze, si fu l’avervi accresciute ed introdotie mol[p. 104 modifica]te arti; e principalmente quella del lavorare la seta, e tessere drappi, e broccati d’oro.

Erasi oggimai introdotta quest’arte in diverse città dell’Italia; ond’egli dopo la morte della regina Isabella sua moglie, nel 1456 pensò di accettarla anche in Napoli; e fattosi da più luoghi venire a sè parecchi in essa periti, elesse finalmente fra tutti Marino di Cataponte Veneziano in essa industria sperimentato maestro: e prestatigli mille scudi (che oggidì si possono considerar quattro mila) acciocchè potesse valersene in far tessere, fece lavorare in Napoli drappi di seta, e d’oro. E perchè più grande fosse di queste manifatture l’aumento, ordinò franchigia di ogni dogana e gabella per tutto quello, che dovesse a sì fatto lavoro servire; per modo che, nè seta, nè oro filato, nè grana, nè quanto era bisognevole a quest’arte, per tignere, tessere, e far broccati, e tele d’oro, non era da verun pagamento aggravato. Stabilì oltre a tutto ciò, che i lavoratori di tali cose dovessero essere trattati, e riputati al tutto come Napoletani: che nelle cause loro civili e criminali non potessero mai venir giudicati in tribunale veruno, nè da altro officiale, fuorchè da’ loro consoli: che tutti coloro di qualunque na[p. 105 modifica]zione si fossero, i quali entrassero in Napoli ad esercitare quest’arte venissero assicurati franchi e liberi da ogni commesso delitto; nè da altri potessero essere riconosciuti, fuorchè da’ loro consoli: che quanti volessero far esercitare quest’arte, o l’esercitassero, fossero mercanti, maestri, scolari, o assistenti, si dovessero far scrivere nella matricola; e quivi scritti si godessero tutti i privilegi conceduti, e da concedersi dal re, e da’ successori suoi: che ogni anno raccoltisi il giorno di s. Giorgio, dovessero eleggere tre consoli al governo del corpo loro; e questi ogni sabbato far ragione, e amministrare giustizia. Oltre a questi, parecchi altri privilegi furono da Ferdinando a Marino Cataponte, e all’arte della seta conceduti, ed altri ancora ne diede a Francesco di Nerone Fiorentino, a cui promise di pagare ducati trecento annui di provigione (che oggidì sarebbero mille e dugento), perchè egli coll’opera sua al Cataponte assistesse; altri a Pietro di Converso Genovese, ed altri finalmente a Girolamo di Goriante Fiorentino ne concedette.

I re che succedettero a Ferdinando, nobilitarono essi ancora quest’arte con prerogative novelle, a tal che si eresse perciò [p. 106 modifica]in Napoli un nuovo tribunale, che si chiamò della Nobil Arte della Seta: e composto fu di consoli e giudice, ovvero del loro assessore, e vi può intervenire l’avvocato fiscale di vicaria. De’ suoi decreti non si dà appellazione, altro che a S. M., dove il giudice fa le relazioni stando in piedi, e col capo scoperto.

L’autore da noi allegato cita la testimonianza del Summonte, il quale scrisse la sua storia circa l’anno 1600, ed afferma tanto essersi accresciuta in Napoli l’arte della seta, ed essersi quel regno in guisa nobilitalo, che concorrendo da diverse parti molte persone per esercitarla, ed in essa i nativi del paese adoperandosi, si vide la città di abitanti accresciuta, e la metà di essi vivere del guadagno di tale industria[11].

Tarda veramente fu la Francia a trarre utilità da tale scoperta, che con tal vocabolo viene appunto dal Lemery nominata. Il Savary afferma [12], che Luigi XI. ne aveva introdotte le manifatture l’anno 1470, chiamando a sè i principali operaj da Venezia, da Firenze, da Genova e dalla Grecia; e che [p. 107 modifica]nel 1480 diede ad essi lettere patenti, con amplissimi privilegi.

Mons. Olivier de Seres [13], di cui appresso parleremo più diffusamente, ci dà la precisa epoca dell’introduzione del prodotto della seta nella Francia. „Avvenne ciò, dic’egli, a’ tempi di Carlo VIII. Nel viaggio che questo re fece l’anno 1494 nel Regno di Napoli, alcuni gentiluomini del suo seguito avendo ivi osservato la ricchezza della seta, seco portarono, al ritorno loro in Francia, l’inclinazione a provvedere le loro case di tale comodità; giacchè terminate erano le guerre d’Italia. Mandarono perciò a Napoli a cercare delle piante di mori, che piantarono nella Provenza: e la poca differenza che v’ha da un clima all’altro ne facilitò l’impresa. Altri dicono che i mori dapprincipio furono portati nel Delfinato, precisamente segnando Alan presso Montelimar, che di essi fu allora provveduta col mezzo del suo signore; siccome di fatto i vecchj grossi gelsi bianchi, i quali al giorno d’oggi tuttavia si veggono, ne danno qualche testimonianza”. Quantunque però gli scrittori suddetti ne [p. 108 modifica]abbiano lasciate tali memorie, convien credere che poco nota, e non molto comune fosse certamente la seta anche dopo la metà del sedicesimo secolo; poichè il primo ad usar calze di seta fu il re Enrico II. l’anno 1559, in occasione delle doppie nozze delle due principesse, l’una sua sorella, e l’altra sua figlia [14]. È poi cosa al proposito nostro molto notabile, che Lazzaro Baifio, il quale dedicò l’opera sua a Francesco I. re di Francia l’anno 1536 [15], dà lode ad una sorella sua; perciocchè i bachi da seta nodriva. „Ho una sorella (dic’egli) che ha nome Marta, la quale grandemente si diletta di questo Lanizio, ed essa m’insegnò la natura di questi vermicelli [16] ”.

Chiama egli Lanizio la seta, non avendone, a quanto si vede, altra cognizione, fuor quella, che appresa avea da Virgilio, e da altri antichissimi autori; e quantunque di materia trattasse spettante al vestire, non avea però un principio di cognizione nè della natura delle manifatture di seta, nè della seta medesima. [p. 109 modifica]Quanto poi alle lodi, ch’egli dà alla propria sorella, molto maggiori le meritano le gentilissime dame francesi, le quali mai non ebbero a schifo di maneggiare, e nodrire questi animaletti, onorati da noi col nome di Cavalieri. „Le sole provincie della Francia (dice il sig. Savary)[17] coltivano la seta, piantano mori, ed alimentano i vermicelli, che la producono. Le dame stesse delle principali città di quelle provincie non arrossiscono di farne per sè stesse in particolare una specie di piccolo traffico; e dopo di averne riscaldato le uova nel proprio seno, veggonsi senza ripugnanza maneggiar questi insetti e questi nascenti bachi: dare ad essi colle proprie lor mani da mangiare, fino a tanto che siano buoni da produrre la seta, e ne’ bozzoli rinserrati”.

Ora, quando si curano mai le donne italiane, benchè amino elleno grandemente le foggie francesi, d’imitar anche questa, che tuttavia cotanto nobile sarebbe, se non altro per quelle femmine, che sì grandemente affettano di contraffarle? Egli non si può altro dire delle italiane, se non ch’esse si sie[p. 110 modifica]no accordate con quelle delle altre nazioni nel segreto, in cui sono già

„ Convenute di torre da’ Francesi

„ Quel ch’hanno di cattivo, e quel che nuoce;

„ Non quel ch’hanno di buon, nè quel che giova[18].

Ma ritornando ora al proposito nostro, dico, che l’arte della seta fu poco conosciuta in Francia sino al tempo di Enrico IV., nè ritrovo chi prima di lui ne facesse raccolta. Imperciocchè essendosi esso [19] posto in cuore di render nel suo regno maggiore la copia del denaro, gli parve, che niun’altra via gli potesse riuscir più facile, o nessun’altra fonte più abbondante, quanto quella del traffico: ed essendosi già affaticato parecchi anni, per renderlo florido, e per dilatarlo; poichè conobbe che nel mare non aveva allora la Francia molta forza, e vide che per questa via grande era la spesa, l’utile incerto e tardo, pensò di poter meglio riuscire colle manifatture. Per la qual cosa molte ne stabilì in Parigi, e di più sorta; e cosi fece nelle altre città del suo regno. [p. 111 modifica]

Ma sopra ogn’altra cosa piacquero ad Enrico le manifatture di seta, e da esse più che da tutte le altre sperava utilità maggiore. Viveva a quel tempo, ed era noto a quelgrande monarca, per la sua abilità nella storia naturale e nell’agricoltura, il celebre Mr. Olivier de Serres, signore di Pradel, gentiluomo di Linguadoca, il quale trattenuto, com’egli medesimo scrive [20], dalla sua inclinazione, e dallo stato de’ proprj affari nella casa sua di campagna, passò una parte dell’età sua, mentre durarono le guerre civili del regno, a coltivare, per quanto il tempo lo comportava, il proprio podere; e difendendosi in mezzo a tante calamità, seppe così bene contenersi nelle diverse fazioni, che laceravano la sua patria, che la sua casa fu un vero albergo di pace. Durante dunque que’ tempi miserabili: „In qual altra cosa (dic’egli ) avrei potuto impiegar meglio il mio spirito, che a ricercare occupazioni, che mi andassero a genio? Sia dunque, che la pace ci desse qualche riposo, sia che la guerra per diverse ricadute mi ponesse in necessità di custodire la casa mia; e le pubbliche calamità mi [p. 112 modifica]facessero rintracciare qualche rimedio con„ tro la noja; ingannando il tempo, ho trovato un singolare contento, dopo la dottrina salutare dell’anima mia, nella lettura de’ libri di agricoltura, e dell’economia de’terreni, alla quale ho aggiunto anche il giudicio della mia propria esperienza“.

Avendo adunque il re fatto chiamare l’anno 1599 Mr. de Seres, ed avendo tenuto con esso lungo discorso intorno al prodotto della seta, ed al modo che dovea tenersi per piantare de’ mori nel regno, e per nodrirvi de’filugelli, deliberò di tutto adoperare il suo impegno per effettuarne il progetto. Diede intanto Mr. de Seres alla luce l’anno medesimo un trattato, intitolato: la Raccolta della Seta, e l’anno seguente 1600 il suo Teatro d’Agricoltura, dedicandolo al Grande Enrico, il quale via maggiore interesse prese a perfezionare il concepito disegno dalla lettura di quest’opera, e determinò di dar principio alla piantagione de’ mori, e dilatarla in tutte le provincie del vasto suo regno. Ma gioverà ch’io vi dia, Illustrissimi Signori, questa relazione con le parole medesime, con le quali lo stesso Mr. de Seres ce ne lasciò la memoria nella quarta edizione [p. 113 modifica]che fece l’anno 1608 della suddetta sua opera; dalle quali raccoglierete e la grandezza d’animo di quel re, e l’impegno ch’egli avea per felicitare i sudditi suoi, e per accrescere via più la ricchezza ne’ proprj stati. „Il re avendo assai bene conosciute queste cose (che la seta poteva crescere bella e buona per tutto il regno, eccettuati pochi luoghi), mercè il discorso, ch’egli mi comandò di fargli sopra questo soggetto l’anno 1599, prese risoluzione di far educare de’ mori bianchi in tutti li giardini delle sue case: e a questo effetto l’anno i seguente, in cui S. M. fece il viaggio di Savoja, inviò nella Provenza, nella Linguadoca e nel Vivarese monsig. de Bourdeaux Baron di Colonces, soprantendente generale dei giardini di Francia, signore pieno di tutte le più rare virtù; e per questa stessa via il re mi fece l’onore di scrivermi, onde m’impegnassi nella cura delle dette piante: nella qual cosa io impiegai tale diligenza, che circa il principio dell’anno 1601 furono condotti a Parigi sino al numero di 15 a 20 mila gelsi, i quali furono piantati in diversi luoghi nei giardini delle Tuillerie, ove si sono felicemente inalzati. E non volendo S. M. [p. 114 modifica]che tali tesori restassero più rinserrati in certi angoli del suo regno, onde i suoi popoli ne sentissero universalmente il vantaggio; aggiugnendo ai beni della pace, di cui per suo mezzo, e del favore celeste tutta la Francia gode assai tranquillamente, ordinò che i commissarj già deputati da S. M. pel commercio generale, pensassero a’ più facili espedienti, che fosse possibile, per provedere di mori il suo regno affine di raccogliere la seta, ed in progresso stabilirne le manifatture. Sopra di che, secondo il volere di S. M. dopo buona e matura deliberazione furono stabiliti contratti sopra questo soggetto, con de’ mercanti a Parigi li 14 ottobre e 13 dicembre 1602, confermati, autorizzati, e ratificati con lettere patenti di S. M. contenenti il provvedimento dei detti mori, alle quattro generalità di Parigi, Orleans, Tours e Lyon; ed insieme di certa quantità di semenza dei detti alberi, per essere ripartita alle elezioni della detta generalità. Ed a fine di tanto più accelerare, e procurare maggiori avanzamenti a quest’impresa, e far conoscere la facilità di quest’opera, S. M. fece espressamente costruire una gran casa nel fondo del giardino delle Tuillerie [p. 115 modifica]a Parigi, provveduta di tutte le cose necessarie, tanto pel nutrimento de’ vermi, che pe’ primi lavori della seta, ingiugnendo inoltre, che tutti i mori che si ritrovassero, tanto bianchi che neri, già piantati in diverse parti delle dette generalità, venissero presi dagli esperti a ciò deputati, ed impiegati al nutrimento de’ bachi da seta il detto anno, affine di mostrare a ciascun luogo, che il temperamento dell’aria e la bontà della terra sono più che sufficienti per produrre la seta, simile, e forse migliore nella forza, nel lustro e nella bontà, a quella che siam soliti di provvedere» con grandi spese nelle provincie più lontane. Tutte le quali cose hanno sì facilmente riuscito mediante la grazia d’Iddio e la felicità del nostro principe, a cui il cielo ha riservato tutte le più belle invenzioni del nostro secolo, che non bisogna più dubitare, che fra poco tempo, per la continuazione di sì bei principj, la Francia non si veda compensata del valore di più di quattro milioni d’oro, che ogn’anno doveano sortire per provvederla di stoffe composte di questa materia, ovvero della materia stessa, affine di farne le manifatture nel regno. Ecco il principio dell’introdu[p. 116 modifica]zione della seta nel cuore della Francia, ove S. M. unì ai suoi comandi il suo esempio, con grande efficacia per il bene del suo popolo [21]".

Oltre la casa fatta dal re edificare nel Giardino delle Tuillerie fu anche agl'impressarj accordato il celebre castello di Madrid, fatto edificare da Francesco I nel bosco di Bologna, una lega da Parigi lontano nel 1529, per dimostrare che non avea egli avuto rossore d'essere stato prigione nella città di Madrid nella Spagna [22]. E finalmente destinò al medesimo fine anche Fontainebleu, onde fossero quivi que' vermicelli allevati, le cui uova si facean venire ogn'anno dalla Spagna.

A questo passo siami permesso di fare una digressione, e di esporre brevemente, aver io sperimentato con ispese e con osservazioni diverse, che più degli altri bozzoli sono di perfetta qualità quelli della Calabria, e gli Spagnuoli, tra' quali però i primi son più ricchi di seta, ma meglio tra noi riescono i lavorati da' filugelli nati dalle uova dei secondi. Trasportate nel Friuli le uova dei bachi da seta dalla Calabria, ne' primi anni [p. 117 modifica]cinque libbre di bozzoli una ne rendono di seta; ma ciascun anno declinano, e prendono la natura di que' del paese. Un mercante di Lione, amico mio, trattenutosi in Italia due anni per perfezionare la sua cognizione della seta, ch'è lo scopo suo principale, mi affermò di aver veduto nella Calabria de' bozzoli, quattro libbre de' quali davano una libbra di seta.

Quelli di Spagna sono di rendita mezzana: danno una seta più sottile, e la lor semente non traligna. Se n'è già sparsa per queste provincie, ed i bozzoli de' bachi venuti dalla Spagna, si conoscono, e distinguono dagli altri; e sogliamo dar ad essi il nome di Galletta Spagnuoletta. Ha buon nervo la seta che se ne trae; e riesce in ogni manifattura. In poco tempo si potrebbero ridurre a questa sola specie i bozzoli d'un'intera provincia. Alcuni anni ne feci io venire la semente per farla spargere, e propagar nel Friuli; ma ebbi sempre difficoltà a farla ricevere, e n'ebbi anche talvolta stentato il pagamento. L'ultima volta, pochi anni sono, avendone data la commissione per 4 libbre in circa; ed essendo stata ritardata la commissione, furono spedite per la posta da Madrid a Genova, donde scrissero, [p. 118 modifica]che il porto costava lire 153:1. in moneta di banco di Genova, che sono lire 306:7. piccoli di Venezia. Feci subito rispondere, che fosse lasciato il vaso in posta, non essendovi dentro robba, che importasse quella spesa; ma nel seguente ordinario mi giunse il vaso colla spesa in tutto di lire 314:6. li primi di aprile. Riscaldate le uova dal moto del viaggio, e dall'anticipato caldo, avvenne, che aprendo il vaso, ritrovai, che cominciavano a nascere i bachi. Per rinfrescarle, io le gettai sopra un piatto di peltro; ma in brevi momenti nacquero i bachi tutti, e non capendo nel piatto, si sparsero sopra una tavola capace di 8 persone; e per modo si svilupparono, che in sul far della sera non potea più la tavola contenerli. Era cosa compassionevole a vedersi, come quegli sfortunati animaletti alzando il capo, e gettando fuori dalla bocca sottilissime fila di seta, in cui l'un altro s'avviluppavano, andavano cercando il cibo; nè potendo io in verun modo prestare ad essi soccorso, non senza grave rammarico mi vidi necessitato a farli gettar nel canale.

Ora per ritornare ad Enrico, diede egli ordine inoltre, che nelle vicinanze de' luoghi accennati fossero piantati numerosi vivaj; la [p. 119 modifica]quale industria non potè nell’isola di Francia esser osservata per le cagioni che accennerò più avanti. Vietò le forestiere manifatture, le quali succhiavano il danaro del regno, per obbligare i sudditi ad adoperare tutto l’ingegno; ed in quel tempo da tutti gli uomini intelligenti della buona politica venne quel divieto approvato. Ma quando poi furono stabilite le manifatture domestiche, allora anche l’esterne vennero tollerate; acciocchè i fabbricatori della Francia, mettendo tutto l’animo nel perfezionare le proprie, e vendendole a discreto prezzo, l’altre indi tenessero lontane; la qual massima ebbe la miglior riuscita, che altri potesse mai desiderare.

Per non sorpassare i confini di una lettera, mi riserbo alla seguente ad esporre a VV. SS. Illustrissime li gravissimi domestici contrasti, che combattè, e superò il sempre invincibile Enrico, per introdurre nel regno il prodotto, e l’arte della seta, ch’egli, secondo che abbiamo veduto, riputava il mezzo più atto, ed il più facile a ristorare il regno suo dalle guerre civili desolato. Intanto ossequiosamente riverendole passo a confermarmi.

  1. Co: Silvestri Annot. sopra la Sat. II. di Giov. pag. 108.
  2. Caroli Sigonii Hist. Ital. pag. 109.
  3. Micrelii Hist. polit. pag. 58.
  4. Aonii Palearii Orat. de Rep. ad Senat. populumq. Lucensem.
  5. Trat. de’ tributi, monete, e Govern. Polit. c. 9. pag. 103.
  6. Masini. Bologna perlustrata, pag. 79.
  7. Idem, pag. 420.
  8. Ist. degli Ordini Monastici, T. VI. a c. 159.
  9. Cronaca Veneta, e Memorie dell’officio della seta.
  10. Pietro Gianone, Storia Civile del Regno di Napoli. T. III. lib. 27. cap. 3.
  11. Dice il Summonte, che a’ tempi suoi la città era popolata di un terzo più che per l’addietro, per la gran gente che vi concorrea d’ogni parte.
  12. Diction. Univ. de Commerce lett. S.
  13. Theatre d’Agriculture, pag. 411.
  14. Savary, l. c.
  15. L’anno 1530 lo spedi suo ambasciadore a Venezia.
  16. Lazari Baifii. De Re Vestiaria. cap. V.
  17. Diction. Univ. T. III pag. 815
  18. Il Maffei. Le Cerimonie, Commedia. Atto III. a c.35.
  19. Mezeray. Histoire de France, T. V. pag. 288, 290.
  20. Nella Prefazione alla sua opera, intitolata: Theatre d’ Agriculture.
  21. De Seres. Theatre d'Agricolt.pag. 413. Edit. de Paris 1608.
  22. Moreri. Diction. Historiq. Art. Madrid.