Epistolario di Renato Serra/A Emilio Lovarini - 22 gennaio 1905

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A Emilio Lovarini - 22 gennaio 1905

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A Emilio Lovarini - 22 gennaio 1905
A Luigi Ambrosini - gennaio 1905 Al padre - 7 febbraio 1905

Cesena, 22 gennaio 1905.


Ill.mo Sig. Professore,

Le son gratissimo della buona memoria che serba di me e delle cose mie; e della sua cortese notizia.

Mi son procurato dunque il fascicolo della "Favilla" e ho letto l’articolo del Cian; con l’intenzione di metter insieme prestamente, com’Ella mi consigliava, qualche cosa delle ricerche mie da pubblicare. Ma gli è un gran brutto lavorare quando si aspetta, come aspetto io, di giorno in giorno la chiamata alle armi, che mi deve giungere dentro il mese corrente, cioè fra una settimana al più; e il più del tempo è frastornato da gite al Distretto e mille brighe e fastidi, che soglion preparare quest’altro fastidio maggiore che sarà il servizio militare.

Un poco che avevo già fatto, leggendo l’articolo (che m’è arrivato stamattina), vedo che non fa in tutto al bisogno; e in cinuqe o sei giorni, che mi restano, capisco troppo bene che non mi sarà possibile allestire un articolo che dia la misura esatta di quello che ancora oggi mi par di poter dire che ho trovato io nuovo o più vero su l’argomento. Del resto, come stanno ora le cose, io son fermo di pubblicar sui trionfi o nulla o uno studio compiuto, e, per quel ch’io possa, esauriente; molte delle mie osservazioni speciali sono state anticipate dall’Appel (in uno studio, che ho letto di questi giorni sul fasc. dedicato al P. della Riv. d’Italia)1, dove sono sviluppate molte cose accennate solo in confuso nella Introduzione alla sua ediz. critica; altre aggiunte in più rendono oggimai oziosa più d’una pagina della mia tesi); e dal Cian, il cui scritto anticipa, più compiuta, ma in fondo tale quale la materia di due capitoli della mia tesi, ch’io mi industriavo appunto ora di allargare e compire con quelle ricerche, che egli oramai mi risparmia. La rassegna dei giudizi dati dal P. su le sue rime volgari; e specialmente l’analisi della ep. a Barbato, come annunzio di una nuova e maggiore opera, che erano parte importantissima del mio lavoro, son fatte da lui proprio così come avrei voluto, e in parte avevo fatto io.

Poichè il mio lavoro non avrà il pregio di una assoluta novità, voglio almeno, per pubblicarlo, che abbia quelli di una compiutezza, così nella informazione bibliografica, come nell’analisi e nella dichiarazione di tutte le questioni e di tutti i dubbi, che ora non ha e non posso dargli.

D’altronde una novità vera io credo che si dovrà vedere nel mio studio anche dopo che sian pubblicati quelli dello scolaro del Cian e ogni altro che si sita preparando. La quale è in ciò, che io non ho attenuato come fa il Cian nè smorzato un po’ artificiosamente le contraddizioni e le discordanze delle opinioni del P. su la poesia volgare; ma le ho potute spiegare e far divenir ragionevoli, lumeggiando i cambiamenti sopravvenuti nelle convezioni e teoriche artistiche di esso il poeta, ne’ vari periodi della vita; mostrando la differenza intenzionale che è fra il Canzoniere e i Tr.; con la quale opera il P. si credè e volle far cosa tutta nuova per la inspirazione e la regolarità classica.

Altra cosa è la parvenza reale di un’opera artistica come la vediamo noi, altra cosa l’intendimento con il che il poeta la disegnò e la condusse. Che il Canz. sia tutto "impregnato" di classicismo è notizia vecchia; e l’ha non solo detto, ma sì mostrato parta a parte con fatti il Carducci nel suo commento, dopo il quale io non mi so assolutamente spiegare un lavoro del genere di quello annunziato dal Cian sui Fragmenta vulgaria. Il nuovo e l’importante si è che nel Canzoniere il classicismo è penetrato per così dire di straforo, come un soffio che alitava per l’aria d’allora e imporontava di sè, incoscientemente per così dire, tutte le scritture del trecento; ne’ Tr. invece il classicismo è principio informatore, cercato, voluto; affermato dall’autore stesso come novità vera e profonda. Nel Canz. l’imitazione degli antichi è inavvertita, e il P. protesta, a proposito di quello, nel 1359, di non avere mai imitati nessuno in volgare; nei Tr, invece l’imitazione - ciooè il tentativo di rinnovare consigliatamente le bellezze e la nobilità dei classici - è, nell’intendimento del poeta, il pregio più essenziale e migliore.

Ora mi pare che questa parte delle mie osservazioni, e l’analisi che v’accompagnerò sul concetto dell’imitazione delle teoriche d’arte del medio evo, non abbiano a perdere, per aspettar qualche tempo, un certo pregio d’originalità; e d’altro lato mi sembra che sia necessario, per la stampa, uno sviluppo molto più largo e sottile e solido, di quel che la stesura affrettata e talora anche abborracciata della tesi mi abbia consentito. Non bisogna dimenticare che la tesi così com’è ora, mi costa un mese e mezzo, o forse meno di ricerche, e quattordici giorni precisi per la scrittura; e credo che anch’Ella, se v’ha dato una scorsa, se ne sia accorto.

In somma quando, fra dieci mesi, avrò il congedo di tre o quattro mesi prima di prestare servizio da sottotenente, allora io poenso di tornar sopra definitivamente al lavoro. Adesso, piuttosto che fare una cosa incerta e confusa, non farò nulla. Che se anche quella parte che finora nessuno ha osservato, mi sarà preoccupata nel frattempo, non vorrò disperarmi per questo; ci son tante cose da studiare e da fare, purchè s’abbia la voglia e la forza!

La quale credo e spero che mi sarà, come fu fino ad ora, cresciuta sempre dal conforto e dal cortese aiuto suo; di che ancora una volta Le rendo le più vive grazie. Perdoni la seccaggine di questa lunga tantafera (Ella sa come volentieri io mi lasci vincere al piacere di conversare con Lei) e m’abbia per tutto Suo.

Note

  1. C. APPEL, I Trionfi del Petrarca, in "Rivista d’Italia", Roma, luglio 1904, a. VII, fasc. VII, pp. 45-67.