Elogio dell'amore/L'amore nel matrimonio

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L'amore nel matrimonio

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Anne Louise Germaine de Staël - Elogio dell'amore (XVIII secolo)
Traduzione dal francese di Arturo Salucci (1921)
L'amore nel matrimonio
Le passioni La fedeltà


La prima felicità di una donna è quella di avere sposato un uomo che ella rispetta quanto ama, che le è superiore per lo spirito e per il carattere, che per lei decide di tutto, non perchè egli opprima la sua volontà, ma perchè illumina la sua ragione e sostiene la sua debolezza. Anche nelle circostanze in cui ella avrebbe un parere diverso dal suo, cede con felicità, con fiducia a colui che ha la responsabilità del destino comune, e può solo riparare un errore, quando pure egli l’avesse commesso.


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Perchè il matrimonio adempia alla intenzione della natura occorre che l’uomo abbia, col reale suo merito, una vera superiorità, che ella riconosca e di cui goda: guai alle donne costrette a regolare da sè stesse la vita loro, a nascondere i difetti e le meschinità del marito, o ad affrancarsene, portando da sole il peso della esistenza.


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Il maggiore dei piaceri è l’ammirazione del cuore, che riempie tutti i momenti, dona uno scopo a tutte le azioni, una continua emulazione nel perfezionare sè stessi, e colloca presso di sè la vera gloria, l’approvazione dell’amico che vi onora amandovi. Non giudicate della felicità e della sventura delle famiglie e di tutte le prosperità della fortuna o della natura; riconoscete il grado di affezione di cui le fa godere l’amor coniugale, e soltanto allora saprete qual’è la parte loro di felicità sulla terra.


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È nel matrimonio che la sensibilità è un dovere; in qualunque altra relazione può bastare la virtù, ma in quella in cui sono intrecciati i destini, in cui il medesimo impulso serve, per così dire, al battito di due cuori, mi sembra che una affezione profonda sia quasi un vincolo necessario.


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La leggerezza dei costumi ha introdotto tanti dispiaceri fra gli sposi, che i moralisti del secolo scorso s’erano abituati a riferire all’amore fraterno e materno tutti i godimenti del cuore e finivano per non considerare il matrimonio se non come la condizione richiesta per godere la felicità di avere dei figli. Ciò è falso in morale è ancora più falso in felicità.


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È così facile di esser buoni pei propri figli che non si deve farne un grande merito. Ne’ primi anni loro, essi non possono avere altra volontà di quella de’ lor genitori, e una volta arrivati alla gioventù, fanno vita a sè. Giustizia e bontà costituiscono i principali doveri di una relazione che la natura rende sì facile.

Non è punto così dei rapporti con quella metà di noi che può trovare la felicità o l’infelicità nelle medesime nostre azioni, negli sguardi nostri e nei nostri pensieri. Ivi solamente può esplicarsi intera la moralità; ed anche là è la vera fonte della felicità.


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Un amico della medesima età, presso cui dovete vivere e morire; un amico di cui tutti gl’interessi son vostri; con cui avete comune l’avvenire, compresa la tomba: ecco il sentimento che contiene tutta la sorte. Talvolta, è vero, i vostri figli e più spesso ancora i genitori, divengono i vostri compagni nella vita; ma codesto raro o sublime godimento è combattuto dalle leggi di natura, mentre l’associazione del matrimonio è d’accordo con tutta l’esistenza umana.


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È dal matrimonio che devono derivare tutte le affezioni d’una donna, e se il matrimonio è infelice, che confusione non rimane nelle idee, nei doveri, nelle qualità stesse? Queste qualità vi avrebbero resa più degna dell’oggetto di vostra scelta; ma esse possono depravare il cuore che è stato privato di tutte le gioie: chi può essere certo allora della sua condotta?


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Non c’è felicità per l’amore fuori del matrimonio.


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In un matrimonio di ragione potete gustare la dolcezza di esser madre; e, credetemi, è così difficile di avere per sposo l’uomo della propria scelta; vi sono tante probabilità contrarie a una felicità così grande, che la Provvidenza ha forse voluto che la felicità delle donne consistesse unicamente nelle gioie della maternità: essa è la ricompensa dei sacrifici che il destino impone loro; è il solo bene che possa consolarle della perdita della gioventù.


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In qualunque modo si combinino le istituzioni umane, ben pochi uomini, ben poche donne rinunceranno alla unica felicità che consola del vivere: l’intima fiducia, il rapporto de’ sentimenti e delle idee, la reciproca stima e quell’interesse che s’accresce coi ricordi.

Non è pei giorni di delizia, posti dalla natura al principio della nostra carriera nello intento di distogliere la riflessione sul rimanente della vita; non è per quei giorni che è specialmente necessario che si convengano i caratteri. È invece per l’epoca in cui si procura di trovare un temperamento ai nostri dolori nel cuore del nostro compagno; l’oblio del tempo che c’insegue e degli uomini che ci abbandonano.


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Dove non c’è felicità domestica, può esistere l’amore? Non è questa felicità lo scopo della passione del cuore, come il possesso è quello della passione dei sensi?


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Una calma dolce e pura s’impadronisce dell’anima nella vita domestica; si è sicuri di conservare sino alla sera la disposizione del mattino al risveglio; si gode continuamente di non aver nulla da temere e nulla da fare per non aver nulla da temere: l’esistenza non riposa più sul successo ma sul dovere; si gode meglio la società degli estranei, perchè ci si sente completamente fuori della loro dipendenza, e perchè gli uomini di cui non si ha bisogno presentano sempre molti vantaggi, dal momento che non possono avere alcun inconveniente.


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Le cure della vita domestica hanno una grazia singolare nelle donne; la più ammirevole di tutte, la più notevole pel suo spirito e per la sua bellezza non disdegna punto quelle attenzioni semplici e buone che è dolce di trovare nella propria casa.


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Quando la sorte di una donna è unita a quella di colui che ella ama, ogni volta che egli rientra in casa, che essa intende il suo passo, che egli apre la porta, essa prova una felicità così grande che fa pensare che la natura, non domandi alle donne se non l’amore, nondimeno non è stata ingiusta verso di loro.